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La Resistenza e il 25 aprile (1945)

La Resistenza e il 25 aprile (1945)

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

La Resistenza e il 25 aprile (1945)

 

In Italia alcune prime importanti azioni di Resistenza al nazifascismo si svolsero fin dall’inizio del 1943, in seguito soprattutto all’intensa opera di propaganda comunista nelle zone industriali del Nord, che portò ai grandi scioperi di Torino e Milano del marzo 1943.

Dopo la caduta di Mussolini (25 luglio 1943) si formò il governo Badoglio nell’Italia meridionale mentre nel Nord occupato dai Tedeschi nacque la Repubblica Sociale Italiana. Nei giorni immediatamente successivi alla firma dell’armistizio dell’8 settembre 1943 da parte del governo Badoglio, i Tedeschi occuparono gran parte dell’Italia e catturarono circa 800.000 soldati italiani, lasciati senza ordini e direttive.

La prima fase della Resistenza ebbe inizio nei giorni immediatamente successivi all’8 settembre, con azioni spontanee spesso destinate all’insuccesso. A questa prima fase appartengono però episodi importanti come l’insurrezione di Matera, la difesa di Bari, le Quattro Giornate di Napoli. In quest’ultima città la popolazione riuscì ad avere la meglio sulle truppe tedesche e fu liberata prima dell’arrivo delle forze alleate.

La resistenza al nazifascismo si sviluppò prevalentemente nei territori dell’Italia settentrionale, poiché il Meridione fu presto occupato dagli Alleati. Il movimento di Resistenza si estese e si consolidò nonostante i rastrellamenti, gli arresti, le fucilazioni, le deportazioni e le rappresaglie messi in atto dai nazifascisti. La presenza delle formazioni partigiane nelle vallate e sulle montagne si rafforzò con il passare dei mesi e le piccole bande iniziali divennero ben organizzate brigate. Nelle città operarono le SAP (Squadre di Azione Patriottica) e i GAP (Gruppi di Azione Patriottica), dediti a operazioni di reclutamento e propaganda, sabotaggio, guerriglia urbana.

I nazifascisti contrastarono le azioni di guerriglia e i sabotaggi colpendo non solo i combattenti, ma anche le popolazioni, mediante rappresaglie ed eccidi (vedi l’Atlante delle stragi naziste e fasciste all’indirizzo http://www.straginazifasciste.it/). I fascisti della Repubblica Sociale Italiana (RSI) affiancarono i Tedeschi delle SS e della Wehrmacht nella repressione.

Nella primavera del 1945, con lo sfondamento della linea Gotica da parte degli Alleati, l’attività partigiana si intensificò e il CLNAI ordinò l’insurrezione generale, durante la quale i partigiani affluirono nelle città e liberarono le città del Nord Italia. Il 25 aprile, giorno dell’insurrezione e della liberazione di Milano, è stata assunta quale giornata simbolica della liberazione dell’Italia dal regime nazifascista e denominata Festa della Liberazione.

http://www.italia-liberazione.it/pubblicazioni/1/INSMLIliberazioneGENOVA.pdf

http://www.italia-liberazione.it/pubblicazioni/1/INSMLIliberazioneTORINO.pdf

http://www.italia-liberazione.it/pubblicazioni/1/INSMLI%20liberazione_MILANO.pdf

 

La Resistenza dei militari

Il 3 settembre 1943 il governo Badoglio e gli Alleati firmarono a Cassibile, in Sicilia, un armistizio, che fu reso pubblico il successivo 8 settembre, senza però che venisse predisposto alcun piano per fronteggiare le truppe tedesche stanziate in Italia e all’estero. Così i Tedeschi nell’arco di pochi giorni occuparono i gangli vitali del paese senza quasi incontrare resistenza. Le forze armate, abbandonate dai comandi superiori e lasciate spesso senza ordini, si trovarono allo sbando. Molti soldati scelsero allora la via dei monti e della guerra partigiana. All’estero alcuni reparti misero in atto tentativi di resistenza ai Tedeschi, che si conclusero spesso tragicamente. I soldati italiani che riuscivano a fuggire spesso entravano a far parte dei movimenti di Resistenza locale.

In Italia, il Regno del Sud fu autorizzato dagli Alleati a ricostituire le forze armate. Migliaia di sbandati o di reparti rimasti parzialmente integri furono riorganizzati nel Primo Raggruppamento Motorizzato, poi nel Corpo Italiano di Liberazione (CIL) e, infine, nei Gruppi di Combattimento.

 

La Resistenza del Mezzogiorno

Dopo l’armistizio numerosi furono nel Mezzogiorno gli atti di resistenza patriottica, individuale e collettiva, da parte di militari. Ancor più numerosi furono gli atti di Resistenza civile nata dalla reazione ai soprusi e alla violenza dei tedeschi e dei fascisti. In alcuni casi l’opposizione sfociò in episodi di lotta armata: a Bosco Martese, nel teramano, il 25 settembre 1943 si ebbe una delle prime battaglie partigiane, mentre insurrezioni si verificarono a Lanciano, Matera, Bari, Napoli e in altri centri minori della Campania. Al di là della vittoriosa insurrezione di Napoli, tuttavia, generalmente le prime azioni resistenziali non ebbero successo.

