Crea sito
Riforma cattolica o Controriforma?

Riforma cattolica o Controriforma?

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

Riforma cattolica o Controriforma?

 
Al concetto di Controriforma, elaborato da una parte degli storici per sottolineare il carattere repressivo della risposta della Chiesa alla Riforma protestante, gli storici cattolici hanno opposto quello di Riforma cattolica, per evidenziare lo sforzo di rinnovamento e di rigenerazione della Chiesa nei primi decenni del 1500. Tuttavia, il sostanziale fallimento di quel moto di rinnovamento interno e la diffusione del luteranesimo determinarono una radicalizzazione dello scontro e la reazione intransigente della Chiesa acuì acuì la divisione con i Protestanti.
La Chiesa cattolica reagì alla Riforma con una certa lentezza, sia perché era travagliata al suo interno da posizioni diverse rispetto alla necessità di una riforma ecclesiastica sia per l’assenza di una chiara dottrina su alcuni dei punti in questione. All’interno della Chiesa, ad esempio, il movimento per la Riforma cattolica era fautore di un profondo rinnovamento disciplinare e morale del clero.

 

I nuovi ordini religiosi

La prima metà del ‘500 vide la nascita di nuovi ordini religiosi, maschili e femminili, come i cappuccini (1525), i teatini (1524), i barnabiti (1530), le orsoline (1535), i somaschi (1532), i gesuiti (1540) e successivamente nacquero anche gli oratoriani (1552) e gli scolopi. Predicazione, attività missionaria, assistenza ai malati e ai poveri e insegnamento rappresentarono le principali attività di questi ordini, tra cui emerse per importanza la Compagnia di Gesù fondata da Ignazio di Loyola, che si diffuse in tutto il mondo, fornendo alle principali corti europee consiglieri e confessori. I gesuiti si impegnarono in particolare sul fronte dell’educazione e dell’istruzione che, accanto alla disciplina e al principio d’autorità, introduceva elementi di introspezione e l’uso del gioco e del teatro come strumenti didattici. Ai tre voti tradizionali della professione monacale (povertà, castità e obbedienza), Ignazio aggiunse il voto di obbedienza al Papa fino al sacrificio della vita. L’ordine riuscì a riconquistare territori protestanti e ad arginare l’eresia in Francia, Spagna e Italia. Dopo il Concilio di Trento gli ordini religiosi diventarono le milizie della Controriforma. La spinta luterana alla lettura personale delle Scritture spinse all’alfabetizzazione di massa i fedeli protestanti, influendo positivamente sull’istruzione nel suo complesso. Al contrario nel mondo cattolico la lettura personale della Bibbia fu scoraggiata a favore del linguaggio delle immagini che adornavano le chiese e che poteva essere compreso dagli analfabeti.

 

Verso il Concilio

Papa Paolo III (Alessandro Farnese, 1534-1549) avviò un processo di rinnovamento della Chiesa cattolica, per reagire all’avanzata del protestantesimo. Tale processo, che vide anche l’immissione nel collegio dei cardinali di esponenti riformatori, si concretizzò, nel riconoscimento dei nuovi ordini religiosi e nell’approvazione della loro “regola”. Il Papa inoltre annunciò la convocazione di un concilio (1535) che tuttavia fu più volte rinviato. A premere per la convocazione di un concilio era stato soprattutto Carlo V, già al tempo di Clemente VII: per il suo disegno imperiale la pacificazione della Germania e la riforma della Chiesa risultavano essenziali. Il Papa e la Curia si opposero e ne differirono la convocazione, mentre vi furono tentativi di riforma senza concilio, che videro l’elaborazione del Consilium de emendanda ecclesia (1537). La Pace di Crépy (1544), che impegnava Carlo V e Francesco I a favorire la convocazione di un concilio e a rispettarne le decisioni, indusse Paolo III alla sua effettiva organizzazione. Esso finalmente ebbe inizio a Trento nel 1545 e proseguì con interruzioni fino al 1563, sotto il pontificato di cinque papi (Paolo III, Giulio III , Marcello II, Paolo IV e Pio IV). Inizialmente indetto per tentare una mediazione tra cattolici e protestanti, esso divenne uno strumento per combattere la Riforma protestante e si concluse con la riaffermazione dei princìpi della dottrina cattolica. Intanto il Papa adottò anche misure repressive, come l’istituzione nel 1542 della Suprema sacra congregazione del Santo Uffizio dell’Inquisizione generale romana, derivante dal Tribunale dell’Inquisizione, che si occupava di combattere le eresie.

 

Il Concilio di Trento

Nel 1537 papa Paolo III tentò una convocazione del concilio prima a Mantova e poi a Vicenza, ma l’ipotesi fu presto accantonata. Si tentò allora la strada dei colloqui religiosi con i protestanti: il più importante di essi, quello di Ratisbona del 1541, che vide la partecipazione del cardinale Gasparo Contarini, il più attivo fautore della riconciliazione, fallì.

La prima fase (Trento e Bologna, 1545-48)

Nel 1542, anno della morte di Contarini, fu emanata la prima convocazione a Trento, sede di un principato vescovile facente parte del Sacro Romano Impero di Carlo V. Ma non se ne fece nulla fino al dicembre 1545. Il concilio vedeva alla sua apertura la partecipazione di soli 31 vescovi, quasi tutti italiani e la guerra di Carlo V contro la Lega di Smalcalda, iniziata nell’aprile 1546, impedì la partecipazione all’assemblea di delegati protestanti.
Furono adottate alcune prime importanti deliberazioni, in contrasto con la concezione protestante: fondamenti della fede erano, con pari importanza, la Scrittura e la Tradizione ecclesiastica; il Peccato originale veniva completamente mondato dal battesimo. Mentre era in corso la guerra e le truppe protestanti minacciavano di invadere i territori trentino-tirolesi, si svolse il dibattito sulla questione teologica della giustificazione. Il Concilio sancì la cooperazione tra la grazia giustificante e i meriti nel procurare la salvezza all’uomo, approvando il decreto “De giustificatione”, nel quale si affermava che la salvezza non si ottiene senza le opere meritorie. Il Concilio condannò così le tesi luterane sulla giustificazione: Lutero affermava che bastava la sola fede e che solo essa e non le “opere” salvano l’uomo peccatore. Furono inoltre approvati il decreto sull’obbligo della residenza dei vescovi nelle proprie diocesi e il decreto sui sacramenti, fissati nel numero di sette, in contrasto con la dottrina protestante, che ne ammetteva solo due, il Battesimo e l’eucarestia. In seguito a un’epidemia di tifo, nell’ottava sessione dell’11 marzo 1547 si decise il trasferimento a Bologna. Si trattò di un ottimo pretesto per spostare l’assemblea in una città sotto il controllo politico diretto del papa, facente parte dello Stato della Chiesa, e limitare così l’influenza dell’imperatore, che protestò vivamente. Sfumata la possibilità di far partecipare al concilio i protestanti, auspicata da Carlo V, a causa dell’opposizione imperiale il concilio fu di fatto sospeso dal 1548 al 1551.

 

La seconda fase (1551-52)

Il concilio fu riconvocato da papa Giulio III per il 1° maggio 1551 a Trento. Il più importante tra i decreti approvati fu quello sull’eucarestia, che confermava la dottrina della transustanziazione contro quella della consustanziazione protestante. Questa fase del concilio vide l’effimera partecipazione di una delegazione protestante. Nel marzo 1552 Maurizio di Sassonia, postosi alla guida dei principi protestanti e alleatosi con la Francia, riprese le ostilità contro Carlo V. L’imperatore fu colto di sorpresa dall’offensiva e dovette fuggire in tutta fretta da Innsbruck, dove si trovava per seguire da vicino l’evoluzione del concilio. Di fronte al precipitare della situazione politico-militare, il 28 aprile il concilio fu sospeso a tempo indeterminato. Nelle sessioni successive si riaffermò l’importanza dei sacramenti della penitenza (o confessione) e dell’unzione degli infermi, rifiutati da Lutero ma considerati dalla Chiesa cattolica istituiti direttamente da Cristo. Nell’aprile del 1552 il concilio venne di nuovo sospeso a causa delle guerre che vedevano l’Impero scontrarsi contro la Francia e i principi protestanti.
Alla morte di Giulio III nel 1555 si susseguirono i pontefici Marcello II (al soglio pontificio per solo 23 giorni) e Paolo IV. La Pace di Augusta (1555) aveva intanto fatto svanire la speranza di ricondurre i protestanti tedeschi in seno alla Chiesa cattolica. Per diversi anni non si parlò più di concilio, soprattutto per la fiera ostilità di papa Paolo IV, fieramente “rigorista” e antispagnolo, che deprecava l’ipotesi di un concilio in territorio protestante. Paolo IV compì alcune scelte di rilievo, molte di carattere repressivo, come il rafforzamento dell’Inquisizione, di cui estese le competenze all’ambito della morale e alla repressione degli abusi ecclesiastici. Furono inquisiti per eresia anche cardinali riformatori, come Giovanni di Morone che, liberato solo alla morte del Papa, diede un importante contributo al concilio di Trento. Inoltre Paolo IV istituì  nel 1559 l’Indice dei libri proibiti, un elenco di pubblicazioni proibite. In politica estera il Papa cercò un’intesa con la Francia in chiave antiasburgica, che però si rivelò fallimentare. La Francia fu duramente sconfitta e costretta a firmare il trattato di Cateau-Cambrésis (1559), che segnò l’inizio della dominazione asburgica in Italia.Alla morte di Paolo IV salì al soglio pontificio Pio IV (1559), che riconvocò il Concilio per il 18 gennaio 1562, in un contesto ormai profondamente diverso. Carlo V aveva abdicato e l’impero asburgico era stato diviso tra i domini spagnoli di Filippo II e quelli tedeschi del nuovo imperatore Ferdinando. Inoltre, la frattura tra l’Europa protestante e quella cattolica appariva ormai insanabile.

 

La terza e ultima fase (1562-63)

Il Concilio si riaprì dunque a Trento il 18 gennaio 1562, dove si sviluppò un grave contrasto sulla natura dell’obbligo di residenza dei vescovi. Una parte del Concilio, infatti, sosteneva che esso fosse sancito de iure divino, al di là dell’autorità papale. Nel marzo 1563 morirono entrambi i cardinali legati (inviati del Papa), che furono sostituiti da Giovanni Morone, precedentemente perseguitato per eresia da Paolo IV ma assolto da Pio IV, e da Bernardo Navagero, ex ambasciatore veneziano a Roma ed elevato al rango cardinalizio da Pio IV. In particolare l’azione di Morone diede nuovo slancio ai lavori dell’assemblea, che approvò importanti decreti sia sul piano dottrinario sia sul piano organizzativo.
Sul piano dottrinario-dogmatico il Concilio:
  • ribadì la validità dei sette sacramenti e la necessità delle opere per raggiungere la salvezza;
  • riaffermò la sacralità del matrimonio, considerato indissolubile, e stabilì le norme per un suo eventuale annullamento;
  • riaffermò la dottrina cattolica sul Purgatorio, sulla pratica delle indulgenze, sul culto della Vergine e dei santi, delle reliquie e delle immagini sacre;
  • ribadita la distinzione tra sacerdoti e laici, riaffermò il valore del sacramento dell’ordine, ritenuto come istituito da Gesù, e la legittimità delle gerarchie ecclesiastiche, costituite in primo luogo dal Papa, successore di Pietro, e dai vescovi e cardinali;
  • confermò e rese vincolante il celibato ecclesiastico.
Sul piano organizzativo il Concilio:
  • deliberò che ogni parroco dovesse tenere un registro dei battesimi, delle cresime, dei matrimoni e delle sepolture;
  • ribadì l’obbligo della residenza per i vescovi (che potevano però esserne dispensati dal Papa).
  • deliberò che i vescovi espletassero la visita pastorale nelle parrocchie della diocesi ogni anno, completandola ogni due anni.
  • decise l’istituzione dei seminari per la formazione del clero in ogni diocesi e le modalità di ammissione dei candidati al sacerdozio.
  • deliberò sui doveri dei cardinali, dei vescovi e dei preti, sull’organizzazione delle diocesi e delle province ecclesiastiche, sulla regolamentazione degli ordini religiosi;
Il concilio fu sciolto nel dicembre 1563. Papa Pio IV ne confermò i decreti con la bolla Benedictus Deus nel 1564 e istituì poi la Congregazione del Concilio, che aveva il compito di vigilare sulla loro osservanza. Nel novembre 1564 promulgò inoltre la Professione tridentina della fede (Professio fidei tridentina), breve compendio dei risultati dogmatici del Concilio, obbligatoria per vescovi, superiori degli ordini religiosi e teologi. Toccò poi al suo successore, l’ultraconservatore papa Pio V, far pubblicare i decreti e inviarne la stampa a tutti i vescovi, nonché pubblicare il Catechismo Romano, una summa della dottrina tridentina a uso dei parroci.
Nel 1571 Pio V sottrasse all’Inquisizione il compito di aggiornare l’elenco dei libri proibiti, creando un apposito organismo, la Congregazione per la riforma dell’Indice dei libri proibiti, che lo esercitò per oltre tre secoli. La Congregazione si occupava di valutare tutti i libri di più o meno recente pubblicazione, di redigere un Indice dei libri proibiti aggiornato e di sorvegliarne l’applicazione.
La Congregazione del Sant’Uffizio, che coordinava i lavori dell’Inquisizione, fu il principale strumento di repressione e di lotta contro le eresie e contro l’avanzare delle dottrine luterana e calvinista. L’Inquisizione istruì numerosi processi per eresia, spesso estorcendo le confessioni con la tortura. A chi veniva condannato per eresia spettava il carcere o, nei casi più gravi, il rogo. La proclamazione solenne della sentenza era un evento pubblico (chiamato in Spagna e nei suoi domini (acto de fe, “atto di fede”). Esso si svolgeva sulla pubblica piazza con la partecipazione di autorità ecclesiastiche e civili e poteva essere seguito dall’abiura o dalla condanna per chi rifiutasse l’atto di abiura. Un autodafé (dal portoghese auto da fé) prevedeva una messa, preghiere, una processione pubblica dei colpevoli e la lettura della loro sentenza. Il condannato che non aveva mostrato di pentirsi (pertinace) o che era già stato in precedenza condannato dall’Inquisizione (relapso) era destinato ad essere arso vivo.
La repressione ecclesiastica colpì non solo gli eretici ma anche coloro che erano accusati di stregoneria: intellettuali dissidenti, donne che curavano le malattie mediante erbe medicinali, studiosi dediti all’alchimia. Vittime della “caccia alle streghe” furono in prevalenza le donne, considerate dai trattati ecclesiastica facile preda del demonio. Tra Cinquecento e Seicento la persecuzione contro la stregoneria fu sempre più accanita in tutta Europa, anche in ambito protestante: furono celebrati circa 20.000 processi.

http://www.ereticopedia.org/concilio-di-trento

http://www.treccani.it/enciclopedia/concilio-di-trento/

https://it.wikipedia.org/wiki/Concilio_di_Trento

Index Storiaestorie

Index Cinema e storia

Index Tematiche

Link utili

Riforma protestante e guerre europee

Riforma protestante e guerre europee

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

Riforma protestante e guerre europee.

