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Il Sessantotto

Il Sessantotto

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

Il Sessantotto                                 

 

Il 1968 è un anno caratterizzato dallo sviluppo di movimenti studenteschi di contestazione in numerosi paesi del mondo occidentale, come gli Stati Uniti, la Francia e l’Italia.

Gli studenti nel Sessantotto contestarono in primo luogo la scuola e in particolare l’università, considerata un’istituzione autoritaria e obsoleta. La contestazione si estese poi alla società in generale, con una marcata caratterizzazione politica.

Negli Stati uniti la contestazione s’ispirò alla tradizione pacifista e libertaria, mentre in Europa fu marcata l’influenza del marxismo rivoluzionario, in particolare delle sue componenti “eretiche”, come il trotzkismo o il maoismo.

Nei paesi appartenenti al blocco sovietico il 1968 mise in discussione, pur in forme molto diverse, la società del cosiddetto “socialismo reale”.

> La guerra del Vietnam e la morte del Che

 

> La Primavera di Praga e massacro di Tlatelolco

 

> Diritti civili e movimenti studenteschi in America

 

> Il maggio francese

 

> I prodromi del Sessantotto in Italia

 

> Il Sessantotto in Italia

 

> Il ’68: filosofia, letteratura, cinema, musica

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I prodromi del Sessantotto in Italia

I prodromi del Sessantotto in Italia

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

I prodromi del Sessantotto in Italia

> 1968

 

Il boom economico

Nella seconda metà degli anni Sessanta l’Italia del boom economico, che aveva caratterizzato la fine degli anni ’50 e la prima metà del decennio successivo, viveva le conseguenze di quella grande fase di sviluppo e al tempo stesso i primi segni di crisi. La migrazione interna dal Meridione al triangolo industriale aveva trasformato le città, ponendo problemi di integrazione, mentre il Sud permaneva in una condizione di sottosviluppo. Nel complesso, tuttavia, lo sviluppo economico era stato intenso e aveva trasformato le condizioni di vita di larga parte della popolazione. Tra il 1950 e il 1964 i proprietari di automobili passarono da 342.000 a 4.600.000, la televisione e gli elettrodomestici erano entrati nelle case di molte famiglie. In questa fase di grandi cambiamenti trova le sue radici lo sviluppo del turismo di massa, che estese a vaste fasce della popolazione la possibilità di trascorrere l’estate presso località balneari, montane o termali.

 

I governi di centro-sinistra

Dal punto di vista politico, dopo il governo Tambroni del 1960, che si reggeva con l’appoggio del MSI, erede del fascismo, si formarono i primi governi di centro-sinistra, nati dall’alleanza fra la Democrazia cristiana e il Partito socialista italiano. Tra le prime importanti riforme dei governi di centro-sinistra vi furono la nazionalizzazione dell’industria elettrica e la riforma della scuola dell’obbligo, con l’introduzione della scuola media unica, entrambe del 1962. Tuttavia i governi che si susseguirono, quasi tutti guidati da Aldo Moro, poco realizzarono sul piano delle riforme, per le resistenze interne e per l’opposizione del PCI.

 

La cultura giovanile

Gli anni Sessanta furono un decennio caratterizzato da un grande rinnovamento generazionale: prima la beat generation poi la musica pop, diventarono un punto di riferimento per giovani. Nel 1964, un anno di grandi fermenti culturali e sociali, in Gran Bretagna imperversarono i Beatles e i Rolling Stones. Nacque la musica rock, che diventò espressione delle nuove generazioni. In Italia gli echi di questi fermenti si fecero sentire con qualche anno di ritardo. Fecero la loro comparsa le prime radio a transistor che sostituirono le vecchie e ingombranti radio a valvole. Si crearono mode da seguire,”divi” da imitare e modelli di comportamento ai quali conformarsi, la maggior parte dei quali proveniva dal mondo anglosassone. Attraverso la televisione arrivarono anche le immagini degli studenti americani che si battevano per i diritti civili e contro la guerra del Vietnam. Fiorirono le band musicali e si diffusero i capelli lunghi, i jeans e le minigonne. Il mito della beat generation, che faceva riferimento a scrittori americani come Kerouac e Ginsberg, si diffuse anche in Italia, assumendo tratti di rivolta generazionale. Il primo maggio 1967 i giovani beats milanesi aprirono un campeggio in una zona affittata dalla rivista “Mondo beat”. La stampa (in particolare il Corriere della Sera) si scagliò contro di loro con una campagna denigratoria, definendo la comunità “Barbonia City” e il 12 giugno 1967 la polizia intervenne facendo irruzione nel campeggio e mettendo fine all’esperienza. D’altronde, il fenomeno non fu ben visto neppure dall’estrema sinistra e dalle sue organizzazioni giovanili e anche lo scrittore Pier Paolo Pasolini polemizzò duramente con questa parte del mondo giovanile.

