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Il nuovo assetto mondiale

Il nuovo assetto mondiale

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

Il nuovo assetto mondiale

Teheran, Jalta, Potsdam

A partire dal 1943 le potenze occidentali e l’URSS tennero tre importanti conferenze volte a definire il futuro assetto del mondo:

–     Roosevelt, Churchill e Stalin si incontrarono a Teheran (28 novembre e il 1° dicembre 1943);

–     Conferenza di Jalta: Roosevelt, Churchill e Stalin si incontrano tra il 4 e l’11 febbraio 1945;

–     Tra il 17 luglio e il 2 agosto si svolge la conferenza di Potsdam.Truman subentra alla presidenza USA dopo la morte di Roosevelt nell’aprile del ’45), e il laburista Clem Attlee, vincitore alle elezioni di luglio, sostituirà nel corso dell’incontro.

In queste conferenze furono definite le linee generali delle condizioni di pace.

Conseguenze della Seconda guerra mondiale

La guerra causò in Europa, Giappone e Cina una perdita di vite umane e distruzioni materiali di proporzioni catastrofiche, con circa 50 milioni di morti: l’URSS ebbe oltre 20 milioni di morti, la Polonia oltre 6, la Germania circa 5, la Iugoslavia oltre 1 milione e mezzo, il Commonwealth britannico oltre 500000, la Francia circa 400000, l’Italia 300000, il Giappone 1800000, gli USA poco meno di 300000, la Cina 15 milioni.

I rapporti di potenza nel mondo alla fine della guerra mutarono drasticamente e sorsero due superpotenze:

–      gli USA, che alla potenza militare univa un incontrastato primato economico;

–      l’URSS, grande potenza militare ma colpita duramente dalle distruzioni della guerra.

La Gran Bretagna aveva perso il suo ruolo di potenza mondiale e la Francia era uscita dalla guerra drasticamente ridimensionata. Il 26 giugno 1945 fu fondata l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), creata per garantire la pace, la libertà dei popoli e la democrazia e per favorire la cooperazione internazionale. Ben presto in seno all’ONU si manifestarono aspri contrasti tra le due superpotenze Usa e URSS.

I trattati di pace

Il 10 febbraio 1947 furono firmati i trattati di pace che riguardavano Germania, Italia, Bulgaria, Romania, Ungheria e Finlandia. L’Italia cedette alla Francia Briga e Tenda, alla Iugoslavia la Venezia Giulia, mentre Trieste fu divisa in due zone, affidate alla Iugoslavia e agli angloamericani. Albania ed Etiopia recuperarono l’indipendenza, mentre Rodi e il Dodecanneso andarono alla Grecia. I paesi orientali caddero sotto l’influenza dell’URSS.

Le potenze vincitrici della guerra divisero la Germania in due zone: Gran Bretagna, Stati Uniti e Francia occuparono la parte occidentale, l’URSS quella orientale. Per Berlino fu adottato lo stesso criterio. Contro i capi nazisti fu celebrato dal 15 novembre 1945 al 1° ottobre 1946 il processo di Norimberga.

Le frontiere tra Germania, Polonia e URSS furono completamente ridisegnate. La Polonia ottenne dalla prima la Pomerania, la Slesia e parte della Prussia orientale e cedette all’URSS le regioni della Bielorussia e dell’Ucraina, conquistate nel 1921.

Il Giappone perse i territori conquistati in Cina, la Corea, Formosa e Sakhalin. In Asia e in Africa Gran Bretagna, Francia e Olanda recuperarono le loro colonie, dove però si erano sviluppati movimenti di liberazione anticoloniale.

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Kennedy Ich bin ein Berliner!

Kennedy Ich bin ein Berliner!

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

John Fitzgerald Kennedy, Ich bin ein Berliner!

(Io sono un Berlinese)
Il 27 giugno 1963, durante la sua visita a Berlino, il presidente statunitense John Fitzgerald Kennedy pronunciò uno dei discorsi più celebri della storia del Novecento. Egli sottolineò con forza le differenze fra la democrazia occidentale e il mondo comunista,

facendo di Berlino un simbolo della condizione di libertà nel mondo contemporaneo, tanto da sostituire il concetto romano di cittadinanza con quello berlinese di libertà: “Tutti gli uomini liberi, ovunque si trovino, sono cittadini di Berlino. Come uomo libero, quindi, mi vanto di dire: Ich bin ein Berliner.”Guarda il video originale del discorso

