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Marx, Engels Comunismo e proletariato

Marx, Engels Comunismo e proletariato

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

Marx, Engels – Comunismo, proletariato e lotta di classe

Marx ed Engels indicano nei comunisti l’avanguardia cosciente del proletariato, capace di tracciare la strada per una radicale trasformazione del sistema economico capitalistico e per costruire una società più giusta.

Che relazione passa tra i comunisti e i proletari in generale? I comunisti non costituiscono un partito particolare di fronte agli altri partiti operai. […]

I comunisti si distinguono dagli altri partiti proletari solamente per il fatto che da un lato, nelle varie lotte nazionali dei proletari, essi mettono in rilievo e fanno valere quegli interessi comuni dell’intiero proletariato che sono indipendenti dalla nazionalità; d’altro lato per il fatto che, nei vari stadi di sviluppo che la lotta tra proletariato e borghesia va attraversando, rappresentano sempre l’interesse del movimento complessivo.

In pratica, dunque, i comunisti sono la parte più risoluta dei partiti operai di tutti i paesi, quella che sempre spinge avanti; dal punto di vista della teoria, essi hanno un vantaggio sulla restante massa del proletariato pel fatto che conoscono le condizioni, l’andamento e i risultati generali del movimento proletario.

Lo scopo immediato dei comunisti è quello stesso degli altri partiti proletari: formazione del proletariato in classe, rovesciamento del dominio borghese, conquista del potere politico da parte del proletariato. […]

Ciò che distingue il comunismo non è l’abolizione della proprietà in generale, bensì l’abolizione della proprietà borghese. Ma la moderna proprietà privata borghese è l’ultima e la più perfetta espressione di quella produzione e appropriazione dei prodotti, che poggia sugli antagonismi di classe, sullo sfruttamento degli uni per opera degli altri.

In questo senso i comunisti possono riassumere la loro dottrina in quest’unica espressione: abolizione della proprietà privata.

È stato mosso rimprovero a noi comunisti di voler abolire la proprietà acquistata col lavoro personale, frutto del lavoro di ciascuno; quella proprietà che sarebbe il fondamento di ogni libertà, di ogni attività e di ogni indipendenza personali.

Proprietà acquistata, guadagnata, frutto del proprio lavoro! Parlate voi forse della proprietà del piccolo borghese o del piccolo agricoltore, che precedette la proprietà borghese? Noi non abbiamo bisogno di abolirla; l’ha già abolita e la abolisce quotidianamente lo sviluppo dell’industria.

Oppure parlate voi della moderna proprietà borghese privata? Ma che forse il lavoro salariato, il lavoro del proletario, crea a quest’ultimo una proprietà? In nessun modo. Esso crea il capitale, cioè crea la proprietà che sfrutta il lavoro salariato e che non può aumentare se non a condizione di generare nuovo lavoro salariato per nuovamente sfruttarlo. La proprietà nella sua forma odierna è fondata sull’antagonismo fra capitale e lavoro salariato. Esaminiamo i due termini di questo antagonismo.

Essere capitalista non vuol dire soltanto occupare nella produzione una posizione puramente personale, ma una posizione sociale. Il capitale è un prodotto comune e non può essere messo in moto se non dall’attività comune di molti membri della società, anzi, in ultima istanza, soltanto dall’attività comune di tutti i membri della società.

Il capitale, dunque, non è una potenza personale; esso è una potenza sociale.

Se dunque il capitale viene trasformato in proprietà comune, appartenente a tutti i membri della società, ciò non vuol dire che si trasformi una proprietà personale in proprietà sociale. Si trasforma soltanto il carattere sociale della proprietà. Esso perde il suo carattere di classe.

Veniamo al lavoro salariato.