 

Fermenti critici

Nel 1967 don Lorenzo Milani, un prete cattolico del dissenso, pubblicò un libro che fece scalpore, Lettera a una professoressa, in cui gli studenti della scuola di Barbiana, in provincia di Firenze, documentavano i pregiudizi di classe del sistema educativo e il trionfo dell’individualismo nella nuova Italia. Nello stesso periodo si era manifestata una ripresa del pensiero marxista da parte di giovani intellettuali che si collocavano al di fuori dei partiti tradizionali della sinistra e gravitavano intorno alle riviste «Quaderni rossi» e «Quaderni piacentini».

 

Il caso Zanzara

Nel mese di febbraio del 1966 il giornale studentesco del Liceo classico Parini La Zanzara pubblicò un’inchiesta-sondaggio su tematiche sessuali intitolata Che cosa pensano le ragazze d’oggi. I redattori del giornale, Marco De Poli, Claudia Beltramo Ceppi e Marco Sassano, si proposero di raccogliere e commentare le risposte di alcune ragazze a questioni come “Qual è la posizione della donna nella società italiana? Quali sono i problemi che si trova ad affrontare? Qual è il suo atteggiamento di fronte all’educazione, alla cultura, alla morale, alla religione, al matrimonio ed al lavoro?”. Emerse che c’era chi non trovava per niente scandaloso fare l’amore prima del matrimonio, chi era favorevole alla pillola e ancora chi poteva capire una convivenza anche senza matrimonio. Vi fu chi gridò allo scandalo, in particolare gli ambienti cattolici più conservatori, che ritennero l’inchiesta offensiva per la morale. I giovani redattori furono convocati in questura e sottoposti a perquisizioni e domande vessatorie. Poi furono processati. 20.000 studenti scesero in piazza a Milano per protestare. Erano gli albori del movimento studentesco. Al processo parteciparono 240 giornalisti accreditati, da tutte le parti del mondo. Alla fine gli imputati e il preside dell’Istituto furono assolti.

 

L’occupazione di Sociologia a Trento

Il 24 gennaio 1966 vi fu a Trento la prima occupazione della Facoltà di Sociologia, da parte degli studenti che protestavano per il riconoscimento della laurea in Sociologia. Nei mesi seguenti il movimento studentesco trentino, animato tra gli altri da Marco Boato, Mauro Rostagno e Renato Curcio, condusse un’accesa battaglia per lo sviluppo della scienza sociologica e del sistema di insegnamento universitario, del quale venivano contestati forme e contenuti. Nel 1967 le rivendicazioni studentesche abbandonarono le aule universitarie e assunsero i contorni della contrapposizione ideologica e della lotta politica con manifestazioni contro la guerra del Vietnam e a scontri con le forze politiche di destra.

 

L’alluvione di Firenze

Nel mese di settembre del 1966, inoltre, vi fu l’alluvione di Firenze che indusse molti studenti a recarsi nella città come volontari per portare aiuto. Si trattò di una significativa esperienza, che mise a contatto, in modo solidale, giovani delle più diverse provenienze geografiche, ideali e politiche.

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1968: il maggio francese

1968: il maggio francese

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

1968: il maggio francese

 

 

Nella Francia degli anni Sessanta, governata dal generale De Gaulle, che visse un periodo di notevole sviluppo economico e di miglioramento delle condizioni di vita, gli iscritti all’Università aumentarono in misura crescente. Nel 1958 gli universitari erano 173.000, mentre nel 1968 giunsero a 530.000. Tra il 1966 e il 1967 gli studenti iniziarono a manifestare contro le regole che impedivano la libera circolazione di ragazzi e ragazze negli edifici e nei dormitori. Altro motivo di malcontento fu costituito dal progetto di riforma della scuola (piano Fouchet) che mirava a renderla più selettiva, riducendo il numero degli studenti universitari. 