Sono fiero di trovarmi in questa città come ospite del vostro illustre sindaco, che ha simboleggiato nel mondo lo spirito combattivo di Berlino Ovest. E sono fiero di visitare la Repubblica federale con il vostro illustre cancelliere, che da tanti anni impegna la Germania per la democrazia, la libertà e il progresso, e di trovarmi qui in compagnia del mio compatriota generale Clay, che è stato in questa città nei grandi momenti di crisi che essa ha attraversato, e vi ritornerà, se mai ve ne sarà bisogno.
Duemila anni fa, il vanto più grande era questo: Civis romanus sum. Oggi, nel mondo della libertà, il maggior vanto è poter dire: Ich bin ein Berliner. C’è molta gente al mondo che realmente non comprende – o dice di non comprendere – quale sia il gran problema che divide il mondo libero dal mondo comunista. Lasciateli venire a Berlino!
Ci sono taluni i quali dicono che il comunismo rappresenta l’ondata del futuro. Lasciateli venire a Berlino!
E ci sono poi alcuni che dicono, in Europa e altrove, che si potrebbe lavorare con i comunisti. Lasciateli venire anche questi a Berlino.
E ci sono persino alcuni pochi, i quali dicono che è vero, sì, che il comunismo è un cattivo sistema, ma che esso consente di realizzare il progresso economico. Lass sie nach Berlin kommen!
La libertà ha molte difficoltà, e la democrazia non è perfetta; ma noi abbiamo mai dovuto erigere un muro per chiudervi dentro la nostra gente e impedirle di lasciarci.
Desidero dire a nome dei miei concittadini, che vivono molte miglia lontano, al di là dell’Atlantico – e sono remoti da voi – che per loro è motivo di massima fierezza il fatto di avere potuto condividere con voi, sia pure a distanza, la storia degli ultimi diciotto anni. Non so di alcuna città che, contesa per diciotto anni, conservi ancora la vitalità, la forza, la speranza e la risolutezza della città di Berlino Ovest.
Sebbene il muro rappresenti la più ovvia e lampante dimostrazione degli insuccessi del sistema comunista dinanzi agli occhi del mondo intero, non ne possiamo trarre soddisfazione. Esso rappresenta infatti, come ha detto il vostro sindaco, un’offesa non solo alla storia, ma un’offesa all’umanità, perché divide le famiglie, divide i mariti dalle mogli e i fratelli dalle sorelle, e divide gli uni dagli altri i cittadini che vorrebbero vivere insieme.
Ciò che vale per questa città, vale per la Germania. Una pace veramente durevole in Europa non potrà essere assicurata fino a quando a un tedesco su quattro si negherà il diritto elementare di uomo libero, e cioè quello della libera scelta. In diciotto anni di pace e di buona fede, questa generazione tedesca si è guadagnata il diritto di essere libera e con esso il diritto di unire le famiglie e la nazione in pace durevole e in buona volontà verso tutti i popoli. Voi vivete in un’isola fortificata della libertà; ma la vostra vita è parte della vita del mondo libero. Vorrei quindi chiedervi, concludendo, di levare il vostro sguardo al di là dei pericoli di oggi e verso la speranza di domani, al di là della semplice libertà di questa città di Berlino o della vostra patria tedesca e verso il progresso della libertà dovunque, al di là del muro e verso il giorno della pace con giustizia, al di là di voi stessi e di noi, verso l’umanità tutta.
La libertà è indivisibile, e quando un uomo è in schiavitù, nessun altro è libero. Quando tutti saranno liberi, allora potremo guardare al giorno in cui questa città sarà riunita – e così questo Paese e questo grande continente europeo – in un mondo pacifico e ricco di speranza.
Quando questo giorno infine verrà – e verrà – la popolazione di Berlino Ovest potrà avere motivo di misurata soddisfazione per il fatto di essersi trovata sulla linea del fronte per quasi due decenni. Tutti gli uomini liberi, ovunque si trovino, sono cittadini di Berlino. Come uomo libero, quindi, mi vanto di dire: Ich bin ein Berliner.

John Fitzgerald Kennedy, Berlino, 27 giugno 1963

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Il miracolo economico

Il miracolo economico

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

Il miracolo economico

Nel 1950 la stabilizzazione monetaria e lo sviluppo degli scambi con l’estero consentì all’Italia di sfruttare la favorevole congiuntura economica internazionale aperta dalla guerra di Corea. Dal 1950 al 1963 vi fu, infatti, un periodo di lunga crescita economica, il cosiddetto “miracolo economico”, particolarmente intenso tra il 1958 e il 1963, quando la crescita del prodotto nazionale e industriale raggiunse i massimi storici.

Il boom economico fu favorito dai finanziamenti americani, dall’aumento delle esportazioni all’estero, dovute anche alla liberalizzazione del Mercato comune europeo, e dalla forte crescita della domanda interna, dovuta agli investimenti nell’edilizia e nell’industria che si modernizzava. Inoltre, mentre era cresciuta la produttività industriale, grazie all’adozione di tecnologie avanzate, restava basso in Italia il costo del lavoro, anche per effetto delle forti migrazioni interne di lavoratori che dalle campagne e dal Meridione cercavano impiego nelle industrie del Nord. Lo sviluppo economico fu inoltre favorito dal basso costo delle fonti di energia e dai notevoli investimenti dell’industria pubblica, soprattutto nel settore siderurgico.