Il prezzo medio del lavoro salariato è il minimo del salario, ossia la somma dei mezzi di sussistenza necessari a mantenere in vita l’operaio in quanto operaio. Quello dunque che l’operaio salariato si appropria con la sua attività, gli basta soltanto per riprodurre la sua nuda esistenza. Noi non vogliamo punto abolire questa appropriazione personale dei prodotti del lavoro necessari per la riproduzione della vita immediata, appropriazione la quale non lascia alcun profitto netto, che possa dare un potere sul lavoro altrui. Noi vogliamo soltanto abolire il miserabile carattere di questa appropriazione, per cui l’operaio esiste soltanto per accrescere il capitale e vive quel tanto che è richiesto dall’interesse della classe dominante. […]

E la borghesia chiama l’abolizione di questo stato di cose abolizione della personalità e della libertà! E ha ragione. Perché si tratta, effettivamente, di abolire la personalità, l’indipendenza e la libertà del borghese! […]

Il comunismo non toglie a nessuno la facoltà di appropriarsi dei prodotti sociali; toglie soltanto la facoltà di valersi di tale appropriazione per asservire lavoro altrui. […]

Abolizione della famiglia! Persino i più avanzati fra i radicali si scandalizzano di così ignominiosa intenzione dei comunisti.

Su che cosa si basa la famiglia odierna, la famiglia borghese? Sul capitale, sul guadagno privato. Nel suo pieno sviluppo la famiglia odierna esiste soltanto per la borghesia; ma essa trova il suo complemento nella forzata mancanza di famiglia dei proletari e nella prostituzione pubblica.

La famiglia del borghese cadrà naturalmente col venir meno di questo suo complemento, e ambedue scompariranno con lo sparire del capitale.

Ci rimproverate voi di voler abolire lo sfruttamento dei figli da parte dei loro genitori? Noi questo delitto lo confessiamo.

Ma voi dite che sostituendo l’educazione sociale all’educazione domestica noi sopprimiamo i legami più intimi. […]

Le declamazioni borghesi sulla famiglia e sull’educazione, sugli intimi rapporti fra i genitori e i figli diventano tanto più nauseanti, quanto più, in conseguenza della grande industria, viene spezzato per i proletari ogni legame di famiglia, e i fanciulli vengono trasformati in semplici articoli di commercio e strumenti di lavoro. […]

Si rimprovera inoltre ai comunisti di voler sopprimere la patria, la nazionalità.

Gli operai non hanno patria. Non si può toglier loro ciò che non hanno. Ma poiché il proletariato deve conquistarsi prima il dominio politico, elevarsi a classe nazionale, costituirsi in nazione, è anch’esso nazionale, benché certo non nel senso della borghesia.

L’isolamento e gli antagonismi nazionali dei popoli vanno via via scomparendo con lo sviluppo della borghesia, con la libertà di commercio, col mercato mondiale, con l’uniformità della produzione industriale e con le condizioni di vita ad essa rispondenti.

Il dominio del proletariato li farà scomparire ancora di più. L’azione unita almeno nei paesi civili è una delle prime condizioni della sua emancipazione.

A misura che viene abolito lo sfruttamento di un individuo per opera di un altro, viene abolito lo sfruttamento di una nazione per opera di un’altra.

Con lo sparire dell’antagonismo fra le classi nell’interno della nazione scompare l’ostilità fra le nazioni stesse. […]

Il proletariato si servirà della sua supremazia politica per strappare alla borghesia, a poco a poco, tutto il capitale, per accentrare tutti gli strumenti di produzione nelle mani dello Stato, vale a dire del proletariato stesso organizzato come classe dominante, e per aumentare, con la massima rapidità possibile, la massa delle forze produttive. […]

Al posto della vecchia società borghese con le sue classi e coi suoi antagonismi di classe subentra un’associazione nella quale il libero sviluppo di ciascuno è la condizione per il libero sviluppo di tutti.

K. Marx – F. Engels, Il manifesto del partito comunista, Editori Riuniti, Roma 1973.

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Democrazia.

Democrazia.

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

Democrazia

Regime politico in cui i governi sono espressione dei governati. In epoca storica la democrazia sorse presso alcune polis greche, soprattutto ad Atene nel V secolo. In queste comunità ristrette le responsabilità politiche venivano delegate
a singoli o a magistrature collegiali dall’assemblea di tutti i cittadini (maschi e liberi) o per sorteggio e per periodi in genere non superiori all’anno. Aristotele (IV secolo a.C.) contrappose la democrazia (governo del popolo) alla monarchia (governo di uno solo) e all’aristocrazia (governo dei migliori).