A Nanterre il 22 marzo 1968 cinquecento studenti occuparono l’università per protestare contro gli arresti operati durante delle manifestazioni contro la guerra del Vietnam, chiedendo libertà di espressione. Nacque così il Movimento del 22 marzo. Il 2 maggio l’amministrazione universitaria decise di chiudere l’università a Nanterre. La protesta si spostò così al centro della città, all’Università della Sorbona, che fu a sua volta occupata dagli studenti e che divenne l’epicentro della rivolta. Il movimento studentesco indisse una manifestazione per il 3 maggio, ma il rettore della Sorbona chiese l’intervento della polizia.

Seicento studenti furono arrestati, compresi alcuni leader come  Daniel Cohn-Bendit e Jacques Sauvageot. La reazione fu immediata e violenta, con lanci di sampietrini e poi barricate. Le manifestazioni ripresero dopo l’annuncio delle condanne al carcere degli arrestati, e cominciarono a fiorire gli slogan libertari. Da un punto di vista culturale gli studenti francesi ebbero come figure di riferimento Karl Marx, Herbert Marcuse e la scuola di Francoforte, il mito di Che Guevara, assassinato nel 1967 in Bolivia e Mao Tse Tung.

De Gaulle non sembrò curarsi molto della situazione e il Partito comunista francese si schierò inizialmente contro gli studenti, accusandoli di essere falsi rivoluzionari. Intanto il movimento si rafforzò e ottenne un’adesione di massa. Il 6 maggio manifestarono a Parigi 15.000 persone e il giorno dopo 50.000. I loro slogan erano «l’immaginazione al potere», «siamo tutti indesiderabili», «proibito proibire», «siate ragionevoli, chiedete l’impossibile». Nella notte fra il 10 e l’11 maggio gli studenti occuparono il Quartiere latino erigendo barricate con il pavé delle strade e con materiali da costruzione.

Molte automobili furono rovesciate e incendiate per ostacolare la polizia, che intervenne duramente, con l’uso di gas lacrimogeni e tossici. Gli studenti risposero lanciando i cubetti di porfido del pavé e bottiglie molotov. Il 13 maggio le organizzazioni studentesche proclamarono lo sciopero generale, che vide anche l’adesione di milioni di lavoratori in tutto il paese. Il vasto movimento studentesco sembrò così potersi collegare alle lotte operaie. Buona parte della popolazione, di fronte alla repressione violenta della polizia, si schierò con gli studenti. Ci furono centinaia di feriti, cinquecento giovani furono arrestati, ma non ci furono vittime. 

Il 24 maggio De Gaulle fece appello alla nazione e promise d’indire entro giugno un referendum sulla sua politica. Le agitazioni e gli scontri proseguirono e si estesero agli studenti liceali e alle città di provincia, continuando a coinvolgere anche gli operai. Il governo guidato da Georges Pompidou riuscì a firmare un accordo con i sindacati, anche se una parte dei lavoratori lo rifiutò e continuò lo sciopero.

De Gaulle annunciò lo scioglimento dell’Assemblea nazionale, indicendo le elezioni politiche per il 23 e 30 giugno, revocando il referendum per motivi di ordine pubblico e sostenendo che la Francia correva il pericolo di cadere in mano al “totalitarismo comunista”. I gollisti organizzarono una grande manifestazione a favore del Presidente e nelle elezioni la destra gollista ottenne la maggioranza assoluta all’Assemblea nazionale, mentre la coalizione di sinistra fu duramente sconfitta. Il 16 giugno, una settimana prima delle votazioni, la Sorbona era stata evacuata dagli studenti che ancora la occupavano. Il 17 finirono i residui scioperi mentre il 27 giugno fu sgomberata l’École des beaux-arts. Il generale de Gaulle aveva vinto.

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Diritti civili e movimenti studenteschi in America

Diritti civili e movimenti studenteschi in America

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

Diritti civili e movimenti studenteschi in America

> Il 1968

 

La conquista dei diritti civili dei neri

Nel 1865 Abraham Lincoln emanò il Tredicesimo emendamento della Costituzione americana, che aboliva la schiavitù negli Stati Uniti. Tuttavia la discriminazione nei confronti dei neri continuò: nel 1896 una sentenza della Corte Suprema legittimò la politica segregazionista, che prevedeva scuole, ristoranti, toilette, autobus separati. La partecipazione di molti soldati neri alle due guerre mondiali contribuì a migliorare la condizione dei neri, anche se solo nel 1954 una sentenza della Corte Costituzionale abolì la segregazione razziale nelle scuole del Kansas. Fu questo il punto di partenza per l’abolizione di tutte le norme segregazioniste.