Anche in Italia si realizzò così, pur in ritardo, uno sviluppo basato sulla produzione in serie automatizzata di beni e consumi diffusi (elettrodomestici, televisori, ciclomotori e automobili di piccola cilindrata, con i modelli Fiat 600 e 500). Tuttavia l’economia italiana si sviluppò secondo un modello dualistico, per la presenza contemporanea di settori molto dinamici contrapposti ad altri arretrati e per l’aggravarsi dello squilibrio tra Nord e Sud. Nel 1963 la crescita dell’economia italiana rallentò per poi riprendere, con un ritmo molto più lento, nel 1966.

I governi di centro-sinistra.

Le premesse per un superamento dei governi centristi sono individuabili nella linea  di un accordo tra DC e PSI lanciata da Aldo Moro al congresso democristiano dell’ottobre 1959. Nacquero così i primi governi di centrosinistra basati su accordi politici tra DC, PSI, PSDI e PRI. Con la pesante sconfitta elettorale socialista alle elezioni del 19 maggio 1968, l’asse politico del Paese si spostò progressivamente a destra, mentre a sinistra il Partito comunista continuava ad aumentare i suoi consensi e nacque la cosiddetta sinistra extraparlamentare. Fu un periodo di aspre lotte sociali e di continue contestazioni studentesche. Nel 1969, con la strage di Piazza Fontana, si aprì la “strategia della tensione” che puntava a contrastare l’avanzata delle sinistre. Iniziò una fase di instabilità politica che condusse al primo scioglimento anticipato del Parlamento della storia della Repubblica e a elezioni anticipate (7 maggio 1972), dalle quali non uscì tuttavia un quadro politico stabile.

Nuovi stili di vita

L’accelerato processo di sviluppo verificatosi negli anni ’50 e ‘60 travolse tradizioni, culture e abitudini degli Italiani. L’Italia si trasformò in pochi anni da società agricola a società industriale avanzata e lo sviluppo economico cambiò radicalmente i consumi, le condizioni e gli stili di vita. All’inizio degli anni Cinquanta un quarto delle case era senza acqua corrente, quasi tre quarti era senza bagno e solo una su dieci aveva il termosifone e il telefono. Il 58% della spesa familiare era destinato all’alimentazione e quasi tutto il resto all’abitazione e al vestiario. In un breve arco temporale questa situazione mutò radicalmente e si crearono le basi della cosiddetta società dei consumi.

Nella seconda metà degli anni Cinquanta incominciò a diffondersi a livello di massa l’automobile, prima riservata a pochi privilegiati. Alla fine degli anni ’50, nascono la Fiat 500 e la Fiat 600, due utilitarie dal prezzo molto contenuto. Nel 1953 circolavano in Italia oltre 600.000 automobili, nel 1956 oltre un milione, nel 1965 più di cinque milioni e nel 1968 oltre otto milioni, per raggiungere nel 1982 i venti milioni. Altrettanto rapidamente si diffuse la televisione, che nel 1954 (anno di inizio delle trasmissioni regolari) aveva 88.000 abbonati, saliti nel 1958 a un milione, nel 1969 a nove milioni, nel 1982 a 13 milioni e mezzo. Fra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta anche gli elettrodomestici e il telefono entrarono massicciamente nelle case italiane.

Fra i mutamenti più appariscenti degli stili di vita vi fu lo sviluppo dei consumi privati: negli anni Cinquanta e Sessanta il consumismo e le aspirazioni a un avanzamento individuale riguardarono soprattutto i ceti medi, attratti dal modello di vita americano. Gli Stati Uniti, che sin dall’inizio del secolo si erano caratterizzati per lo sviluppo di un mercato di massa, con prodotti di largo consumo, furono visti come un modello. Il consumismo fu, infatti, considerato da molti come il fattore chiave del successo del paese più ricco e potente del mondo, anche se non mancarono autorevoli critiche alla società dei consumi da parte di intellettuali, filosofi e sociologi.

