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Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

La campagna di Russia

 

https://marcomeschini.me/2013/06/25/la-campagna-di-russia-di-napoleone-nel-1812/ 

La campagna di Russia, avviata nel giugno 1812 con enorme dispendio di uomini e di mezzi, finì con la disastrosa sconfitta della Grande Armée e fece nascere una nuova coalizione antinapoleonica. 

 

Verso la campagna di Russia

La pace di Tilsit (1807), che pure aveva prospettato la possibilità di un’alleanza tra Napoleone e lo zar Alessandro, poggiava su basi instabili: i contrastanti interessi concreti di politica di potenza e di politica economica dei due stati rendevano difficile una collaborazione sincera e prolungata.

I contrasti strategici tra l’Impero napoleonico e l’Impero russo erano alimentati dalle conseguenze negative, per la Russia, del blocco continentale, cui lo zar era stato costretto ad aderire. Le difficoltà francesi in Spagna e la minaccia di una quinta coalizione antifrancese, che si stava profilando nel 1808, diede maggior potere contrattuale allo zar, al quale Napoleone fece alcune concessioni senza però riuscire a ottenere il suo sostegno contro l’Austria. In seguito, la decisione di Napoleone di sposare Maria Luisa d’Austria (1810), accantonando la proposta di matrimonio dinastico con la sorella dello zar Anna Pavlovna non fece che accentuare la distanza tra i due imperatori e fece fallire le trattative sul futuro assetto della Polonia.

La designazione nel 1810 del maresciallo Jean-Baptiste Bernadotte come erede al trono di Svezia, peraltro accettata da Napoleone senza grande entusiasmo, fu per lo zar motivo di preoccupazione, anche se presto il maresciallo lo rassicurò sulle sue intenzioni e successivamente firmò con la Russia un patto di non aggressione.

Sul piano economico, l’adesione della Russia al Blocco continentale aveva avuto effetti disastrosi per l’economia e i commerci del paese. Le esportazioni di grano, canapa e legname verso la Gran Bretagna si erano interrotte, senza che i commercianti russi potessero trovare sbocchi alternativi per i loro prodotti. La Francia non necessitava dei prodotti russi, mentre invece esportava in Russia beni di lusso, profumi e liquori che non potevano sostituire i prodotti di prima necessità di cui il paese aveva bisogno.

Le proteste di mercanti e produttori indussero lo zar Alessandro a favorire la ripresa del commercio con l’Inghilterra su navi “presumibilmente neutrali” nel Mar Baltico. Inoltre, il 31 dicembre 1810 lo zar promulgò un ukaz che liberalizzava il commercio neutrale e stabiliva una serie di pesanti tasse doganali sui prodotti di lusso francesi importati via terra. 

L’orientamento antifrancese di molti dei consiglieri dello zar, la crescente distanza sulle prospettive geopolitiche e il rifiuto del blocco continentale da parte della Russia portarono così alla rottura dell’alleanza franco-russa stabilita a Tilsit, aprendo la strada alla guerra tra le due potenze.

Inizialmente i tentativi di Alessandro di convincere Austria e Prussia a coalizzarsi contro Napoleone non ebbero successo. Al contrario Napoleone, dalla sua posizione di forza, poté imporre ai due stati da lui ripetutamente sconfitti una forzata alleanza contro la Russia, costringendoli a fornire uomini e mezzi per la campagna militare. Era evidente, tuttavia, che Prussia e Austria avevano aderito con scarso entusiasmo e che confidavano segretamente in una sconfitta di Napoleone e in un successo della Russia.

Lo zar, intanto, aveva ottenuto alcuni importanti successi diplomatici:
  • in contrasto con la Francia a causa del blocco continentale, la Svezia di Bernadotte si alleò militarmente con la Russia;
  • la fine delle ostilità con l’Impero Ottomano permise allo zar di richiamare una parte delle truppe impegnate su quel fronte.

Gli ultimi tentativi di trovare un’intesa fallirono e Napoleone decise di ricorrere alla guerra. 

 

La Grande Armée 

Il 24 giugno 1812 la Grande Armata di quasi 700.000 soldati, la più grande concentrazione militare mai costituita in Europa prima di allora, attraversò il fiume Niemen e avanzò verso Mosca.

