Friedrich Engels, Manchester nel 1845

Friedrich Engels, Manchester nel 1845

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi
La situazione della classe operaia in Inghilterra (Die Lage der arbeitenden Klasse in England nach eigner Anschauung und authentischen Quellen, 1845)
La situazione della classe operaia in Inghilterra è una delle fonti più note per la conoscenza della prima rivoluzione industriale inglese, sulla quale Engels raccolse una grossa mole di materiale documentario. Il libro esamina la formazione del proletariato industriale, i diversi settori di lavoro, le associazioni e i movimenti degli operai, e l’atteggiamento della borghesia nei confronti del proletariato. Il capitolo terzo, di cui riproduciamo alcune pagine, descrive alcune città industriali.
Friedrich Engels nacque a Barmen (Wuppertal) nel 1820, primogenito di un ricco industriale tessile. Vincolato suo malgrado all’attività familiare, assunse le vesti atipiche di imprenditore-rivoluzionario, volgendo la sua lunga consuetudine con il proletariato urbano in critica della società capitalistica e in organizzazione della lotta politica contro di essa. Dopo il ginnasio si trasferì a Brema e poi a Berlino (1841), dove iniziò a collaborare alla “Gazzetta renana”, di cui conobbe il direttore, Karl Marx, diventandone in seguito amico. A compimento della sua formazione imprenditoriale fu inviato dal padre a Manchester, nel cotonificio Ermen & Engels, appunto di comproprietà paterna: questo primo soggiorno inglese si trasformò in un’occasione per raccogliere una vasta documentazione sulla composizione del proletariato britannico, da cui sarebbe poi nato La situazione della classe operaia in Inghilterra, scritto al ritorno in Germania e pubblicato nel 1845. La collaborazione con Marx prese avvio con gli interventi sugli “Annali franco-tedeschi”, pubblicati a Parigi nel 1844, e continuò con opere di critica filosofica (La sacra famiglia, 1844, e L’ideologia tedesca, 1845-46) e con la redazione de Il manifesto del partito comunista (1848). Partecipò alla rivoluzione tedesca degli anni 1848-49, fallita la quale riparò in Inghilterra, riprendendo l’attività industriale e, a partire dal 1864 (Prima internazionale), la militanza politica, quale figura di primo piano del socialismo. Morì nel 1895.

Friedrich Engels – Manchester nel 1845

La città industriale è una tipologia urbana che non esisteva prima del 1770. Manchester può essere considerata allo stesso tempo come uno dei primi esemplari e come un modello di città industriale. Engels le dedica una lunga descrizione, che occupa circa trenta pagine del suo libro sulla classe operaia inglese.
Se andiamo oltre, o se con la ferrovia passiamo attraverso il Blackstone Edge, arriviamo alla terra classica in cui l’industria inglese ha realizzato il suo capolavoro, e dalla quale partono tutti i movimenti degli operai, il South Lancashire, col suo centro, Manchester.

Di nuovo abbiamo qui un bel paesaggio collinoso, che partendo dallo spartiacque discende dolcemente ad occidente verso il Mare d’Irlanda, con le incantevoli, verdi vallate del Ribble, dell’Irwell e del Mersey e dei loro affluenti; una terra che ancora cent’anni fa era per la maggior parte null’altro che una palude poco popolata, mentre oggi è disseminata di città e villaggi ed è la regione più densamente popolata d’Inghilterra. Nel Lancashire, e particolarmente a Manchester, l’industria britannica trova al contempo il suo punto di partenza e il suo centro; la Borsa di Manchester è il termometro di tutte le oscillazioni del traffico industriale; la moderna arte della fabbricazione ha raggiunto a Manchester la sua perfezione […]. Poiché dunque Manchester è il tipo classico della moderna città industriale e anche perché la conosco come la mia stessa città natale – e più a fondo della maggior parte dei suoi abitanti – ci soffermeremo più a lungo su di essa […].

Manchester […] si stende sulla riva sinistra dell’Irwell, tra questo fiume e i due fiumi minori, l’Irk e il Medlock, che si gettano qui nell’Irwell.

