Festa della concordia civica

o dei 12 matrimoni del Borgo Durbecco e della città di Faenza

(8 settembre 1824)

di Giuseppe Dalmonte

Il cardinal Agostino Rivarola (1758-1842), inviato a Ravenna da Papa Leone XII nel maggio 1824, in seguito al grave delitto contro il direttore provinciale della polizia Domenico Matteucci, giunse in città l’11 maggio e subito emanò, per garantire la sicurezza e la tutela degli abitanti della Legazione, alcuni provvedimenti restrittivi. Fra questi: la consegna di tutte le armi proibite (pistole, mazzagatti, coltelli a serramanico, stocchi e stiletti, pistoni scavezzi, ecc.), l’obbligo di portare di notte una lanterna, orari di chiusura più rigorosi per le bettole e le osterie con divieti sui giochi d’azzardo, l’istituzione di una cassetta per raccogliere le denunce anche anonime. Poco tempo dopo impose le missioni popolari agli abitanti delle principali città per svelenire lo spirito pubblico e riconciliare gli animi turbati da una catena di aggressioni e di assassinii a sfondo settario e politico.

Per la città di Faenza, il porporato decise di inviare al Gonfaloniere, conte Antonio Margotti, un articolato dispaccio contenente le disposizioni per realizzare una grande festa di riconciliazione tra gli abitanti del Borgo Durbecco e quelli della Città, ‹‹sventuratamente agitata in passato, e divisa inpartiti››, volendo alludere alla ventennale contrapposizione tra papaloni-sanfedisti del Borgo e giacobini-liberali concentrati nel centro cittadino.

Nella ampia lettera del 31 luglio 1824 il Legato Rivarola dispone per i faentini anzitutto un ciclo di “Sante Missioni” per riconciliare e pacificare gli animi con l’ausilio di pratiche devote e lo stimolo di efficaci predicazioni. In secondo luogo propone la celebrazione di dodici matrimoni, in occasione della festa della Natività di Maria Vergine (8 settembre 1824), fra ‹‹sei giovanette abitanti nella città con sei giovani del Borgo, e di sei giovanette del Borgo con sei giovani della Città››, che nei giorni precedenti le nozze dovevano frequentare ‹‹tre giorni di esercizi spirituali›› per prepararsi adeguatamente al fausto evento.

Le disposizioni per la Festa Nuziale

Il Cardinale dispose quindi la creazione di alcune deputazioni per la pronta realizzazione di questo progetto. La prima era composta da quattro parroci faentini, nominati dal vescovo Stefano Bonsignore, con il compito delicato di individuare i soggetti più idonei al matrimonio, tenendo presente: i buoni costumi, la convenienza di età, le condizioni sociali e di salute, il carattere e le maniere delle persone, infine il preventivo consenso e gradimento dei promessi sposi. Il vescovo Bonsignore affiderà l’incarico di selezionare i candidati cittadini alle nozze: al parroco di S. Severo, don Giuseppe Valvassori, e al parroco di S. Stefano, don Luigi Cavassi; per la selezione dei giovani del Borgo, il presule si affiderà invece al parroco di S. Antonino, don Lorenzo Orioli, e al parroco della Commenda, don Giuliano Babini.

La seconda deputazione, guidata dal Gonfaloniere stesso, era composta da due dame faentine, la contessa Lucrezia Cavina e la contessa Giuditta Gessi, e da due gentiluomini, il conte Lodovico Severoli e il cav. Dionigi Strocchi letterato illustre, con il compito precipuo di allestire la festa, di curare la preparazione dell’abbigliamento per le spose e per gli sposi, e di disporre tutto l’occorrente per il banchetto campestre da svolgersi, dopo la cerimonia nuziale in cattedrale, in un luogo appropriato e di “elegante semplicità”, poco distante dalla Città.

Dopo aver indicato i principali aspetti e momenti della Festa, il porporato auspicò che ‹‹a questo pranzo intervenisse la Nobiltà e i principali Cittadini e Cittadine di Faenza, e che in segno di letizia e di unione assistessero e prestassero generosamente qualche servigio alla mensa dei Coniugi, onde apparisse che tutti i Ceti della Città prendono parte a questa Festa della Concordia››.

Nello stesso giorno il cardinal Rivarola si affretta ad inviare al Gonfaloniere Margotti una seconda missiva, più prosaica ma illuminante sull’entità delle spese che era disposto a sostenere per la realizzazione del paternalistico progetto di pacificazione. L’illustre mecenate puntigliosamente ribadisce di aver già promesso una dote di 50 scudi per ogni sposa, destina per il pranzo una somma di circa 200 scudi, e circa 400 scudi per il vestiario, con la precisazione che trattandosi di persone del popolo, ‹‹potranno vestir

si con polizia, e con una certa eleganza nella forma, ma senza lusso››, adatti alla loro condizione, ‹‹al qual effetto le accludo un Figurino, al quale potranno attenersi››.