Le Quattro Giornate di Napoli

Passata alla storia come “le Quattro Giornate di Napoli”, la resistenza della città si sviluppò in realtà per tutto il mese di settembre del 1943, inizialmente per la reazione di reparti militari. Poi la popolazione mise in atto forme di resistenza civile e collettiva, concretizzatesi in particolare nell’aiuto e nella protezione agli uomini sottrattisi al reclutamento, che i Tedeschi volevano deportare. I massicci rastrellamenti che i tedeschi tentarono di operare dal 26 settembre diedero il via all’insurrezione, con una una guerriglia urbana che vide la partecipazione di uomini e donne, civili e militari in ogni quartiere della città.

Le quattro giornate di Napoli videro la popolazione della città insorgere tra il 27 ed il 30 settembre 1943. I civili, con l’apporto di militari fedeli al Regno del Sud, riuscirono a liberare Napoli dall’occupazione delle forze della Wehrmacht e dai fascisti. L’avvenimento, che valse alla città il conferimento della medaglia d’oro al valor militare, consentì alle forze Alleate di trovare al loro arrivo, il 1º ottobre 1943, una città già libera dall’occupazione tedesca. Napoli fu la prima, tra le grandi città europee, a insorgere con successo contro l’occupazione tedesca.

 

Il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN)

La Resistenza fu coordinata dal Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), un organismo clandestino creato a Roma il 9 settembre 1943, che riuniva i partiti antifascisti. Esso nacque dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, per dirigere e coordinare la lotta contro l’esercito nazista e contro le forze della repubblica di Salò.

Il CLN era presieduto da Ivanoe Bonomi e composto da esponenti del Partito Comunista (Mauro Scoccimarro e Giorgio Amendola), del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (Pietro Nenni e Giuseppe Romita), del Partito d’Azione (Ugo La Malfa e Sergio Fenoaltea), della Democrazia Cristiana (Alcide De Gasperi), della Democrazia del Lavoro (Meuccio Ruini) e del Partito Liberale (Alessandro Casati).

Nel corso del 1944 il CLN centrale fu impegnato in un aspro dibattito tra i partiti che lo componevano, sul futuro della monarchia e sulla forma istituzionale da dare al paese alla fine del conflitto. Durante il congresso di Bari (gennaio 1944) azionisti, socialisti e comunisti si espressero nettamente a favore di una scelta repubblicana, diversamente da liberali, democristiani e demolaburisti. Con le dimissioni di Bonomi dalla presidenza del CLN (24 marzo 1944), sembrò affermarsi la linea dell’intransigenza verso la monarchia. Tuttavia in aprile, con la svolta di Salerno del PCI di Palmiro Togliatti e con il passaggio dei poteri da Vittorio Emanuele III al figlio Umberto II, le forze politiche del CLN acconsentirono a rinviare la scelta istituzionale a dopo la fine della guerra. Dopo la liberazione di Roma (4 giugno 1944), Bonomi ebbe il compito di formare un nuovo governo.

 

Il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI)

A livello locale sorsero in tutto il paese CLN regionali, provinciali e comunali. La divisione della penisola in due, la nascita della Repubblica Sociale Italiana e lo svilupparsi della Resistenza portarono nel gennaio 1944 alla costituzione del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) con sede a Milano. Il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) coordinò e diresse la lotta al nazifascismo sul piano militare e politico fino alla Liberazione, impegnandosi anche in una forte attività legislativa, in contrapposizione a quella della Repubblica Sociale Italiana. Il CLNAI fu affiancato dal Corpo Volontari della Libertà (CVL) e insieme i due organi diedero vita all’insurrezione nazionale della primavera del 1945.

 

Il Corpo Volontari della Libertà (CVL)

Il Corpo Volontari della Libertà (CVL) fu il braccio armato della Resistenza, mentre il CLN ne era la mente politica. Il comando generale del CVL si costituì a Milano nel giugno 1944, come evoluzione del comando militare del CLNAI, ed era composto dai rappresentanti delle principali formazioni partigiane.

In luglio del 1944 il comando del CVL fu assunto dal generale Raffaele Cadorna, che però iniziò a esercitarlo di fatto solo nell’ottobre 1944, affiancato dai vicecomandanti Ferruccio Parri (Partito d’Azione) e Luigi Longo (Partito Comunista). Gli altri componenti del CVL in questa fase furono Giovanni Battista Stucchi (Partito Socialista), Enrico Mattei (Democrazia Cristiana), Mario Argenton (Partito Liberale e formazioni autonome).

Il CVL ebbe il compito di organizzare e coordinare, con una linea politico-militare comune, le brigate partigiane a Nord della linea gotica. Le operazioni militari messe in atto nell’estate del 1944 consentirono l’occupazione di vallate e territori pedemontani, la costituzione di zone libere e di repubbliche partigiane. Tuttavia, la situazione di stallo sulla Linea gotica e il “proclama Alexander” (che invitava i partigiani a mettersi sulla difensiva e attendere la fine dell’inverno) segnarono una battuta di arresto e un arretramento, anche per la sospensione dei rifornimenti da parte degli Alleati. Con i “Protocolli di Roma” (7 dicembre 1944) questi ultimi riconobbero formalmente le formazioni partigiane, a condizione che alla fine della guerra esse deponessero le armi e si sottomettessero all’amministrazione anglo-americana.