Sulla riva destra dell’Irwell, cinta da una grande ansa del fiume, si trova Salford, e più a occidente Pendleton; a nord dell’Irwell si trovano Broughton alta e bassa; a nord dell’Irk, Cheetham Hill; a sud del Medlock vi è Hulme, e più a oriente Chorlton-on-Medlock, mentre ancor più distante, press’a poco a est di Manchester, si trova Ardwick. L’intero complesso di edifici è chiamato comunemente Manchester e comprende 400.000 persone, piuttosto più che meno. La città stessa è costruita in modo singolare e si potrebbe abitarvi per anni e entrarvi e uscirne ogni giorno senza mai venire a contatto con un quartiere operaio o anche soltanto con operai, almeno fino a quando ci si limita a occuparsi dei propri affari o ad andare a passeggio. E ciò deriva principalmente dal fatto che, per un tacito, inconsapevole accordo, come pure per una consapevole ed espressa intenzione, i quartieri operai sono nettamente separati dai quartieri destinati alla classe media, ovvero, dove ciò non è possibile, sono stati coperti con il manto della carità. Nel centro Manchester ha un quartiere commerciale abbastanza esteso, lungo circa mezzo miglio, e largo altrettanto, composto quasi esclusivamente di uffici e di magazzini (warehouses). In tutto il quartiere non vi sono quasi case d’abitazione, e di notte esso è deserto e solitario, e solamente i poliziotti di guardia con le loro lanterne cieche percorrono le sue strade anguste e buie. Questa zona è attraversata da alcune vie principali, sulle quali si affolla l’immenso traffico, e nelle quali il pianterreno delle case è occupato da eleganti negozi; qua e là in queste vie alcuni dei piani superiori sono abitati, e alla sera fino a tardi vi è una certa animazione.

Ad eccezione del quartiere commerciale, tutta la vera Manchester, tutta Salford e Hulme, una parte notevole di Pendleton e Chorlton, due terzi di Ardwick e singole strisce di Cheetham Hill e di Broughton non sono che un unico quartiere operaio, che, simile ad una fascia larga in media un miglio e mezzo, cinge il quartiere commerciale.

Fuori, oltre questa fascia, abita la media e alta borghesia. La media borghesia in strade regolari nelle vicinanze dei quartieri operai, specialmente a Chorlton e nelle contrade più basse di Cheetham Hill; l’alta borghesia nelle lontane ville con giardino di Chorlton e Ardwick, o sulle ariose colline di Cheetham Hill, Broughton e Pendleton, nella sana, libera aria di campagna, in comode e lussuose abitazioni, dinanzi alle quali passano ogni quarto d’ora o ogni mezz’ora gli omnibus diretti verso la città. Ma il più bello in tutto ciò è che questi ricchi rappresentanti dell’aristocrazia del denaro possono attraversare i quartieri operai, seguendo la strada più diretta per arrivare ai loro uffici al centro della città, senza neppure accorgersi della miseria che si stende tutt’intorno. Infatti lungo i due lati delle strade principali che dalla Borsa conducono in tutte le direzioni fuori di città, si stendono negozi in fila quasi ininterrotta. Queste strade si trovano quindi nelle mani della piccola e media borghesia, la quale se non altro per motivi di interesse mantiene e può mantenere un aspetto più decoroso e pulito. È vero che questi negozi hanno pur sempre un qualche legame con i quartieri che si stendono alle loro spalle, e perciò nel quartiere commerciale e nei pressi dei quartieri della borghesia appaiono più eleganti che non là dove celano i sudici cottages operai; tuttavia sono pur sempre sufficienti a nascondere ai ricchi signori e alle ricche dame, dallo stomaco forte e dai nervi deboli, la miseria e il sudiciume che costituiscono il complemento della loro ricchezza e del loro lusso […]. 

Aggiungerò che gli stabilimenti industriali sono disposti quasi tutti lungo i tre fiumi o i diversi canali che si diramano per la città, e passo quindi direttamente a descrivere i quartieri operai.