Al figurino, che illustrava l’abbigliamento per gli uomini seguiva una descrizione abbastanza dettagliata dei vari capi, con l’indicazione del colore e della qualità della stoffa, della foggia e di altri dettagli relativi al bavero dell’abito, alla forma del cappello, alle scarpe, alle calze, ecc. Mentre per il vestiario delle spose si affidava ‹‹al buon gusto delle signore Dame Deputate››, ma dall’atto sottoscritto presso il notaio Giovanni Savorelli relativo alle doti scopriamo che alle giovani spose venne offerto il seguente corredo: quattro camicie di canapa fine e panno, un busto di panno-lino, una gonnella di mussolo, un abito bianco di mussolo con fascia di cordella di seta, due paia di calze di cotone, un paio di scarpe nere, un pettine da testa di osso tartarugato, un ventaglio di osso bianco, un paio di guanti, un fazzoletto da spalla di seta colorata, e quattro fazzoletti di cotone. In verità le spese per il corredo degli sposi ammontarono a scudi 177 per i maschi e scudi 175 per le spose, alle quali il porporato fece pure dono di un anello con cinque piccoli diamanti legati in oro, del costo complessivo di scudi 48 pagati al gioielliere faentino Francesco Badiali.

 

L’11 agosto il cardinal Legato si premura nuovamente di conoscere l’ammontare preventivato della spesa e sollecita perciò il Gonfaloniere ad anticipare i denari dalla cassa comunale per le spese più urgenti assicurando una pronta rifusione delle somme. Un secondo suggerimento che il porporato intende dare riguarda il luogo scelto per la festa campestre e il banchetto nuziale, indicato da alcuni faentini nel Foro Boario, che il cardinale sconsiglia vivamente proponendo invece un luogo più idoneo, per evitare ‹‹le piccole accidentalità che possono dar luogo al ridicolo, e ad osservazioni maligne››. Infatti, la seconda deputazione, addetta all’organizzazione della festa, riunitasi il 16 agosto, verbalizza la seguente nota ‹‹poichè non si è trovato conveniente quello del Mercato Bovino si pensa di prescegliere il piazzale avanti il Pubblico Passeggio dalla parte del Gioco del pallone potendosi erigere delle tende di elegante semplicità e formare una leggiadra prospettiva››, espressioni che ricalcano fedelmente le intenzioni dell’illustre benefattore.

Il 24 agosto il porporato invia al Gonfaloniere una nuova lettera, a testimonianza del costante interessamento al progetto della Festa e acclude un anticipo di 400 scudi per le spese più urgenti.

Nonostante i 1200 scudi preventivati e stanziati, nel rendiconto finale della festa i costi lieviteranno di altri sessantasei scudi, tanto che il cardinal Rivarola nella lettera del 30 settembre, manifesterà il suo disappunto per avere l’amministrazione faentina messo a carico del Governo alcune spese indebite relative alla ‹‹Corsa dei Cavalli Barberi, della Banda, della stampa di una Canzone allusiva alla Festa››, di pertinenza piuttosto delle casse comunali, alle quali tuttavia verserà prontamente la somma eccedente.

Per le autorità e parte della nobiltà e della borghesia faentina più in sintonia con il regime pontificio la celebrazione dei dodici matrimoni fu occasione di grandi elogi, sia in versi sia in prosa, al munifico patrocinatore della festa, ma l’evento offrì anche il destro a giudizi maligni e pungenti, mormorati tra i plebei esclusi, i borghesi e gli aristocratici di tendenza liberale.

La descrizione del cronista Tomba

La cronaca di Saverio Tomba ci offre una descrizione della festa nuziale secondo quest’ultimo punto di vista, manifestando verso le dodici coppie plebee toni di spregio e di irrisione insolita, che hanno alimentato l’aneddotica posteriore (da Antonio Messeri a Piero Zama). ‹‹Della più fecciosa plebe trovate le dodici coppie, però che altrove non fu cui facesse gola una dote di cinquanta scudi…››. Se si scorre l’elenco delle dodici coppie scopriamo che ben quattro mariti sono braccianti, due esercitano il mestiere di calzolaio, due la professione di canapini, uno di sarto, uno è secondino delle carceri, un altro è carrettiere e uno infine è selciatore; meno variegata appare la composizione professionale delle spose: con sette tessitrici, tre sarte e due filatrici. Se invece si considera la paternità, scopriamo che la maggioranza dei giovani sposi risulta composta di orfani, condizione che può aver facilitato il rapido assenso alle nozze accompagnate da una dote non disprezzabile, per umili persone abituate a portare a casa miseri salari.

La penna pungente del cronista e ragioniere faentino si diletta a ritrarre anche il banchetto nuziale di Porta Montanara, dove gli sposi sono ‹‹dalla curiosità di assai popolo guardati, mentre avidamente, e con isconcie maniere si cibavano di molte e pregievoli vivande, e di scielti vini votavano le tazze al vario suono di musicali strumenti. Posto fine al convivio ogni copia di sposi raccolse i propri avanzi, e seco recandoli andò con Dio››.