Alla fine del 1517 Martin Lutero, un monaco agostiniano tedesco del convento di Erfurt, in Turingia, rese note novantacinque tesi contro la pratica ecclesiale delle indulgenze. Irruppe così nella storia europea la Riforma protestante, con la sua carica di fede e passione, che avrebbe destato (sia pure con ritardo) l’equivalente nel campo cattolico. Nello stesso arco di anni si ebbe l’unione personale, per via dinastica, delle corone spagnola e imperiale sul capo di Carlo d’Asburgo. Ne risultò un insieme politico che andava dal mondo tedesco all’Italia, dai Paesi Bassi fiamminghi alla penisola iberica. Esso, pur frammentato e variegato, era visto come una temibile minaccia dalla Francia, dal Papato, da Venezia e dai prìncipi tedeschi, avversi a ogni ipotesi di centralizzazione. Così, il ciclo di guerre franco-spagnole, iniziato in Italia, divenne un ciclo di guerre europee. La Francia cattolica trovò una sponda antimperiale nei Turchi islamici e nei prìncipi luterani tedeschi, inoltre ebbe appoggi nella Roma dei papi. L’impero cattolico lottò contro la Francia e i Turchi ed alternò conflitti e alleanze di fatto con i prìncipi luterani, così come alternò intese e conflitti con i papi. In questo contesto la Riforma protestante fu avversata, ma anche usata da molti prìncipi tedeschi e perfino, a tratti, non combattuta a dovere dai papi. Così si radicò e fu legittimata dai poteri europei, e divenne un punto di non ritorno delle coscienze e del gioco politico. Alla fine del lungo ciclo di guerre, le due corone asburgiche furono separate: l’Impero non era riuscito a centralizzare la Germania, dove l’assolutismo cominciò a radicarsi nei principati territoriali. La Spagna restò la maggiore potenza europea, pur con le sue debolezze, la Francia uscì dai conflitti perdente ma intatta, l’Inghilterra intanto si consolidava e l’Italia vedeva riaffermata la propria frammentazione politica.

 

La Riforma protestante

 
I movimenti di riforma della Chiesa

Il verbo reformare e i sostantivi reformator e reformatio compaiono già nel latino classico e indicano un’azione di trasformazione e di innovazione ma anche di ristabilimento della forma originaria. 

Negli ultimi secoli del Medioevo la nozione e il termine di riforma della Chiesa e della società cristiana compaiono con crescente frequenza, in particolare negli scritti dell’abate Gioacchino da Fiore e poi dei francescani. Nella seconda metà del Quattrocento si erano moltiplicate le richieste di trasformazione religiosa, soprattutto nel senso di un ritorno alla purezza evangelica. I papi venivano considerati veri prìncipi secolari più che pastori. Si percepiva il clero come immerso nelle cose materiali e lontano dal voto di povertà. 

La Chiesa agli inizi del XVI secolo attraversava una fase di crisi morale e spirituale. Gli interessi economici e politici prevalevano su quelli religiosi. Molti papi e vescovi del XVI secolo si occupavano più di questioni politiche e militari che di vita spirituale. Nonostante i tentativi di riforma, permanevano la corruzione e le pratiche della simonia, del concubinato e del nepotismo. Accanto alle esenzioni fiscali del clero, il fiscalismo papale, con le tasse o la vendita delle indulgenze era causa di forte malcontento. 

I papi s’impegnarono a trasformare Roma nella capitale della cristianità, ma per fare ciò avevano bisogno di molto denaro per finanziare le opere di architetti e artisti, in particolare per la costruzione della nuova Basilica di San Pietro. Una parte del denaro di cui la Chiesa aveva bisogno doveva provenire dalla vendita delle indulgenze, una pratica vigente fin dal secolo undicesimo. Ma il fatto che le indulgenze fossero concesse in cambio di denaro suscitava scandalo. Molti religiosi dell’epoca contrastavano la pratica della vendita delle indulgenze e la corruzione della Chiesa. 

La rapida diffusione della Riforma in Germania e in tutta Europa si svolse nel quadro di un vasto movimento culturale che ricollocava i testi originali delle Sacre Scritture e gli studi biblici al centro della vita religiosa. Nel 1516, un anno prima dell’affissione delle Tesi di Lutero sulle indulgenze, l’umanista Erasmo da Rotterdam aveva pubblicato la prima edizione critica del Nuovo Testamento greco e la sua nuova traduzione latina. Il lavoro filologico e le opere di critica morale di Erasmo ebbero un’influenza decisiva nella formazione dei giovani intellettuali (chierici e laici) che a partire dal 1520 si schierarono dalla parte di Lutero o che diedero avvio alla riforma nelle principali città libere dell’area svizzera e renana (Zwingli, Butzer (o Bucero), Ecolampadio, Calvino). Fu Lutero a innescare nel 1517 la cosiddetta «Riforma protestante», cioè la rivoluzione che avrebbe spaccato la cristianità, muovendo da una critica radicale della prassi e della dottrina ecclesiastica. L’ansia per la discordia crescente nell’ambito della Chiesa indusse Erasmo a dissociarsi dalle posizioni del monaco tedesco.

Gli avvenimenti del secolo XVI che vengono designati come “Riforma protestante” fanno dunque parte di una vicenda ecclesiastica e culturale di lunga durata e le tesi di Lutero si potevano inizialmente inserire nel precedente filone di critiche alla Chiesa di Roma. Tuttavia, nei secoli precedenti i movimenti riformatori avevano avuto esiti diversi. Essi furono per lo più reinseriti nell’ordinamento tradizionale della Chiesa, mediante la fondazione di nuovi ordini religiosi, oppure furono emarginati e repressi come eresie (valdesi, lollardi, hussiti).

La Riforma protestante invece, anch’essa nata come movimento dissenziente, riuscì ad affermarsi e a diffondersi in alcune aree d’Europa perché, diversamente dai movimenti eretici medievali, ebbe l’appoggio politico, economico e militare di molti prìncipi che ne fecero la religione di Stato. Il particolare momento storico in cui Lutero predicò, fu fondamentale per la nascita delle Chiese protestanti in Europa.

 
La vendita delle indulgenze

Il sistema delle indulgenze consisteva nella remissione da parte della Chiesa delle pene che attendevano il peccatore nell’aldilà, per le anime condannate al Purgatorio. Le indulgenze si contavano in giorni e mesi e valevano tanto per i vivi quanto per i morti: si poteva comprare un’indulgenza per sé o per togliere qualche anno di Purgatorio a un parente defunto. Inizialmente l’indulgenza veniva data in occasioni speciali, come il Giubileo, oppure a chi avesse combattuto gli infedeli durante le crociate. In seguito le indulgenze furono concesse anche a chi versava alla Chiesa una somma di denaro.

Dal 1513 Alberto di Hohenzollern, giovane figlio cadetto dell’elettore di Brandeburgo, volle diventare anche arcivescovo di Magonza, (era infatti già arcivescovo di Magdeburgo e vescovo di Halberstadt) e come tale principe elettore dell’Impero. Roma accettò il cumulo dei benefici ecclesiastici (di per sé proibito) in cambio di una tassa di diecimila ducati. Il Papa propose di cedergli, per finanziarsi, la metà dei proventi dell’indulgenza per la costruzione della basilica di San Pietro. Per pagare, Alberto ottenne un prestito dalla banca Fugger e si impegnò a far predicare l’indulgenza per otto anni, con il permesso di trattenere per sé la metà degli introiti. I fiduciari dei Fugger accompagnavano i predicatori per incassare sul posto la loro parte e il frate domenicano Johann Tetzel, brillante predicatore, fu incaricato da Alberto di predicare nelle sue diocesi. Tetzel sosteneva che, per l’acquisto dell’indulgenza a favore dei defunti, fosse sufficiente l’offerta in danaro (riassunta nella filastrocca “Sobald der Gülden im Becken klingt im huy die Seel im Himmel springt” ovvero “quando cade il soldin nella cassetta/l’anima vola al cielo benedetta”).

 
Martin Lutero
Riforma

Martin Lutero

Questo ennesimo episodio di corruzione e mercimonio suscitò un forte malcontento. La storiografia protestante pone abitualmente la data iniziale della Riforma nella vigilia (31 ottobre) della festa di Ognissanti del 1517, quando Martin Lutero, monaco dell’ordine agostiniano e docente di teologia dell’Università di Wittenberg, affisse 95 tesi col titolo De indulgentiarum virtute, in vista di una discussione pubblica. 

Lutero inviò ad Alberto di Hohenzollern, suo vescovo, il testo delle sue 95 tesi, nelle quali, tra l’altro, negava l’efficacia di tali pratiche in suffragio delle anime dei defunti oltre ad attaccare la ricchezza e la corruzione del clero. 

https://dizionaripiu.zanichelli.it/storiadigitale/media/docs/0229.pdf  

Lutero, verosimilmente, non mirava a una rottura dell’unità della Chiesa, ma le dispute universitarie che si svilupparono sulla questione delle indulgenze misero in evidenza un contrasto radicale. L’intero edificio giuridico e dottrinale del potere ecclesiastico fu sottoposto a critica, mettendo in discussione persino l’autorità del Papato. Lutero affermò che la Chiesa non poteva cancellare i peccati, riscattando le colpe delle anime nel Purgatorio, e che quindi le indulgenze non avevano alcun valore.

Entro la fine del 1517 le 95 tesi furono stampate e iniziarono a circolare, tradotte in tedesco, per tutta la Germania. Nel corso dei tre anni successivi Leone X inviò senza successo in Germania alcuni suoi rappresentanti, con lo scopo di trovare un’intesa con Lutero e fargli rinnegare alcune delle sue affermazioni più controverse. Da dibattito sulle indulgenze, la discussione si spostò anzi sull’autorità del Papa. Lutero affermava che secondo la Bibbia nessuno aveva il diritto esclusivo di interpretare le sacre scritture, un’affermazione che minava alla base l’esistenza stessa della Chiesa di Roma.

 
La reazione della Chiesa

La gerarchia romana reagì aprendo a carico di Lutero un processo con l’accusa di eresia hussita. Dopo alterne vicende, in giugno del 1520 il Papa emanò la bolla Exsurge Domine che intimava a Lutero di ritrattare le sue posizioni o di presentarsi a Roma per fare altrettanto, pena la scomunica. Intanto la controversia teologica si era trasformata in evento pubblico e tra l’estate e l’autunno dello stesso anno Lutero diede alle stampe una serie di scritti dirompenti: Alla nobiltà cristiana della nazione tedesca sull’emendamento della società cristiana, La cattività babilonese della chiesa e, infine, La libertà del cristiano. Nel primo scritto il teologo di Wittenberg affidava ai laici e alle autorità civili il compito di riforma che la gerarchia ecclesiastica non pareva disposta ad accogliere. Il 10 dicembre 1520 Lutero diede alle fiamme, sulla piazza di Wittenberg, i libri del diritto canonico e la bolla papale. Egli era ormai convinto che l’Anticristo si fosse insediato al vertice della Chiesa. Il 3 gennaio 1521 con la bolla Decet Romanum Pontificem, Leone X scomunicò Martin Lutero.

Nell’aprile del 1521 Lutero si recò alla dieta imperiale di Worms, per difendersi dall’accusa di eresia di fronte a tutti i prìncipi dell’Impero e alla presenza dell’Imperatore Carlo V. 

Di fronte all’imperatore Carlo V, Lutero rifiutò di ritrattare. Posto al bando dell’impero, egli era pronto ad affrontare il martirio, ma fu tratto in salvo da quelle stesse autorità civili alle quali pochi mesi prima aveva indirizzato l’appello della riforma. Sulla via del ritorno da Worms gli uomini del duca di Sassonia Federico il Savio inscenarono un rapimento e diedero asilo al teologo ribelle nella rocca di Wartburg, in Turingia. Qui Lutero tradusse la Bibbia in tedesco, contribuendo in maniera decisiva alla formazione della lingua letteraria e della coscienza nazionale tedesca. Quando, dopo diversi mesi, lasciò il rifugio e ritornò a Wittenberg, la riforma era già in atto: i monaci e le monache lasciavano i conventi, i preti si sposavano, le forme del culto erano innovate. La Riforma non era più solo un fatto religioso: era diventata anche una questione politica.