Il CVL concordò con i comandi alleati l’offensiva sulla linea Gotica e l’insurrezione nazionale. Il 23 aprile 1945 il Comando generale del CVL diramò ai comandi periferici l’ordine di insurrezione che portò alla liberazione dell’Italia settentrionale.

 

Le formazioni partigiane

Nel periodo compreso tra l’8 settembre 1943 e la fine della guerra (maggio 1945) operarono diverse formazioni partigiane. Subito dopo l’armistizio, molti sbandati delle forze armate regolari cercarono di sottrarsi alla cattura da parte dei tedeschi e ai bandi di reclutamento della neo-costituita Repubblica Sociale Italiana dandosi alla macchia. Questi ex soldati si unirono tra loro e a elementi della popolazione locale, dando vita alle prime bande armate. Con il passare dei mesi l’afflusso di un numero sempre più elevato di disertori e renitenti alla leva fascista ingrossò le formazioni partigiane, che cominciarono ad assumere anche una determinata fisionomia politica, in seguito alla partecipazione ad esse di esponenti “storici” dell’antifascismo.

Pur unite in un unico Corpo (CVL), le varie formazioni ebbero diverse caratteristiche politiche, con il comune obiettivo della lotta contro il nazismo e il fascismo.

Le principali formazioni partigiane furono:

La Brigata Maiella

La brigata Maiella, o Gruppo Patrioti della Maiella, fu una formazione partigiana abruzzese, il cui nome deriva dall’omonimo massiccio montuoso abruzzese. Dichiaratamente repubblicana, essa non dipendeva direttamente da nessuno dei partiti del CLN. L’avvocato Ettore Troilo (socialista) ne fu il comandante e Domenico Troilo (comunista) il suo vice. La brigata Maiella si costituì come unione di vari gruppi partigiani nell’autunno del 1943 e dall’inizio dell’anno successivo cooperò attivamente con i reparti alleati come Corpo dei volontari della Maiella. Al momento della liberazione dell’Abruzzo, la Maiella contava circa 500 uomini, ma nei mesi successivi vide ingrossarsi le sue fila per l’afflusso di numerosi combattenti volontari. Dopo l’Abruzzo, la Maiella combatté nelle Marche, in Emilia Romagna, in Veneto e contribuì alla liberazione di Bologna.

Le brigate Garibaldi

Le brigate Garibaldi furono formazioni promosse o legate al Partito Comunista Italiano (PCI), benché vi militassero anche esponenti di altri partiti. Attive fin dai giorni successivi all’armistizio, le brigate Garibaldi crearono due centri di comando, uno a Roma (Mauro Scoccimarro, Giorgio Amendola) e uno a Milano (Luigi Longo, Pietro Secchia). Nonostante le difficoltà politiche, logistiche e militari dei primi tempi, le brigate Garibaldi furono le formazioni partigiane più numerose, organizzate ed efficaci della Resistenza italiana. Nelle brigate Garibaldi, come nelle altre formazioni partigiane, operava un “commissario” nominato dal comando generale, con il compito di curare la formazione politica dei combattenti. Alle Brigate Garibaldi sono legati i Gruppi di azione patriottica (GAP) e le Squadre di azione patriottica (SAP).

I Gruppi d’Azione Patriottica (GAP)

I Gruppi d’Azione Patriottica furono piccoli nuclei partigiani ben addestrati di 3-4 individui, costituiti dal comando generale delle Brigate Garibaldi e impiegati nelle azioni di guerriglia urbana. I gappisti condussero spesso una doppia vita, svolgendo un impiego ordinario per camuffare l’attività clandestina. I GAP agivano nelle principali città del centro-nord Italia dove organizzarono attentati a reparti e sedi nemiche, a installazioni, a impianti e reti di comunicazione, a ufficiali tedeschi e a dirigenti fascisti della RSI. Il compito dei GAP fu tra i più pericolosi ed eticamente complessi della Resistenza. Non tutti i partiti del CLN concordavano con la strategia di lotta gappista, poiché le azioni terroristiche messe in atto scatenavano atroci rappresaglie contro la popolazione da parte nazifascisti. Tra le azioni dei GAP vi furono l’eliminazione del filosofo Giovanni Gentile a Firenze (aprile 1944) e l’attentato di via Rasella a Roma (marzo 1944), che portò per ritorsione alla strage delle Fosse Ardeatine.

Le Squadre d’Azione Patriottica (SAP)

Le Squadre di azione patriottica (SAP), nate nell’estate del 1944, avevano il compito di sviluppare il coinvolgimento popolare nella guerra di liberazione. Esse operavano principalmente nei luoghi di lavoro, in particolare fabbriche e campagne, e compivano azioni di propaganda e di difesa collettiva armata contro i soprusi e le violenze nazifasciste. Le SAP furono dunque il tramite fra la città e la montagna, tra i partigiani combattenti e la popolazione, inoltre provvedevano all’addestramento di coloro che sarebbero poi entrati nelle fila della resistenza armata.