La cultura giovanile

Gli anni Sessanta furono un decennio caratterizzato da un grande rinnovamento generazionale: prima la beat generation, poi la musica pop, diventarono il nuovo modo di espressione dei giovani, che si identificano sempre di più nei loro idoli musicali. Nel 1964, un anno di grandi fermenti culturali e sociali, in Gran Bretagna imperversarono i Beatles e i Rolling Stones. Nacque la musica rock, che diventò espressione delle nuove generazioni. In Italia gli echi di questi fermenti si fecero sentire con qualche anno di ritardo. La maggiore disponibilità di tempo e di denaro fece delle nuove generazioni consumatori particolarmente ambiti dal sistema produttivo, tanto che ai giovani furono sempre più frequentemente destinati spettacoli televisivi e cinematografici, capi di abbigliamento, dischi e mezzi di trasporto. Furono gli anni in cui si affermarono i media, la cultura pop e la minigonna. Fecero la loro comparsa le prime radio a transistor che sostituirono le vecchie e ingombranti radio a valvole: fu il boom delle radioline portatili a batteria che gli Italiani portavano ovunque con sé, quasi come accade oggi con i cellulari. Si crearono mode da seguire,”divi” da imitare e modelli di comportamento ai quali conformarsi, la maggior parte dei quali proveniva dal mondo anglosassone, che prese definitivamente il posto di Parigi e della Francia come punto di riferimento internazionale: Londra, New York, San Francisco divennero le grandi capitali della moda “giovane” (dei teenager, come vengono chiamati, con termine inglese, i ragazzi tra i 13 e i 19 anni) e dell’industria discografica. Si imposero così in tutta il mondo capi d’abbigliamento come i jeans o le t-shirt, le bevande gassate e le canzoni in lingua inglese.

Di questo fenomeno traccia un’efficace sintesi lo storico E.J. Hobsbawm nel suo saggio Il secolo breve:

Gli stili della gioventù americana si diffusero direttamente o attraverso l’amplificazione dei loro segnali mediante la cultura inglese, che faceva da raccordo tra America ed Europa, per una specie di osmosi spontanea. La cultura giovanile americana si diffuse attraverso i dischi e le cassette, il cui più importante strumento promozionale, allora come prima e dopo, fu la vecchia radio. Si diffuse attraverso la distribuzione mondiale delle immagini; attraverso i contatti personali del turismo giovanile internazionale che portava in giro per il mondo gruppi ancora piccoli, ma sempre più folti e influenti, di ragazzi e ragazze in blue jeans; si diffuse attraverso la rete mondiale delle università, la cui capacità di rapida comunicazione internazionale divenne evidente negli anni ’60. Infine si diffuse attraverso il potere condizionante della moda nella società dei consumi, una moda che raggiungeva le masse e che veniva amplificata dalla spinta a uniformarsi propria dei gruppi giovanili. Era sorta una cultura giovanile mondiale.”

E.J. HOBSBAWM, Il secolo breve, trad. it., Milano 1997

Il turismo di massa.

Uno dei più profondi cambiamenti prodotti dal boom economico italiano fu sicuramente costituito dal notevole aumento del tempo libero. La riduzione degli orari di lavoro nelle aziende, la diffusione di massa degli elettrodomestici che liberò le donne da una parte consistente del loro lavoro nell’ambito della famiglia determinarono l’aumento del tempo libero. Inoltre, all’urbanizzazione derivata dallo sviluppo industriale si accompagnò la diffusione dell’automobile e di più veloci mezzi di trasporto, che permettevano ora una mobilità enormemente maggiore rispetto al passato. Di conseguenza cambiarono radicalmente gli stili di vita e le aspettative per il futuro, soprattutto tra le giovani generazioni. In questa fase di grandi cambiamenti trova le sue radici lo sviluppo del turismo di massa, che estese a vaste fasce della popolazione la possibilità di trascorrere l’estate presso località balneari, montane o termali. Tale opportunità fu principalmente consentita da tre fattori: l’aumento del tempo libero, le ferie retribuite, il miglioramento dei redditi e la motorizzazione di massa. Le vacanze al mare e in montagna non furono più un privilegio di pochi ma divennero un fenomeno di massa, assurgendo talora a status simbol di una condizione economica famigliare nettamente migliorata.

Nella prima parte degli anni ’60 l’Italia beneficiò ancora degli effetti del boom economico. Il 1960 fu l’anno del film “La dolce vita” di Federico Fellini, che era lo specchio di una società in trasformazione, in bilico fra il vecchio e il nuovo.

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La guerra del Vietnam

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La Seconda guerra mondiale indebolì il dominio coloniale francese sull’Indocina e il Giappone intervenne militarmente in Vietnam. A capo della lotta armata contro i Francesi e i Giapponesi si pose il comunista Ho Chi-minh, che nel 1941 fondò il Vietminh (Lega per l’Indipendenza del Vietnam).