 

La dottrina luterana

Secondo la dottrina cattolica, l’uomo giunge alla salvezza eterna sia per opera della Grazia di Dio, sia delle sue buone opere e azioni. Lutero sostenne, invece, che l’uomo è in grado di salvarsi solo grazie alla sua fede e non alle sue azioni. Solo l’amore di Dio per gli uomini può garantire loro la salvezza. Lutero sosteneva la tesi della «predestinazione» dei destini umani, secondo un disegno imperscrutabile di Dio. Egli escludeva la libertà dell’uomo, sostenendo la teoria del “servo arbitrio”, in contrapposizione con il “libero arbitrio” teorizzato da Erasmo da Rotterdam. Dio salva l’essere umano non in base a eventuali suoi meriti ma perché lo ama, gratuitamente. L’uomo può solo affidarsi all’opera di Dio.

Lutero ridusse da sette a due i sacramenti, gli unici che egli riteneva fondati sulle Sacre Scritture: il battesimo e l’eucarestia. Negava però che l’ostia consacrata si trasformasse in corpo di Cristo (dottrina della transustanziazione). Per i protestanti i sacramenti hanno efficacia in ragione della fede del credente e sono interpretati come atti simbolici, mentre nella dottrina cattolica hanno effetto per il solo fatto di essere celebrati da un sacerdote.

Nella Chiesa cattolica l’interpretazione delle Scritture è riservata al clero. Per Lutero invece ogni fedele è libero di interpretare le Sacre Scritture e tutti i cristiani, se possiedono la fede, sono in un certo senso sacerdoti. Lutero sosteneva il principio del “libero esame”, in base al quale ogni fedele ha il diritto di leggere direttamente la Bibbia, interpretandola secondo la propria coscienza, senza dover seguire interpretazioni ufficiali della Chiesa. Ne derivava il rifiuto del ruolo della Chiesa come mediatrice tra Dio e gli uomini. Nella Chiesa riformata (luterana) non esiste alcuna sostanziale differenza qualitativa tra i “pastori” e gli altri membri della Chiesa. Essi hanno solo il compito di guidare e di educare i fedeli meno colti e meno preparati. Perciò i pastori e le pastore vivono una vita “normale”: essi possono, per esempio, sposarsi.

I promotori della riforma erano per lo più chierici e monaci dotati di solida formazione teologica o, in minor misura, laici colti e devoti. La diffusione delle loro idee avvenne in un ambiente europeo in cui la stampa e la crescente alfabetizzazione avevano enormemente potenziato la comunicazione pubblica.

 

Prìncipi “protestanti”, guerre europee e Riforma

L’Editto imperiale di Worms (25 maggio 1521) enumerava e condannava le dottrine erronee di Lutero, proscriveva i suoi seguaci e protettori e disponeva di bruciare i suoi libri. Tuttavia nel decennio 1520-30 Carlo V fu occupato in molteplici conflitti: da un lato fu impegnato in Italia nella guerra contro Francesco I di Francia per il possesso di Milano; dall’altro dovette fronteggiare l’offensiva dei Turchi ottomani, che nel 1521 avevano conquistato la Serbia nei Balcani. Inoltre, fu impegnato in Spagna a domare la rivolta delle comunità cittadine detta dei “comuneros”, che rivendicavano maggiore autonomia contro il progressivo accentramento assolutistico. Nel frattempo il luteranesimo si diffuse e si consolidò in Germania, con il determinate sostegno dei prìncipi territoriali tedeschi che vedevano nel successo della Riforma l’opportunità di incamerare i beni ecclesiastici, di non pagare più tributi alla Chiesa e di allentare i vincoli di dipendenza dall’imperatore.

 

La rivolta dei cavalieri

La Riforma innescò in Germania una serie di lotte e rivendicazioni che videro protagonisti la piccola nobiltà dei cavalieri e i contadini. I cavalieri tedeschi (Ritter), erano economicamente e socialmente decaduti in seguito all’introduzione dell’artiglieria negli eserciti moderni. Essi avevano in larga parte perso il loro secolare prestigio e la loro principale fonte di reddito, poiché la cavalleria aveva perso importanza nelle guerre. I cavalieri aderirono alla Riforma di Lutero pensando che essa potesse essere l’occasione per ripristinare l’antico ordine feudale e per impossessarsi dei beni della Chiesa, per compensare i benefici che erano stati loro sottratti dal prìncipi. Capeggiati dall’umanista Ulrich von Hutten e dal cavaliere Franz von Sickingen i cavalieri assaltarono nel 1522 le terre dell’elettorato di Treviri, ma nel 1923 l’esercito mercenario dei grandi prìncipi feudali li sconfisse e li disperse.

 

La guerra dei contadini

Fu poi la volta dei contadini, da tempo oppressi e vessati, colpiti da crescenti difficoltà economiche derivanti dallo sviluppo crescente di un’economia di mercato. La guerra dei contadini tedeschi del 1524-26 fu il più vasto movimento di rivolta popolare nella storia delle campagne europee fino agli anni della Rivoluzione francese. I partecipanti furono diverse centinaia di migliaia e le vittime della loro repressione armata furono circa centomila. L’area coinvolta dalla rivolta va dalla Germania centrale e sud-occidentale ad alcune aree francesi, svizzere, austriache e italiane.

La guerra dei contadini cominciò con la sollevazione dei contadini di Stühling nella Selva Nera, nel giugno 1524. Essa inizialmente non aveva alcun rapporto con la religione, mentre era diretta contro le insopportabili prestazioni di servizi e tasse dovute al conte. Alla rivolta si unirono i contadini dei distretti vicini, che nell’agosto 1524 si diressero nella città austriaca di Waldshut, dove il predicatore Balthasar Hubmaier aveva diffuso idee religiose radicali. Qui movimento rurale e cittadino, motivazioni sociali e religiose si unirono. 

Riforma

Thomas Müntzer

All’inizio del 1525 tutta l’Alta Slesia era in fiamme e nella primavera del 1525 i contadini esposero le loro esigenze e aspirazioni nei cosiddetti “12 articoli“. Essi contenevano richieste di carattere religioso e altre di ordine economico-sociale: la libera scelta del parroco e la limitazione delle decime, che dovevano essere amministrate dalla comunità per il mantenimento del parroco e per l’assistenza ai poveri, l’abolizione della schiavitù della gleba, la riduzione delle prestazioni e degli affitti, l’abolizione di tutte le tasse che superassero la consuetudine, la libertà di caccia e di pesca, il possesso in comune dei boschi, la protezione contro l’arresto arbitrario. La guerra dei contadini non era un movimento organizzato ma era piuttosto costituito da una serie di movimenti indipendenti. Quattro furono i centri principali: la Svevia, i paesi austriaci con a capo il Tirolo, la Franconia e la Sassonia-Turingia.

Inizialmente i contadini misero in difficoltà le truppe dei prìncipi, allora impegnati a fianco di Carlo V nella guerra contro la Francia. Fu tuttavia  ben presto evidente che le bande dei contadini non potevano far fronte ai corpi di cavalleria dei prìncipi. Prima di tutte fu soffocata la rivolta in Svevia, poi in Franconia, nel giugno 1525. Specialmente in Turingia la rivolta assunse tratti radicali, sotto la guida di Thomas Müntzer, pastore protestante. Nella libera città di Mühlhausen egli aveva istituito un “regno di Dio” basato sulla comunità dei beni, che metteva in discussione l’ordinamento sociale esistente. Attaccato dall’esercito di Sassonia-Assia, egli si trincerò insieme con i suoi seguaci presso il villaggio di Frankenhausen. Dopo una breve battaglia (15 maggio) i contadini furono messi in fuga e massacrati senza pietà e Thomas Müntzer fu decapitato. In Tirolo la rivolta fu definitivamente vinta solo nel 1526.

Quando apparvero i “12 articoli” dei contadini, Lutero pubblicò, alla fine di aprile del 1525, un “Invito alla Pace” (Ermahnung zum Frieden), nel quale raccomandava un accordo fra i contadini e i signori. Ben presto, tuttavia, la radicalizzazione della guerra lo indusse a scrivere, nei primi giorni di maggio, l’opuscolo “Contro le bande dei contadini assassini e saccheggiatori“, nel quale esortava con violenza le autorità a reprimere i ribelli senza alcuna pietà. Per Lutero la “teologia della liberazione” sociale e politica di Thomas Müntzer era intollerabile e blasfema.

I signori videro in questo suo scritto una giustificazione ai loro atti di crudeltà. Le atrocità commesse dai contadini furono di molto superate dagli atti di vendetta dei signori. La guerra dei contadini ebbe profondi effetti sullo sviluppo economico-sociale e sullo sviluppo politico della Germania, portando i prìncipi territoriali a rafforzarsi, a scapito del potere imperiale.

 

La lotta tra le potenze europee e la Riforma

La prima fase del conflitto tra Francesco I di Francia e Carlo V, durata fino al 1526, aveva visto il re francese sconfitto e fatto prigioniero. Per ottenere la propria liberazione egli era stato costretto a firmare il Trattato di Madrid del 1526, che comportava la rinuncia a tutti i possedimenti francesi in Italia e in Borgogna.

Nel 1526 Papa Clemente VII de Medici, si fece promotore della Lega di Cognac (detta anche Seconda Lega Santa), assieme alla Francia di Francesco I, a Venezia, a Genova, a Firenze e ad altri stati italiani minori, mentre Enrico VIII d’Inghilterra si impegnò alla neutralità.

Intanto, con il sostegno francese, i Turchi di Solimano il Magnifico attaccarono l’Ungheria, dove sconfissero i Magiari a Mohàcs imponendo una divisione del regno e iniziando una secolare lotta contro l’impero asburgico. La Dieta imperiale di Spira, sotto la minaccia turca, prese tempo in attesa di un concilio, di fatto lasciando campo libero alla Riforma in Germania.

Nel 1527 Roma fu messa a sacco dai lanzichenecchi tedeschi luterani e la guerra finì con una completa sconfitta della Francia nell’Italia meridionale e in Lombardia. La pace di Barcellona del 1529 tra Impero e Papato e la seguente pace di Cambrai tra Impero e Francia ne sancirono la fine diplomatica, con la rinuncia a ogni mira da parte francese sull’Italia e da parte imperiale sulla Borgogna. Nel 1530 Carlo fu incoronato imperatore e re d’Italia a Bologna da Clemente VII, e i Medici tornarono al potere a Firenze.

Nella primavera del 1529 si svolse un’altra Dieta imperiale a Spira, che stabilì il divieto di propaganda luterana nei territori dell’impero che erano rimasti fedeli a Roma. Ma i prìncipi e i rappresentanti delle città imperiali che avevano aderito alla Riforma rivendicarono la libertà di predicazione in una “protesta”, da cui trasse origine la denominazione di “protestanti”. 

L’anno seguente (1530), in occasione della Dieta di Augusta, lo schieramento luterano definì pubblicamente i propri articoli di fede nella Confessio Augustana, redatta dal teologo e umanista Filippo Melantone, principale collaboratore di Lutero. Per far fronte alla minaccia di repressione i protestanti organizzarono la Lega di Smalcalda (1531), diretta dal langravio Filippo d’Assia. 

Mentre si trovava a fronteggiare il protestantesimo in Germania, Carlo dovette misurarsi anche con l’Impero ottomano di Solimano II il Magnifico. Nel 1529 la stessa Vienna si trovò minacciata e i Turchi facevano sentire la loro potenza anche per mare. Le flotte dell’ammiraglio Khayr al-Din, detto Barbarossa, frequentemente attaccavano le coste della Spagna e dell’Italia meridionale. L’imperatore guidò una spedizione punitiva, che si concluse vittoriosamente con la conquista di Tunisi nel 1535. Ma nel 1538 una flotta ispano-veneziana fu sconfitta presso il porto greco di Prevesa e nel 1541 una nuova flotta, ispano-genovese, diretta alla presa di Algeri, fu travolta da una tempesta. Per un trentennio gli Ottomani avrebbero dominato il Mediterraneo. 

Tra il 1535 e il 1559 il duello tra l’Impero e la Francia, che spregiudicatamente cercò l’aiuto degli stessi ottomani e dei protestanti, riprese. Dopo che nel 1536 Carlo si era direttamente impadronito di Milano, la guerra con Francesco I si riaccese. Dopo la tregua di Nizza del 1538, nel 1542, la Francia riprese le ostilità, alleandosi con i prìncipi protestanti, la Svezia, la Danimarca, la Scozia e l’Impero ottomano. La pace di Crépy del 1544 lasciò ai Francesi il Piemonte ma li costrinse a lasciar cadere ogni mira su Milano e Napoli. Dopo la morte di Francesco I nel 1547, il conflitto con l’Impero continuò a opera del figlio Enrico II, che riprese l’alleanza con i prìncipi luterani tedeschi e con Solimano. 

Intanto in Germania l’imperatore decise intervenire militarmente e, dopo un lungo periodo di incertezza, nel 1546-47 la guerra di Smalcalda fu vinta dalle forze cattoliche. Tuttavia, l’opposizione della grande nobiltà protestante si rivelò troppo potente e la successiva Pace di Augusta del 1555 portò al riconoscimento giuridico dei protestanti. Ai principi protestanti fu data la libertà di farsi luterani o di rimanere cattolici (ius reformandi), mentre i loro sudditi furono obbligati a seguire la scelta confessionale dei prìncipi territoriali (secondo il principio cuius regio, eius religio). 