Molto radicati nelle grandi fabbriche del nord le SAP e i Gruppi di Azione Patriottica (GAP) intensificarono le loro azioni nei giorni che precedettero l’ordine di insurrezione generale, attaccando presidi fascisti, liquidando posti di blocco e commissariati, liberando prigionieri, dando il via allo sciopero insurrezionale generale (aprile 1945) che aprì la strada all’ingresso delle brigate partigiane nelle grandi città.

Le brigate Giustizia e Libertà

Le brigate di Giustizia e Libertà (GL) erano legate al Partito d’Azione e guidate da Ferruccio Parri, coordinatore del comando militare del CLNAI e poi vicecomandante generale del CVL, che diverrà il primo presidente del Consiglio dell’Italia libera. Nacquero immediatamente dopo l’armistizio e in ottobre erano già attive in Friuli, a Roma (con Emilio Lussu e Riccardo Bauer), e in Veneto (con Concetto Marchesi, Egidio Meneghetti, Silvio Trentin). Nel novembre del 1943, reparti della RSI arrestarono due dei massimi dirigenti del PdA, Leone Ginzburg e Silvio Trentin: il primo morì in carcere per le torture, mentre il secondo morì in ospedale dopo alcune settimane di carcere. Numericamente le formazioni di GL furono seconde soltanto a quelle “garibaldine” e rappresentarono una parte importante delle forze partigiane, fornendo un notevole contributo alla lotta di liberazione. Notevole fu la loro partecipazione all’insurrezione nazionale dell’aprile 1945.

Le brigate Fiamme Verdi

Le Brigate Fiamme Verdi furono formazioni partigiane di ispirazione cattolica, talvolta direttamente guidate dalla Democrazia Cristiana. Nacquero nel novembre 1943 in provincia di Brescia su iniziativa del tenente degli alpini Gastone Franchetti. Furono formazioni autonome, guidate dal generale Luigi Masini, che insediò il comando a Milano, mentre Franchetti operò nell’area di Trento (nel giugno 1944 fu catturato e a fine luglio fucilato a Bolzano).

Nella primavera del 1945, le Fiamme Verdi parteciparono alla liberazione di Brescia, mentre alcuni reparti operarono in Trentino Alto Adige, in provincia di Bergamo e nell’area di Mantova. Il generale Masini cooperò attivamente con altre formazioni dell’area divenendo, alla vigilia della liberazione, comandante di tutte le brigate cattoliche della Lombardia.

Le brigate Matteotti

Le Brigate Matteotti furono legate al Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP). In realtà il partito, lacerato da tensioni interne, adottò prevalentemente una linea attendista e la costituzione delle formazioni partigiane avvenne in maniera abbastanza autonoma. Il 12 dicembre 1943 sul monte Grappa (Veneto), si formò la prima brigata Matteotti.

All’inizio del 1944 Sandro Pertini fu inviato a Milano, dove riorganizzò il partito socialista, colpito da arresti e deportazioni, e diede vita a un comitato esecutivo per l’Alta Italia. Il comitato decise, nella primavera del 1944, la costituzione delle brigate Matteotti, guidate da Corrado Bonfantini. Nell’estate successiva le brigate Matteotti furono al fianco delle Garibaldi nei combattimenti avvenuti in Piemonte contro reparti della RSI. Anche per le Matteotti, l’inverno 1944-45 fu tragico, tuttavia esse giunsero a contare, nella primavera del 1945, più di 20.000 partigiani.

Le brigate Bruzzi-Malatesta

Le brigate “Bruzzi-Malatesta”, di ispirazione anarchica, presero il loro nome dal rivoluzionario anarchico Errico Malatesta e dall’anarchico Pietro Bruzzi, protagonista della lotta clandestina, catturato, torturato e ucciso dai tedeschi nel febbraio 1944. Esse operarono principalmente a Milano e in Lombardia, nella Lomellina, in Val Trompia, in alcune valli del Veneto, nel carrarese, nel pistoiese e in Liguria. La partecipazione anarchica alla Resistenza avvenne perlopiù all’interno di formazioni partigiane di diversa ispirazione politica. Le brigate Bruzzi-Malatesta presero parte all’insurrezione di Milano.

