La cavalleria medievale

cavaliereLa cavalleria medievale

In Francia e in Inghilterra si usavano due distinte terminologie per designare il combattente a cavallo o il vero e proprio membro di un ordine cavalleresco: in francese il primo si chiama cavalier e il secondo chevalier; in inglese si ha cavalry e chivalrie, oltre al termine knight come titolo onorifico ben distinto da rider, che si può dire di chiunque vada a cavallo.

Il re dei franchi e i suoi guerrieri

Ai Placiti generali (assemblee) che si tennero al tempo di Carlo Magno, come pure a quelli tenuti sotto i suoi predecessori Carlo Martello e Pipino III, partecipavano i fedeli del re (conti, marchesi, missi) e i suoi maggiori vassalli, dotati di un feudo di grandi dimensioni. Vi partecipavano inoltre i vescovi e gli abati. L’assemblea dei grandi dava la sua, generalmente del tutto scontata, approvazione ai capitolari (le leggi).

Lo scopo dei Placiti era anche quello di rinforzare con il periodico contatto diretto i rapporti personali fra il re e i suoi fedeli, dai quali dipendeva la solidità del regno. La società franca era una società guerriera e la riunione dei suoi capi aveva come scopo principale quello di organizzare le campagne di guerra. La primavera era la stagione adatta per dar loro inizio e perciò le assemblee si svolgevano nel mese di marzo (“campi di marzo”). Il crescere dell’importanza della cavalleria portò però a constatare che marzo era un appuntamento troppo precoce, perché in quella stagione la crescita delle erbe adatte a foraggiare i cavalli non era ancora completata. Dal 755 Pipino III spostò di due mesi la riunione dell’assemblea, cui seguiva immediatamente la convocazione dell’esercito, e i campi di maggio sostituirono quelli di marzo.

La durata della campagna era normalmente stabilita in tre mesi a partire dal momento in cui l’esercito avesse raggiunto il confine con la terra dei nemici; ciò significava che la guerra sarebbe durata circa fino a novembre, venendo interrotta dai primi freddi e dall’esaurimento della disponibilità di foraggi direttamente sui campi.

L’obbligo di rispondere all’eribanno (la chiamata alle armi) gravava su tutti gli uomini liberi, ma occorreva essere proprietari di un minimo di quattro mansi (circa 30-50 ettari). L’equipaggiamento per la guerra era tutto a carico del soldato stesso e consisteva, al minimo, di una lancia, uno scudo, un arco con dodici frecce; era espressamente vietato presentarsi armati solo di un bastone. Era tenuto a prestare servizio di cavalleria chi possedeva almeno dodici mansi. Si trattava di una ragguardevole proprietà di 120-150 ettari, ma anche il costo dell’equipaggiamento da cavaliere era molto elevato.

Il segreto dei successi militari di Carlo Magno si fondava, in gran parte, nell’uso massiccio della cavalleria. Di fronte ai cavalieri franchi, armati e protetti con un uso eccezionalmente abbondante di ferro, gli eserciti appiedati dei sassoni, dei bavari o dei longobardi avevano ben poche possibilità di evitare l’annientamento. È difficile fare stime sull’ammontare complessivo delle forze militari franche. La cavalleria pesante, una specialità della Francia, difficilmente poteva contare più di 4 o 5 mila uomini. Il resto dell’impero poteva fornire altrettante unità di cavalleria leggera, che combattevano senza armatura e su cavalli meno selezionati. Quanto alla fanteria, le stime più generose arrivano a 100 mila uomini, ma molti storici ritengono più prudente ridurre alla metà questa cifra. Non tutte le forze disponibili erano mobilitate nelle varie campagne, in cui erano impiegati dai dieci ai ventimila combattenti. Al momento della battaglia quello che contava era la carica dei due o tremila cavalieri pesanti.

L’ascesa della cavalleria

Nei secoli dal VII al X la cavalleria divenne il nucleo vitale degli eserciti europei sostituendo la fanteria. Fin dall’alto Medioevo si formò la classe dei cavalieri, cioè di coloro che potevano disporre a proprie spese di un cavallo, della spada, dello scudo e dell’armatura.

