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L’età dell’ imperialismo

L’età dell’ imperialismo

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

L’età dell’imperialismo [1]

La grande depressione

Quali furono le cause della “grande depressione” e quali ne furono le principali caratteristiche?

Mentre dal 1849 al 1873 si era verificato un forte sviluppo economico promosso da una borghesia ancora fedele ai principi del liberismo[2], dal 1873 al 1895 il mondo industrializzato entrò in una crisi di sovrapproduzione: l’offerta crescente delle merci non era assorbita dalla domanda dei mercati interni. Questo periodo è stato definito “grande depressione”.

Dopo la fase della libera concorrenza in che modo fu superata la crisi?

Dopo il 1896 la crisi fu superata attraverso tre fattori: una crescente concentrazione economica, la conquista imperialista delle colonie e dei loro mercati, il passaggio da una politica economica liberista a una protezionista.

I monopoli e i cartelli industriali

Che cosa s’intende con l’espressione “concentrazione economica”? Quali ne furono le cause?
In quali settori in particolare si sviluppò e quali forme assunse?

Uno dei tratti più caratteristici del capitalismo nella seconda metà dell’Ottocento fu costituito dall’immenso incremento dell’industria e dal rapidissimo processo di concentrazione economica.

Una caratteristica della seconda rivoluzione industriale fu la crescita delle dimensioni delle aziende. La diffusione delle nuove tecnologie produttive richiese una crescita della dimensione degli impianti, particolarmente evidente nei settori dell’industria pesante ad alta intensità di capitali[3]. I nuovi macchinari, sempre più efficienti, permisero di produrre grandi quantità di merce, ma erano molto costosi, che solo le imprese maggiori erano in grado di acquistare.

corporationInoltre, si fece più aspra la concorrenza per abbassare i prezzi e distribuire i prodotti in maniera più capillare. Nei settori che necessitavano di capitali molto ingenti (acciaierie, miniere, ferrovie, industria elettrica) le piccole imprese non sopravvissero: alcune fallirono, altre si fusero tra loro per formarne una più grande o furono assorbite da aziende maggiori (trust[4]).

Alcuni settori produttivi (acciaierie, miniere, ferrovie, industria elettrica) furono controllati da poche grandi imprese, che spesso facevano accordi (cartelli[5]) per dividersi il mercato e per concordare i prezzi mantenendoli elevati.

Tutto ciò contrastava con la teoria della libera concorrenza e favoriva la nascita di grandi gruppi industriali che furono denominati oligopoli[6], quando poche imprese controllavano il mercato o monopoli[7], quando addirittura una sola grande impresa controllava da sola l’intera produzione in un determinato settore. Contro lo strapotere monopolistico furono varate in alcuni paesi leggi antimonopolistiche.

Quali conseguenze negative sono derivate ai consumatori da questo fenomeno?

I monopoli e i cartelli recano degli svantaggi ai consumatori, costretti a spendere di più. Inoltre, un’industria monopolista di grandi dimensioni che opera in settori importanti può facilmente usare la sua ricchezza e il suo potere per influenzare a proprio vantaggio la politica del paese e ottenere dal governo posizioni di privilegio.

Nuove potenze si affacciano

Con la Seconda rivoluzione industriale finì il primato inglese in campo industriale, con lo sviluppo di nuovi paesi, in primo luogo della Germania la cui crescita accelerò notevolmente dopo l’unificazione politica, realizzata nel 1870. Alla fine dell’Ottocento, inoltre, la crescita impetuosa dell’economia statunitense lasciò già intravedere la perdita del primato dell’Europa nell’economia mondiale, a vantaggio degli Stati Uniti, che si realizzerà dopo la Prima guerra mondiale.

L’imperialismo

Che cosa differenziò la nuova fase del colonialismo (definita anche con il termine imperialismo) dal colonialismo dei secoli precedenti?

Il termine “imperialismo” indica in generale le tendenze all’espansione territoriale di un determinato stato a spese di altri, sui quali stabilire il proprio dominio e costruire in tal modo un impero. In un senso più specifico, il periodo che va dal 1880 alla Prima guerra mondiale è stato definito “età dell’imperialismo” ed è caratterizzato dalla rapida conquista di nuovi territori e di nuovi mercati da parte delle grandi potenze europee e dallo svilupparsi di ideologie nazionaliste e razziste che ne giustificavano il dominio.