Altre formazioni:

 

Le zone libere e le repubbliche partigiane

Nella primavera-estate del 1944, dopo lo sfondamento alleato della linea Gustav e l’avanzata anglo-americana nell’Italia centrale, ampie aree del Nord furono sottratte all’occupazione tedesca e fascista. Sorsero così le “Zone Libere” e le repubbliche partigiane, tra le quali vi furono:

  • Alto Monferrato (Piemonte): 2 settembre al 2 dicembre 1944. Occupa la zona sud di Asti e arriva fino alle Langhe. Ne fanno parte 36 comuni tra cui Canelli e Nizza Monferrato.
  • Alto Tortonese ( Piemonte): settembre a dicembre 1944. Con le aree di Torriglia e Varzi costituisce in pratica un solo vasto territorio libero, che include le Valli Borbera, Sisola, l’alta Val Grue e la Val Curone.
  • Repubblica di Bobbio (Emilia): 7 luglio – 27 agosto 1944. Si estende nella valle del Trebbia per 90 chilometri comprendendo un tratto della statale Piacenza-Genova. Va da Rivergnano a Torriglia, che rappresenta una zona libera a sé stante da cui si dominano le valli di Trebbia, Scrivia, Brevenna, Barbera, Vobbia.
  • Cansiglio (Veneto): luglio-settembre 1944. Estensione 124 chilometri quadrati con 25.000 abitanti.
  • Carnia (Friuli): metà di luglio-metà di ottobre 1944. Comprende l’intera regione carnica con l’alto bacino del Tagliamento, Tolmezzo escluso. Si estende per 2.500 chilometri quadrati con 41 comuni e 70.000 abitanti. Vedi: http://www.carnialibera1944.it
  • Friuli orientale: 30 giugno-fine di settembre 1944. Si trova in provincia di Udine occupando una superficie collinare-montagnosa. Disturba notevolmente i collegamenti ferroviari delle forze tedesche con l’Austria, poiché vi transita la ferrovia Pontebbana.
  • Imperia (Liguria): fine di agosto-metà di ottobre 1944. Va dal capoluogo a Ventimiglia fino al confine francese e penetra in territorio piemontese fino a Bagnasco.
  • Langhe (Piemonte): settembre-novembre 1944. Si trova a nord-ovest di Mondovì, tra il Tanaro e il Bormida. Dal 10 ottobre al 2 novembre 1944 comprende anche la Repubblica di Alba (Cuneo) la cui storia è stata raccontata da Beppe Fenoglio, ne I ventitré giorni della città di Alba
  • Repubblica di Montefiorino (Emilia) – 17 giugno-1 agosto 1944. Comprende la zona montagnosa modenese e reggiana e confina con Toscana e pianura padana. Si estende per 1.200 chilometri quadrati con 50.000 abitanti. Oltre a Montefiorino, che ha il ruolo di capitale, i principali centri sono Carpineti, Ligonchio, Toano, Villaminozzo.
  • Repubblica dell’Ossola (Piemonte): 10 settembre-23 ottobre 1944. La sua storia sarà breve ma ricca di esperienze politico-sociali. Nel suo territorio si trovano 35 comuni con 85.000 abitanti. I centri principali sono Domodossola, Bognanco, Crodo, Pieve Vergante, Villadossola. http://www.raiscuola.rai.it/articoli/la-repubblica-dellossola-litalia-della-resistenza/6934/default.aspx
  • Val Ceno (Emilia): 10 giugno-11 luglio 1944. Comprende 10 comuni dell’Alto parmense con una popolazione di circa 40.000 abitanti.
  • Val d’Enza e Val Parma (Emilia): Giugno-Luglio 1944. Occupa la parte alta di entrambe le valli.
  • Val Maira e Val Varaita (Piemonte): fine giugno-21 agosto 1944. Si trova a nord- ovest di Cuneo.
  • Val Taro (Emilia): 15 giugno- 24 luglio 1944. Si estende su di un territorio di 240 chilometri quadrati percorsi da un lungo tratto della ferrovia Parma–La Spezia, molto importante per i collegamenti tedeschi fra la pianura padana e il settore occidentale della linea Gotica.
  • Valli di Lanzo ( Piemonte): 25 giugno-fine settembre 1944. È a 30 chilometri a nord-ovest di Torino e comprende le valli Ala, Viù e i paesi e le città lungo lo Stura.
  • Valsesia (Piemonte): 11 giugno-10 luglio 1944, comprende tutta l’alta valle fino a Romagnano e Gattinara.
  • Varzi (Lombardia): fine di settembre-29 novembre 1944. Comprende il territorio nel quale si è già estesa la repubblica di Bobbio e si spinge fin quasi a Voghera.

Vedi: https://ventodaprile.wordpress.com/2013/07/16/mappa-delle-repubbliche-partigiane/

I governi provvisori di queste repubbliche non poterono reggere a lungo, poiché i tedeschi scatenarono nei loro confronti pesanti offensive, costringendo i partigiani ad abbandonare paesi e vallate per ripiegare sulle montagne. Qui furono poi continuamente attaccati, soprattutto dall’inverno 1944-1945, quando l’avanzata alleata si arrestò sulla linea Gotica, e il movimento partigiano attraversò una fase di grave difficoltà, anche per l’assenza del sostegno alleato. Tuttavia nei primi mesi del 1945 le formazioni partigiane furono in grado di riprendere l’offensiva, grazie ai “lanci” di armi effettuati dagli Alleati.

http://www.raiscuola.rai.it/articoli-programma-puntate/repubbliche-partigiane/29969/default.aspx

http://www.1944-repubblichepartigiane.info/tutte-repubbliche

https://www.anpi.it/storia/142/zone-libere-e-repubbliche-partigiane

https://it.wikipedia.org/wiki/Repubbliche_partigiane

 