Nell’armata i soldati francesi erano oltre 300.000, mentre gli altri appartenevano a ogni nazionalità presente nel vasto impero napoleonico. 

Facevano parte della Grande Armée:

Austriaci, Polacchi, Tedeschi della Confederazione del Reno, Bavaresi, Sassoni, Prussiani, Tedeschi del Regno di Westfalia e di altri piccoli Stati tedeschi, Italiani del Regno d’Italia e del Regno di Napoli, Svizzeri, Olandesi, Belgi, Spagnoli bonapartisti, Croati e Portoghesi simpatizzanti di Napoleone.

Lo sforzo militare fu enorme, specialmente considerando che c’erano ulteriori 300.000 soldati che combattevano in Spagna e più di 200.000 che presidiavano la Germania e l’Italia.

La Grande Armée era costituita nel modo seguente:

 

L’esercito russo

L’esercito russo all’inizio della campagna era numericamente inferiore (presumibilmente tra i 400 e i 500 mila uomini, anche se i dati sono controversi). Inoltre, nonostante i notevoli miglioramenti organizzativi, presentava carenze strutturali e i suoi comandanti erano divisi sulle strategie da adottare contro l’invasore. 

L’esercito russo era diviso in tre principali contingenti: 

Due forze di riserva, complessivamente di circa 150.000 uomini, erano a supporto delle tre forze in prima linea. 

Nel corso del conflitto furono compiuti da parte dei Russi notevoli sforzi per incrementare gli effettivi dell’esercito e in settembre le truppe dello zar potevano contare su un numero di uomini di gran lunga superiore, cui si aggiungevano le truppe irregolari cosacche.

 

Le prime fasi della campagna

Napoleone diede inizio alla campagna con l’attraversamento del Niemen, che si svolse tra il 23 e il 25 giugno 1812 senza difficoltà e senza resistenza. Il piano dell’imperatore intendeva sfruttare la mancata concentrazione delle armate dei generali Barclay e Bagration che erano ancora separate, marciare rapidamente su Vilna per interporsi tra le due masse nemiche e agganciare e sconfiggere le forze russe della Prima armata. 

Contemporaneamente all’attraversamento dell’armata principale francese, passarono il fiume anche le forze del maresciallo Macdonald a Tilsit, mentre l’armata di Girolamo venne trattenuta a ovest di Grodno, senza attraversare il Niemen fino al 30 giugno per ritardare le forze del generale Bagration.

La marcia forzata su Vilna si concluse il 28 giugno e la città fu occupata senza combattere. Ma l’avanzata aveva già affaticato le truppe e disorganizzato il sistema di vettovagliamento. Il tempo instabile con violenti temporali alternati a caldo torrido e le strade in condizioni pessime sfiancarono le truppe. I soldati, inoltre, esaurirono rapidamente le razioni, previste solo per circa venti giorni, e iniziarono a saccheggiare il territorio.

Napoleone, dopo aver visto fuggire l’armata del generale Barclay, decise di organizzare una manovra per attaccare e distruggere l’armata del generale Bagration prima che potesse congiungersi con le forze principali russe. Tuttavia, anche per la scarsa decisione dei suoi luogotenenti, la manovra non raggiunse i risultati decisivi attesi dall’imperatore.

L’inseguimento dei Russi da parte della Grande Armée proseguì, nella speranza di poter giungere a uno scontro risolutivo, ma Barclay e Bagration vi si sottrassero e riuscirono a ricongiungersi a Smolensk.

Napoleone decise di continuare l’avanzata fino a Smolensk, dove riteneva di poter finalmente combattere una grande battaglia, e vi giunse il 16 agosto. Ma anche questo tentativo dell’imperatore di infliggere una sconfitta decisiva al nemico fallì. 

 

La battaglia di Smolensk

Dopo una giornata di intensi bombardamenti che devastarono la città, l’attacco francese venne sferrato il 17 agosto 1812 ma incontrò un’accanita resistenza da parte delle truppe russe che difendevano i sobborghi meridionali e la fortezza della città.