La lotta contro la discriminazione razziale, cui parteciparono anche studenti e intellettuali bianchi, percorse la seconda metà degli anni ’50 e tutti gli anni ’60. Il movimento per i diritti civili dei neri americani ebbe come protagonisti da un lato un filone pacifista, il cui leader era Martin Luther King, apostolo della non violenza, ucciso nel 1968, dall’altro l’orientamento più intransigente e combattivo delle Pantere nere e di leader come Angela Davis e Malcom X, assassinato il 21 febbraio 1965.

Leader carismatico della lotta per i diritti civili e politici dei neri fu Martin Luther King, che mirò a guadagnarsi il sostegno del Presidente John Kennedy. Questi in giugno del 1963 affermò la necessità di una totale uguaglianza di diritti per bianchi e neri, secondo quanto previsto dalla Costituzione. Il 28 agosto 1963 si tenne a Washington una manifestazione a cui parteciparono oltre duecentocinquantamila persone, durante la quale King pronunciò il suo più famoso discorso che iniziò con le parole “I have a dream(>> video), mentre Joan Baez e Bob Dylan cantarono We shall overcome. Dopo l’assassinio di Kennedy, fu il Presidente Johnson a far approvare una legge che eliminava qualsiasi norma di segregazione e discriminazione.

Le agitazioni dei neri si svilupparono anche nelle grandi città del Nord degli Stati Uniti, dove i neri vivevano nei ghetti. Qui molti giovani rifiutarono il pacifismo e la non violenza di Martin Luther King e nei ghetti di alcune città, come Los Angeles e Chicago, vi furono nel corso degli anni Sessanta rivolte represse dalla polizia. Nacque l’organizzazione “Potere nero” (Black Power), che teorizzava la superiorità della razza nera e che esortava i neri a creare una propria cultura, separata da quella dei bianchi. Un personaggio carismatico fu Malcom X, leader dei Black Muslim, da cui in seguito si distaccò per poi fondare l’Organizzazione per l’Unità Afro-americana. Critico nei confronti della non violenza, teorizzava il diritto dei neri all’autodifesa. Malcom X fu assassinato nel 1965, mentre King fu a sua volta assassinato nel 1968. All’interno dei ghetti nacque il partito delle “Pantere nere” (Black Panther), che aveva come principale avversario le forze di polizia che controllavano i quartieri neri delle città.

 

Movimenti studenteschi in America

Negli Stati Uniti il più importante centro della rivolta studentesca fu l’università californiana di Berkeley, dove le agitazioni cominciarono già dalla fine degli anni Cinquanta. Il movimento si ispirò all’antimilitarismo e contestò la partecipazione americana alla guerra in Vietnam. Altre tematiche importanti furono quelle dei diritti civili delle minoranze razziali e delle libertà individuali. Le critiche degli studenti universitari si rivolsero contro l’impersonalità, l’autoritarismo e l’eccesso di formalismo delle università. Essi, inoltre, misero in discussione le restrizioni alle attività politiche degli studenti e le regole di vita interne ai campus universitari, considerate troppo restrittive e repressive. Forti dell’esperienza derivante dalla partecipazione alle lotte per i diritti civili dei neri, nel corso del 1964 diedero vita a una serie di proteste.

All’Università di Berkeley, in California, tra settembre e ottobre del 1964 si inasprirono le tensioni tra gli studenti e le autorità accademiche. Il primo di ottobre la polizia cercò di arrestare lo studente Jack Weiberg, che si era rifiutato di rimuovere i tavoli su cui erano esposti materiali sui diritti civili e altre pubblicazioni. Gli studenti raccoltisi attorno all’auto degli agenti impedirono loro di eseguire l’arresto. Uno dei leader studenteschi, Mario Savio, che poi fu tra i fondatori del Free Speech Movement, salì sul tetto dell’auto e pronunciò un famoso discorso, rivolto alle migliaia di studenti che manifestavano la loro solidarietà. Dopo un sit-in di trentadue ore gli studenti trovarono un accordo con l’amministrazione universitaria. Tuttavia ben presto le agitazioni ripresero, perché l’Università dichiarò di non voler adempiere agli impegni assunti e denunciò i capi del Free Speech Novement. Alla fine, il Senato accademico fu costretto ad approvare un documento con cui si affermava la piena libertà di espressione all’interno dell’Università.