La Resistenza degli operai

Resistenza militare e “Resistenza civile” rappresentarono due modalità diverse per opporsi al nazifascismo: armata la prima, disarmata la seconda. Tuttavia, queste due pratiche furono tra loro complementari. Senza l’attività militare dei partigiani, il dissenso civile sarebbe rimasto troppo debole per incrinare la tenuta del regime fascista e ostacolare l’occupazione tedesca. Senza l’appoggio di una parte della popolazione civile, l’azione delle bande armate sarebbe rimasta isolata e minoritaria. Vi era quindi una stretta connessione tra metodi di lotta armata e non armata e nella maggior parte dei casi la Resistenza senza armi fu adottata, appunto, in mancanza di armi. La resistenza civile agiva principalmente in due direzioni: difendere e tutelare la libertà, l’integrità morale e sociale delle persone dalle persecuzioni delle autorità nazifasciste; agevolare e rafforzare la lotta armata, proteggendo i partigiani, raccogliendo informazioni, sabotando gli spostamenti delle forze nemiche. (J. Sémelin, Senz’armi di fronte a Hitler. La Resistenza civile in Europa 1939-1943, Sonda, Torino 1993, ed. or. 1989)

Gli operai furono spesso protagonisti delle azioni di guerriglia urbana contro esponenti del regime fascista e soldati tedeschi messe in atto dai Gap, ma svolsero anche un ruolo fondamentale sul versante della “Resistenza civile”.

Torino, marzo 1943

In Italia, un primo importante episodio di Resistenza civile si verificò nel marzo 1943, quando venne organizzato un grande sciopero nelle fabbriche torinesi, che per una settimana coinvolse circa 100 mila operai e si allargò anche ad alcuni stabilimenti milanesi. Artefice principale della mobilitazione fu la rete clandestina del Partito comunista, che nonostante il monopolio fascista sulle organizzazioni sindacali e il divieto di qualsiasi forma di protesta era riuscito a infiltrarsi nelle fabbriche grazie a piccoli nuclei di operai. Tuttavia, la notevole adesione allo sciopero fu dovuta in primo luogo alle dure condizioni di vita e di lavoro: nelle fabbriche militarizzate, gli orari di lavoro erano stati allungati, i ritmi produttivi intensificati, la disciplina della manodopera irrigidita da norme sempre più severe, i salari erano rimasti fermi, mentre era aumentato il costo dei principali beni di consumo. La guerra voluta dal regime si stava rivelando un totale fallimento e i bombardamenti aerei delle forze angloamericane sulle città si intensificavano. In particolare nei grandi centri urbani, la carenza di cibo era sempre più grave. Lo sciopero torinese del 1943 fu perciò generato in larga parte dal malessere sociale e dal disastro bellico, con gli effetti che ne erano conseguiti. Gli obiettivi delle rivendicazioni operaie consistevano in aumenti salariali, migliori razioni alimentari, assistenza agli sfollati, nuove abitazioni per le famiglie colpite dai bombardamenti, possibilità di lasciare le fabbriche per riunirsi ai familiari in caso di allarme aereo. Tuttavia, l’aspetto economico e quello politico della protesta non erano separabili, infatti il regime fascista rispose accentuando la repressione poliziesca, soprattutto nei confronti di coloro che furono considerati responsabili dello sciopero.

Lo sciopero generale del 1944

Ulteriori agitazioni operaie si susseguirono dopo la caduta di Mussolini (25 luglio) e l’armistizio (8 settembre), senza però coinvolgere l’intero settore industriale. Un anno dopo lo sciopero del 1943, tra l’1 e l’8 marzo 1944, in tutto il territorio italiano governato dalla RSI e occupato dalle truppe naziste fu proclamato uno sciopero generale che coinvolse gli operai di tutti gli stabilimenti industriali. Il Partito comunista ne fu il principale organizzatore, pur cercando la collaborazione dell’intero schieramento politico del CLN.

È difficile stabilire il numero di quanti vi aderirono, ma sicuramene esso vide la partecipazione di diverse centinaia di migliaia di operai delle fabbriche del Nord. La mobilitazione fu disomogenea da un punto di vista territoriale. In Piemonte, soprattutto a Torino, entrarono in sciopero i lavoratori della Fiat, di tutte le aziende collegate e di molte altre (cfr. http://www.istoreto.it/to38-45_industria/cronologia.htm), mentre in Lombardia quelli dell’Alfa Romeo, della Breda, della Ercole Marelli, della Falck, della Innocenti, della Isotta Fraschini, della Dalmine e di altre. Alla protesta parteciparono anche gli operai toscani delle Officine Galileo e della Pignone, e in Emilia Romagna quelli delle Officine Meccaniche Reggiane e della Ducati. A Genova, che doveva essere un altro degli epicentri dello sciopero, l’agitazione invece fallì.