La battaglia di Smolensk costò numerose perdite ad ambo le parti e al termine della giornata i Russi mantenevano ancora il controllo della fortezza. La mattina del 18 agosto i primi reparti polacchi e francesi entrarono a Smolensk, distrutta dagli incendi e piena di feriti e cadaveri, ma il grosso delle truppe di Barclay e di Bagration riuscì a ritirarsi verso Est, abbandonando Smolensk e ripiegando verso Mosca. Si sarebbe fermato solo a Borodino, a 350 chilometri da Smolensk.

 

Le difficoltà della campagna e la tattica russa

Napoleone tra il passaggio del Niemen e Smolensk aveva perso circa 100.000 uomini e un gran numero di cavalli, a causa delle marce sfiancanti, del caldo torrido alternato a violenti temporali, degli scarsi rifornimenti e delle malattie. L’avanzata si svolgeva su un terreno privo di ogni risorsa e abbandonato dai contadini che distruggevano i villaggi prima di fuggire. Le truppe russe avevano l’ordine di non lasciare nulla al nemico e le retroguardie devastavano e incendiavano i depositi e i beni materiali disponibili.

Napoleone si rese conto dei pericoli della situazione e delle implicazioni politiche di una sua lunga assenza dalla Francia, isolato nel cuore della Russia. Valutate diverse possibili opzioni, si convinse che la conquista di Mosca potesse rappresentare un colpo decisivo per la capacità di resistenza dei Russi, così decise di lasciare Smolensk e il 25 agosto riprese l’avanzata verso oriente.

Nel frattempo lo zar decise di nominare comandante supremo dell’esercito l’anziano, esperto e prestigioso generale Michail Kutuzov (20 agosto), che in un primo momento accondiscese alle richieste dei generali e della nobiltà di condurre la guerra in modo più energico e decise di affrontare una grande battaglia difensiva nei pressi di Mosca.

 

La battaglia di Borodino

Dopo essere entrato a Gzansk, Napoleone apprese che finalmente l’esercito russo si era fermato circa cinquanta chilometri più a Est, vicino al villaggio di Borodino. Le truppe nemiche si stavano trincerando e sembravano intenzionate a combattere. 

La battaglia di Borodino ebbe luogo il 7 settembre 1812 e fu uno dei più duri e sanguinosi scontri delle guerre napoleoniche. Napoleone, avendo rilevato la debolezza dell’ala sinistra russa, passò con la massa delle sue forze a Sud della strada maestra di Smolensk e sorprese inizialmente il nemico, le cui fortificazioni erano ancora incomplete. L’imperatore, desideroso di combattere finalmente la grande battaglia decisiva, utilizzò una tattica diretta di attacco frontale. 

Nonostante le numerose perdite, i Russi riuscirono a ripiegare con ordine su posizioni più arretrate, mantenendo la coesione e resistendo al micidiale fuoco dell’artiglieria francese. Alla fine della giornata i Francesi avevano conquistato, al costo di 35.000 perdite, le posizioni nemiche, ma l’esercito russo che pur aveva perso più di 40.000 uomini, non erano stato distrutto.

Il generale Kutuzov era riuscito a evitare una sconfitta campale definitiva e aveva fortemente indebolito l’armata francese, ma la situazione rimaneva difficile, le sue truppe erano provate dalle perdite e le prospettive di una nuova battaglia erano molto incerte. Egli quindi ordinò la ritirata verso Mosca.

 

L’incendio di Mosca

Kutuzov decise di rinunciare a difendere Mosca e considerò inevitabile abbandonare la città per conservare l’integrità dell’esercito.Tra il 13 e il 14 settembre l’esercito russo attraversò la città, mentre il governatore di Mosca decise di organizzare l’evacuazione della città. Mosca, che contava oltre 250.000 abitanti, fu abbandonata in massa dalla popolazione. Dopo l’esodo vi rimasero solo circa 25.000 persone.

Napoleone giunse a Mosca il 14 settembre 1812 e raggiunse la fortezza del Cremlino la mattina del 15 settembre, senza incontrare alcuna resistenza. L’imperatore fu sorpreso e turbato alla vista delle strade deserte della città, segno evidente del completo esodo della popolazione, e dall’assenza di deputazioni cittadine inviate ad accoglierlo.