Tra l’ottobre del 1555 e il gennaio del 1556, Carlo V abdicò, lasciando la corona d’Austria al fratello Ferdinando I e la corona di Spagna, con i domini italiani, i Paesi Bassi e le colonie americane al figlio Filippo II. La Pace di Cateau-Cambrésis, conclusa nel 1559, sancì l’egemonia spagnola in Italia. Tuttavia il disegno di egemonia imperiale di Carlo V era fallito.

 

Huldrych Zwingli
Riforma

Huldreich Zwingli

A Zurigo, intorno al 1520 intraprese un’intensa attività riformatrice il sacerdote Huldrych Zwingli, di formazione umanistica, che era stato seguace di Erasmo da Rotterdam e conosceva il greco antico e l’ebraico, fondamentali per una lettura in lingua originale dei testi sacri. A Zurigo, cominciò a predicare, commentando il Vangelo in vista di un rinnovamento etico-religioso della vita cristiana, polemizzando contro la curia avida di denaro e, sotto l’aspetto dottrinale, contro il culto dei santi, gli ordini religiosi degenerati, il Purgatorio e per una dottrina religiosa più autentica.

Contemporaneo di Lutero, Zwingli elaborò un progetto di riforma originale e con caratteristiche proprie, diverse da quello luterano, pur muovendo dagli stessi princìpi di fondo: autorità superiore e normativa della Sacra Scrittura, giustificazione per sola grazia mediante la fede, unicità di Gesù Cristo come mediatore tra Dio e gli uomini, rinnovamento della fede, della dottrina, del culto e della vita della Chiesa secondo la Sacra Scrittura. Zwingli proponeva per il cristiano un approccio “senza commenti” (sine glossa) alla Bibbia. Egli riconduceva la possibilità della salvezza dell’uomo all’onnipotenza divina, ammettendo il concetto luterano della predestinazione, ma riconosceva negli uomini illuminati dalla Grazia la dignità attribuita dagli umanisti al genio umano. 

Zwingli era convinto che la riforma dovesse investire non soltanto la Chiesa ma l’intero ordinamento della città e sosteneva il coinvolgimento attivo del cristiano all’interno della società. Egli intraprese pertanto la lotta contro l’arruolamento mercenario delle milizie svizzere, che gli appariva come negazione della libertà cristiana, e ne ottenne l’abolizione nel cantone di Zurigo. Rifiutata l’autorità papale, avviò la riforma ecclesiastica con una serie di dispute pubbliche di fronte al Consiglio cittadino. Così, nel 1523 la città di Zurigo adottò la Riforma nella versione zwingliana.

Oltre che con il cattolicesimo romano, Zwingli si scontrò con gli anabattisti, che negavano valore al battesimo dei bambini, e con Lutero sulla Santa Cena (la comunione eucaristica). 

Il “colloquio di Marburgo” del 1529, che segnò il punto culminante della disputa sui sacramenti, mostrò il distacco fra Zwingli e Lutero. L’incontro fu promosso dal langravio Filippo d’Assia, in vista di un accordo tra i riformatori della Sassonia, della Svizzera e di Strasburgo per unificare le varie tesi sulla dottrina della Santa Cena. Vi parteciparono M. Lutero, F. Melantone, H. Zwingli, G. Ecolampadio e M. Bucero. L’accordo non fu raggiunto perché Zwingli non volle accettare la dottrina luterana della consustanziazione, dottrina luterana secondo la quale nel sacramento dell’Eucarestia la sostanza del corpo e del sangue di Cristo si presenta insieme con la sostanza del pane e del vino, permanendo entrambe quindi senza trasmutazione della seconda nella prima. Secondo Zwingli, invece, nell’Eucarestia la presenza di Cristo nel pane eucaristico aveva un puro valore simbolico e spirituale.

Intanto anche Berna (1528) e Basilea (1529) passavano alla Riforma sull’esempio di Zurigo, mentre i cinque cantoni cattolici insieme con Friburgo e il Vallese si alleavano sotto la protezione di Ferdinando d’Asburgo. I tredici cantoni della Svizzera si divisero tra le due posizioni. Si giunse a un conflitto armato, e Zwingli fu ferito nella battaglia di Kappel (11 ottobre 1531) e ucciso dai cattolici vittoriosi. Dopo la sua morte, la Riforma protestante in Svizzera si attestò soprattutto nelle città a nord delle Alpi e nella zona rurale dei Grigioni, che allora non faceva parte della Confederazione elvetica. In seguito lo zwinglianesimo fu riassorbito dal calvinismo.

 

Gli anabattisti

Zwingli si trovò, come Lutero, a dover combattere contro elementi radicali. Nel “partito” riformatore sorse il dissenso, principalmente a opera di Konrad Grebel e Felix Manz. Essi ritenevano che la riforma della chiesa non dovesse essere affidata alle autorità civili e che i veri cristiani non potessero avvalersi della spada, neppure di quella legale del magistrato. Essi affermarono che il sacramento del battesimo non doveva essere impartito ai neonati ma soltanto agli adulti, responsabili delle proprie decisioni. 

L’anabattismo negava valore e legittimità evangelica al battesimo dei bambini. Perciò gli avversari li chiamarono “anabattisti” (ribattezzatori), perché battezzavano di nuovo, dopo una confessione di fede personale e con immersione totale nell’acqua, coloro che erano già stati battezzati da bambini. Gli anabattisti teorizzavano, una chiesa separata dal mondo e rifiutavano di ricoprire cariche pubbliche, l’attività politica, l’usura e la guerra. Costituirono l’ala radicale della Riforma nel XVI secolo, con larga base popolare.

La reazione dei governanti di Zurigo fu durissima. Dopo aver accolto il programma riformatore di Zwingli, il Consiglio rese obbligatorio il battesimo dei neonati, proibì le riunioni dei dissidenti e infine, nel 1526, comminò la pena di morte agli anabattisti. Gli anabattisti si diffusero in tutta Europa ma furono brutalmente combattuti e repressi, sia dai cattolici sia dai protestanti.

 

Giovanni Calvino
Riforma

Giovanni Calvino

Giovanni Calvino appartiene alla seconda generazione della Riforma protestante. Il suo nome è indissolubilmente legato a quello di Ginevra, la città in cui visse dal 1536 fino alla sua morte, con la parentesi dell’esilio a Strasburgo (1538-41). A Ginevra attuò le sue riforme ed esercitò un magistero spirituale e pastorale di dimensioni europee. Convertitosi alla Riforma intorno al 1534, nel 1536 pubblicò la prima edizione dell’Istituzione della religione cristiana, ampliata nelle edizioni successive, che presentava i contenuti essenziali della fede evangelica.

La riforma descritta nell’Istituzione, fu poi attuata nella chiesa e nella città di Ginevra. Sul piano politico, Calvino sosteneva che i “santi” hanno il diritto di disobbedire a un potere politico che giudichino corrotto e di dare vita a uno Stato da essi stessi guidato. Nel 1541 egli creò a Ginevra una comunità cittadina in cui il potere politico si fondeva con quello religioso. Fu introdotta una struttura ministeriale collegiale formata da “pastori” (per la predicazione e la celebrazione dei sacramenti), “dottori” (per l’insegnamento catechistico e teologico), “anziani” (per la vigilanza morale e l’esercizio della disciplina), “diaconi” (per l’amministrazione e l’assistenza ai poveri). Questo ordinamento, descritto nelle Ordonnances ecclésiastiques del 1541, ebbe nel “sinodo” il suo organo centrale di governo. Nel complesso l’autorità civile viene subordinata all’autorità ecclesiastica.

Da Ginevra furono bandite tutte le attività considerate immorali, come il gioco d’azzardo, gli spettacoli, i balli, il consumo di alcol e fu imposto un rigido sistema di censura. Calvino realizzò uno Stato confessionale in cui vigeva una forte intolleranza, in cui la partecipazione al culto divenne un obbligo imposto dallo Stato e in cui i trasgressori dell’ordine sociale e religioso venivano allontanati dalla comunità.

Riforma

Michele Serveto

 

Il teologo spagnolo Michele Serveto, che si era recato a Ginevra dopo le persecuzioni cattoliche che lo avevano condannato come eretico, fu fatto arrestare da Calvino, processato e condannato al rogo.

 

 

La teologia calvinista riprendeva alcune tesi fondamentali del luteranesimo: le Sacre scritture come unica regola di fede, la negazione del libero arbitrio, la giustificazione per fede senza le opere. A grandi linee il sistema religioso e la teologia di Calvino possono essere considerati, almeno per ciò che riguarda i sacramenti ed il loro valore religioso, una continuazione ed un perfezionamento dello zwinglianesimo. 

Calvino accentuò il tema della predestinazione: alcuni uomini sono destinati da Dio alla salvezza, altri alla dannazione eterna. L’uomo non può stabilire chi sarà salvato e chi dannato. Sia la fede che le opere sono inutili in sé per conseguire la salvezza, esse sono però “segni” della salvezza ottenuta, riservata a un ristretto gruppo di eletti. Secondo Calvino coloro che sono stati scelti da Dio – i predestinati – rispettano le indicazioni morali della Bibbia e hanno una vita laboriosa e ordinata, nel rispetto dell’onestà e dell’ordine civile. Successo e ricchezza divengono, in quest’ottica, segni della predilezione divina.

Per quanto riguarda i sacramenti, Calvino ammette solo il battesimo e la cena eucaristica, escludendo per questa sia la transustanziazione sia ogni dottrina implicante presenza reale, e considerando il ‘pane’ come un simbolo in cui si realizza l’unione dei fedeli che partecipano al corpo di Cristo. In polemica con gli anabattisti, Calvino sostiene la validità del battesimo dei bambini, segno mediante cui ci si dichiara membri del popolo di Dio.

Il calvinismo si diffuse in Scozia, in Francia, in Germania e nelle colonie inglesi in America.

 
La Chiesa anglicana

Nel 1517 in Inghilterra il re Enrico VIII della dinastia Tudor prese inizialmente posizione a difesa del cattolicesimo, contro la Riforma di Lutero, tanto da ricevere il titolo di Defensor fidei da parte di papa Leone X. Tuttavia il sovrano mirava a esercitare un maggior controllo sul clero, a colpirne le esenzioni fiscali, a limitarne i privilegi giudiziari e a incamerare i beni ecclesiastici. Nel 1527, non avendo avuto eredi maschi dalla moglie Caterina d’Aragona, Enrico decise di sposare una dama di corte, Anna Bolena. Di fronte al rifiuto del Papa di concedergli l’annullamento del precedente matrimonio, egli lo fece dichiarare nullo dai vescovi inglesi, ricevendo così la scomunica papale. Il re decise allora di fondare una chiesa nazionale inglese, separata da quella di Roma, e nel 1534 indusse il Parlamento inglese ad approvare l’Atto di supremazia con il quale il re era proclamato capo supremo della Chiesa d’Inghilterra (detta anglicana).

Riforma

Enrico VIII

Enrico VIII soppresse i monasteri, i cui beni furono in gran parte venduti ai nobili e ai borghesi, trasformò i vescovi in funzionari di nomina regia e rese obbligatorio l’uso della lingua inglese nelle pratiche di culto. Inizialmente, però, la Chiesa anglicana conservò riti, dogmi e strutture gerarchiche della Chiesa cattolica. Solo in seguito furono introdotti elementi propri del luteranesimo, come l’abolizione del celibato dei preti e la riduzione dei sacramenti a due, il battesimo e la comunione.

Il seguito allo “Scisma anglicano” vi furono in Inghilterra sanguinose persecuzioni contro i dissidenti che non aderivano alla Chiesa anglicana. Tra questi Tommaso Moro, filosofo umanista e cancelliere del re, che fu condannato a morte (1535).

Dopo la morte di Enrico VIII, durante il breve regno del figlio Edoardo VI (1547-1553) la Chiesa anglicana diede ulteriore spazio alle idee della riforma. Tuttavia, dopo la morte di Edoardo, salì al trono la sorellastra Maria I d’Inghilterra detta anche Maria la Cattolica (1553 –1558) che tentò di ripristinare il cattolicesimo, perseguitando duramente i sudditi che avevano aderito alla riforma. La regina, che si guadagnò il soprannome di “Maria la sanguinaria”, sposò Filippo II re di Spagna, che appoggiò nella guerra contro Enrico II di Francia, perdendo Calais (1558). In quello stesso anno morì. 

Le succedette la sorellastra Elisabetta I (1558 – 1603), avversa al papato e alla Spagna, favorevole a un’Inghilterra libera e indipendente da autorità esterne. Con l’Atto di Uniformità del 1559 Elisabetta rimise in vigore il Book of Common Prayer, testo di preghiera ufficiale. Fece approvare inoltre un nuovo “Atto di supremazia” e annullò il ritorno al cattolicesimo voluto da Maria Tudor. La regina cercò di realizzare un compromesso religioso che mirava a rafforzare l’autorità dello Stato. Tuttavia continuarono a essere perseguitati i cattolici, in particolare in Irlanda, e soprattutto i calvinisti (chiamati in Inghilterra puritani) Molti di questi avrebbero lasciato l’Inghilterra per emigrare nel Nord America

Index Storiaestorie

Index Tematiche

Index Cinema e storia

Link utili

La Guerra dei Trent’anni

La Guerra dei Trent’anni

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

La Guerra dei Trent’anni

La cosiddetta “guerra dei Trent’anni” fu un complesso di guerre che sconvolsero l’Europa centro-settentrionale, e in particolare la Germania, dal 1618 al 1648, con notevoli ripercussioni sull’assetto politico ed economico europeo. Essa portò massacri, saccheggi, violenze di ogni genere sui civili, scatenò epidemie e distruzioni. La guerra ebbe origine nei territori del Sacro Romano Impero e che vide l’intervento, in fasi successive, delle maggiori potenze europee del tempo. Fu per certi aspetti l’ultimo grande conflitto antico e per altri il primo moderno: iniziò apparentemente per motivi dinastico-religiosi e territoriali, ma divenne un conflitto generalizzato di potenze. La pace di Westfalia, che pose termine alla guerra nel 1648, segnò l’inizio di una nuova era negli equilibri tra gli Stati europei e negli stessi princìpi su cui si sarebbero da quel momento basati i rapporti tra le potenze del continente.