A partire dal 1880 le nazioni più industrializzate come Inghilterra, Francia, Stati Uniti, Giappone imposero il loro dominio sui continenti più arretrati, ma ricchi di materie prime: Africa, parte dell’Asia, America centro-meridionale, Australia, Canada. Anche nei secoli precedenti alcuni Stati avevano imposto il loro controllo su territori extra-europei, ma si era trattato di un colonialismo di tipo mercantile, che mirava al controllo di porti, scali, punti strategici, lasciando questi paesi formalmente indipendenti sul piano politico. Negli ultimi due decenni dell’Ottocento le grandi potenze procedettero invece alla conquista vera e propria di interi continenti e alla creazione di immensi imperi coloniali.

Le cause dell’imperialismo

Quali furono le cause economiche che spinsero all’espansione coloniale?

All’origine dell’imperialismo vi sono ragioni economiche, politiche e ideologiche[8].

Sul piano economico uno Stato cerca di dominarne altri per reperire materie prime e forza lavoro, mercati dove vendere i propri prodotti e dove investire i propri capitali. Per il liberale britannico John A. Hobson, autore nel 1902 della prima importante opera sulla questione le politiche imperialiste erano dovute alla ricerca di nuovi spazi, dove investire i capitali in eccedenza. Per Rosa Luxemburg, Lenin e altri pensatori marxisti l’imperialismo è un’espressione intrinseca del capitalismo nella sua fase monopolistica.

I principali domini coloniali.

Quali furono le potenze che conquistarono il maggior numero di colonie? Quali furono i loro più importanti possedimenti coloniali?

Nel corso dell’Ottocento, fu soprattutto la Gran Bretagna che ampliò i suoi possedimenti coloniali fino all’occupazione di quasi tre quarti delle terre emerse (in Africa, Asia, India, Australia e Nuova Zelanda) e diede impulso a una vasta riforma amministrativa, sottraendo la direzione politica delle colonie alle compagnie private e attribuendola direttamente al governo o a organismi governativi[9].

L’altra grande protagonista ottocentesca della storia coloniale fu la Francia che, durante il dominio di Napoleone III, creò un nuovo impero coloniale, rigidamente controllato dalla madrepatria, partendo dalla conquista dell’Algeria nel 1830, proseguendo con l’espansione verso il Senegal, il Marocco e l’Africa centro-orientale, per finire negli anni Sessanta con la conquista dell’Indocina (conclusa negli anni Novanta) e delle isole della Polinesia.

Gli ultimi trent’anni dell’Ottocento videro il consolidamento degli imperi britannico e francese e l’ascesa di nuovi attori quali la Germania, che conquistò l’Africa centro-meridionale (dal Camerun all’attuale Namibia) e l’Italia che ottenne, nell’Africa orientale, l’Eritrea e la Somalia e poi, nel Novecento, la Libia (1911-12) e l’Etiopia (1935). La Russia zarista si mosse in direzione della Siberia, dell’Afghanistan e dei Balcani; tra Otto e Novecento anche gli USA si orientarono verso l’America Latina e l’Oceano Pacifico e il Giappone verso il Pacifico e la Cina.

La decolonizzazione.

Che cosa si intende con il termine decolonizzazione e quando si è verificata?

La competizione imperialistica in Africa e nell’Asia mediorientale diede luogo ad aspre tensioni e a incidenti militari e diplomatici, il cui aggravarsi fu una delle principali cause della Prima guerra mondiale. Alla fine della guerra, la Germania sconfitta perse una parte dei propri possedimenti coloniali. Conclusa la Seconda guerra mondiale anche gli altri imperi coloniali si dissolsero: Germania, Italia e Giappone ne furono private in quanto potenze sconfitte, ma neppure Francia e Gran Bretagna riuscirono a conservarli a lungo. Iniziò infatti il processo di decolonizzazione, che portò negli anni Sessanta e Settanta, al tramonto del colonialismo e alla creazione di un grande numero di nuovi stati nazionali. Il dominio occidentale proseguì, tuttavia, attraverso forme meno dirette di influenza economica, politica e militare nei confronti dei paesi del Terzo Mondo.