Ecco in primo luogo la città vecchia di Manchester, che si stende tra il margine settentrionale del quartiere commerciale e l’Irk. Qui le strade, anche le migliori, sono strette e tortuose, – come Todd Street, Long Millgate, Withy Grove e Shude Hill, – le case sporche, vecchie e cadenti, mentre l’aspetto delle strade laterali è assolutamente orribile. Giungendo a Long Millgate dalla Chiesa Vecchia, si ha subito a destra una fila di case antiquate, nelle quali neppure uno solo dei muri frontali è rimasto diritto; sono i resti della vecchia Manchester preindustriale, i cui antichi abitanti si sono trasferiti con i loro discendenti in quartieri meglio costruiti, lasciando le case, divenute per essi troppo misere, ad una razza di operai fortemente mescolata con sangue irlandese. Qui siamo realmente in un quartiere quasi dichiaratamente operaio, poiché anche i negozi e le osterie non si prendono la briga di apparire un po’ puliti. Ma questo non è ancor nulla a paragone delle viuzze e dei cortili che si stendono dietro, e ai quali si arriva attraverso stretti passaggi coperti, sotto i quali non possono passare neppure due persone l’una accanto all’altra. È difficile immaginare la disordinata mescolanza delle case, che si fa beffe di ogni piano urbanistico razionale, il groviglio per cui sono letteralmente addossate le une alle altre. E la colpa non è soltanto degli edifici sopravvissuti ai vecchi tempi di Manchester: in tempi più recenti la confusione è stata portata al massimo, poiché dovunque si è trovato un pezzetto di spazio tra le costruzioni dell’epoca precedente, si è continuato a costruire e a rappezzare, fino a togliere tra le case anche l’ultimo pollice di terra libera ancora suscettibile di essere utilizzata […]. 

In basso scorre, o meglio ristagna l’Irk, un corso d’acqua stretto, nerastro, puzzolente, pieno di immondizie e di rifiuti che riversa sulla riva destra, più piatta.

Con il tempo asciutto su questa riva resta una lunga fila di ripugnanti pozzanghere fangose, verdastre, dal cui fondo salgono continuamente alla superficie bolle di gas mefitici che diffondono un puzzo intollerabile anche per chi sta sul ponte, quaranta o cinquanta piedi sopra il livello dell’acqua. Per di più ad ogni passo il flusso delle acque è ostacolato da alti sbarramenti, dietro i quali si depositano e imputridiscono in grandi quantità il fango e i rifiuti. In capo al ponte stanno grandi concerie, più sopra ancora tintorie, mulini per polverizzare ossa, e gasometri, i cui canali di scolo e rifiuti si riversano tutti nell’Irk, che raccoglie inoltre anche il contenuto delle attigue fognature e latrine. È facile immaginare, dunque, di quale natura siano i depositi che il fiume lascia dietro di sé. A piè del ponte si vedono le macerie, l’immondizia, il sudiciume e i rifiuti dei cortili che s’affacciano sulla ripida riva sinistra; ogni casa è addossata all’altra e, per l’inclinazione della riva, si vede un pezzo di ciascuna: tutte nere di fumo, sgretolate, vecchie, con le intelaiature e i vetri delle finestre in pezzi. Lo sfondo è formato da vecchi stabilimenti industriali simili a caserme. Sulla riva destra, più pianeggiante, vi è una lunga serie di case e di fabbriche; già la seconda casa è diroccata, senza tetto, piena di macerie, e la terza è così bassa che il piano inferiore è inabitabile e quindi sprovvisto di finestre e di porte. Qui lo sfondo è costituito dal cimitero dei poveri, dalle stazioni ferroviarie per Liverpool e Leeds, dietro alle quali sorge la casa di lavoro, la «Bastiglia della legge sui poveri» di Manchester, che come una cittadella guarda minacciosa dall’alto di una collina, dietro alte mura e merli, verso il quartiere operaio che si trova di fronte.

Oltre Ducie Bridge la riva sinistra diviene più pianeggiante e quella destra più ripida, ma lo stato delle abitazioni su entrambe le rive peggiora piuttosto che migliorare.

Se dalla strada principale – ancora sempre Long Millgate – si volta a sinistra, si è perduti: da un cortile si finisce nell’altro, si continua a svoltare angoli, vicoli, passaggi, finché dopo pochi minuti si perde l’orientamento e non si sa più da quale parte voltarsi. Dappertutto edifici in parte o del tutto diroccati, – alcuni sono effettivamente disabitati, il che dice tutto in questi posti, – raramente le case hanno un pavimento di tavole o di pietra, e quasi sempre finestre e porte a pezzi, o sconnesse, e che sudiciume! Mucchi di detriti, rifiuti e immondizie dovunque; pozzanghere permanenti al posto dei rigagnoli, e un puzzo che da solo basterebbe a rendere intollerabile a ogni uomo appena civile la vita in questo quartiere. Il nuovo tronco della ferrovia per Leeds, che attraversa l’Irk in questo punto, ha sì spazzato via una parte dei cortili e dei vicoli, ma in compenso ne ha messo a nudo molti altri. 

F. Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra, in K. Marx, F. Engels, Opere complete, vol. IV, Editori Riuniti, Roma 1972, pp. 278-291.

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David S. Landes, Prometeo liberato.

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Rivoluzione industriale

 

L’espressione “rivoluzione industriale”, in lettere minuscole, designa di solito quel complesso di innovazioni tecnologiche che, sostituendo all’abilità umana le macchine e alla fatica di uomini e animali l’energia inanimata, rendono possibile il passaggio dall’artigianato alla manifattura, dando così vita a un’economia moderna. In questo senso la rivoluzione industriale ha già trasformato numerosi paesi, sia pure in misura diversa; altri paesi stanno attraversando la fase più acuta del cambiamento; e altri ancora attendono il loro turno.

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Talvolta, la stessa espressione è usata in un secondo significato; gli storici hanno così parlato di una “rivoluzione industriale del secolo XIII”, di una “prima”, di una “seconda rivoluzione industriale”, di una “rivoluzione industriale nel Sud cotoniero”. Finiremo allora con l’avere altrettante “rivoluzioni” quante sono state nella storia le sequenze, fra loro distinte, di innovazione industriale, più tutte le analoghe sequenze che avranno luogo in futuro; c’è chi afferma, per esempio, che ci troveremmo già in piena terza rivoluzione industriale: quella dell’automazione, dei trasporti aerei e dell’energia atomica.

Infine le stesse parole, con iniziale maiuscola, possiedono un terzo significato: si usano cioè per indicare il primo esempio storico di passaggio da un’economia agricola e artigianale a un’economia dominata dall’industria e dalla produzione meccanica. La Rivoluzione industriale ebbe inizio nel secolo XVIII in Inghilterra, donde si diffuse con differenti modalità nei paesi del continente europeo e in alcune regioni d’oltreoceano, per trasformare, nell’arco di due generazioni, la vita dell’uomo occidentale, la natura della società in cui egli viveva, e il suo rapporto con gli altri popoli del mondo. […]

Al centro della Rivoluzione industriale vi fu una serie di cambiamenti tecnologici interdipendenti. I progressi materiali interessarono tre aree: 1) i congegni meccanici sostituirono l’abilità dell’uomo; 2) l’energia inanimata, in particolare il vapore, prese il posto della fatica di uomini e animali; 3) ci fu un netto miglioramento nei metodi di estrazione e di lavorazione delle materie prime, in particolare in quelle industrie che oggi definiamo metallurgica e chimica.

In concomitanza con questi cambiamenti nelle attrezzature e nei processi produttivi, si realizzarono nuove forme di organizzazione industriale. Le dimensioni dell’unità produttiva crebbero: le macchine e l’energia richiesero e insieme resero possibile la concentrazione della manifattura, e la bottega, il laboratorio casalingo cedettero il posto allo stabilimento e alla fabbrica. Al tempo stesso, la fabbrica fu qualcosa di più che una più grande unità lavorativa. Fu un sistema di produzione, basato su due nuovi protagonisti del processo produttivo, dalle precise funzioni e responsabilità: l’imprenditore, che non soltanto assume le maestranze e vende il prodotto finito, ma anticipa il capitale tecnico e ne sorveglia l’uso; e l’operaio, non più possessore ed erogatore dei mezzi di produzione, e ridotto al rango di “manodopera”: legati l’uno all’altro dal rapporto economico – il “nesso salariale” – e dal rapporto funzionale della sorveglianza e della disciplina.

Beninteso la disciplina non era del tutto una novità. Determinati tipi di lavoro – ad esempio le grandi opere di costruzione – avevano sempre richiesto la direzione e il coordinamento degli sforzi di parecchie persone; e molto tempo prima della Rivoluzione industriale esistevano numerosi grandi opifici o “manifatture” nei quali il tradizionale lavoro non meccanizzato si svolgeva sotto sorveglianza. Tuttavia la disciplina in tali luoghi era relativamente elastica (non c’è caposquadra più assillante del continuo clic-clac della macchina); e così com’era, non interessava che una piccola parte della popolazione industriale.