Anche negli altri campus universitari americani scoppiarono proteste che portarono all’abolizione delle rigide regole universitarie e al riconoscimento agli studenti della libertà di espressione. Inoltre, nel corso del 1965 una nuova questione si impose al centro dell’attenzione: la partecipazione americana alla guerra del Vietnam. Su tale questione, fin dall’inizio degli anni Sessanta il movimento studentesco Students for a Democratic Society (SDS) aveva criticato la politica americana, giudicata imperialistica.

Nella tarda primavera del 1962, in un campeggio sul lago vicino a Port Huron, Michigan, per quattro giorni e quattro notti, i membri dello Students for a Democratic Society (SDS), si erano riuniti per discutere di argomenti quali i diritti civili, la politica estera e la qualità della vita americana. La riunione si concluse il 16 giugno con l’elaborazione della Dichiarazione di Port Huron. L’obiettivo fissato nel Port Huron Statement fu la creazione di un movimento politico democratico radicalmente nuovo che rifiutasse la gerarchia e la burocrazia e che lottasse per la “democrazia partecipativa”, ovvero per il diretto coinvolgimento degli individui nelle scelte che li riguardavano. Ebbe così origine un movimento che divenne noto come la Nuova Sinistra (The New Left). Il principale autore del Port Huron Statement fu Tom Hayden, che durante gli anni Sessanta divenne una delle figure chiave della Nuova Sinistra.

Nel 1965 SDS tenne a Washington la sua prima marcia contro la guerra, cui parteciparono oltre 15.000 persone, attirando grande attenzione della stampa. Nei successivi tre anni, l’opposizione alla guerra attirò migliaia di nuovi membri alla SDS. L’organizzazione crebbe straordinariamente, da meno di un migliaio di membri nel 1962 ad almeno 50 mila nel 1968. Alcuni membri della SDS finirono con l’abbracciare la violenza come uno strumento per trasformare la società. Dopo il 1968, SDS rapidamente si lacerò come forza politica efficace, e nella sua convention finale nel 1969, degenerò in una lite tra radicali e moderati.

Molti Americani volevano che il Presidente mettesse fine alla guerra del Vietnam e il movimento contrario alla guerra crebbe notevolmente, fondendosi con quello per i diritti civili. Nell’aprile 1967 si tennero due grandi manifestazioni, a San Francisco e a New York, cui parteciparono oltre duecentomila persone. Il 21 ottobre 1967 gli attivisti contro la guerra organizzarono una manifestazione verso il Pentagono, simbolo della potenza militare americana, cui parteciparono studenti, hippies e cittadini comuni. Il movimento hippy era nato negli Stati Uniti a metà degli anni Sessanta e fu caratterizzato dalla non violenza, dall’antimilitarismo, dalle battaglie per i diritti civili, dal libero amore, dal misticismo orientale, dall’alimentazione alternativa e dall’uso di sostanze stupefacenti, soprattutto l’LSD, un allucinogeno di cui si teorizzavano potenzialità di “espansione” della mente. In particolare gli hippy si battevano contro la guerra nel Vietnam.

Il 23 aprile 1968 iniziò la mobilitazione studentesca alla Columbia University, vicino a New York. L’Università fu occupata, inizialmente contro la decisione di costruire una palestra riservata ai bianchi in luogo di un parco pubblico degli abitanti del quartiere nero di Harlem. In essa, tuttavia, assunsero peso crescente tematiche come la questione razziale, l’opposizione alla guerra del Vietnam e la lotta contro i finanziamenti alla ricerca finalizzata al settore militare. Il Preside fece intervenire la polizia e centinaia di ragazzi furono feriti e arrestati. Gli studenti proclamarono uno sciopero e la polizia intervenne nuovamente. Infine, tuttavia, le richieste degli studenti furono accolte e il preside Kirk fu costretto a dimettersi.