Il 16 settembre Napoleone fu svegliato al Cremlino con la notizia che un grande incendio (fatto presumibilmente appiccare dal governatore Rostopčin) era scoppiato in città e si stava diffondendo in modo incontrollabile. L’imperatore stesso fu costretto ad abbandonare il Cremlino e a rifugiarsi a Palazzo Petrovskij, fuori città. 

Il gigantesco incendio proseguì fino al 18 settembre e distrusse i quattro quinti di Mosca, ma il Cremlino tuttavia rimase quasi intatto. La catastrofe provocò il collasso della disciplina tra le truppe che saccheggiarono disordinatamente le case per appropriarsi dei beni disponibili. Napoleone rientrò al Cremlino il 18 settembre e cercò di riportare l’ordine nell’esercito.

Bonaparte si rendeva tuttavia conto del progressivo aggravarsi della situazione: Kutuzov stava rafforzando l’armata russa; la guerriglia e gli attacchi della cavalleria cosacca mietevano vittime e fiaccavano sempre più il morale dei soldati; l’inverno russo (il generale inverno) era alle porte. Inoltre vi era il pericolo che un’assenza prolungata da Parigi favorisse complotti o sollevazioni contro di lui in Francia e nei territori dell’impero.

 

La partenza da Mosca

Nei giorni seguenti, Napoleone fece ripetuti tentativi di intavolare trattative di pace, regolarmente respinti dallo zar Alessandro, esortato a non cedere dalla corte e dai suoi consiglieri. Così Napoleone decise la ritirata e il 19 ottobre le truppe francesi abbandonarono Mosca, dopo 35 giorni di permanenza, dirigendosi verso Smolensk per la strada meridionale di Kaluga.

40.000 carri appesantivano i movimenti dei circa 100.000 militari. Non si trattava solo di provviste e munizioni, ma anche del bottino di Mosca, di feriti e di donne. Occorsero 5 giorni per coprire i primi 100 chilometri.

Kutuzov si mosse per bloccare la strada 40 chilometri a nord di Kaluga. Il 24 le avanguardie dei due eserciti si scontrarono a Malojaroslavetz. I Russi persero 7.000 uomini e i Francesi solo 4.000, ma i Russi potevano rimpiazzare le loro perdite mentre i Francesi no.

Il 25 ottobre Napoleone decise di abbandonare la marcia verso Kaluga e di dirigersi verso Smolensk attraverso l’itinerario già percorso durante l’avanzata estiva. Questo itinerario più diretto poteva consentire di guadagnare tempo, ma l’esercito avrebbe riattraversato un terreno già devastato dalla guerra e privo di risorse. Intanto il tempo era nettamente peggiorato: cadde la prima neve e la temperatura scese a -4 °C. 

 

Il generale inverno

Il generale Kutuzov si limitò a seguire la colonna nemica. Il generale russo continuò ad adottare una strategia di attesa, contando di logorare progressivamente i Francesi durante la ritirata, grazie al concorso dell’inverno russo e dei partigiani, senza necessità di una grande battaglia campale. I cosacchi stavano diventando un serio pericolo: in continuo movimento, apparivano all’orizzonte sui fianchi dell’armata e colpivano rapidamente e di sorpresa i soldati in ritirata.

Il 29 ottobre l’esercito francese passò per Borodino e il 31 era Vjazma, con un numero di uomini ormai ridotto a 65.000. Gli altri erano morti di fame, di freddo e di malattia.

Il 3 novembre il generale Miloradovic attaccò la retroguardia dei Francesi, che persero 4.000 soldati in combattimento, mentre altri 3.000 furono fatti prigionieri. 

Sempre più uomini morivano di fame e di freddo. Il 7 novembre iniziarono le bufere di neve, con temperature molto basse e scarsa visibilità. I cavalli morirono a migliaia e i soldati, in mancanza di viveri, si nutrivano della loro carne. Ci furono anche episodi di cannibalismo. Dopo estenuanti marce, le truppe non trovavano alcun riparo dalle intemperie. I feriti erano spesso abbandonati senza cure. I carri pieni di bottino dovettero essere abbandonati, così come gran parte dei cannoni.