Sovranità popolare

Uno dei concetti alla base della moderna democrazia è quello di sovranità popolare, secondo cui la fonte originaria del potere risiede nel popolo, inteso come comunità dei cittadini. Sviluppata dagli illuministi, tale idea presuppone un accordo fra tutti i cittadini sui fondamenti della convivenza civile, di cui si sarebbero poi dovute definire le modalità. Secondo il Contratto sociale di J.-J. Rousseau (1762), grazie al ricorso alla volontà generale, espressione collettiva del popolo unito in assemblea, la sovranità popolare avrebbe dovuto concretizzarsi in un governo gestito direttamente dai cittadini. L’idea di sovranità popolare è alla base delle moderne liberaldemocrazie, che la ritengono un principio basilare dello Stato.

Democratici: 

tendenza politica che si sviluppa nel corso dell’Ottocento e che ha le sue radici nel pensiero di Rousseau, secondo il quale la sovranità risiede nel popolo. I democratici si proposero come obiettivo la repubblica e il suffragio universale.

Giuseppe Mazzini:

rimproverava alla Carboneria la mancanza di una visione nazionale, la fiducia nei sovrani locali o stranieri, l’eccessiva segretezza, la mancanza di una linea politica chiara, lo scarso coinvolgimento popolare. Secondo Mazzini, che nel luglio del 1831 fondò la Giovine Italia, bisognava rivolgersi a tutti gli Italiani con un programma chiaro e pubblicizzato con ogni mezzo, per sviluppare nel popolo una nuova coscienza, come premessa per l’azione insurrezionale (“pensiero e azione”). L’obiettivo era quello di fare dell’Italia una nazione unita, indipendente, libera e padrona del suo destino, di fondare una repubblica democratica basata sul suffragio universale e di lottare per un sistema sociale più equo.

Carlo Cattaneo:

fondò e diresse per molti anni la rivista “Il Politecnico”, che si occupò di una molteplicità di temi, da quelli economici e scientifici a quelli letterari e umanistici. Convinto che il progresso della società fosse requisito indispensabile per il rinnovamento politico, egli era pensava che in Italia quest’ultimo potesse realizzarsi attraverso una federazione di repubbliche, sul modello degli Stati Uniti e della Svizzera. Alle tesi unitarie di Mazzini egli contrapponeva l’esigenza di salvaguardare le caratteristiche storiche ed economiche delle singole regioni.

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Michail Bakunin – La Comune dei lavoratori e lo stato.

Michail Bakunin – La Comune dei lavoratori e lo stato.

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

Michail Bakunin – La Comune dei lavoratori e lo stato.

La Comune parigina, oltre a rappresentare un esaltante momento di presa di coscienza da parte del proletariato urbano, offrì numerosi spunti di riflessione per l’intero movimento operaio. All’interno di tale movimento, si delinearono la linea socialista prospettata da Marx e la linea anarchica ispirata da Bakunin.

Quest’ultima, finalizzata anch’essa all’abbattimento del capitalismo, differiva dalla posizione marxista anzitutto per i mezzi attraverso i quali realizzare il fine ultimo: non più i proletari urbani, ma l’intera classe degli esclusi dal ciclo capitalistico. La lotta, inoltre, non doveva condurre a una dittatura, fonte anch’essa di oppressione bensì a una federazione generale di popolo realizzata a partire dalla dimensione locale. Queste divergenze furono alla base della rottura che portò allo scioglimento della Prima internazionale.

*

Il socialismo rivoluzionario ha tentato una prima manifestazione, magnifica e pratica nella Comune di Parigi.