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Divisione della Germania, muro di Berlino, riunificazione

Divisione della Germania, muro di Berlino, riunificazione

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

La divisione della Germania, il muro di Berlino, la riunificazione tedesca

 

La divisione della Germania

Dopo la capitolazione della Germania nazista l’8 maggio 1945, le potenze vincitrici della Seconda Guerra mondiale, come concordato nel febbraio a JALTA e nel luglio-agosto a POTSDAM, decisero di dividere la Germania e la stessa capitale Berlino in quattro zone d’occupazione, controllate da Americani, Inglesi, Francesi e Sovietici. Berlino si trovava all’interno della zona sovietica. Tuttavia, gli accordi di Potsdam prevedevano la ricostituzione di una Germania unita, denazificata e sottoposta a qualche forma di controllo internazionale.

Dal 1947 le tre zone controllate dalle potenze occidentali si fusero in un’unica realtà amministrativa e cominciò ad affermarsi l’ipotesi della definitiva divisione della Germania e dell’integrazione della parte occidentale nel sistema politico ed economico euro-atlantico. Gli Stati Uniti estesero il Piano Marshall alla Germania occidentale e fu varata una riforma monetaria che prevedeva l’introduzione del nuovo marco.

I Russi, dopo avere introdotto il loro marco e averne chiesto l’adozione anche a Berlino Ovest, nel giugno del 1948 interruppero il traffico ferroviario, terrestre e fluviale tra la città e la Germania occidentale, ma con un ponte aereo gli occidentali rifornirono Berlino con circa 8000 tonnellate di merci al giorno. Il BLOCCO DI BERLINO fu interrotto il 12 maggio 1949.

Con la fine di fatto dell’Amministrazione quadripartita e la nascita di lì a poco della Repubblica Federale Tedesca, la divisione della Germania e di Berlino si sarebbe cristallizzata per i successivi cinquant’anni.

Conclusi i lavori dell’Assemblea costituente che aveva elaborato il testo della Legge Fondamentale, base costituzionale per il futuro Stato tedesco occidentale, la Repubblica Federale Tedesca (RFT) nacque il 7 settembre 1949 sotto la guida di Konrad Adenauer, leader dell’Unione cristiano-democratica. Viceversa, il 7 ottobre 1949 nacque la Repubblica Democratica Tedesca (RDT) sotto la guida di Otto Grotewohl, leader del Partito comunista, SED.

La parte occidentale del Paese fu retta da un governo sostenuto dagli Stati Uniti, mentre quella orientale cadde sotto l’influenza dell’Unione Sovietica. Inizialmente ai cittadini di Berlino era permesso di circolare liberamente in tutti i settori, ma con lo sviluppo della Guerra fredda i movimenti vennero limitati. Il confine tra Germania Est e Germania Ovest venne chiuso nel 1952 e l’attrazione dei settori occidentali di Berlino per i cittadini della Germania Est aumentò. Berlino, divisa anch’essa in due parti, vide la fuga dalla Repubblica Democratica verso quella Federale, di molti cittadini, attratti dalla prospettiva di una maggiore libertà e di migliori condizioni di vita. Per impedire tali fughe, nel 1961 il governo tedesco orientale fece erigere un muro che divideva a metà Berlino.

 

Il muro di Berlino

Il Muro di Berlino (ovvero Antifaschistischer Schutzwall, Barriera di protezione antifascista) fu un sistema di  fortificazioni fatto erigere dal governo della Germania Est (Repubblica Democratica Tedesca) per impedire la libera circolazione delle persone da e soprattutto verso Berlino Ovest (Repubblica Federale Tedesca).

Esso fu considerato il simbolo della divisione della Germania e massima espressione della cosiddetta cortina di ferro che divideva l’Europa sotto influenza sovietica da quella sotto influenza americana durante la guerra fredda.

Per fermare l’esodo dalla Germania est, il regime “comunista” iniziò la costruzione di un muro attorno ai tre settori occidentali, nella notte tra il 12 e il 13 agosto 1961. Inizialmente la barriera di confine consisteva di filo spinato, ma dal 15 agosto furono utilizzati elementi prefabbricati di cemento e di pietra, costruendo un vero e proprio muro. Esso circondò completamente Berlino Ovest e trasformò i tre settori occidentali in un territorio interamente chiuso all’interno dei territori orientali. Il muro era lungo più di 155 km. Dopo la costruzione iniziale, venne regolarmente migliorato.

Alla fine, tra Berlino Ovest e Berlino Est la frontiera fu fortificata militarmente da due muri paralleli di cemento armato, separati dalla cosiddetta “striscia della morte“, larga alcune decine di metri. Dalla sua costruzione alla sua caduta furono uccise dalla polizia di frontiera della DDR oltre 100 persone mentre cercavano di superare il muro verso Berlino Ovest, senza contare i fuggiaschi catturati.