Il ragioniere comunale S. Tomba, nella sua vivace descrizione caricaturale, sembra aver dimenticato che nessuno si era premurato, nel breve spazio del mese trascorso, tra la convocazione dei parroci, le prove degli abiti, gli esercizi spirituali e le consuete attività lavorative svolte, di impartire ai “promessi sposi” anche un breve corso di buone maniere!

I divertimenti della Festa Popolare

A ‹‹rendere più brillante la Festa dei dodici Matrimoni››, l’amministrazione municipale pensò bene di invitare una banda di suonatori che rallegrarono il convivio campestre con le loro armonie e il pubblico popolare dei curiosi assiepati attorno alle tende o sparsi lungo i viali dello Stradone.

Nel pomeriggio, come preannunciava fin dal 3 settembre un manifesto del Gonfaloniere Margotti, inviato nelle varie città della Romagna per la partecipazione dei concorrenti, si svolse una corsa di cavalli barberi o sciolti alla quale si iscrissero cinque cavalli provenienti da Ravenna, Lugo, Forlì e Cesena, con i soliti premi di scudi quindici al primo e di scudi cinque al secondo. Di questa gara ippica, che ricalcava le modalità dell’antico palio di S. Pietro o quello del Beato Nevolone protettore dei calzolai, non sappiamo se venne corsa lungo il consueto percorso della via Emilia fino alla piazza maggiore o lungo la nuova arteria dello Stradone, tuttavia il verbale della Deputazione degli spettacoli ha conservato la descrizione dei vari concorrenti, i nomi dei proprietari dei cavalli, le città di provenienza, ecc.

Vincitore della gara fu il cavallo stornello, avente il numero due, del lughese Andrea Largiani al quale andarono i quindici scudi di premio, mentre il secondo posto fu conquistato dal cavallo baio scuro, portante il numero quattro, del lughese Giovanni Guerrini che fu compensato con cinque scudi. Alla corsa deve aver partecipato una folla di faentini e di forestieri curiosi, attratti sia dal consueto spettacolo equestre sia dall’evento straordinario che si celebrava in quel giorno di settembre, tanto che il Gonfaloniere si era premurato di allertare il direttore di polizia perché disponesse la forza necessaria al controllo dell’ordine pubblico.

A conclusione della giornata di festa fu allestita nella serata ‹‹una macchina di fuochi artificiali collo stemma del lodato Eminentissimo›› Rivarola e una ricca illuminazione della piazza e dei principali palazzi della città.

Elenco nominativo delle 12 coppie faentine sposate l’ 8 settembre 1824 nella cattedrale.

Ordine

coppia

Marito

Moglie

paternità parrocchia mestiere
Savioli

Luigi

Giuseppe S. Vitale secondino

delle carceri

Monti

Margarita

Fu

Tommaso

S. Antonino

Borgo

tessitrice
Dal Pozzo

Carlo

Fu

Giuseppe

S. Antonino

Borgo

calzolaio
Maccolini

Antonia

Fu

Andrea

S. Michele tessitrice
Scarzani

Domenico

Fu

Martino

S. Antonino

Borgo

sartore
Ferniani

Catterina

Fu

Giuseppe

S. Lorenzo sartrice
Dal Pozzo

Luigi

Fu

Giuseppe

S. Ippolito bracciante
Bertoni

Antonia

Gian Filippo S. Antonino

Borgo

filatrice
Zoli

Savino

Fu

Francesco

S. Antonino

Borgo

canepino
Brunetti

Angela

Fu

Agostino

S. Stefano tessitrice
Tamburini

Sante

Fu

Domenico

S. Antonino

Borgo

carattiere
Montanari

Anna

Giovanni S. Marco tessitrice
Toschi

Giovanni

Fu

Pietro

S. Marco selcino
Liverani

Angela

Fu

Andrea

S. Antonino

Borgo

sartrice
Albonetti

Giuseppe

Pietro S. Vitale calzolaio
Berardi

Maddalena

Fu

Michele

S. Antonino

Borgo

tessitrice
Benedetti

Giuseppe

Domenico S. Severo bracciante
Dalmonte

Teresa

Angelo Commenda del

Borgo

tessitrice
10° Casadio

Fortunato

S. Lorenzo canepino
10° Liverani

Luigia

Lorenzo Commenda del

Borgo

tessitrice
11° Lisandrini

Basilio

Giuseppe Commenda del

Borgo

bracciante
11° Galassi

Domenica

Antonio S. Savino sartrice
12° Dal Monte

Antonio

Fu

Giuseppe

S. Antonino

Borgo

bracciante
12° Martini

Domenica

Fu

Giuseppe

Ganga filatrice

 

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