Io sono un partigiano della Comune di Parigi, che per essere stata massacrata, soffocata nel sangue, dal boia della reazione monarchica e clericale, non ne è diventata che più vivace, più possente nella immaginazione e nel cuore del proletariato d’Europa, e soprattutto ne sono il partigiano perché essa è stata una audace ben caratteristica negazione dello Stato. […]

Io so che molti socialisti, assai conseguenti nella loro teoria, rimproverano ai nostri amici di Parigi di non essersi dimostrati sufficientemente socialisti nella loro pratica rivoluzionaria. […] [I socialisti] furono uomini il cui zelo ardente, la cui devozione e buona fede non hanno mai potuto essere messi in dubbio da chiunque li abbia avvicinati. Ma precisamente perché furono uomini di buona fede, erano pieni di sfiducia verso se stessi, in cospetto all’opera immensa alla quale avevano dedicato il loro pensiero e la loro vita: essi si attribuivano così poco valore!

Avevano d’altronde questa convinzione: che nella rivoluzione sociale, diametralmente opposta, in questo come nel resto, alla rivoluzione politica, l’azione degli individui sia pressoché nulla, e che l’azione delle masse debba essere tutto. Tutto ciò che gli individui possono fare è di elaborare, di chiarire e di propagare le idee corrispondenti all’istinto popolare, e, di più, di contribuire coi loro sforzi incessanti all’organizzazione rivoluzionaria della potenza naturale delle masse. Ma nulla oltre a ciò; tutto il resto non può e non deve essere fatto che dal popolo stesso altrimenti si arriverebbe alla dittatura politica, cioè alla ricostituzione dello Stato, dei privilegi, delle ineguaglianze, di tutte le oppressioni dello Stato, e per una via indiretta ma logica, si arriverebbe alla restaurazione della schiavitù politica, sociale ed economica delle masse popolari. […]

*

Contrariamente a questo pensiero dei comunisti autoritari, secondo me tutt’affatto erroneo, che una rivoluzione sociale possa essere decretata e organizzata sia da una dittatura, sia da un’assemblea costituente, risultante d’una rivoluzione politica, i nostri amici socialisti di Parigi hanno pensato ch’essa non poteva essere fatta e condotta al suo completo sviluppo che mediante l’azione spontanea e continuata delle masse, dei gruppi e delle associazioni popolari.

I nostri amici di Parigi hanno avuto mille volte ragione. Poiché, effettivamente, quale è la testa così geniale, o – se si vuol parlare d’una dittatura collettiva, anche se esercitata da parecchie centinaia d’individui dotati di facoltà superiori – quali sono i cervelli tanto potenti, tanto vasti, per abbracciare l’infinita molteplicità e diversità degl’interessi reali, delle aspirazioni delle volontà, dei bisogni di cui la somma costituisce la volontà di un popolo, capaci di creare una organizzazione sociale che possa soddisfare tutti? Questa organizzazione non sarà mai altro che un letto di Procuste, sulla quale la violenza più o meno accentuata dello Stato forzerà la disgraziata società a spegnersi. È ciò che è avvenuto sempre fino a ora, ed è precisamente a questo sistema antico dell’organizzazione obbligatoria che la rivoluzione sociale deve porre un termine, rendendo la loro completa libertà alle masse, ai gruppi, ai comuni, alle associazioni, agli individui medesimi, distruggendo una volta per sempre la causa storica di tutte le violenze: la potenza e l’esistenza stessa dello Stato.

Questo deve trascinar nella sua caduta tutte le iniquità del diritto giuridico con tutte le menzogne dei culti diversi, poiché questo diritto e questi culti non sono mai stati altro che la consacrazione obbligata, tanto ideale quanto reale, di tutte le violenze rappresentate, garantite e privilegiate dallo Stato. […]

*

Lo Stato è come un grande macello e come un immenso cimitero, ove generosamente, serenamente vengono a lasciarsi immolare e seppellire tutte le aspirazioni reali, tutte le forze vive di un paese. E siccome nessuna astrazione esiste mai da se stessa né per se stessa, siccome essa non ha né gambe per camminare, né braccia per creare, né uno stomaco per digerire questa massa di vittime che le vien data a ingoiare, è chiaro che l’astrazione religiosa o celeste, Dio, rappresenti in realtà gli interessi molto positivi, molto reali di una casta privilegiata: il clero – così come è chiaro che il suo termine di complemento terrestre, l’astrazione politica, lo Stato, rappresenti gli interessi non meno positivi e reali della classe oggi principalmente se non esclusivamente sfruttatrice, che d’altronde tende a conglobare tutte le altre: la borghesia. […]