Decisiva nello sviluppo della cavalleria fu l’introduzione della staffa, che assicurava al cavaliere una maggiore stabilità e che aumentò notevolmente l’efficacia della carica frontale. Essa si diffuse nell’VIII-IX secolo fra le truppe franche, ma in realtà solo pochi erano in grado di sostenere l’elevato costo dell’equipaggiamento militare e di praticare il combattimento d’urto frontale, basato sull’uso combinato della lancia e della staffa e rivolto a sbalzare di sella l’avversario. Questa tecnica richiedeva un duro allenamento, praticato con la carica contro dei manichini (quintana) o con battaglie simulate fra gruppi di cavalieri. Tornei e giostre divennero spettacoli che richiamavano un folto pubblico ma la Chiesa li proibì per il loro carattere cruento. I cavalieri avevano il compito di aiutare il principe, a cui erano legati da vincoli di vassallaggio, nella difesa dei deboli (chierici, monaci, donne, vedove, poveri, orfani) e nella tutela dell’ordine. La cavalleria divenne presto un gruppo sociale tendenzialmente chiuso ed ereditario, dati i grandi privilegi e vantaggi materiali di cui i cavalieri godevano.

L’ideale cavalleresco

Il codice d’onore dei combattenti a cavallo si ispirò all’inizio a valori puramente militari quali la forza fisica, l’abilità nell’uso delle armi e il coraggio, ma si ispirò in seguito anche a valori etici quali la fedeltà e il cameratismo, la lealtà e generosità verso i nemici. Nel XII secolo la Chiesa cercò di definire le qualità morali del cavaliere: coraggio, fedeltà al sovrano, lealtà nel combattimento, obbligo di difendere la chiesa e la cristianità, proteggere i deboli e combattere gli infedeli. La cerimonia della vestizione, in origine laica e militare, assunse una connotazione religiosa, con un rituale formalizzato e simboli specifici. Il cavaliere divenne il “soldato di Cristo” e con le crociate nacquero gli ordini cavallereschi.

Nei secoli XII e XIII, che segnarono l’apogeo della cavalleria, si sviluppò una specifica ideologia che fissava modelli di comportamento e virtù del cavaliere. I romanzi cavallereschi cominciarono a presentare l’immagine del cavaliere ideale, che si conforma ai suoi svariati doveri morali e anche religiosi e tiene un comportamento “cavalleresco”. Il cavaliere doveva lottare contro i malvagi, proteggere i deboli e gli inermi, sostenere la Chiesa e la fede cristiana. Il passaggio dal combattente valoroso e brutale al difensore della fede si può cogliere nei romanzi in versi di Chrétien de Troyes (1160 – 1190) che presentano personaggi come re Artù, Lancillotto e i cavalieri della tavola rotonda o come quello di Perceval, alla ricerca del Santo Graal, la coppa che raccolse il sangue di Gesù Cristo.

Nella Francia del XII secolo fiorì nelle corti dei grandi signori feudali un’ideologia cavalleresca che ai valori originari si aggiunsero quelli della prodezza (cioè del coraggio e dell’abilità nel maneggiare le armi), della generosità (ovvero del disinteresse per le ricchezze) e soprattutto della “cortesia” (la capacità di attenersi a un particolare codice di comportamento verso le dame dell’aristocrazia). La stilizzazione dell’ideale cavalleresco si manifestò nei tornei, combattimenti simulati, regolati da norme rigorose, e nella fioritura dell’amor cortese in tutte le corti europee.

Nei secc. XIV e XV il rafforzamento delle monarchie nazionali e l’ascesa dei ceti mercantili, che insidiava il monopolio nobiliare della ricchezza, portarono a una crisi del ruolo del cavalleria. La nomina a cavaliere, prerogativa del sovrano, non fu più legata necessariamente al tradizionale ruolo militare, ma divenne uno strumento di cui i re si servirono per legare a sé e controllare i ceti aristocratici.

Crisi e tramonto della cavalleria

Durante il Medioevo, la cavalleria dominò incontrastata sui campi di battaglia fino al XIV secolo. L’apice della gloria dei cavalieri medievali fu costituito dalle Crociate, ma la crisi iniziò subito dopo, con la creazione delle milizie cittadine e la diffusione delle armi da fuoco, che costrinsero la cavalleria ad adeguarsi a nuove tattiche e ad adottare armi diverse da quelle tradizionali. Restò un’eredità di valori e di miti che sarebbero durati nei secoli successivi.

L’impiego della cavalleria, coordinata però strettamente alla fanteria ebbe ancora grande peso fino all’inizio del XIX secolo. Poi i progressi tecnici avvenuti nel corso dell’Ottocento nel campo degli armamenti condannarono la cavalleria a una lenta ma inesorabile decadenza. Lo sviluppo del motore a scoppio, assieme a nuove tecniche di corazzatura, permise la creazione dei mezzi blindati, che diedero il colpo di grazia alla cavalleria. Reparti di cavalleria tuttavia continuarono a rimanere negli organici di numerosi eserciti fino alla II guerra mondiale.

 

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