Teorie economiche: il liberismo.

AdamSmithTeorie economiche: il liberismo.

Lo sviluppo capitalistico e la rivoluzione industriale in Inghilterra determinarono la nascita di nuove teorie economiche. L’Inghilterra era già divenuta un paese industriale nella seconda metà del Settecento e per gran parte dell’Ottocento essa fu per circa un secolo in forte vantaggio nella competizione con gli altri paesi europei, come la Francia e la Germania.

Nella nuova società dominata dalla mentalità della borghesia, si passò da una concezione statica della ricchezza a una concezione dinamica: la ricchezza non è più vista come mero accumulo di beni e di denaro ma come denaro impiegato in attività che generino altro denaro. Il capitale è appunto denaro non viene dissipato nell’acquisto di beni di lusso ma investito in attività produttive.

Nella nascente società capitalistica si affermò il liberismo, una teoria economica secondo la qualeil commercio e l’industria sono favoriti dalla libera circolazione delle merci e dall’assenza si dazi doganali che la ostacolino. Il libero scambio e la libera circolazione delle merci favoriranno la diminuzione dei loro prezzi, con vantaggio per chi le acquista.

Secondo i liberisti, inoltre, lo Stato e le istituzioni non devono intervenire nelle attività economiche: il mercato funziona in base a leggi razionali (come quella della domanda e dell’offerta) ed è in grado di regolamentarsi da solo.

Uno dei maggiori teorici del liberismo fu l’inglese Adam Smith, considerato il padre dell’economia politica classica. La sua opera più importante è l’Indagine sulla natura e sulle cause della ricchezza delle nazioni (1776), in cui sostiene che il benessere dell’individuo coincide con quello della società: l’individuo che persegue il proprio interesse finisce per assicurare l’interesse della società. Non bisogna temere che la ricerca del proprio interesse da parte degli individui possa danneggiare la società, perché al contrario essa la rafforza.

Andando nettamente contro la mentalità tradizionale che lo disprezzava, Adam Smith sostenne che il lavoro è la fonte principale di ogni ricchezza: se alcune forme di lavoro consumano ricchezza e sono improduttive (per esempio il lavoro del servitore), ce ne sono altre che aumentano la ricchezza e sono quindi produttive (il lavoro dell’operaio, del contadino, dell’artigiano). Scrive:

Vi è una specie di lavoro che accresce il valore dell’oggetto al quale è destinato; ve ne è un’altra che non ha questo effetto. La prima, in quanto produce valore, può essere detta lavoro produttivo; l’altra lavoro improduttivo. Così il lavoro di un operaio generalmente aggiunge al valore dei materiali che lavora quello del suo mantenimento e del profitto del suo padrone. Il lavoro di un servitore, invece, non incrementa il valore di nulla.

Sebbene il datore anticipi il salario all’operaio, quest’ultimo in realtà non gli costa nulla, poiché il valore del suo salario viene ricuperato, con un profitto. Mentre il mantenimento di un servitore non viene mai ricuperato.

Si diventa ricchi assumendo una quantità di operai, ma si diventa poveri mantenendo una quantità di servitori.

Smith elaborò la teoria della divisione del lavoro, secondo cui la produttività dell’operaio di fabbrica è nettamente superiore alla produzione artigianale. Essa si basa sulla divisione del ciclo produttivo in operazioni distinte da assegnare a gruppi di operai che vi si specializzano, senza la necessità di conoscere gli altri elementi del ciclo produttivo. Mentre l’artigiano conosceva e partecipava a tutto il ciclo della produzione, nella fabbrica moderna l’operaio svolge una sola operazione semplice e ripetitiva.

Illuminismo

 

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