La disciplina di fabbrica fu un’altra cosa. Essa richiese, e infine creò, un nuovo tipo di operai, rotti all’inesorabile tirannia dell’orologio. Essa inoltre racchiudeva in sé i germi di un nuovo progresso tecnologico, poiché controllare il lavoro significa poterlo razionalizzare. Fin dall’inizio la specializzazione delle funzioni produttive si spinse nella fabbrica ben oltre i limiti raggiunti nelle botteghe e nei laboratori a domicilio; e al tempo stesso, le difficoltà di utilizzazione di uomini e materiali in uno spazio limitato imposero miglioramenti nella planimetria e nell’organizzazione della fabbrica. Una catena diretta di innovazioni conduce dai primi sforzi, intesi a regolare il processo della manifattura in modo che la materia prima discendesse lo stabilimento via via che veniva lavorata, fino alle linee di montaggio e al nastro trasportatore dei nostri giorni.

Tra tutti i diversi aspetti del progresso tecnologico l’elemento comune è l’unità del movimento stesso: i cambiamenti generarono cambiamenti. Anzitutto molti progressi divennero realizzabili solo in seguito a progressi in campi collegati. La macchina a vapore è un esempio classico di questa interconnessione tecnologica; fu impossibile produrre un efficiente motore a condensazione sino a quando migliori metodi di lavorazione dei metalli non permisero di costruire cilindri accuratamente calibrati. In secondo luogo, gli incrementi di produttività e di produzione consentiti da una determinata innovazione non potevano non ripercuotersi sulle attività industriali collegate. La domanda di carbone fece scendere gli scavi delle miniere sempre più in basso, finché non divenne grave il pericolo delle infiltrazioni d’acqua; la risposta fu la creazione di una pompa più efficiente, la macchina a vapore atmosferica. L’offerta di carbone a basso costo fu come un dono del cielo per una siderurgia asfittica per la carenza di combustibile. L’invenzione e la diffusione delle macchine nella manifattura tessile e in altre industrie crearono un nuovo fabbisogno di energia, quindi di carbone e di motori a vapore; e tanto questi motori quanto le macchine avevano un vorace appetito di ferro, ciò che richiedeva altro carbone ed altra energia. Il vapore poi rese possibile la città-fabbrica, che assorbiva inaudite quantità di ferro (quindi di carbone) nei suoi stabilimenti a più piani e nei suoi sistemi di approvvigionamento idrico e di scarico dei rifiuti. La lavorazione del flusso crescente dei manufatti richiese grandi quantità di sostanze chimiche: àlcali, acidi e coloranti, la cui produzione consumava montagne di combustibile. E tutti questi prodotti – siderurgici, tessili, chimici – dipendevano dal trasporto delle merci su larga scala, per via di terra e di mare, dalle fonti della materia prima alle fabbriche e nuovamente da queste ai mercati vicini e lontani. L’opportunità che venne così ad aprirsi, insieme con le potenzialità della nuova tecnologia, diede origine alla ferrovia e al battello a vapore, i quali naturalmente incrementarono la domanda di ferro e di combustibili allargando nel contempo gli sbocchi di mercato per i prodotti delle fabbriche. E così via.

In questo senso la Rivoluzione industriale segnò una svolta decisiva nella storia. Prima di essa, i progressi del commercio e dell’industria, per quanto soddisfacenti o imponenti, erano stati sostanzialmente superficiali: più ricchezza, più merci, città fiorenti, mercanti ricchissimi. Il mondo aveva conosciuto altri periodi di prosperità industriale – ad esempio in Italia e nelle Fiandre nel Medioevo – ma ogni volta il fronte del progresso economico era infine indietreggiato; mancando cambiamenti qualitativi, non essendo migliorata la produttività di base dell’economia, nulla garantiva che i puri e semplici progressi quantitativi si consolidamento. La Rivoluzione industriale invece, inaugurò un’avanzata cumulativa e autopropulsiva della tecnica, le cui ripercussioni dovevano avvertirsi in tutti gli aspetti della vita economica.