Il primo a saltare fu il 19enne Conrad Schumann, sottufficiale della NVA, l’esercito della DDR: a mezzogiorno del 15 agosto 1961, mentre srotolava filo spinato, fuggì verso Ovest. Il primo a morire fu Rudolf Urban, 47enne: nel disperato tentativo di fuggire dal suo appartamento in Bernauer Strasse morì cadendo dalla finestra. Tre giorni dopo la stessa sorte toccò a Ida Siekmann. Il 17 agosto 1962 morì Peter Fechter, 18enne apprendista muratore. Il giovane tentò di scappare con un amico scavalcando il muro nella Zimmerstrasse. Fu colpito alle spalle dalla polizia di frontiera dell’Est, mentre s’arrampicava, con 21 colpi d’arma da fuoco e morì dissanguato. Rimase 50 minuti nella zona di frontiera, terra di nessuno, senza ricevere soccorso. Centinaia di Berlinesi assistettero impotenti allo strazio del giovane morente, mentre il suo amico riuscì a fuggire.

Il Checkpoint Charlie, posto tra settore sovietico e settore americano, fu creato nell’agosto del 1961 in seguito alla costruzione del muro di Berlino. Esso era un importante posto di blocco che permetteva il transito del personale militare delle forze alleate, del personale militare sovietico di collegamento, del personale diplomatico e dei visitatori stranieri. Le potenze occidentali ebbero altri due posti di blocco, a Helmstedt (Checkpoint Alpha) sul confine tra Germania Est e Ovest e a Dreilinden (Checkpoint Bravo) sul confine sud di Berlino Ovest.

L’urbanistica della città fu sconvolta, poiché essa fu tagliata in due orizzontalmente. Interi quartieri furono divisi nettamente (in Bernauer Strasse nel Mitte i dirimpettai, dal 13 agosto, vivevamo in settori differenti e le loro finestre diventarono il confine). Il sistema di trasporti fu spezzato: 8 linee della S-Bahn e 4 della U-Bahn interrotte (a est chiuse 13 delle 33 stazioni metropolitane), 67 strade bloccate. Così pure la linea telefonica (fino al 1972). Il muro divise in due la città di Berlino per 28 anni, dal 13 agosto del 1961 fino al 9 novembre 1989.

 

Gorbačëv e La crisi del polo sovietico

L’11 marzo 1985 Michail Gorbačëv divenne Segretario Generale del PCUS e diede inizio all’interno dell’URSS a una politica di riforme, con l’approvazione, durante il ventisettesimo congresso del PCUS (febbraio del 1986), della Glasnost‘, della Perestrojka e dell’Uskorenie (accelerazione dello sviluppo economico). La nuova politica di Gorbačëv contribuì in modo determinante alla fine della Guerra Fredda, arrestando la corsa agli armamenti tra USA e URSS e diminuendo grandemente il rischio di un conflitto nucleare. L’11 ottobre 1986, Gorbačëv e il presidente statunitense Ronald Reagan si incontrano a Reykjavík per discutere la riduzione degli arsenali nucleari. L’anno successivo fu firmato il Trattato INF, che portò all’eliminazione delle armi nucleari a raggio intermedio in Europa.

Anche nei paesi europei del Patto di Varsavia iniziò presto a spirare il vento del cambiamento All’inizio del 1989 in Polonia fu legalizzata Solidarnosc. In primavera era cambiato il regime in Ungheria e il paese aveva aperto le proprie frontiere con l’Austria il 23 agosto 1989, dando così la possibilità di espatriare in occidente ai Tedeschi dell’Est che si trovassero in altri paesi dell’Europa orientale. Presto un cambiamento radicale sarebbe avvenuto anche a Praga, dove Vaclav Havel si apprestava a diventare presidente della Cecoslovacchia. Alla fine di quell’anno, il 25 dicembre, in Romania i militari preposti alla difesa del sistema socialista avrebbero arrestato e giustiziato Nicolae ed Elena Ceausescu.

Nella Germania dell’Est la situazione per il governo della RDT era critica: da mesi erano in corso proteste di massa contro il regime. Nell’ottobre del 1989, a Lipsia, in Germania Est, scesero in piazza circa 250 mila persone. Il leader della Germania Est, Erich Honecker, in carica dal 1971, si dimise il 18 ottobre. I suoi successori, spaventati dalle proteste, tentarono di fare alcune concessioni ai manifestanti nel tentativo di mantenere in vita il regime.

 

La conferenza stampa di Günter Schabowski

Il Politburo della SED approvò il 9 novembre una nuova regolamentazione dei viaggi all’estero più permissiva, la cui entrata in vigore era prevista per il giorno successivo. Tuttavia, Günter Schabowski, il dirigente incaricato di tenere una conferenza stampa in merito, non era stato presente alla riunione del Politburo in cui si era discusso della nuova misura, perciò conosceva le deliberazioni adottate in modo approssimativo. Nel corso della conferenza stampa, pressato dai giornalisti, fece dichiarazioni che, presumibilmente contro le sue intenzioni, contribuirono non poco alla caduta del muro. La sera del 9 novembre verso le 18.50 Schabowski, di fronte ai giornalisti, aveva elencato una serie di piccole modifiche e provvedimenti, annunciando tra l’altro aperture relative ai viaggi con un allentamento delle restrizioni.