 

I precedenti

La Pace di Augusta del 1555 aveva stabilito il principio in base al quale le due confessioni religiose, cattolica e luterana, avrebbero potuto convivere nell’Impero. Non si affermava la libertà di coscienza, ma il principio riassunto dalla formula latina del cuius regio, eius religio (in latino: “di chi [è] la regione, di lui [sia] la religione”). In altri termini, la religione professata dal principe sarebbe stata quella imposta ai suoi sudditi. Per i dissenzienti era prevista la possibilità di usufruire del beneficium emigrandi (la possibilità di emigrare in un altro territorio). La pace di Augusta non teneva conto dell’esistenza di altre confessioni religiose oltre alla cattolica e alla luterana.

La Francia

Agli inizi del Seicento la Francia era appena uscita da una sanguinosa guerra civile, scatenata anch’essa da motivazioni religiose. Il conflitto si era concluso con la definitiva presa del potere da parte di Enrico IV di Borbone, ufficialmente sovrano dal 1589 ma consacrato solo nel 1594 con l’abiura e la presa di Parigi. L’ugonotto Enrico, già re di Navarra, uscito vincitore dalla “guerra dei tre Enrichi” (1585-1589), si convertì al cattolicesimo pur di diventare re di tutta la Francia, ed emanò l’editto di Nantes (1598) atto conclusivo di quasi quattro decenni di guerra civile. A Enrico IV succedette Luigi XIII, che all’epoca aveva solo nove anni. Durante la reggenza della madre, Maria de’ Medici, la situazione politica interna peggiorò. La reggente si circondò di favoriti corrotti e incapaci e l’aristocrazia di sangue tentò di rialzare la testa. Luigi uscì dalla minore età nel 1617 e nel Consiglio di Stato fece ingresso il cardinale di Richelieu, che divenne presto il vero arbitro dei destini della monarchia francese.

La Spagna

La monarchia spagnola si trovava in una fase di declino politico, economico e finanziario, cui contribuì anche la rivolta dei Paesi Bassi, provocata dalla politica di intransigenza cattolica di Filippo II d’Asburgo. La rivolta delle Fiandre, che diede origine alla cosiddetta “guerra degli ottant’anni” (1568-1648), fu un colpo molto duro per le finanze della Monarchia spagnola, cui non giungevano più con la stessa intensità di un tempo i metalli preziosi americani. Filippo II volle mantenere con la forza militare le Fiandre ma il costo della guerra si rivelò presto insostenibile. Il suo successore, Filippo III d’Asburgo (1598-1621), fu artefice di una politica di compromesso che portò a una serie di trattati di pace: la Pace di Vervins del 1598 con la Francia, il Trattato di Londra del 1604 con l’Inghilterra, la Tregua dei Dodici Anni del 1609 con le Province Unite. All’inizio della Guerra dei Trent’anni Filippo III intervenne a fianco dell’Impero. 

Le Province Unite

La Repubblica delle Sette Province Unite, nacque nel 1581 in seguito della separazione delle province fiamminghe meridionali cattoliche rimaste fedeli alla Monarchia spagnola. Si trattava di una piccola realtà politica, se raffrontata con le principali monarchie europee, ma essa mostrò una straordinaria vitalità e assunse un ruolo di primo piano dal punto di vista economico, commerciale, militare, coloniale e culturale. Potenza egemone nei commerci marittimi, in grado di competere vittoriosamente con la concorrente Inghilterra, la Repubblica d’Olanda costruì un vasto impero coloniale e seppe diventare la principale piazza commerciale e finanziaria del continente.

Danimarca e Svezia

Nel settore settentrionale del continente europeo due regni avrebbero giocato un ruolo di assoluto rilievo nelle vicende della Guerra dei Trent’anni: la Danimarca e la Svezia. Nel 1592 Sigismondo Vasa, già eletto re di Polonia, nel 1587 ereditò anche la corona di Svezia. Lo zio di Sigismondo, Carlo, si oppose alla realizzazione di ciò che avrebbe comportato la formazione di una vastissima e potente aggregazione di territori nell’Europa settentrionale, senza contare i conseguenti rischi di una restaurazione cattolica in Svezia. Appoggiato dall’aristocrazia e al termine di una guerra civile, Carlo fece deporre Sigismondo dalla Dieta svedese e assunse formalmente la corona con il nome di Carlo IX. Il nuovo sovrano manifestò da subito mire espansionistiche sia ai danni della Polonia sia ai danni della Danimarca di Cristiano IV (re dal 1588 al 1648). Il figlio e successore di Carlo IX, Gustavo Adolfo, continuò la politica del padre e nel giro di due decenni riuscì a imporre la supremazia svedese su tutto il Baltico. 

Gli Asburgo e l’Impero

Sin dal XV secolo gli Asburgo d’Austria avevano inaugurato una politica di guerre di conquista e soprattutto, di alleanze matrimoniali che li avevano portati ad ampliare la loro influenza sull’Impero. Il potere dell’imperatore, tuttavia, era effettivo solo nei territori dove egli era sovrano, ossia nei possedimenti ereditari degli Asburgo (Austria, Ungheria, Boemia, le Fiandre fino all’abdicazione di Carlo V). Gli Asburgo tentarono di imporre l’effettivo controllo sui territori dell’Impero, mentre i principi tedeschi intendevano conservare la loro autonomia. Dopo l’abdicazione dell’imperatore Carlo V nel 1556, la dinastia degli Asburgo si divise nei due rami degli Asburgo di Spagna e degli Asburgo d’Austria. Il titolo imperiale passò a suo fratello Ferdinando I, nel 1558. A Ferdinando I succedettero Massimiliano II e Rodolfo II. A Rodolfo II succedette Mattia, che dopo la nomina a imperatore tentò di togliere i privilegi che un decennio prima Rodolfo II aveva concesso ai nobili boemi. La conseguenza fu lo scoppio della Guerra dei trent’anni, in seguito alla defenestrazione di Praga.

Verso la guerra

Rodolfo II (1576–1612), pur avendo introdotto la riforma tridentina nei domini asburgici su pressione dei gesuiti, non fece nulla per metterla in pratica, anzi nel 1609 accordò, con la cosiddetta “Lettera di Maestà“, la libertà religiosa ai protestanti boemi di tradizione hussita. Le tensioni fra principi protestanti e cattolici portarono al formarsi di due “leghe”: una “Lega Evangelica” nel 1608, che riuniva i principi protestanti, guidata dall’elettore del Palatinato Federico V e una “Lega Santa” nel 1609, cattolica, guidata dal duca di Baviera Massimiliano I.

La politica di relativa tolleranza messa in atto dall’imperatore Rodolfo II mutò e si irrigidì con l’elezione al trono imperiale di Mattia d’Asburgo e le tensioni si accentuarono. Nel 1617 l’imperatore Mattia, che aveva sposato la cugina Anna ma era privo di eredi, abdicò al trono di Boemia, territorio prevalentemente protestante (soprattutto ussita), a favore del cugino Ferdinando di Stiria, principe cattolico intransigente, che avrebbe ereditato due anni dopo anche il titolo di imperatore come Ferdinando II d’Asburgo. Il cattolicesimo intollerante di quest’ultimo causò però fin dall’inizio moltissime tensioni nei territori imperiali non cattolici, in particolare in Boemia. Egli non rispettava le libertà religiose garantite dai suoi predecessori e in particolare dalla Lettera di maestà di Rodolfo II. La politica di intolleranza di Federico diede vita a forti proteste. Ferdinando, con l’approvazione dell’imperatore, dispose la distruzione di alcuni edifici di culto delle confessioni protestanti, costruiti su terreni appartenenti alla Chiesa cattolica.

Il 23 maggio del 1618 il conte di Thurn, a capo di una delegazione di aristocratici protestanti boemi, entrò con la forza nel castello di Praga per ottenere la revoca dell’ordine. Due luogotenenti imperiali (Jaroslav Martinitz e Wilhelm Slavata) e il loro segretario, che erano lì presenti per dirimere la questione, furono gettati da una finestra del castello di Hradčany a Praga. Nonostante l’altezza di 15 metri essi si salvarono, riportando solo contusioni in quanto atterrarono sul letame presente nel fossato del castello. La cosiddetta “defenestrazione di Praga” accese la miccia della rivolta boema.

 

La fase boemo-palatina (1618-1625)

Gli insorti praghesi istituirono un governo provvisorio e cercarono di reclutare un esercito. Poi chiesero l’aiuto internazionale in vista dell’inevitabile guerra contro le truppe degli Asburgo ma le potenze europee si mantennero caute e per il momento sostanzialmente neutrali. Alla defenestrazione di Praga seguì la rivolta degli abitanti della Boemia, che si estese ai possedimenti asburgici circostanti. 

Nel 1619 l’imperatore Mattia morì e il governo boemo non riconobbe come suo successore e come proprio re Ferdinando II. La corona di Boemia fu offerta a Federico V, calvinista, nella speranza che intorno a lui potesse aggregarsi una coalizione di principi protestanti.

In precedenza quattro elettori erano cattolici (Boemia asburgica, arcivescovadi elettorali di Treviri, Colonia e Magonza) e tre erano protestanti (Brandeburgo, Sassonia e Palatinato). La nomina di Federico V a re di Boemia e la continuità della sua dinastia nel Palatinato sconvolsero gli equilibri elettorali dell’Impero, portando a quattro elettori protestanti contro tre cattolici.

In agosto del 1619, intanto, Ferdinando II divenne ufficialmente imperatore. Questi non aveva un esercito sufficiente a riprendere la Boemia, così nell’ottobre ottenne dal duca Massimiliano di Baviera venticinquemila soldati, agli ordini del generale vallone Johann Tserclaes de Tilly. L’imperatore aveva l’appoggio dei prìncipi cattolici e luterani dell’Impero. Nel 1620 Tilly attaccò la Boemia, mentre l’elettore luterano di Sassonia attaccava la Slesia. Inoltre, il generale genovese Ambrogio Spinola guidò le truppe spagnole a occupare la parte del Palatinato posta sulla riva sinistra del Reno. Infine, l’8 novembre 1620 le truppe di Tilly sconfissero l’esercito boemo nella battaglia della Montagna Bianca. Il 9 novembre gli imperiali entrarono a Praga, da cui Federico V fuggì, rifugiandosi nelle Province Unite.

La Boemia fu inglobata nei possedimenti asburgici. A Praga gli imperiali decapitarono una trentina di capi della ribellione e i beni dei sostenitori della rivolta furono confiscati. La metà circa dei domini signorili passò dai protestanti ai cattolici.

Fu abolita la “Lettera di Maestà”, che assicurava libertà religiosa ai boemi, e molti protestanti furono costretti a emigrare. Fu immesso in Boemia clero cattolico appartenente agli ordini religiosi e i Gesuiti fondarono scuole destinate ai figli delle classi dominanti. Nel 1627 una nuova costituzione boema rinforzò i poteri del re e rese ereditario il titolo.

Nel gennaio 1621 Ferdinando II mise al bando dell’Impero Federico V e confiscò i suoi beni. I prìncipi protestanti sciolsero l’Unione evangelica e si sottomisero all’imperatore. Il Palatinato, appartenuto a Federico V, fu diviso. La parte a sinistra del Reno rimase alla Spagna, costituendo una via importante verso l’Olanda, dove nel 1621 riprese la guerra contro le Province Unite. Nel 1623 Ferdinando affidò la parte del Palatinato a destra del Reno al capo della Lega cattolica, Massimiliano I di Baviera, riconoscendogli titolo di principe elettore. Sembrò così realizzarsi il progetto assolutista degli Asburgo e questo suscitò l’inquietudine dei prìncipi tedeschi. 

Nel 1621, alla scadenza della tregua dei dodici anni con l’Olanda, si riaprì il fronte di guerra tra la Spagna e le Province Unite. Dai confini tedeschi di queste ultime, armate protestanti fecero alcune conquiste in Germania, tra il 1622 e il 1623. Tuttavia il generale Tilly ebbe ragione dei nemici, costringendoli a rientrare nelle Province Unite.

Intanto in Francia il cardinal di Richelieu divenne nel 1624 il principale ministro di Luigi XIII, orientando la politica estera francese in senso antiasburgico. Nell’immediato fu però impegnato a reprimere le rivolte ugonotte in Francia e lo Stato francese non aveva ancora i mezzi finanziari per un intervento militare diretto.

 

La fase danese (1625-1629)

Sul fronte olandese, nel 1625 gli Spagnoli conquistarono la città di Dresda. Fu questo uno dei motivi che indussero il re di Danimarca Cristiano IV a entrare in guerra, nel timore che una vittoria spagnola sulle Province Unite avesse dei contraccolpi nella Germania settentrionale. La Danimarca controllava il commercio tra il mare del Nord e il Baltico attraverso la stretto del Sund, e mirava a costituire una sua zona d’influenza nel Nord tedesco, gestendo lo sbocco al mare dei traffici della regione. Il sovrano danese, che era anche duca di Holstein (un ducato appartenente al Sacro Romano Impero), aveva come obiettivo prioritario la conquista della zona delle foci dell’Elba e del Weser.