Certamente, una cosa è avere l’occasione, altro coglierla. Il progresso economico è stato discontinuo, punteggiato da accelerazioni e frenate, e non possiamo affatto dare per scontato la prospettiva di un’ascesa a tempo indeterminato. In primo luogo, il progresso tecnologico non è un processo che si svolge in modo uniforme e senza scosse. Ogni innovazione sembra possedere un suo ciclo vitale che comprende periodi di incerta giovinezza, di vigorosa maturità e di declino senile; mano mano che il suo potenziale tecnologico viene sfruttato, decrescono i rendimenti marginali e si fanno strada tecniche nuove e più efficienti. E poi gli stessi settori produttivi che prendono corpo da queste tecniche seguono una loro curva, dapprima ascendente poi discendente, per essere poi sostituiti dall’avvento di nuove industrie. […]

Gli incrementi quantitativi di produttività rappresentano solo un aspetto del quadro di insieme. La tecnologia moderna non soltanto produce di più e più velocemente, ma crea oggetti che non si sarebbero mai potuti produrre con i metodi artigianali del passato. Il più abile filatore a mano indù non avrebbe mai potuto realizzare un filato così fine e regolare come quello del filatoio intermittente; tutte le fornaci della cristianità del secolo XVIII non avrebbero potuto produrre lastre di acciaio così grandi, lisce e omogenee come quelle di un laminatoio moderno. Ciò che più conta, la tecnologia moderna ha creato cose inconcepibili nell’era preindustriale: la macchina fotografica, l’automobile, l’aeroplano, l’intera gamma dei congegni elettronici, dalla radio all’elaboratore ad alta velocità, il reattore nucleare e così via, pressoché ad infinitum.  […]

Questi progressi materiali a loro volta hanno suscitato e stimolato un vasto complesso di cambiamenti economici, sociali politici e culturali, che, reciprocamente, hanno influito sul ritmo e sull’evoluzione dello sviluppo tecnologico. C’è anzitutto quella trasformazione che chiamiamo industrializzazione: si tratta della rivoluzione industriale nello specifico significato tecnologico, con le sue conseguenze economiche, in particolare il movimento di lavoro e di risorse dall’agricoltura all’industria. […] Dopo la Rivoluzione industriale l’industria progredì più celermente dell’agricoltura, aumentò la propria quota sulla ricchezza e sul prodotto nazionale, e sottrasse manodopera alle campagne. Tale drenaggio variò da paese a paese […]

A sua volta l’industrializzazione è al centro di quel processo più vasto e complesso che spesso si denomina modernizzazione. Si tratta di quell’insieme di cambiamenti – nel modo di produzione e di governo, negli ordinamenti sociali e istituzionali, nello stato delle conoscenze, negli atteggiamenti e nei valori – che rendono possibile ad un paese di mantenersi a galla nel XX secolo; vale a dire, di competere ad armi pari nella generazione della ricchezza materiale e culturale, di difendere la propria indipendenza, di promuovere ulteriori cambiamenti ed adattarcisi. La modernizzazione comprende sviluppi quali l’urbanesimo (il concentrarsi della popolazione nelle città, che sono i gangli nervosi della produzione industriale, dell’amministrazione e delle attività intellettuali ed artistiche); una netta caduta del tasso sia di mortalità sia di natalità rispetto ai livelli tradizionali; la creazione di un sistema scolastico capace di istruire e socializzare i giovani […]; e naturalmente, l’acquisizione delle capacità e dei mezzi necessari per usare una tecnologia aggiornata.

Tutti questi fattori sono interdipendenti […]

Da David S. Landes: Prometeo liberato.

Friedrich Engels, Manchester nel 1845

La Rivoluzione industriale

La Rivoluzione industriale

Significato del termine

Quando si parla di rivoluzione industriale in genere ci si riferisce al processo di sviluppo verificatosi in Inghilterra a partire dalla seconda metà del Settecento. Tra il 1770 e il 1846 il peso del settore industriale in Inghilterra passò infatti dal 21% al 53%. che poi si diffuse successivamente si diffuse in molti paesi europei, negli Stati Uniti e in Giappone, coinvolgendo nel corso del Novecento quasi tutte le aree del pianeta, attraverso un processo che oggi viene definito con il termine di globalizzazione.