*

L’abolizione della Chiesa e dello Stato deve essere la prima e indispensabile condizione della liberazione reale della società; soltanto dopo ciò essa potrà e dovrà organizzarsi in un’altra maniera ma non dall’alto in basso e dopo un piano ideato o sognato da qualche saggio o da qualche sapiente, oppure per decreti lanciati da forze dittatoriali, oppure da un’assemblea nazionale eletta a suffragio universale. […]

La futura organizzazione sociale, deve essere fatta dal basso in alto, per mezzo della libera associazione e della federazione dei lavoratori; prima nelle associazioni, poi nei comuni, nelle regioni, nelle nazioni, e, finalmente, in una grande federazione internazionale e universale. Allora soltanto si realizzerà il vero e vivificante ordine della libertà e della felicità generali, quell’ordine che, lontano dal rinnegare, afferma al contrario e accomuna gli interessi degli individui e della società. […]

Ma se i metafisici, soprattutto coloro che credono nella immortalità dell’anima, affermano che gli uomini al di fuori della società sono degli esseri liberi, noi inevitabilmente arriviamo a questa conclusione: che gli uomini non possono unirsi in società che alla condizione di rinnegare la loro libertà, e la loro indipendenza naturale, e di sacrificare i propri interessi personali e locali. Una tale rinuncia e un tale sacrificio di se stesso deve perciò essere tanto più necessario quanto la società è più numerosa e la sua organizzazione più complessa. In tal caso, lo Stato è l’espressione di tutti i sacrifizi individuali. Si comprende che esistendo sotto una tale forma astratta e contemporaneamente violenta, esso continua a impacciare maggiormente la libertà individuale, in nome di quella menzogna che si chiama “felicità pubblica”, benché evidentemente non rappresenti che l’interesse esclusivo della classe dominante.

Lo Stato, in questo modo, ci appare quale inevitabile negazione e annichilimento di ogni libertà, di ogni interesse, tanto individuale quanto generale. Qui si vede che nei sistemi metafisici e teologici tutto si unisce e si spiega da se stesso. Ecco perché i difensori logici di questi sistemi possono e debbono anche, con coscienza tranquilla, continuare a sfruttare le masse popolari per mezzo della Chiesa e dello Stato; riempiendo le loro tasche e saziando tutti i loro desideri, essi possono allo stesso tempo consolarsi al pensiero di affaticarsi per la gloria di Dio, per la vittoria della civiltà e per l’eterna felicità del proletariato. Ma noialtri, che non crediamo né in Dio, né nell’immortalità dell’anima, né nella stessa libertà della volontà, noi affermiamo che la libertà deve essere compresa, nella sua più completa e più vasta accezione, come fine del progresso storico dell’umanità.

M. Bakunin, La Comune e lo Stato, Samonà e Savelli, Roma 1970, pp. 53-67.

 

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Spengler, Il trionfo della volontà di potenza

Spengler, Il trionfo della volontà di potenza

Spengler 1Spengler, La storia come trionfo della volontà di potenza

Il filosofo tedesco Oswald Spengler (1880-1936) fu considerato uno dei precursori dell’ideologia nazionalsocialista. Tuttavia, dalla politica hitleriana egli si staccò subito dopo il 1933.

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Carl Marx, Un delinquente produce…

Carl Marx, Un delinquente produce…

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

Carl Marx, Un delinquente produce… (Elogio del crimine)

Un filosofo produce idee, un poeta poesie, un pastore prediche, un professore manuali ecc. Un delinquente produce delitti. Se si esamina più da vicino la connessione che esiste tra quest’ultima branca di produzione e l’insieme della società, ci si ravvede da tanti pregiudizi. Il delinquente non produce soltanto delitti, ma anche il diritto criminale, e con ciò anche il professore che tiene lezioni sul delitto criminale, e inoltre l’inevitabile manuale, in cui questo stesso professore getta i suoi discorsi in quanto “merce” sul mercato generale.