La Danimarca fu sostenuta dalla Francia che, sotto la guida del cardinale Richelieu, cominciò a contrastare la politica espansionista asburgica, temendo un nuovo accerchiamento come ai tempi di Carlo V. Anche, l’Inghilterra e l’Olanda appoggiarono la Danimarca, mentre la Svezia rimase neutrale.

Cristiano IV entrò in territorio tedesco nella primavera del 1625 con un esercito di oltre 25.000 uomini. Secondo i piani, l’armata danese avrebbe dovuto unirsi con altre due provenienti dall’Olanda. L’esercito imperiale comandato dal generale Tilly, tuttavia, si rafforzò notevolmente in seguito all’intervento del generale Albrecht von Wallenstein, nobile boemo convertito al cattolicesimo, che mise al servizio dell’Impero oltre 20.000 mercenari, in cambio del bottino saccheggiato nei territori conquistati.

La campagna militare danese fu fallimentare. Tilly sconfisse Cristiano IV nella Battaglia di Lutter, in Turingia (1626), mentre Wallenstein sconfisse ripetutamente un’armata alleata con i Danesi.

Nel 1627 gli imperiali conquistarono il Mecleburgo e la Pomerania, poi l’Holstein (di cui era principe il re danese) e lo Jutland, cioè gran parte della Danimarca. 

Cristiano IV si ritirò nella parte insulare del suo regno, poi fu costretto a firmare la pace di Lubecca (1629), con cui s’impegnava, se voleva salvare la propria corona, a non intromettersi più nelle vicende tedesche.

L’editto di restituzione

L’occupazione del Nord della Germania consentì a Ferdinando II di disporre in quelle regioni, parallelamente alla riaffermazione del potere imperiale, una riorganizzazione confessionale. Nel 1629 egli emanò l’Editto di Restituzione, in forza del quale dovevano essere riconsegnate alla Chiesa cattolica tutte le proprietà confiscate dopo il 1552. L’editto toglieva ai protestanti gli arcivescovati di Magdeburgo e di Brema, dodici vescovati e un gran numero di conventi e di abbazie. Inoltre, molti protestanti furono forzati alla conversione o costretti a espatriare. Il provvedimento suscitò la reazione dei principi luterani rimasti fino ad allora neutrali.

 

La guerra in Italia

La crisi della Valtellina

Durante la fase danese della guerra dei Trent’anni si verificarono degli scontri minori in Nord Italia tra il 1620 ed il 1630, riguardanti il controllo della Valtellina, la successione al ducato di Mantova e il possesso del Monferrato.

La popolazione cattolica della Valtellina insorse nel 1620 contro i protestanti dietro sollecitazione della Spagna, per la quale la valle rappresentava un importante punto di transito lungo la via spagnola che dalla Liguria conduceva ai Paesi Bassi. Nel 1620 una congiura cattolica, pilotata dalla Milano spagnola, portò a un massacro di protestanti in Valtellina, che era sotto il dominio protestante del cantone dei Grigioni. Dopo la strage, la Spagna occupò la Valtellina con il pretesto di difenderne gli abitanti cattolici contro un’eventuale reazione protestante. Per rispondere all’intervento spagnolo, venne formata una lega tra Francia, Ducato di Savoia e Repubblica di Venezia, che tuttavia non riuscì a ribaltare la situazione. In seguito al trattato franco-spagnolo di Monzòn del 1626 la Valtellina divenne di fatto indipendente, soggetta a un tributo verso i Grigioni e gli Spagnoli controllarono la valle.

La successione di Mantova

Nel 1627 si aprì la questione del controllo del territorio di Mantova e del Monferrato, a seguito dell’estinzione della linea dinastica diretta della famiglia Gonzaga. Infatti, Vincenzo II Gonzaga, duca di Mantova, era morto alla fine del 1627 senza lasciare eredi. L’erede più prossimo era il francese Charles Gonzaga, duca di Nevers, ma il ducato era feudo imperiale e la decisione spettava quindi a Vienna. Inoltre Mantova aveva il dominio del Monferrato, il che catalizzava le attenzioni spagnole (era un punto di passaggio verso il Nord italiano ed europeo), francesi (significava un piede in Italia) e sabaude (era in Piemonte). 

La Spagna appoggiò la candidatura al ducato del ramo dei Gonzaga di Guastalla, filo-spagnolo. Dopo l’insediamento di Nevers, truppe spagnole, provenienti da Milano, invasero il territorio di Mantova e del Monferrato, appoggiati da truppe sabaude. La Francia, impegnata sul fronte interno contro gli ugonotti, al momento non poté intervenire ma, debellata la fazione ugonotta, alla fine del 1628 un esercito francese entrò in Italia, costringendo il duca di Savoia Carlo Emanuele I a scendere a patti e il governatore di Milano a togliere l’assedio di Casale.

La situazione si capovolse alla fine del 1629, quando intervenne un poderoso esercito imperiale, che pose l’assedio a Mantova, costretta a capitolare e sottoposta a un brutale saccheggio. Nel frattempo, una terribile epidemia di peste, probabilmente veicolata dalle truppe tedesche, dilagò in tutto il Nord Italia, colpendo particolarmente la città di Milano, che vide dimezzata la propria popolazione. Successivamente, con la Germania minacciata da un’invasione svedese, si giunse al trattato di Cherasco, che riconosceva la successione alla casa Gonzaga-Nevers e il possesso di Pinerolo alla Francia, mentre una parte del Monferrato fu ceduta ai Savoia.

 

La fase svedese (1629-1635)

Le potenze protestanti, e dietro a loro la Francia dei Borbone, non potevamo assistere inerti al trionfo degli Asburgo senza tentare di rovesciare le sorti del conflitto. I prìncipi tedeschi protestanti erano insofferenti per l’applicazione dell’editto di Restituzione e per il potere acquisito da Wallenstein. Nell’estate del 1630, sollecitati anche dagli emissari di Richelieu, chiesero all’imperatore la testa del generale. Così, Ferdinando II decise di togliere a Wallenstein il comando delle truppe imperiali e il condottiero tornò in Boemia nelle sue terre. Richelieu voleva contrastare il rafforzamento dell’Impero e della Spagna, in particolare impedendo che i due rami degli Asburgo di unissero. La Francia si propose da un lato di rafforzare le sue frontiere e di aiutare le Province Unite contro la Spagna, dall’altro di impedire una centralizzazione asburgica in area tedesca. Tuttavia la Francia nel 1630 non era ancora porta a un intervento diretto e si limitò ad agire per via diplomatica. I suoi disegni coincisero con quelli del re svedese Gustavo II Adolfo Casa (1611-32), che mirava a fare del Baltico un “lago svedese”. Gustavo Adolfo, luterano e anticattolico, aveva uno dei migliori eserciti europei, con armi, tattiche e servizi moderni: un esercito nazionale di contadini, disciplinato e pervaso di rigore religioso. 

Nel 1630 Gustavo Adolfo sbarcò con le proprie truppe in Pomerania, occupò Stettino, poi entrò nel Meclemburgo. L’impresa svedese fu fortemente sovvenzionata dal cardinale Richelieu (con il Trattato di Bärwalde) e dagli Olandesi, permettendo a Gustavo Adolfo ingenti spese belliche durante tutto il corso della guerra. Nel maggio del 1631 le forze cattoliche imperiali attaccarono la città di Magdeburgo, alleata della Svezia, sottoponendola a un feroce saccheggio: 24.000 morti tra uomini, donne e bambini. Questo episodio indusse Pomerania, Brandeburgo e Sassonia ad appoggiare gli Svedesi.

Grazie ai fondamentali aiuti finanziari francesi e all’appoggio dell’elettore del Brandeburgo, Gustavo II Adolfo poté finalmente riportare il primo grande successo delle forze protestanti ai danni di quelle cattoliche nel 1631, nella battaglia di Breitenfeld, nei pressi di Lipsia, in Sassonia. La via per la Germania meridionale era così aperta. 

Mentre i Sassoni entravano in Boemia, l’esercito svedese invase la Baviera. Alla fine dell’estate anche tutta l’Alsazia era in mano degli Svedesi, cosa che però Richelieu non gradiva, perché il dominio svedese in Germania stava diventando troppo esteso. Ferdinando II, in difficoltà, richiamò intanto al suo servizio Wallenstein, che con oltre 60.000 uomini espulse i Sassoni dalla Boemia e affrontò gli Svedesi in marcia verso Nord. Nella battaglia di Lützen (16 novembre 1632), nei pressi di Lipsia, gli Svedesi ebbero il sopravvento ma Gustavo Adolfo cadde sul campo di battaglia. 

Nonostante la perdita del sovrano la Svezia non si diede per vinta, perché considerava vitale mantenere un piede in Pomerania e in Prussia, essenziali per il controllo del Baltico. L’erede Cristina aveva solo sei anni, perciò fondamentale fu l’abilità politica di Axel Oxenstierna, cancelliere del Regno, che rinnovò l’alleanza con la Francia e con i prìncipi protestanti tedeschi.

In campo imperiale, intanto si era aggravata la posizione di Wallenstein, accusato da alcuni di tradimento. Accusa in parte giustificata dalle trattative non autorizzate da lui intavolate con i protestanti, in parte alimentata da gelosie e invidie di palazzo. Ferdinando gli revocò il comando delle truppe e si accinse a ordinare il suo arresto. Mentre cercava di accordarsi con gli Svedesi e di trovare protezione presso di loro, la notte del 25 febbraio 1634 Wallenstein fu ucciso da alcuni ufficiali imperiali.

Anche senza l’abilità militare del Wallenstein, il 6 settembre 1634 l’esercito asburgico sconfisse Bernardo di Sassonia-Weimar e gli Svedesi, nella battaglia di Nordlingen, in Baviera. Gli Svedesi evacuarono la Germania meridionale e la Sassonia avviò trattative con Vienna.

Fu così che si giunse alla Pace di Praga del 1635, tra l’imperatore, la Sassonia e il Brandeburgo. Essa prevedeva le seguenti condizioni:

  • spostamento della data di decorrenza dell’Editto di Restituzione di 40 anni;
  • diritto ai protestanti di trattenere i territori ecclesiastici secolarizzati detenuti nel 1627;
  • amnistia per i nemici dell’imperatore che si fossero uniti agli scontri dopo l’intervento svedese nel 1630;
  • divieto agli Stati tedeschi di formare alleanze tra loro o con potenze straniere;
  • unione di tutti gli eserciti degli Stati imperiali in un’unica armata al servizio dell’imperatore.

La pace, tuttavia, non fu firmata da molti prìncipi protestanti e non soddisfaceva la Svezia e la Francia. Quest’ultima, temendo l’accerchiamento da parte degli Asburgo d’Austria e di Spagna, decise di entrare attivamente nel conflitto.

 

La fase francese (1635-1648)

La Francia si trovava in quel momento nelle condizioni economiche, finanziarie e militari di sostenere un impegno del genere. Obiettivi dell’intervento erano il rafforzamento dei confini nazionali e la conquista di territori come il Rossiglione, i passi alpini, l’Alsazia, parte delle Fiandre. Nel 1635 i Francesi si impegnarono direttamente nella guerra dei Trent’anni, prima a fianco della Svezia e contro la Spagna, poi sempre più anche contro l’Impero. La guerra perdeva definitivamente la maschera religiosa per mostrare il suo vero volto di conflitto politico-militare tra le massime potenze continentali.

Prima del 1635 la Francia era già intervenuta realizzando limitate conquiste, come quella dell’elettorato imperiale di Treviri e della Lorena, che aveva notevole importanza strategica perché vi passava la via militare spagnola verso i Paesi Bassi. Inoltre, nell’ottobre 1634 le truppe francesi erano subentrate a quelle svedesi in Alsazia.

Nel 1635 la Francia dichiarò guerra alla Spagna, poiché gli Spagnoli avevano sferrato un’offensiva contro l’Elettore di Treviri, sotto protezione francese dal 1632. La prima fase della guerra non andò come sperato da Luigi XIII e dal primo ministro Richelieu. Nel 1636 la Francia subì anzi un’offensiva sul fronte dei Paesi Bassi che fece giungere le truppe imperiali a circa 150 chilometri da Parigi. Tuttavia l’Impero doveva fare i conti con le truppe svedesi e con lo stato di guerra civile al proprio interno, ormai intollerabile per gran parte della popolazione, che aveva dovuto subire violenze e saccheggi. 

Nel febbraio 1637 morì Ferdinando II e gli succedette il figlio Ferdinando III (1637-57). Il nuovo imperatore riunì una Dieta a Ratisbona nel settembre del 1640, tra l’altro sotto la minaccia costante delle truppe svedesi. La Dieta, nonostante le pressioni del nunzio papale, decise di far cadere l’Editto di Restituzione, stabilendo che chi aveva incamerato beni ecclesiastici fino al 1627 poteva definitivamente conservarli. 

Nell’ottobre 1639 la flotta spagnola fu duramente battuta da quella olandese al largo di Dover (battaglia delle Dune). La caduta in mani francesi della piazzaforte asburgica di Arras (9 agosto 1640) volse gli eventi a favore di Luigi XIII e a scapito della Spagna e le truppe francesi occuparono le Fiandre. Intanto, venti di ribellione iniziavano a soffiare in maggio in Catalogna e in dicembre in Portogallo. Il governo del conte-duca de Olivares, con la sua politica di inasprimento fiscale, aveva provocato forte malcontento. Il cardinale Richelieu approfittò della crisi interna spagnola, fornendo aiuto ai Catalani e ai Portoghesi. Filippo IV di Spagna fu costretto a ritirare le truppe da altri fronti per impiegarle all’interno.