Tra il 9 e il 13 novembre arrivarono a Smolensk 41.000 uomini, con una temperatura di -26 °C. In 20 giorni le forze francesi erano più che dimezzate.

 

L’attraversamento della Beresina

Le tre armate russe si stavano sempre più avvicinando e il cerchio si chiudeva intorno a Napoleone, che rimase a Smolensk fino al 12 novembre. Poi diede l’ordine di partire verso Orsa. In testa la Guardia con Napoleone, poi Eugenio, poi Davout e infine la retroguardia di Ney, di circa 6000 uomini, che lasciò Smolensk il 17 novembre.

A Krasnoe 20.000 uomini, al comando di Miloradovic, si inserirono tra l’avanguardia e le truppe di Eugenio. Napoleone intervenne e liberò la strada anche per Davout, ma Ney era troppo indietro e non riuscì a passare. Solo 900 superstiti della sua retroguardia, sfuggiti ai Russi, arrivarono a Orsa il 21 novembre.

Poiché i Russi avevano occupato Borisov, dove si trovava l’unico ponte per l’attraversamento della Beresina, a Napoleone non rimase che cercare un passaggio alternativo. Egli decise di attraversare il fiume nei pressi del villaggio di Studienka, una zona non controllata dai Russi. Così il 25 novembre ordinò al generale del genio Eblé di costruire un ponte per la fanteria e uno per la cavalleria e l’artiglieria. Il 26 i due ponti erano pronti e iniziò il passaggio delle truppe. A sera Eugenio e Davout erano passati dall’altra parte. Il 27 passò Napoleone con la Guardia.

I Russi attaccarono dalle due parti del fiume per bloccare i Francesi. Nella notte del 28 passarono le ultime truppe. Il 29 novembre alle dieci del mattino Eblé fece incendiare i ponti, abbandonando migliaia di sbandati e civili sulla sponda orientale. 

Circa 30.000 soldati della Grande Armata riuscirono ad attraversare la Beresina. Nonostante la riuscita manovra dell’imperatore, che permise di evitare una disfatta definitiva, grazie anche alle esitazioni dei generali russi, le perdite francesi nella battaglia della Beresina furono molto elevate: circa 25.000 tra morti, dispersi e prigionieri. 

 

russiaIl disastro

Il 5 dicembre Napoleone decise di tornare in tutta fretta a Parigi, lasciando il comando dei resti della Grande Armata a Murat, il quale poi lo lasciò a sua volta a Eugenio, per far ritorno a Napoli. 

Le sofferenze dei superstiti della Grande Armata non erano affatto terminate. Il 6 dicembre la temperatura scese a -37 C°. La marcia continuò dalla Beresina a Vilna per 250 chilometri e poi per altri 60 chilometri fino a Kovno.. La temperatura che oscillò tra i -20 e i -30 °C, la neve e il vento completarono il disfacimento dell’esercito. Le truppe si disgregarono completamente e circa 20.000 uomini morirono per il freddo e per le sofferenze lungo la strada per Vilna. Le truppe superstiti la raggiunsero l’8 dicembre e la saccheggiarono. 

Il 10 dicembre i superstiti della Grande Armée ripresero la ritirata verso Kovno. Il maresciallo Ney difese coraggiosamente il ponte sul Niemen e coprì le spalle della colonna con la retroguardia. Infine lo stesso Ney si ritirò a sua volta dopo aver incendiato il ponte, abbandonando il suolo russo il 14 dicembre 1812.

Intanto Napoleone il 10 dicembre era arrivato a Varsavia, il 13 dicembre giunse a Dresda e il 18 dicembre raggiunse Parigi.

La campagna di Russia era finita e la Grande Armata, ormai distrutta, tornò decimata. Si può stimare che le perdite siano state di oltre 400.000 tra morti e dispersi e di oltre 100.000 prigionieri. Meno di 100.000 furono i soldati che fecero ritorno. Gravi perdite, che indebolirono fortemente l’Armata, furono anche quella di moltissimi cavalli e della maggior parte dei cannoni.

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