Iniziarono le domande dei giornalisti e, preso un po’ alla sprovvista, Schabowski decise di leggere ad alta voce il testo ricevuto da Egon Krenz, segretario della SED: “le richieste per spostamenti all’estero da parte di privati cittadini possono ora essere avanzate senza i requisiti precedentemente in vigore (dimostrando la necessità del viaggio o provate ragioni familiari). Le autorizzazioni di viaggio saranno rilasciate a breve.”

Immediatamente Schabowski fu messo sotto pressione da tutti i giornalisti presenti, che gli chiesero se le nuove regole si applicassero anche a Berlino e Schabowski rispose, con qualche incertezza, di sì.

A questo punto il giornalista dell’ANSA Riccardo Ehrman (secondo alcuni fu invece il giornalista della Bild Peter Brinkmann) gli chiese: wann tritt das in Kraft? Quando entrerà in vigore? Schabowski, sempre più confuso, tornò a scrutare le sue carte e rispose: «Per quanto ne so… da subito, immediatamente».

https://www.la7.it/atlantide/video/9-novembre-1989-lannuncio-a-sorpresa-di-günter-schabowski-funzionario-della-ddr-si-può-attraversare-11-04-2019-268632

https://www.youtube.com/watch?time_continue=2&v=b3qVjwzgC2A&feature=emb_logo

Quelle parole divennero i titoli dei telegiornali della sera in tutta la Germania occidentale. In breve la notizia si diffuse anche a Est. Entro sera una folla gigantesca si radunò davanti ai checkpoint del Muro di Berlino. La domanda che circolava era se il Muro sarebbe finalmente caduto.

 

Il checkpoint Bornholmer Strasse

La sera del 9 novembre il tenente colonnello della guardia di frontiera Harald Jäger sentì al notiziario Schabowski contraddirsi, annunciando prima che sarebbe stato possibile viaggiare verso Ovest dopo aver ottenuto appositi documenti, poi che sarebbe stato possibile farlo fin da subito. Jäger raggiunse il suo posto di confine, il checkpoint di Bornholmer Strasse, e lungo la strada guardò preoccupato i capannelli di persone che si stavano formando e che si dirigevano verso il confine.

Qualcuno si avvicinò al posto di guardia e chiese se fosse possibile attraversare. Jäger chiamò i suoi superiori e chiese indicazioni. Gli fu ordinato di rimandare indietro chiunque non avesse i documenti di viaggio per poter attraversare il confine. La folla davanti a Bornholmer Strasse si fece sempre più grande e rumorosa. Jäger chiamò di nuovo i suoi superiori ma nessuno sapeva cosa fare e dal governo non arrivavano né ordini né istruzioni. Alle 23.30 la folla era oramai incontrollabile e Jäger prese l’unica decisione che a quel punto gli sembrava possibile: diede ordine di aprire i varchi tra Berlino est e Berlino ovest.

Immediatamente una folla composta da decine di migliaia di persone si riversò dall’altro lato, accolta dagli abitanti di Berlino ovest. Molti cittadini dell’Est si arrampicarono sul muro e lo superarono, in un’atmosfera festosa. Durante le settimane successive piccole parti del muro furono demolite e portate via dalla folla e dai cercatori di souvenir.

 

La riunificazione tedesca

La caduta del muro di Berlino aprì la strada alla riunificazione tedesca,che fu formalmente conclusa il 3 ottobre 1990.

Il 13 novembre Hans Modrow divenne presidente del Consiglio dei ministri della DDR e il 9 dicembre un congresso straordinario della SED elesse presidente Gregor Gysi, assumendo il nome di Partito del Socialismo Democratico.

Kohl (capo del governo RFT) e Modrow (capo del governo RDT) avviarono trattative sulla riunificazione delle due Germanie. Modrow propose un piano per una riunificazione graduale della Germania in forma confederale.

Il 18 marzo1990 si svolsero nella RDT le elezioni politiche, che videro il successo della coalizione Alleanza per la Germania (CDU della Germania Est e altri partiti), capeggiata da Lothar de Maizière. Il 12 aprile entrò in carica il governo de Maizière che accolse la prospettiva, fortemente voluta da Kohl, di una riunificazione in tempi brevi.