In ogni caso, lo sciopero generale segnò un successo politico per il movimento resistenziale e dimostrò che il Partito comunista stava acquisendo un ruolo egemone anche nella resistenza civile, oltre che in quella armata. Le richieste di migliori razioni alimentari, di spacci aziendali, di aumenti salariali, di gomme per biciclette nascevano da esigenze di natura materiale, ma costituivano anche una protesta collettiva potenzialmente eversiva. La repressione fu molto dura, con minacce di morte e occupazione delle fabbriche da parte della RSI e dei tedeschi. Gli scioperi erano rigorosamente vietati e la legislazione fascista prevedeva pene severe per chi si asteneva dal lavoro. Nelle fabbriche gli operai che aderivano allo sciopero rischiavano il carcere, la deportazione o la condanna a morte, infatti furono arrestati e deportati circa 1200 scioperanti.

Lo sciopero del marzo 1944 fornì una prova decisiva dello scarso consenso di cui la RSI godeva tra gli operai e segnò il ritorno di una conflittualità operaia che assumeva dimensione collettiva e valenza politica, dopo un lungo periodo di sottomissione al regime. Quello del marzo 1944 fu il primo e solo grande sciopero generale avvenuto nell’Europa occupata dal nazifascismo.

http://www.istoreto.it/to38-45_industria/cronologia.htm

 

La resistenza degli operai in Germania: l’Organizzazione Saeflow-Jacob-Bästlein.

L’Organizzazione Saeflow-Jacob-Bästlein fu una delle più grandi organizzazioni di resistenza nella fase finale del regime nazista, a Berlino, in gran parte costituita da operai e comunisti.

https://www.lavocedellelotte.it/2017/06/10/resistenza-operaia-a-berlino-1942-1945/

http://www.centrostudilucianoraimondi.it/la-resistenza-comunista-a-berlino/

https://www.resistenzatedesca.it

https://it.wikipedia.org/wiki/Resistenza_tedesca

 

Le Resistenza delle donne

Le donne furono protagoniste della cosiddetta Resistenza civile, come nella Napoli occupata del settembre 1943, quando impedirono i rastrellamenti degli uomini, facendo svuotare i camion tedeschi già pieni e innescando così la miccia dell’insurrezione cittadina. Inoltre, dopo l’8 settembre le donne prestarono aiuto ai soldati, li rifornirono di abiti civili, li nascosero, li sfamarono e li aiutarono a raggiungere i partigiani sulle montagne.

Le donne furono importanti anche nella lotta armata partigiana. Esse meno destavano i sospetti di fascisti e nazisti e per questo spesso svolsero il compito di staffette per rifornire i partigiani di viveri e di armi. Le donne furono però anche combattenti armate nelle brigate partigiane, membri dei GAP e delle SAP in città e nelle fabbriche, addette ai fondamentali servizi logistici, organizzatrici di manifestazioni contro la guerra, a favore dei detenuti e dei deportati.

Nel novembre del 1943 si formarono i Gruppi di Difesa della Donna (GDD) cui diedero vita inizialmente Giovanna Barcellona, Ada Gobetti, Rina Merlin, Rina Picolato e Giulietta Fibbi. Il documento costitutivo dei GDD invitava le donne a partecipare alla lotta per liberare il Paese dai nazifascisti e a rivendicare il loro diritto al lavoro e al salario.

Secondo le cifre ufficiali le appartenenti ai GDD furono 70000; le partigiane combattenti 35000; le arrestate, torturate e condannate 4600; le donne fucilate o cadute in combattimento 623; le deportate nei campi di concentramento nazisti 2750; le commissarie di formazioni partigiane 512, di cui 16 decorate di medaglia d’oro (12 alla memoria) e 17 decorate di medaglia d’argento.

Le donne combattenti dovettero fronteggiare la diffidenza e il pregiudizio degli uomini, che le ritenevano inadatte all’uso delle armi e che tendevano ad assegnare loro compiti più tradizionalmente femminili. A pochissime donne fu riconosciuta un ruolo importante sul piano militare, mentre alla maggior parte di esse furono assegnati compiti ausiliari come quelli di vivandiera o di cuoca.

Sull’altro versante, quello della RSI, le donne furono organizzate nel Servizio Ausiliario Femminile (SAF), le cui componenti furono chiamate ausiliarie. Le donne che scelsero di collaborare con le forze nazi-fasciste svolsero poi il compito di delatrici e di spie, motivate dal desiderio di smascherare e punire coloro che consideravano i “traditori della Patria”.

 

La Resistenza dei giovani: il Fronte della Gioventù

Il “Fronte della Gioventù” fu la più diffusa organizzazione dei giovani impegnati nella lotta di liberazione in Italia. Esso fu costituito a Milano nel gennaio 1944 dai rappresentanti dei giovani comunisti, socialisti, democratici cristiani, cui si unirono i giovani liberali, azionisti, repubblicani, cattolici comunisti, le ragazze dei Gruppi di Difesa della Donna e dei giovani del Comitato contadini.

La base ideale e programmatica fu elaborata da Eugenio Curiel (1912-1945), giovane scienziato triestino, già confinato dal Fascismo a Ventotene, ucciso dalle Brigate nere a Milano il 24 febbraio 1945 e insignito di medaglia d’oro alla memoria. La costituzione del Fronte della Gioventù fu favorita da due sacerdoti antifascisti, padre Davide Turoldo e padre Camillo De Piaz.