Il 6 giugno1968 fu assassinato a Los Angeles Robert Kennedy e nell’autunno del 1968 fu eletto Presidente degli Stati Uniti Richard Nixon.

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Primavera di Praga e massacro di Tlatelolco

Primavera di Praga e massacro di Tlatelolco

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

Primavera di Praga e massacro di Tlatelolco

 

> Il 1968

 

 

La Primavera di Praga.

In Cecoslovacchia, che faceva parte del Patto di Varsavia, a partire dal gennaio del 1968 si era realizzato un originale tentativo di rendere democratico il sistema mediante riforme che prevedevano una maggiore libertà e partecipazione politica dei cittadini e la ristrutturazione dell’economia. Tale tentativo fu promosso dallo stesso Partito Comunista Cecoslovacco, di cui era divenuto leader Alexander Dubček. Le riforme politiche di Dubček (che egli definì “Socialismo dal volto umano”) si proponevano di riformare il regime, introducendo una maggiore libertà economica, politica, di stampa e di espressione, senza però abbandonare il Patto di Varsavia. Le riforme furono sostenute da gran parte della popolazione e gli studenti furono in prima fila a sostenere il tentativo di rinnovamento della Primavera di Praga.

Tuttavia le riforme furono viste dalla dirigenza sovietica, il cui premier era Leonid Il’ič Brežnev, come una grave minaccia per l’URSS e per i paesi del blocco orientale. Dopo una serie di trattative volte a frenare o limitare le riforme, Brežnev optò per l’intervento militare delle truppe del Patto di Varsavia, che nella notte fra il 20 e il 21 agosto 1968 invasero il paese. L’invasione coincise con la celebrazione del congresso del Partito Comunista Cecoslovacco, che avrebbe dovuto sancire definitivamente le riforme. I comunisti cecoslovacchi, guidati da Alexander Dubček, si riunirono in una fabbrica e approvarono il programma riformatore, ma le loro deliberazioni furono inutili. I sovietici imposero alla guida del Partito comunista cecoslovacco nuovi dirigenti che sconfessarono e abrogarono le riforme di Dubček.

I paesi occidentali, Stati Uniti compresi, si limitarono a proteste verbali. Dalla Cecoslovacchia si verificò un’ondata di emigrazione verso i paesi dell’Europa occidentale, mentre le proteste non violente furono all’ordine del giorno. Tra le più drammatiche vi fu il suicidio dello studente Jan Palach che si diede fuoco nella piazza principale di Praga (17 gennaio 1969). La Cecoslovacchia rimase occupata fino alla caduta del muro di Berlino che segnò la fine del blocco sovietico.

 

 

Il massacro di Tlatelolco in Messico

Le manifestazioni degli studenti messicani svoltesi tra luglio e ottobre del 1968, alle quali si erano uniti operai e contadini, si inserivano in una situazione sociale estremamente difficile, caratterizzata da povertà e scarsa scolarizzazione. Gli studenti messicani protestavano, tra l’altro, contro lo spreco di risorse spese per ospitare le Olimpiadi. Il 26 e il 29 luglio 1968 cortei di manifestanti che confluivano da più parti di Città del Messico si erano conclusi con duri scontri con la polizia. Cortei di protesta si ebbero a Città del Messico anche in  agosto e in settembre. Nelle settimane successive, rappresentanti degli studenti e delle forze di polizia si erano incontrati ed erano giunti a un accordo, secondo cui le manifestazioni si sarebbero svolte in modo pacifico, senza che le forze dell’ordine intervenissero.

Gli studenti universitari organizzarono una manifestazione a Città del Messico per il 2 ottobre alle 18,30 in Plaza de las Tre Culturas, nel quartiere di Tlatelolco. Quel pomeriggio del 2 ottobre del 1968, a circa una settimana dall’inaugurazione delle olimpiadi di Città del Messico, che si svolsero dal 12 al 27 ottobre, i manifestanti a migliaia affluirono pacificamente nella piazza fino a riempirla. Un elicottero improvvisamente illuminò con un raggio verde i manifestanti: era il segnale che i granaderos dell’esercito messicano potevano intervenire. L’unica via d’uscita di Piazza delle Tre Culture, fu bloccata dai blindati della polizia. I granaderos spararono all’impazzata per circa un’ora e i morti furono diverse centinaia, anche se la polizia ne indicò solo una trentina. Oriana Fallaci, l’inviata dell’Europeo, fu gravemente ferita. Testimoni di quanto accaduto furono anche alcuni atleti italiani, come Eddy Ottoz. Manifestazioni di solidarietà con gli studenti messicani si svolsero in molte città italiane.

