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Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

All’assalto col Jolly Roger

Navi, bandiere, abbordaggi, codici, processi e impiccagioni.

 

Le navi dei pirati

Le navi dei pirati dovevano avere tre caratteristiche: essere veloci, affidabili e bene armate. Molti pirati utilizzavano sloop di piccole dimensioni, apprezzabili soprattutto per la loro velocità e per la relativa facilità con cui potevano essere mantenuti in buone condizioni, carenandoli regolarmente. Tuttavia alcuni pirati, come Bartholomew Roberts e Barbanera, comandavano vere e proprie navi da guerra, che entravano in azione con una flottiglia di supporto.

 

La bandiera dei pirati

Le navi pirata generalmente non mascheravano le loro intenzioni ostili. Talvolta esse usavano bandiere di nazioni amiche ma più frequentemente issavano bandiere proprie, rosse o nere, decorate con teschi o altri simboli. Il Jolly Roger, vessillo nero con un teschio bianco e due tibie incrociate è stato considerato il simbolo dei pirati nel mondo occidentale, tuttavia le bandiere pirata assunsero svariate versioni personalizzate. I pirati usarono frequentemente la bandiera rossa, che sembra fosse più terrorizzante di quella nera, perché indicava che non ci sarebbe stata alcuna pietà nei confronti delle vittime. Anche le immagini raffigurate variavano: cuori sanguinanti, palle di cannone infuocate, clessidre, spade e scheletri. Lo scopo era in ogni caso quello di incutere terrore alle vittime, attraverso immagini che richiamassero morte e violenza. Il termine inglese Jolly Roger deriverebbe secondo alcuni dal francese Jolie Rouge e indicherebbe la bandiera rossa, mentre per altri indicherebbe il diavolo, detto Old Roger (vecchio Roger).

 

Il bottino

Una volta avvistata la preda, l’equipaggio afferrava le armi e correva al proprio posto. Il timoniere portava a tutta velocità la nave sulla scia dell’altra. Il capitano faceva sparare colpi di cannone per intimare la resa. Accostatisi alla preda, i pirati la agganciavano, servendosi di grappini d’arrembaggio. Al comando del capitano la ciurma si arrampicava e balzava sul ponte nemico.

Spesso i mercantili attaccati dai pirati non opponevano resistenza, da un lato perché si rendevano conto che era impossibile resistere, considerata la superiorità dell’avversario, dall’altro perché contavano sul fatto che una resa immediata avrebbe reso più clementi gli aggressori.

I pirati erano certamente interessati a procurarsi ricchezze, ma i favolosi tesori dei pirati spesso erano solo delle leggende. Tra i più noti e documentati tesori vi sono quelli di Capitan Kidd e di Sam Bellamy. Il bottino dei pirati consisteva, tuttavia, anche in cibo, bevande e attrezzature navali di ricambio per le proprie imbarcazioni.

Nella maggior parte degli attacchi i pirati impiegavano una sola nave e catturavano solo raramente mercantili di grandi dimensioni. Un caso singolare fu l’attacco dello sloop Sultana, capitanato dal pirata Sam Bellamy, che attaccò e catturò la grande nave negriera Whydah, che stava tornando in Inghilterra. Il bottino fu enorme (tra le 20000 e le 30000 sterline) e Bellamy si trasferì a bordo della Whidah, una nave da 28 pezzi d’artiglieria.

 

Il codice dei pirati

I codici più famosi che ci sono giunti sono quelli redatti da Bartholomew Roberts, John Phillips, Edward Lowe e George Lowther.

Alcune delle regole del codice di Bartholomew Roberts erano le seguenti:

  • Ognuno aveva il diritto al voto, a provviste fresche e alla razione di liquore.
  • Nessuno doveva giocare a carte o a dadi per denaro.
  • I lumi delle candele dovevano essere spenti alle otto.
  • I pirati dovevano tenere le proprie armi sempre pronte e pulite.
  • Donne e fanciulli non potevano salire a bordo della nave.
  • Chi disertava in battaglia veniva punito con la morte o con l’abbandono in mare aperto.

Tra i pirati il capitano era eletto dalla ciurma, che poteva anche sostituirlo se non dimostrava di avere doti di leader e di combattente. Il codice introduceva anche la regola del Parlè, secondo cui chi vi si appellava doveva essere al sicuro dalla tortura e non poteva essere ucciso per tutta la sua durata. Inoltre, si stabilivano anche le norme di disciplina da seguire in battaglia, i criteri di ripartizione del bottino, il compenso spettante ai pirati feriti o mutilati.

 

Processi e impiccagioni

I pirati giudicati colpevoli dai tribunali erano condannati al patibolo, ma nel XVI secolo molti potevano sperare di cavarsela. A cavallo del 1700 il numero di impiccagioni crebbe però notevolmente, anche perché fu varata una legge che prevedeva la possibilità di processare e giustiziare i pirati in loco, subito dopo la cattura, senza l’obbligo di condurli a Londra. Inoltre, la durata dei processi divenne in genere molto più breve, non più di qualche giorno.

In Inghilterra i pirati venivano impiccati sulla sponda settentrionale del Tamigi, un chilometro e mezzo a valle dalla Torre di Londra. I pirati erano impiccati al livello della bassa marea, per dimostrare che il crimine commesso, rientrava sotto la giurisdizione dell’Ammiragliato. Dopo l’impiccagione, i corpi venivano lentamente sommersi  dalle acque della marea crescente ed era usanza lasciar passare tre maree prima di rimuovere i cadaveri. Le ultime parole dei condannati erano spesso pubblicate, per soddisfare la morbosa curiosità del pubblico e tutte le impiccagioni dei pirati erano pubbliche. I cadaveri dei pirati più noti venivano esposti lungo il Tamigi, ricoperti di pece per conservarli il più a lungo possibile e inseriti in una sorta di gabbia fatta di cerchi di ferro e catene.

L’impiccagione di William Kidd nel 1701 attirò una gran folla nel luogo dell’esecuzione. Il cappio si ruppe al primo tentativo così il condannato fu impiccato una seconda volta. Il cadavere incatenato ad un palo, fu sommerso tre volte dalla marea. Il suo corpo fu ricoperto di pece per evitarne la decomposizione e appeso in una gabbia alla forca di Tilbury Point.

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