Con ciò si verifica un aumento della ricchezza nazionale, senza contare il piacere personale, come [afferma] un testimonio competente, il professor Roscher, che la composizione del manuale procura al suo stesso autore. Il delinquente produce inoltre tutta la polizia e la giustizia criminale, gli sbirri, i giudici, i boia, i giurati ecc.; e tutte queste differenti branche di attività, che formano altrettante categorie della divisione sociale del lavoro, sviluppano differenti facoltà dello spirito umano, creano nuovi bisogni e nuovi modi di soddisfarli. La sola tortura ha dato occasione alle più ingegnose invenzioni meccaniche e ha impiegato, nella produzione dei suoi strumenti, una massa di onesti artefici.

Il delinquente produce un’impressione, sia morale sia tragica, a seconda dei casi, e rende così un “servizio” al moto dei sentimenti morali ed estetici del pubblico. Egli non produce soltanto manuali di diritto criminale, non produce soltanto codici penali, ma anche arte, bella letteratura, romanzi e perfino tragedia, come dimostrano non solo La colpa del Müllner e I masnadieri dello Schiller, ma anche l’Edipo [di Sofocle] e il Riccardo III [di Shakespeare].

Il delinquente rompe la monotonia e la banale sicurezza della vita borghese. Egli preserva cosi questa vita dalla stagnazione e suscita quell’inquieta tensione e quella mobilità, senza la quale anche lo stimolo della concorrenza si smorzerebbe. Egli sprona così le forze produttive. Mentre il delitto sottrae una parte della popolazione in soprannumero al mercato del lavoro, diminuendo in questo modo la concorrenza tra gli operai e impedendo, in una certa misura, la diminuzione del salario al di sotto del minimo indispensabile, la lotta contro il delitto assorbe un’altra parte della stessa popolazione […].

Le influenze del delinquente sullo sviluppo della forza produttiva possono essere indicate fino nei dettagli. Le serrature sarebbero mai giunte alla loro perfezione attuale se non vi fossero stati ladri? La fabbricazione delle banconote sarebbe mai giunta alla perfezione odierna se non vi fossero stati falsari? Il microscopio avrebbe mai trovato impiego nelle comuni sfere commerciali (vedi il Babbage) senza la frode nel commercio? La chimica pratica non deve forse altrettanto alla falsificazione delle merci e allo sforzo di scoprirla quanto all’onesta sollecitudine per il progresso della produzione?

Il delitto, con i mezzi sempre nuovi con cui dà l’assalto alla proprietà, chiama in vita sempre nuovi modi di difesa e così esercita un’influenza altrettanto produttiva quanto quella degli scioperi (‘strikes’) sull’invenzione delle macchine. E abbandoniamo la sfera del delitto privato: senza delitti nazionali sarebbe mai sorto il mercato mondiale? O anche solo le nazioni? E dal tempo di Adamo l’albero del peccato non è forse in pari tempo l’albero della conoscenza?

Il Mandeville, nella sua Fable of the Bees (1705), aveva già mostrato la produttività di tutte le possibili occupazioni ecc., e soprattutto la tendenza di tutta questa argomentazione: “Ciò che in questo mondo chiamiamo il male, tanto quello morale quanto quello naturale, è il grande principio che fa di noi degli esseri sociali, è la solida base, la vita e il sostegno di tutti i mestieri e di tutte le occupazioni senza eccezione […]; è in esso che dobbiamo cercare la vera origine di tutte le arti e di tutte le scienze; e […] nel momento in cui il male venisse a mancare, la società sarebbe necessariamente devastata se non interamente dissolta”. Sennonché il Mandeville era, naturalmente, infinitamente più audace e più onesto degli apologeti filistei della società borghese.

K. Marx, Teorie del plusvalore, Il capitale

 

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