[1] L’imperialismo non è una novità dell’Ottocento ma risale agli albori della civiltà: esempi classici furono l’impero di Alessandro Magno e quello romano. Tra il XV e il XIX secolo inoltre, in seguito alle esplorazioni geografiche, molti stati europei fondarono imperi coloniali in Asia, Africa e America. Dopo la metà dell’Ottocento, tuttavia, l’imperialismo si trasformò in vero dominio coloniale, su gran parte dell’Africa, dell’Asia e dell’area del Pacifico da parte delle potenze europee, degli Stati Uniti e del Giappone.

[2] Liberismo: teoria economica che sostiene il libero mercato.

[3] Alta intensità di capitale: industria con elevato impiego di macchine, il cui costo supera largamente quello della forza-lavoro operaia.

[4] Trust: forma di concentrazione industriale che comporta l’integrazione di diverse imprese sotto un’unica direzione, al fine di ridurre i costi di produzione, battere la concorrenza e controllare il mercato.

[5] Cartello: accordo stipulato tra imprese dello stesso settore per controllare i prezzi, la qualità e la quantità delle merci prodotte e la ripartizione dei settori di mercato, allo scopo dominarlo in forma monopolistica.

[6] Oligopoli: la situazione di oligopolio e quella in cui vi sono pochi venditori che si mettono d’accordo fra loro per controllare il mercato.

[7] Monopoli: la situazione di monopolio è quella in cui c’è un solo venditore, a fronte di molti compratori, che può decidere a quale prezzo vendere.

[8] Gli imperialismi hanno spesso addotto motivazioni ideologiche per giustificare la propria politica di dominio: l’espansione europea ottocentesca, ad esempio, veniva considerata missione civilizzatrice dei popoli più avanzati verso quelli più arretrati; nel ‘900, Adolf Hitler fondò invece le proprie pretese di dominio basandosi su motivazioni di superiorità razziale; nell’epoca della Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno spesso giustificato l’espansione della propria influenza intendendola come una “difesa del mondo libero” contro il comunismo; l’Unione Sovietica, a sua volta, esercitò la sua influenza sostenendone la funzione di “liberazione” dei popoli dallo sfruttamento dall’imperialismo americano.

[9] In seguito la Gran Bretagna prese in considerazione l’ipotesi di forme di limitato autogoverno locale a fronte delle lotte per l’indipendenza.

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L’ emigrazione italiana

L’ emigrazione italiana

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi
Emigrazione italiana 1876 – 1976

Regioni a maggiore emigrazione

emigrazione italiana

 

 

America 1904: italiani arrestati per omicidio

Noi italiani eravamo allora il 4,7% della popolazione.

(fonte: Colajanni Napoleone, La criminalità italiana negli Stati Uniti d’America, Bollettino dell’Emigrazione, n. 4, Ministero degli esteri, Roma 1910)

 

 

 

 

Usa 1908: immigrati in cella per reati gravi

(fonte: Colajanni Napoleone, La criminalità italiana negli Stati Uniti d’America, Bollettino dell’Emigrazione, n. 4, Ministero degli esteri, Roma 1910)

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Assassini dopo due bicchieri

Scriveva il New York Times il 14-5-1909: “L’Italia è prima in Europa con i suoi crimini violenti. […] Il criminale italiano è una persona tesa, eccitabile, è di temperamento agitato quando è sobrio e ubriaco furioso dopo un paio di bicchieri. Quando è ubriaco arriva lo stiletto. […] Di regola, i criminali italiani non sono ladri o rapinatori – sono accoltellatori e assassini”. Uno stereotipo odioso. Ma è vero che nel 1881, ad esempio, furono compiuti in Italia 16,8 omicidi ogni 100.000 abitanti. Una media spaventosamente più alta di quella di oggi: 1,34. La violenza era particolarmente radicata in Sicilia (46,9 omicidi ogni 100.000 abitanti) e in Sardegna (32,5) ma anche molte aree dell’Italia centro-settentrionale erano sconvolte da un numero impressionante di omicidi: 10,6 ogni 100.000 in Toscana (con una punta di 12,8 a Lucca), 12 in Emilia, 10,5 in Piemonte.

