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Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

America ed Europa davanti alla crisi

Nei mesi che seguirono l’ottobre 1929, la produzione industriale andò rapidamente crollando in tutti i paesi del mondo, con l’eccezione dell’URSS, del Giappone e dei paesi scandinavi.

La tabella seguente, posta uguale a 100 la produzione industriale dell’ottobre 1929, riporta la situazione nei vari paesi nel 1932:

U.R.S.S. 183 Olanda 84 Francia 72 Polonia 63
Giappone 98 Regno Unito 84 Belgio 69 Canada 58
Norvegia 93 Romania 82 Italia 67 Stati Uniti 53
Svezia 89 Ungheria 82 Cecoslovacchia 64 Germania 53

Sul piano internazionale, la crisi si manifestò con la contrazione del commercio che comportò l’adozione da parte dei diversi paesi di dazi doganali nei confronti dei prodotti esteri. La Società delle Nazioni convocò una riunione nel febbraio del 1930 per una sorta di tregua doganale che però non fu mai attuata.

La disoccupazione superò nel 1932 i 25 milioni di unità e colpì maggiormente i paesi industrializzati, dove le possibilità di lavoro agricolo erano minori. In molti paesi la crisi fu aggravata dal ritiro dei capitali che gli Stati Uniti vi avevano investito: fu questo uno dei fattori che fecero precipitare l’economia tedesca e che determinarono in Germania l’ascesa al potere di Hitler.

Il 1933 segnò l’inizio della ripresa, che però non avvenne contemporaneamente in tutti i paesi. Essa culminò nel 1937, facendo ritenere che ci sarebbe stata una nuova fase di sviluppo, ma già sul finire di quell’anno si poterono rilevare i segni di una nuova recessione, che non si verificò solo perché il mondo aveva ormai imboccato la strada del riarmo e della guerra.

Per cogliere la differenza tra le risposte alla crisi date in America e in Europa, bisogna tenere presenti le diverse caratteristiche dello sviluppo economico-sociale. Negli Stati Uniti si era già affermata la produzione di beni di consumo di massa che in Europa era molto meno sviluppata. Nel 1928 si producevano negli Stati Uniti quasi cinque milioni di autovetture, mentre la Francia, il principale produttore europeo, non raggiungeva che le 223 000 e la Germania le 90 000.

In America circa 12 milioni di appartamenti disponevano di un apparecchio telefonico, mentre la Germania, non ne contava che 3,2 milioni. Alla fine degli anni Trenta un quarto delle famiglie americane disponeva di una lavatrice mentre l’80% utilizzava il frigorifero. Negli Usa nel 1949 si producevano 11,9 milioni di radio, 2,7 milioni di frigoriferi, 2,6 milioni di ferri da stiro elettrici, 1,5 milioni di lavatrici, 2,3 milioni di tostapane, 1,3 milioni di aspirapolvere, 1,9 milioni di ventilatori. Alla vigilia della seconda guerra mondiale gli stessi elettrodomestici nelle case degli italiani, se si esclude la radio, erano pressoché sconosciuti.

L’industria americana dipendeva da un mercato interno caratterizzato dai consumi di massa; l’industria europea non aveva questa connotazione, e dipendeva molto di più dalla spesa pubblica o dai mercati coloniali, che dai consumi dei propri cittadini. Questa situazione spiega in parte perché in Europa il progetto keynesiano di sconfiggere la crisi attraverso il rilancio della domanda interna non ebbe successo, mentre negli Usa rappresentò il nucleo teorico del New Deal.

John Maynard Keynes

Il sistema economico capitalistico parve essere sull’orlo di un completo collasso. L’economista John Maynard Keynes (1883-1946), nel suo libro La teoria generale dell’occupazione, interesse e moneta, cercò di far capire che cosa fosse successo al capitalismo, al fine di permetterne la conservazione.

La depressione nasce dal fatto che una riduzione del volume degli investimenti comporta una riduzione della produzione, da cui consegue una riduzione dell’occupazione e dei consumi, che a sua volta incide negativamente sulle prospettive di guadagno di altri imprenditori, facendo diminuire ulteriormente gli investimenti. Si genera così una reazione a catena per cui occupazione, produzione, prezzi e profitti diminuiscono e in particolare, gli imprenditori non hanno convenienza a investire il denaro.

Secondo Keynes lo Stato può cercare di arrestare questo circolo vizioso (riduzione di investimenti – riduzione di consumi – di nuovo riduzione degli investimenti e via di seguito) attraverso una qualificata spesa pubblica addizionale che può invertire la tendenza, attraverso il rilancio dei consumi.

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