Un passaggio fondamentale in vista della riunificazione fu l’entrata in vigore, il 1º luglio 1990, del Trattato sull’unione monetaria, economica e sociale (Währungs-, Wirtschafts- und Sozialunion) tra i due Stati, che prevedeva un’unica moneta, il marco, per le due Germanie.

Il 12 settembre fu firmato il Trattato sullo stato finale della Germania e la riunificazione tedesca avvenne ufficialmente il 3 ottobre 1990. I territori della Repubblica Democratica Tedesca furono incorporati nella Repubblica Federale Tedesca, per poi costituirsi in cinque nuovi Länder (“stati federati”): Meclemburgo-Pomerania Anteriore, Brandeburgo, Sassonia, Sassonia-Anhalt e Turingia. Lo stato riunificato mantenne il nome che era della Germania Ovest, ovvero Repubblica Federale Tedesca.

Più che di una riunificazione tra i due stati tedeschi si trattò dell’annessione da parte della Germania Ovest dei cinque Länder della Germania Est e di Berlino Est, con l’estensione della Grundgesetz, la Legge fondamentale della Repubblica Federale Tedesca a questi territori. Tale scelta velocizzò la riunificazione tra i due stati (evitando così l’elaborazione di una nuova costituzione e la sottoscrizione di nuovi trattati internazionali) ma suscitò nei Tedeschi dell’Est il diffuso sentimento di essere stati occupati o annessi. L’alternativa sarebbe stata quella di una formale riunificazione tra due Stati indipendenti, in vista della stesura di una nuova costituzione per la Germania unificata.

Le elezioni pantedesche del dicembre 1990 diedero una salda maggioranza alla coalizione formata dalla CDU-CSU e dal Partito liberale, che ottennero 398 seggi contro i 239 del Partito socialdemocratico. Kohl, principale artefice della riunificazione, fu confermato cancelliere. Il 20 giugno 1991 il Bundestag decise di riportare la capitale del paese riunificato a Berlino. Nel settembre 1999 il parlamento tornò nella sede del Reichstag ristrutturato.

La Germania riunificata rimase un paese membro della NATO, della Comunità economica europea e successivamente dell’Unione europea). La riunificazione tedesca appare come un evento essenziale per la successiva integrazione europea (a partire dal Trattato di Maastricht firmato il 7 febbraio 1992 ed entrato in vigore il 1º novembre 1993) e per l’adozione dell’euro come valuta comune a numerosi Paesi del continente.

 

Le conseguenze della riunificazione

L’unificazione monetaria, con la definizione di un tasso di cambio alla pari da parte di Helmut Kohl, che comportò una rivalutazione del cambio pari al 450%, ebbe per la Germania dell’Est conseguenze per certi versi drammatiche. Nell’ottobre 1990 la produzione industriale dell’Est era dimezzata rispetto all’anno precedente. Dal primo luglio 1990, giorno dopo giorno si persero decine di migliaia di posti di lavoro. Molte industrie chiusero i battenti e la disoccupazione aumentò enormemente. Il costo economico e sociale della riunificazione fu aggravato dalla situazione critica in cui già si trovavano molti settori produttivi della DDR. La Germania riunificata decise ingenti trasferimenti finanziari verso i Länder orientali, che ridussero in parte le conseguenze negative delle scelte economiche compiute. Le banche e le casse di risparmio tedesco-orientali furono svendute a gruppi bancari tedesco-occidentali, che ne trassero enormi profitti. Le grandi compagnie d’assicurazione (come Allianz) fecero lo stesso, acquistando a cifre irrisorie l’intero sistema assicurativo tedesco-orientale. Analoga procedura fu applicata alla rete elettrica e alla stampa.

Molti Tedeschi dell’Est emigrarono verso Ovest, alla ricerca di migliori condizioni di vita. Tale flusso migratorio ha fortemente contribuito a determinare un calo della popolazione nei territori della ex Germania Est, con l’unica eccezione di Berlino. Dalla caduta del muro, milioni di tedeschi si sono trasferiti dalle regioni orientali a quelle occidentali, provocando una vera a propria “crisi demografica”: 3,68 milioni “in fuga” tra il 1991 e il 2007. La popolazione delle regioni ex-DDR è scesa al livello del 1905.

La caduta del muro ebbe anche l’effetto di accelerare la crisi dell’Unione Sovietica. Le riforme in senso democratico introdotte da Gorbačëv portarono nel 1991 al risultato, da lui non voluto, della dissoluzione dell’Unione Sovietica, e all’indipendenza delle repubbliche che ne facevano parte. .
Nell’arco di poco più di 2 anni si verificarono eventi rigorosamente imprevisti: il crollo del Muro (9 novembre 1989); l’unificazione tedesca (3 ottobre 1990), la rinascita della Russia per decomposizione dell’Unione Sovietica (25-26 dicembre 1991).

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