Intanto in Germania, nel 1641 l’elettore del Brandeburgo giunse a una pace separata con la Svezia. La coalizione imperiale precipitò in una profonda crisi. Nel Mediterraneo e nell’Atlantico le flotte francesi e olandesi vinsero ripetutamente quelle spagnole, mentre le forze francesi e svedesi riguadagnavano l’iniziativa nella Germania meridionale: nella seconda battaglia di Breitenfeld del 2 novembre 1642 il feldmaresciallo svedese Lennart Torstenson sconfisse duramente l’esercito imperiale guidato da Leopoldo Guglielmo d’Austria e dal principe generale Ottavio Piccolomini.

La morte del cardinale Richelieu il 4 dicembre 1642 non mutò gli equilibri bellici. Il suo successore, cardinale Giulio Mazzarino, continuò la sua opera: aiuti economici e militari continuarono a fluire verso gli insorti catalani e i ribelli lusitani. A fronte di una situazione così critica, Olivares cercò invano la pace con la Francia e con le Province Unite: questo nuovo insuccesso, sommato alla disfatta subita dagli Spagnoli a Rocroi il 19 maggio 1643 da parte del generale francese Luigi II di Borbone-Condé, segnò la fine della carriera duca di Olivares. Il 14 maggio 1643, intanto, moriva Luigi XIII, lasciando al governo il cardinale Mazzarino e Anna d’Austria, reggenti in nome di Luigi XIV, di soli cinque anni.

Tra il 1643 e il 1645 si svolse un conflitto tra Svezia e Danimarca, ora alleata con l’Impero. Cristiano IV di Danimarca fu costretto alla pace dell’agosto 1645, che metteva fine alle ambizioni danesi nel Baltico, a vantaggio dell’egemonia svedese.

La guerra continuò con esiti alterni, mentre nel frattempo, nel 1644, erano iniziate trattative di pace, poiché appariva impossibile per le forze in campo ottenere una vittoria decisiva sullo schieramento avversario, anche se le sorti dell’Impero e della Spagna volgevano al peggio. Nel 1646 un’offensiva franco-svedese contro la Baviera spinse il duca Massimiliano a firmare un trattato che metteva fine alle ostilità. Nello stesso anno, considerati i progressi francesi nelle Fiandre, gli Olandesi sciolsero di fatto l’alleanza con la Francia, che ormai si rivelava un alleato scomodo e pericoloso, e avanzarono offerte di pace alla Spagna, che finì per riconoscere l’indipendenza politica dell’Olanda (poi ratificata anche dall’impero con la pace di Vestfalia).

Infine, mentre gli Svedesi assediavano Praga, giunse la notizia che il 24 ottobre 1648 la guerra era finita, con la firma della Pace di Vestfalia. Nel corso della guerra gli stati tedeschi avevano perso una fetta consistente della popolazione (si stima tra il 20% e il 30%), mentre i sopravvissuti avevano conosciuto la miseria, le deportazioni, lo svuotamento di villaggi, le epidemie, le brutalità degli delle soldatesche. 

La pace di Westfalia

La guerra dei Trent’anni giunse a conclusione con i lunghi negoziati di Vestfalia, nel Nord-Ovest della Germania. Le trattative si svolsero nelle città di Münster per i cattolici (Francia, Impero, Provincie Unite, Spagna e prìncipi cattolici) e di Osnabrück per i protestanti (Svezia, prìncipi protestanti e Impero). Il 30 gennaio 1648 a Münster la Spagna e le Province Unite siglarono una pace separata, inutilmente ostacolata dal Cardinal Mazzarino, con cui gli Spagnoli riconoscevano l’indipendenza delle Province Unite. Il 24 ottobre 1648 si arrivò ad una serie di trattati firmati nelle due città, rispettivamente tra Olanda e Spagna, Francia e Impero, Svezia e Impero, noti nel loro insieme come Pace di Vestfalia. Alle trattative non presero parte l’Inghilterra, la Russia e la Turchia.

La Pace di Vestfalia confermò e sancì il riconoscimento dell’indipendenza delle Province Unite dalla Spagna. Inoltre, alla Francia fu riconosciuto il possesso dei vescovati lorenesi di Metz, Toul e Verdun, di gran parte dell’Alsazia, di altre piazzeforti sul Reno e in Piemonte. La Spagna non firmò la Pace di Vestfalia e proseguì la guerra contro la Francia. Tuttavia, Il conflitto tra Francia e Spagna proseguì ma la Spagna, che non aveva firmato la Pace di Vestfalia, con la Pace dei Pirenei del 1659, dovette alla fine cedere ai Francesi il Rossiglione e l’Artois. La Francia si affermò come prima potenza continentale.

Alla Svezia fu riconosciuto il controllo della Pomerania occidentale a Ovest del fiume Oder e le città di Stettino e Wismar, e inoltre l’arcivescovato e ducato di Brema. La Svezia in tal modo si assicurava il predominio sul Baltico e il re svedese diveniva principe dell’Impero, possedendo territori tedeschi in feudo. All’elettore del Brandeburgo-Prussia, Federico Guglielmo di Hoenzollern, furono dati la Pomerania orientale, i vescovati di Magdeburgo, Minden e Halberstadt, ponendo così le basi per la successiva ascesa del regno di Prussia.

A tutti i prìncipi tedeschi che si erano battuti contro l’imperatore fu concessa l’amnistia, esclusi i ribelli boemi del 1618-20. L’imperatore restava alla testa di un Impero frammentato in quasi trecentocinquanta unità territoriali fra elettorati, principati laici, ecclesiastici e città libere. I prìncipi avevano il diritto di concludere trattati tra di loro e con le potenze straniere, a condizione che non fossero diretti contro l’Impero. Essi divenivano così sovrani indipendenti, come di fatto erano da tempo. Gli Asburgo rimanevano pienamente sovrani nei loro domini dinastici (Austria, Ungheria e Boemia) ai quali da questo momento in poi si dedicarono maggiormente, dato che ormai l’Impero non aveva alcuna possibilità di intervenire negli affari degli Stati tedeschi, nemmeno nelle questioni di politica estera.

Dal punto di vista religioso il calvinismo fu riconosciuto come confessione, accanto al cattolicesimo e al luteranesimo, mentre fu spostato al 1624 l’anno a partire dal quale i beni ecclesiastici secolarizzati avrebbero dovuto essere restituiti alla Chiesa di Roma. Doveva inoltre essere tollerato ovunque il passaggio ad altra confessione, a eccezione dell’Alto Palatinato e dei domini ereditari degli Asburgo, dove vigeva la sola fede cattolica. Il papa Innocenzo X non riconobbe le deliberazioni prese a Vestfalia, poiché esso comportava per la Chiesa la perdita di tutti i vescovati della Germania settentrionale e centrale, e di molti conventi e monasteri.

La Pace di Vestfalia chiuse il periodo delle guerre di religione e l’inizio di un processo di secolarizzazione delle relazioni internazionali, basate sugli interessi degli Stati e non su interessi confessionali. Essa segna la nascita del sistema degli Stati europei, basato sul principio dell’equilibrio: bisognava evitare che qualche potenza acquisisse una forza tale da coltivare progetti di egemonia continentale.

La fine del conflitto confermò la marginalità e la frammentazione politica dell’Italia, in parte asservita alla Spagna. I traffici oceanici la tagliarono fuori sempre più dalle principali direttrici dei commerci. Milano e Napoli rimasero spagnole. Venezia restò indipendente ma in declino. Firenze si chiuse nell’ambito regionale e i Savoia centrarono i loro domini in Piemonte ma, schiacciati tra Francia e domini lombardi della Spagna, non ebbero sufficiente forza autonoma per condurre una politica di ampio respiro. Una sorte analoga toccò al Papato.

Fonti

https://library.weschool.com/lezione/defenestrazione-praga-pace-di-vestfalia-cuius-regio-eius-religio-guerra-dei-30-anni-riassunto-16922.html 

https://www.homolaicus.com/storia/moderna/monarchie_nazionali/guerra_trentanni.htm 

https://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_dei_trent%27anni 

R. Romano, L’Europa tra due crisi. XIV e XVII secolo – Einaudi, 1980

Josef V. Polisensky, La Guerra dei Trent’Anni: da un conflitto locale a una guerra europea nella prima metà del Seicento. Einaudi, 1982.

Georges Pages, La Guerra dei Trent’Anni. ECIG, 1993

Geoffrey Parker, La Guerra dei trent’anni. Vita e Pensiero, 1994

C. V. Wedgwood, La Guerra dei Trent’Anni. Mondadori, 1998.

Georg Schmidt, La guerra dei Trent’anni. Il Mulino, 2008

Schiller Friedrich, Storia della guerra dei trent’anni, A&P (Milano) 2010

Carlo Avalli, La questione storica dell’unità italiana, Ed. Lotta comunista, 2018

Index Storiaestorie

Index Cinema e storia

Index Tematiche

Link utili

Le scoperte geografiche

Le scoperte geografiche

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

Le scoperte geografiche

Le esplorazioni geografiche dei secoli XV e XVI

Rotte per l’India e America
1.    Quali sono le due fondamentali scoperte dei navigatori europei tra XV e XVI sec.?

Tra il XV e la prima metà del XVI secolo gli europei, in particolare i navigatori sostenuti dalla Spagna e dal Portogallo, esplorano nuovi territori e nuove rotte.

Queste esplorazioni portano alla scoperta della rotta che permette di raggiungere l’India circumnavigando l’Africa e di un continente fino allora del tutto ignoto agli europei: l’America.

2.    Perché la ricerca di nuove rotte commerciali per l’Oriente s’intensificò dopo il 1453?

Una delle ragioni fondamentali fu la necessità di trovare nuove vie e rotte marittime per i commerci con l’Oriente, dopo che la conquista turca di Costantinopoli (1453) aveva limitato fortemente i traffici via terra, e nuove fonti di merci pregiate, soprattutto spezie, seta e pietre preziose.

Inoltre, vi fu la curiosità di scoprire nuove terre e la volontà di convertire al cristianesimo i popoli extraeuropei.

3.    Quale nuova rotta fu scoperta dai navigatori portoghesi (Bartolomeo Diaz; Vasco da Gama).

I navigatori portoghesi cercarono una rotta che permettesse di raggiungere l’India circumnavigando l’Africa. Durante questo tentativo essi si assicurarono il monopolio dei commerci lungo le coste atlantiche dell’Africa. Nel 1488 Bartolomeo Diaz superò il capo di Buona Speranza, il punto più meridionale del continente africano. Il 20 maggio 1498 Vasco da Gama raggiunse l’India circumnavigando l’Africa.

Cristoforo Colombo
4.    Quali furono gli avvenimenti che condussero alla scoperta dell’America?

Nel timore di perdere la corsa all’India, i sovrani spagnoli Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia finanziano il genovese Cristoforo Colombo che intende arrivare in Asia navigando verso occidente.

Il 3 agosto 1492 inizia il viaggio di Colombo. La spedizione è costituita da due caravelle, la Niña e la Pinta, dalla nave Santa Marìa e da circa 90 marinai.

Il 12 ottobre 1492 la spedizione sbarca su un’isola dell’arcipelago delle Bahamas; gli indigeni la chiamano Guanahanì, Colombo la ribattezza San Salvador.

Colombo non sa di essere arrivato in un nuovo continente; egli è convinto di essere arrivato in India. Il nome indios (“indiani”) è rimasto da allora a indicare gli abitanti dell’America centro-meridionale.

5.    Qual è l’importanza della scoperta dell’America?

La scoperta dell’America è un avvenimento così importante che l’anno 1492 è usato come data-simbolo della fine del Medioevo e dell’inizio dell’Età moderna. Essa segnò il declino commerciale del Mediterraneo e lo spostamento del baricentro dei traffici commerciali e degli interessi strategici delle potenze europee sull’oceano Atlantico.

Amerigo Vespucci
6.    Chi comprese che Colombo aveva scoperto un nuovo continente?

1499-1503: Amerigo Vespucci esplora le coste dell’America meridionale (Brasile, Argentina) e dimostra che Colombo non aveva raggiunto l’Asia, ma aveva scoperto un nuovo continente. Il Nuovo Mondo fu chiamato “America” in omaggio a Vespucci.

Nel 1513 si ebbe la conferma che l’America era un nuovo continente. Infatti, il portoghese Vasco Núñez de Balboa attraversò via terra lo stretto di Panama e scoprì un nuovo oceano poi chiamato Pacifico per la tranquillità delle sue acque al momento della scoperta.

All’inizio del Cinquecento, mentre gli spagnoli dilagavano nella parte centrale e meridionale del continente, altri europei presero a esplorare le coste atlantiche della sua parte settentrionale. Così fecero l’Inghilterra (con Giovanni Caboto e Sebastiano Caboto) e la Francia (per mezzo di Giovanni da Verrazzano).

Ferdinando Magellano
7.    In cosa consiste l’impresa compiuta da Magellano?

Tra il 1519 e il 1522 i portoghesi, al comando di Ferdinando Magellano, circumnavigano la Terra. La spedizione durò circa tre anni e delle cinque navi e 238 uomini partiti il 29 settembre 1519 tornò solo una nave con 18 marinai. Magellano era stato ucciso durante l’approdo alle Filippine.

Le civiltà amerindie

8.    Quali popolazioni abitavano l’America all’arrivo degli Europei?

All’arrivo degli europei, in America vivono circa 75 milioni di abitanti, pochi meno di quelli dell’Europa del 1500. Gli abitanti originari del continente americano vi erano giunti dall’Asia circa 18-20 mila anni fa.