Il Fronte della Gioventù (FDG) diede un rilevante contributo alla lotta di Liberazione. Molti suoi membri parteciparono alla guerra partigiana, spesso con funzioni di comando, furono torturati e uccisi o caddero in battaglia. Esso diede un notevole contributo nelle battaglie per la liberazione di Firenze e di Bologna, nonché alla fase insurrezionale che portò il 25 aprile alla Liberazione.

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Violenza nazifascista e violenza partigiana

Le vittime delle violenze e delle stragi nazifasciste, secondo l’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia, furono più di 23.000 in circa 5.550 episodi, nell’arco cronologico che va dal luglio 1943 al maggio 1945. L’Atlante è il prodotto di una ricerca voluta dall’ANPI e dall’INSMLI (Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia). Al di là degli episodi più noti (Fosse Ardeatine, Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto-Monte Sole) quello delle stragi naziste e fasciste fu un fenomeno molto diffuso sul territorio nazionale. I reparti responsabili appartenevano alle forze armate regolari del Reich (la Wehrmacht), alle SS e alle formazioni della RSI.

Gli episodi di violenza spesso rimasero impuniti. Nel 1994 furono rinvenuti nei locali della procura generale militare numerosi fascicoli d’indagine occultati. Le cause dell’occultamento sono state oggetto di indagini da parte di una commissione interna alla magistratura militare e di una commissione parlamentare d’inchiesta, nonché di analisi da parte della storiografia. (https://www.camera.it/_bicamerali/leg14/crimini/home.htmhttps://it.wikipedia.org/wiki/Armadio_della_vergogna).

Anche i partigiani si resero responsabili di gravi episodi di violenza e di esecuzioni sommarie, tanto che alcuni hanno sostenuto una sorta di equivalenza. Spesso, anzi, si è cercato di sminuire il valore della guerra partigiana, ridimensionandola ed enfatizzando una sorta presunta violenza “ingiustificata”. Certamente vi furono episodi di violenza inqualificabile  anche da parte dei partigiani o sedicenti tali. Essi certamente non vanno sottaciuti, come talvolta si è fatto.

Tuttavia occorre tenere presente che la violenza partigiana e popolare era certamente anche una reazione comprensibile alla dittatura del Ventennio fascista. Inoltre, mentre le violenze fasciste furono il tentativo di conservare un regime totalitario e repressivo, a fianco dell’esercito della Wermacht, la lotta partigiana era una guerra di liberazione, che ha portato alla nascita della Repubblica. Occorre poi prendere atto che nel corso di una guerra civile episodi di violenza gratuita sono sempre presenti. Essi non vanno giustificati, ma visti nel loro contesto storico sì. Infine, non va dimenticato che, se vi furono partigiani che si resero responsabili di episodi ingiustificabili, non vi fu tuttavia alcuna direttiva “stragista” da parte dei vertici del movimento partigiano.

Lo scempio dei corpi del dittatore e degli altri gerarchi fascisti fu criticato da importanti esponenti della Resistenza, come Ferruccio Parri, Presidente del CLNAI, che definì l’episodio «macelleria messicana». Così come sembra che Mussolini avesse deplorato lo scempio dei corpi dei partigiani («il sangue di Piazzale Loreto lo pagheremo molto caro» disse ad un suo collaboratore).

Stragi_commesse_in_Italia_durante_la_seconda_guerra_mondiale

http://www.straginazifasciste.it

L’amnistia del 1946

Il 22 giugno 1946 entrò in vigore il “Decreto presidenziale di amnistia e indulto per reati comuni, politici e militari” avvenuti durante il periodo dell’occupazione nazifascista. La legge fu proposta e varata dal ministro di Grazia e Giustizia del primo governo De Gasperi, Palmiro Togliatti, segretario del PCI. Scopo del decreto era quello di giungere a una pacificazione nazionale, che favorisse la ricostruzione del paese. L’amnistia prevedeva il condono della pena per reati comuni e politici per condanne fino a cinque anni. Nelle intenzioni del legislatore, quindi, i reati gravi non erano inclusi nel provvedimento, che tuttavia subì, in particolare dopo l’estromissione dal governo dei partiti di sinistra nel febbraio 1947 (terzo governo De Gasperi), un’estensione indiscriminata, dovuta anche alla mancata epurazione della magistratura. Il provvedimento di amnistia scatenò malumori e tensioni, soprattutto nel Nord Italia, dove la lotta di Liberazione era stata più duratura e più intensa. Le polemiche provenivano soprattutto dai partigiani e dai perseguitati politici antifascisti, che assistevano alla scarcerazione dei loro aguzzini, mentre magari restavano in carcere partigiani arrestati per azioni compiute durante l’occupazione o subito dopo la liberazione. Anche la base del PCI contestò il suo segretario. In seguito la cosiddetta “amnistia Togliatti” fu seguita da altri provvedimenti, che ampliarono la casistica dei crimini condonabili.

 

Bibliografia sulla Resistenza

 

Altri siti utili:

www.anpi.it/

http://www.reteparri.it

http://www.istoreto.it

http://www.istitutoparri.eu

http://www.museodellaresistenzadibologna.it