Lo spettacolo olimpico cominciò come se nulla fosse accaduto. Il 16 ottobre nello stadio Olimpico di Città del Messico i velocisti statunitensi Tommie Smith e John Carlos arrivarono primo e terzo nella finale dei 200 metri piani alle Olimpiadi. Saliti sul podio per la premiazione e ricevute le medaglie, quando le note dell’inno risuonarono nello stadio, Smith e Carlos abbassarono la testa e alzarono un pugno chiuso, indossando dei guanti neri. A decine di metri di distanza, il fotografo John Dominis scattò loro una foto che sarebbe diventata una delle più famose del Novecento, simbolo di un decennio di proteste per i diritti civili dei neri.

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Il ’68: Vietnam e morte del Che

Il ’68: Vietnam e morte del Che

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di Giorgio Baruzzi

La guerra del Vietnam e la morte di Che Guevara

Il Sessantotto

 

 

Bipolarismo e guerra fredda

Tre nazioni erano uscite vincitrici dalla Seconda guerra mondiale: USA, URSS e Gran Bretagna. Solo le prime due assunsero però il ruolo di grandi potenze anche nel dopoguerra e diedero origine a un sistema di relazioni internazionali di tipo bipolare. Gli USA assunsero un evidente primato economico a livello mondiale, infatti nel 1945 possedevano i 2/3 delle risorse aurifere del pianeta, metà della produzione industriale e ¾ dei capitali mondiali investiti. Tale predominio economico fu accompagnato dalla superiorità militare, anche per il possesso della bomba atomica. Il giornalista Walter Lippmann usò il termine “guerra fredda” nel suo libro The Cold War (1947) per definire la situazione delle relazioni internazionali delineatasi dopo la Seconda Guerra mondiale, caratterizzata da una forte conflittualità e da un perenne stato di tensione tra Stati Uniti e Unione Sovietica, con il superamento dell’ordine multipolare ed eurocentrico.

Il Muro di Berlino

Il Muro di Berlino (1961) fu un sistema di fortificazioni fatto erigere dal governo della Germania Est (Repubblica Democratica Tedesca) per impedire la libera circolazione delle persone da e soprattutto verso Berlino Ovest (Repubblica Federale Tedesca). Esso fu considerato il simbolo della divisione della Germania e massima espressione della cosiddetta cortina di ferro che divideva l’Europa sotto influenza sovietica da quella sotto influenza americana durante la guerra fredda.

La guerra di Corea

Nel 1949 l’esplosione della prima bomba atomica sovietica, che pose fine al monopolio atomico americano, alimentò il clima della “guerra fredda” e diede inizio a politiche di riarmo. In Cina fu creata da Mao Zedong la Repubblica popolare cinese che inizialmente si alleò con l’U.R.S.S., facendo anche dell’Estremo Oriente un teatro dello scontro bipolare tra le due superpotenze. Proprio in quest’area si verificò uno dei momenti più drammatici della guerra fredda, quando il regime filosovietico della Corea del Nord invase la Corea del Sud nell’estate del 1950. Su mandato delle Nazioni Unite, ma con l’effettiva leadership statunitense, una forza d’intervento internazionale fermò l’avanzata nordcoreana ristabilendo il precedente status quo nella penisola a prezzo di un sanguinoso conflitto.