In America vi erano centinaia di civiltà, con caratteristiche molto diverse tra di loro. Le più avanzate sono le civiltà maya, azteca e inca, stanziate nell’America centrale e andina.

I Maya

9.    Che cosa caratterizzava la civiltà maya?

La civiltà maya si sviluppò nella penisola dello Yucatán nel 1500 a.C. e conobbe il suo massimo splendore tra il IV e il X secolo d.C.

L’organizzazione politica era basata su città-Stato indipendenti.

La società era dominata dalla casta sacerdotale. Al centro dell’economia vi era la coltivazione del mais.

I maya svilupparono conoscenze astronomiche e matematiche avanzate. Sapevano costruire palazzi e templi monumentali. Al tempo stesso non conoscevano l’uso della ruota e dell’aratro e non sapevano lavorare il ferro.

Gli Aztechi

10.Quali erano le caratteristiche della civiltà azteca?

Nel XIII secolo d.C. gli Aztechi si insediarono nell’America centrale e diedero vita a un vasto impero con capitale Tenochtitlán.

Come i maya, gli aztechi costruivano enormi templi piramidali. Veneravano dei benigni e divinità distruttive e terrificanti, la cui ira veniva placata attraverso frequenti sacrifici umani.

Gli Inca

11. Che cosa caratterizzava la civiltà inca?

L’Impero inca si sviluppò nel XV secolo d.C., nella regione a cavallo della Cordigliera delle Ande.

La loro economia si basava sulla coltivazione del mais e della patata. Le regioni più impervie erano riservate all’allevamento.

L’abilità degli inca si manifestò nella costruzione di strade, ponti e città in un territorio molto impervio. La città di Machu Picchu si trovava a 2280 metri.

Dalle scoperte alle conquiste

12. Quale diverso tipo di colonizzazione attuarono Spagna e Portogallo?

Gli interessi economici di Spagna e Portogallo furono alla base della scelta di creare veri e propri imperi coloniali.

Il Portogallo diede vita a un impero di tipo commerciale, basato su porti fortificati sulle coste dell’Africa e dell’Asia.

La Spagna, invece, formò un impero territoriale, costituito dalle terre strappate alle popolazioni d’America.

13. Che cosa prevedeva il trattato di Tordesillas?

Con il trattato di Tordesillas del 1494 Spagna e Portogallo si accordano per dividersi le aree del globo al di fuori dell’Europa.

Fu tracciata una linea chiamata raya. Le terre a est di questa linea erano riservate ai portoghesi, quelle a ovest agli spagnoli.

L’impero portoghese
14. Dove si espanse l’impero portoghese?
  • Asia: i Portoghesi creano un sistema di porti fortificati sulle coste (Goa, Ceylon, Giava) per controllare il traffico delle spezie.
  • Africa occidentale: i Portoghesi commerciano con le tribù che forniscono loro oro e schiavi da condurre in America per lavorare nelle piantagioni e nelle miniere del Brasile.
  • Africa orientale: i Portoghesi controllano molte città swahili della costa, indispensabili per dominare i commerci sull’oceano Indiano.
Le conquiste spagnole
15. In quali aree si espanse l’impero spagnolo?

In America gli spagnoli conquistano ampi territori, in seguito all’attività dei conquistadores (“conquistatori”), avventurieri in cerca di fortuna, militari intraprendenti, personaggi spesso senza scrupoli.

1519-1521: Hernán Cortés conquista e distrugge l’Impero azteco, nonostante la netta inferiorità numerica spagnola.

I vantaggi di Cortés rispetto agli aztechi sono:

  • disponibilità di armi da fuoco e di cavalli, ignoti alle popolazioni locali;
  • credenza, diffusasi tra i nativi, del carattere divino degli spagnoli;
  • capacità di sfruttare le divisioni interne agli aztechi;
  • diffusione tra gli aztechi di un’epidemia di vaiolo.

Il Messico divenne un “vicereame” con il nome di Nuova Spagna.

1531-1533: Francisco Pizarro, con soli 200 uomini, conquista l’Impero inca e fa uccidere l’imperatore Atahualpa.

Viene così costituito il Vicereame del Perù.

16. Come furono organizzate le colonie spagnole?

Ai coloni fu riconosciuta la proprietà esclusiva delle terre e per garantire sufficiente manodopera furono adottati:

  • la schiavitù, che inizialmente permetteva di fare schiavi gli indios, poi consentì solo di acquistare schiavi neri dai portoghesi;
  • l’encomienda, azienda in cui i padroni delle terre (i coloni spagnoli) avevano poteri feudali sui contadini indios, ridotti alla condizione di servi della gleba.
  • la mita, che costringeva i villaggi indios a fornire migliaia di uomini per lavorare nelle miniere, con conseguenze demografiche disastrse.

Il genocidio delle popolazioni amerinde

17. Quali furono le cause del genocidio delle popolazioni amerinde?

Una delle conseguenze della conquista dell’America fu il genocidio delle popolazioni locali che, nell’arco di un secolo, si ridussero di più del 90%.

Le cause del crollo demografico furono:

  • le stragi perpetrate dagli spagnoli durante la conquista;
  • lo sfruttamento cui gli spagnoli sottoposero la popolazione, obbligata a lavorare in condizione di schiavitù nei campi o nelle miniere;
  • la diffusione in America di microbi europei che portarono malattie che ebbero sulla popolazione locale effetti disastrosi.

L’incontro con i popoli extraeuropei creò anche problemi culturali, cioè legati alla comprensione delle caratteristiche delle altre civiltà. In una prima fase molti europei considerarono gli amerindi non del tutto umani; successivamente se ne riconobbe l’umanità, ma si giudicò la loro civiltà inferiore a quella europea.

Index Storiaestorie

Index Cinemaestoria

Index Tematiche

Link Utili

Il quadro politico dell’Europa del ‘500

Il quadro politico dell’Europa del ‘500

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

Il quadro politico dell’Europa del ‘500

La formazione dello Stato moderno in Europa

Lo Stato moderno si afferma nell’Europa occidentale per opera delle monarchie dinastiche, ma la sua organizzazione diviene modello anche per i grandi Stati territoriali dell’Europa orientale.

Stati regionali in Italia

Uno Stato forte e unitario non riesce invece a formarsi nei territori del Sacro romano impero e dell’Italia dove permangono piccoli Stati regionali.

Caratteristiche dello Stato moderno.

Caratteristica dello Stato moderno è la piena sovranità, cioè la capacità di imporre una sola legge su tutto il territorio. Nel Cinquecento il potere dello Stato è il potere del re. Per difendere lo Stato e imporre la legge, il sovrano si serve di un esercito stabile e preparato che gli permette di sostenere le guerre con le potenze straniere. I re, per governare, si servono di amministratori, giudici ed esattori. L’insieme dei funzionari e degli uffici dello Stato costituisce la burocrazia. Il denaro necessario per mantenere la burocrazia e l’esercito proviene dalle tasse.

A limitare il potere dei sovrani vi sono le assemblee in cui sono rappresentati i principali ceti sociali – nobili, clero, borghesi: Parlamento in Inghilterra, Stati generali in Francia, Cortes negli Stati spagnoli, Diete in quelli tedeschi.

Stati monarchici in Europa

Alla fine del Quattrocento in Europa occidentale si consolidano grandi Stati monarchici:

  • Francia, Carlo VIII di Valois accentra l’amministrazione della giustizia, istituisce un Consiglio del re e crea una rete di funzionari.
  • Spagna, Isabella di Castiglia e Ferdinando II d’Aragona uniscono le due corone in un unico grande Stato spagnolo.
  • Inghilterra, Enrico VII Tudor crea un Consiglio del re e dà vita a una rete di funzionari locali (sceriffi) che controllano il territorio.
  • Europa orientale si affermano nuove dinastie in Polonia, Lituania e Russia.

In quest’ultima area però i sovrani non riescono a sottomettere i grandi feudatari, padroni di enormi latifondi. La maggioranza della popolazione è formata da contadini servi della gleba. Qui non si forma, a differenza dell’Europa centro-occidentale, una borghesia commerciale e artigianale.

Dalla dissoluzione dell’Impero mongolo, nasce un nuovo Stato accentrato: la Russia, guidata dagli zar.

La caduta di Costantinopoli

Nel 1453 Costantinopoli, l’ultimo baluardo del millenario Impero romano d’Oriente, viene conquistata da Maometto II “il Conquistatore”. La città è rinominata Istanbul e diventa la capitale dell’Impero turco.

Dopo la conquista di Costantinopoli la nuova potenza turco ottomana si espande in tre direzioni:

– a Oriente fino a toccare il golfo Persico e il mar Caspio;

– nel Medio Oriente e in Africa settentrionale;

– nei Balcani, dove per due secoli Occidente cristiano e Oriente musulmano si fronteggiano.

L’Italia degli Stati regionali

La pace di Lodi del 1454 favorisce lo sviluppo economico e culturale delle corti italiane.

Le corti dei principi e dei nobili attirano artisti, scrittori, ingegneri e intellettuali.

È il periodo di massimo sviluppo del Rinascimento.

Tuttavia, sul finire del XV secolo, questi Stati, piccoli e in lite fra loro, non riescono a evitare le invasioni straniere.

Il primo a giungere nella penisola è Carlo VIII di Francia. Tra il 1494 e il 1495, con l’appoggio del duca di Milano Ludovico il Moro e dei Medici di Firenze, Carlo VIII strappa il Regno di Napoli agli aragonesi.

Per contrastare l’espansione francese, il papa promuove un’alleanza di Stati italiani appoggiata dalla Spagna e dall’Impero.

Luigi XII, successore di Carlo VIII, riesce a conquistare il Ducato di Milano, ma la guerra che ingaggia con gli spagnoli favorisce questi ultimi, che si insediano a Napoli, in Sardegna e in Sicilia.

Carlo V e Francesco I

I protagonisti della politica europea nella prima metà del Cinquecento.

  • Carlo V d’Asburgo, sovrano di un immenso dominio territoriale disseminato in Europa e in America centro-meridionale;
  • Francesco I di Francia, re di uno Stato che si sta unificando e ingrandendo nel cuore dell’Europa.
  • Campo di battaglia dei loro conflitti di egemonia è l’Italia.

Carlo V

Il Sacro romano impero era un insieme di circa duemila realtà politiche più o meno indipendenti. Quindi l’Impero non era uno Stato centralizzato.

Nel 1519 sale al trono imperiale Carlo V d’Asburgo. Egli è già re di Spagna, quindi sovrano dei territori americani, ma anche del Regno di Napoli e dei Paesi Bassi.

Carlo V si trova subito impegnato ad affrontare in molteplici conflitti:

–  la Francia per l’egemonia in Europa;

–  i Turchi per il controllo del Mediterraneo e dei Balcani;

– i principi protestanti tedeschi.

L’obiettivo di Carlo V è quello di difendere la cristianità dalla minaccia dell’islam e ricostruire l’unità politica e religiosa dell’Europa, spezzata dalla Riforma protestante.

Francesco I

Ma egli si scontra con Francesco I, re di Francia. Il conflitto esplode nel 1521 e termina nel 1529 con la sconfitta di Francesco I. Teatro dello scontro è l’Italia, che è devastata dal continuo passaggio degli eserciti. Nel 1527 Roma è invasa dalle soldataglie tedesche e subisce un devastante saccheggio.

Alla fine il progetto di Carlo V di restaurare l’impero cristiano fallisce. Nel 1556 l’imperatore abdica e divide l’Impero in due parti. Al figlio Filippo II vanno la Spagna e i possedimenti in Italia, i Paesi Bassi e le colonie americane. Al fratello Ferdinando i territori di Austria, Boemia, Ungheria e il titolo di imperatore.

Nel 1559 la pace di Cateau-Cambrésis stabilizza per alcuni decenni la politica europea. Buona parte dell’Italia cade sotto l’influenza spagnola e vi rimane per circa 150 anni.

Le guerre di religione

Il confronto tra Riforma e Controriforma fu caratterizzato dall’intolleranza reciproca.

La Chiesa cattolica cercò in ogni modo di reprimere i protestanti. D’altro canto, anche molte Chiese riformate furono altrettanto intolleranti.

Inoltre, i principi imponevano ai sudditi la religione che avevano scelto e non tolleravano che nel loro dominio si professassero altre fedi.

L’insieme di questi fattori spiega perché nel corso del XVI secolo l’Europa fu insanguinata da numerose guerre di religione.

Cattolici e Ugonotti in Francia.

ugonottiIn Francia, a metà Cinquecento, cattolici e ugonotti (come si chiamavano i calvinisti francesi) combatterono un’aspra guerra civile, durante la quale il regno rischiò di perdere la propria unità politica.

La guerra ebbe fine quando Enrico IV stabilì, con l’editto di Nantes del 1598, la libertà religiosa per i protestanti in tutto il regno. Enrico IV stabiliva un principio fondamentale: lo Stato, se vuole garantire la pace e la convivenza, si deve porre al di sopra dei conflitti religiosi.

elisabetta ILo scontro tra Spagna e Inghilterra.

Il re di Spagna Filippo II e la regina d’Inghilterra Elisabetta I sono le figure di primo piano nell’Europa della seconda metà del XVI secolo.

filippo IIFilippo II, difensore del cattolicesimo, partecipa alla Lega santa contro i turchi e ha un ruolo importante nella vittoria navale di Lepanto (1571), quando la flotta cristiana distrugge quella turca.

Il contrasto con Elisabetta, di fede anglicana, sfocia in una guerra, da cui la Spagna esce sconfitta. L’Inghilterra pone invece le basi della sua ascesa economica e politica.

Index Storiaestorie

Index Cinema e storia

Index Tematiche

Link utili