 

saccovanzettiSacco e Vanzetti, i capri espiatori

Nella foto, gli anarchici Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. Pugliese il primo, piemontese il secondo, furono arrestati il 5 maggio 1920 con l’accusa di avere commesso una sanguinosa rapina. Le prove, in realtà, erano piuttosto fragili per non dire inesistenti e il loro processo, parte di una durissima campagna repressiva contro la “sovversione” voluta dal presidente Woodrow Wilson e venato di una profonda xenofobia, scatenò reazioni in tutto il mondo. Al punto di far dire a Vanzetti subito dopo la lettura della sentenza di condanna a morte “Mai vivendo l’intera esistenza avremmo potuto sperare di fare cosi tanto per la tolleranza, la giustizia, la mutua comprensione tra gli uomini”. Furono giustiziati il 23 agosto 1927. Per essere riabilitati avrebbero dovuto attendere il 1977.

Una bomba a Wall Street

Il 16 settembre 1920 scoppia una bomba a Wall Street, che produce una spaventosa esplosione, 39 morti e 200 feriti. È il più sanguinoso attentato mai avvenuto a New York, prima dell’11 settembre 2001. Si pensa che a commetterlo sia stato l’italiano Mario Buda, che intanto è fuggito. Lui, considerato l’inventore dell’autobomba, negherà ogni addebito fino alla morte, nel 1963.

 

L’ emigrazione italiana

da http://www.orda.it/rizzoli/stella/home.htm

Espatri dalle regioni italiane 1876 – 1900 – Totale espatriati = 5.257.830 
fonte: Centro studi emigrazione – Roma 1978

emigr 1876_1900

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Espatri dalle regioni italiane 1901 – 1915 – Totale espatriati = 8.768.680
fonte: Centro studi emigrazione – Roma 1978
emigr 1901_1915

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Espatri dalle regioni italiane 1916 – 1942 – Totale espatriati = 4.355.240 

fonte: Centro studi emigrazione – Roma 1978

emigr 1916_1942

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Espatri dalle regioni italiane 1946 – 1961 – Totale espatriati = 4.452.200

fonte: Centro studi emigrazione – Roma 1978

emigr 1946_1961

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alpi, 1946: disperati in fila nella neve 

Nella fotografia tratta da una rivista francese del 1946 conservata al “Corriere della Sera”, un gruppo di emigranti italiani percorre in fila indiana un sentiero di alta montagna, già coperto dalla prima neve, per passare in Francia. Spiega la storica italo-francese Simonetta Tombaccini nel saggio La frontière bafouée che nell’immediato dopoguerra le autorità francesi fermavano (poi c’erano quelli che riuscivano a sfuggire ai controlli) almeno un’ottantina di immigrati clandestini al giorno solo sui monti dietro Ventimiglia. Tanto che furono costrette ad aprire un centro d’accoglienza che Nice Matin descriveva così: “Un immondo casermone dove le camere offrono come confort un po’ di paglia umida, vento gelido garantito a tutti i piani, vetri alle finestre serviti come obiettivi a tutte le artiglierie del mondo“. Fonte: “Il Corriere della Sera”

 

Italiani? Di origine abissina

sergi

Nella foto, Giuseppe Sergi, uno dei grandi antropologi italiani (il più famoso fu Cesare Lombroso) di fine Ottocento. Fu lui, con Luigi Pigorini, a teorizzare che l’Italia era stata colonizzata in tempi antichissimi da una popolazione africana, probabilmente abissina.

Furono proprio i loro studi, secondo la studiosa francese Bénedicte Deschamps, a confermare gli xenofobi americani nella loro convinzione che gli italiani fossero una razza “per metà bianca e per metà negra”.

 

Sopra arii, sotto negroidi

Il rapporto della Commissione sull’immigrazione americana, nel Dictionary of Races and Peoples, stabilì a cavallo degli Anni Venti del Novecento, con demente “scientificità”, che “tutti gli abitanti della penisola propriamente detta così come le isole della Sicilia e della Sardegna […] sono italiani del Sud. Anche Genova fa parte dell’Italia del Sud”. La linea di “frontiera” tra “arii” e “negroidi” era, secondo gli xenofobi più convinti, il 45° parallelo nord, posto a metà strada tra il Polo Nord e l’Equatore.

 

da http://www.orda.it/rizzoli/stella/home.htm

 

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