La guerra del Vietnam

In Vietman, dopo la Seconda guerra mondiale, il 2 settembre del 1945, Ho Chi-minh proclamò l’indipendenza della Repubblica democratica del Vietnam. Ma la Francia non intendeva rinunciare alla sua colonia, e riprese il controllo del sud del paese. La guerra si protrasse fino al 1954, quando il generale Giap sconfisse i Francesi a Dien Bien Phu (7 maggio). Gli accordi di Ginevra (21 luglio del 1954) previdero la temporanea divisione del Vietnam in due zone lungo la linea del 17° parallelo in attesa di elezioni che nel 1956 avrebbero dovuto portare alla riunificazione. Ma i contrasti tra Nord e Sud si inasprirono e la riunificazione non ebbe luogo. Gli Americani inviarono aiuti militari sempre più massicci al Vietnam del Sud: sotto la presidenza Kennedy la presenza americana giunse a trentamila uomini e con la presidenza di Johnson superò i settecentomila, nel 1968. Gli Stati Uniti non riuscirono tuttavia ad avere ragione della resistenza dei Vietcong (i guerriglieri antigovernativi), che ricevettero crescenti aiuti militari da parte della Cina e dell’Unione Sovietica. Gli Stati Uniti diedero inizio a massicci bombardamenti a nord del 17° parallelo, ma le forze congiunte dei Vietcong e dei Nordvietnamiti resistettero e contrattaccarono nel gennaio del 1968 (offensiva del Tet). In marzo del 1968 il presidente Johnson, anche per la forte opposizione alla guerra nell’opinione pubblica, decise la cessazione dei bombardamenti sul Nord Vietnam. In maggio a Parigi iniziarono colloqui preliminari per verificare le possibili condizioni di pace. Nel gennaio del 1973 a Parigi le trattative portarono a un cessate il fuoco e previdero il ritiro delle forze americane. La guerra si protrasse ancora per due anni, fino al 1975. Il 2 luglio 1976 fu proclamata la Repubblica socialista del Vietnam.

La rivoluzione cubana e la morte del Che

Nel 1953, con l’assalto alla caserma Moncada di Santiago (26 luglio), Fidel Castro, organizzò un tentativo insurrezionale contro il dittatore Batista, che fallì. Imprigionati e in seguito amnistiati, i capi del movimento si rifugiarono in Messico. Nel 1956 Castro, con un’ottantina di seguaci tra i quali Ernesto Guevara, di origine argentina, sbarcò a Cuba e, dopo i primi insuccessi, organizzò un’efficace guerriglia, sostenuta dai contadini. La guerriglia rapidamente si estese a tutto il paese e il 1° gennaio del 1959, con l’insurrezione dell’Avana, Batista fu costretto alla fuga. Il governo guidato da Castro attuò una politica economica (nazionalizzazione delle imprese straniere) che subito lo mise in rotta di collisione con gli Stati Uniti. Tra il 1959 e il 1960 Cuba firmò importanti accordi commerciali con l’URSS. Nel 1960 gli Stati Uniti attuarono l’embargo per le merci dirette a Cuba. Nel 1961 vi fu la rottura delle relazioni diplomatiche tra i due paesi e il fallito tentativo, in aprile dello stesso anno, da parte di esuli cubani armati e finanziati dalla CIA, di sbarcare sull’isola nella baia dei Porci per rovesciare il regime di Castro. L’installazione di rampe missilistiche sull’isola da parte di tecnici militari sovietici, nell’ottobre del 1962, portò a una crisi tra Stati Uniti e Unione Sovietica. La prova di forza tra le due superpotenze si concluse con lo smantellamento delle rampe da parte dell’URSS. Nell’ottobre 1967 i militari boliviani annunciarono la morte di Ernesto Che Guevara. Leader della rivoluzione cubana assieme a Fidel Castro, poi ministro dell’economia a Cuba, il Che si era allontanato dall’isola l’anno precedente dar vita alla guerriglia sulle montagne della Bolivia. Nella primavera del 1967 era stato reso noto un suo appello ai rivoluzionari del mondo, dal titolo Creare due, tre, molti Vietnam. Compito dei rivoluzionari, secondo Guevara, era affiancare il Vietnam con numerosi altri movimenti insurrezionali in tutte le aree del mondo. La sua morte contribuì a fare di Che Guevara un simbolo della lotta contro ogni forma di oppressione.

La rivoluzione culturale cinese.

In Cina, dopo la rottura con l’Unione Sovietica nei primi anni Sessanta, nel 1966 gli studenti dell’università di Pechino cominciarono una violenta contestazione delle autorità accademiche accusate di essere legate a una concezione capitalistica della cultura. Partito da gruppi di studenti universitari, il movimento fu appoggiato da Mao Tse-tung, che lo utilizzò come strumento di pressione contro l’opposizione interna. Nell’estate del 1967 e agli inizi del 1968 lo scontro sembrò sfociare in una vera e propria guerra civile. La rivoluzione culturale cinese ebbe una forte influenza sui movimenti di contestazione dei paesi occidentali.

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