Perché in Inghilterra

La rivoluzione industriale iniziò in Inghilterra poco dopo la metà del Settecento, perché qui si verificarono contemporaneamente alcune condizioni favorevoli: notevole crescita demografica, grande ricchezza accumulata con l’agricoltura e col commercio, cioè capitali da investire, altissima domanda di prodotti. Dall’Inghilterra si estese nel secolo successivo all’Europa continentale, soprattutto alla Francia e alla Germania, e di lì a vari paesi del mondo. La rivoluzione industriale inglese, giunta a compimento verso la metà dell’Ottocento, fu favorita dalla presenza in Inghilterra di condizioni particolarmente favorevoli, tra le quali vi furono:

  • le peculiari tradizioni politiche britanniche, con la presenza di istituzioni politiche liberali che davano spazio alla libera iniziativa privata;
  • la mentalità delle classi dirigenti, inclusa l’aristocrazia, più propense a dedicarsi alle attività produttive e alla ricerca del profitto, che potevano svolgersi in un quadro di libertà e di certezza del diritto; 
  • la recinzione e la privatizzazione delle terre comuni nelle campagne, con lo sviluppo del capitalismo in agricoltura e con una vera e propria “rivoluzione agricola” (rotazione continua; integrazione tra agricoltura e allevamento; introduzione di macchine);
  • la disponibilità di manodopera a basso costo, dovuta all’espulsione dei contadini dalle campagne;
  • il possesso di un vasto impero coloniale che fece affluire notevoli ricchezza verso la madrepatria;
  • una grande disponibilità di capitali (accumulazione) dovuta alle radicali trasformazioni avvenute in campo agricolo e alle ricchezza provenienti dalle colonie;
  • l’elevata disponibilità di materie prime e di risorse minerarie;
  • l’incremento demografico;
  • le condizioni della popolazione, tra le più prospere d’Europa, che costituiva un potenziale mercato per consumi.
La rivoluzione agricola

Nelle campagne inglesi, fin dal Cinque-Seicento, erano stati avviati profondi cambiamenti. Molte terre comuni, strette aree di bosco e di pascolo che i contadini sfruttavano collettivamente secondo antiche usanze medievali, erano state privatizzate e recintate con siepi e muretti (da cui il termine di “recinzioni”). Nei terreni privatizzati i proprietari cercarono di rendere l’agricoltura più moderna e produttiva. La rivoluzione agricola produsse un cambiamento radicale nelle tecniche di coltivazione e nella società contadina tra Sei e Settecento in Inghilterra e fra Sette e Ottocento in tutta Europa. Le trasformazioni più significative furono il miglioramento dell’aratro e l’invenzione della trebbiatrice e della seminatrice, l’introduzione e l’estensione di nuove colture come il mais, la patata e la barbabietola, da cui si iniziò a estrarre lo zucchero. Si adottò inoltre la rotazione quadriennale: due parti del terreno coltivate a cereali, la terza a leguminose, la quarta lasciata a pascolo, arrivando così a sfruttare tre quarti della superficie coltivabile. Così, insieme alla produzione agricola, migliorò anche l’allevamento. Ulteriori miglioramenti si ebbero infine con la selezione delle sementi e dei riproduttori animali, nonché con l’estensione e il miglioramento del terreno grazie al drenaggio del suolo. Infine, la disponibilità di manodopera a basso costo, dovuta all’espulsione dei contadini dalle campagne, favorì lo sviluppo delle industrie.

Il primato dell’Inghilterra

Agli inizi del Settecento l’Inghilterra era il paese più ricco d’Europa. La sua ricchezza non proveniva solo dall’agricoltura ma anche dal commercio. Gli Inglesi infatti avevano conquistato la supremazia sui mari. Dal 1713 avevano ottenuto il controllo della tratta degli schiavi. Dalle colonie d’America e d’Asia giungevano ai porti inglesi grandi quantità di materie prime (legno, zucchero, cotone ecc.) e la domanda di prodotti lavorati, in particolare di tessuti. A partire dalla seconda metà del ‘700 l’Inghilterra raggiunse un indiscusso primato nel settore industriale, che mantenne per quasi tutto l’Ottocento: fabbricò ed esportò la maggior quantità di prodotti, costruì la rete ferroviaria più estesa, sviluppò le banche, le assicurazioni e la borsa.

Dal lavoro a domicilio al factory system

Il lavoro a domicilio

Per tutto il Medioevo la produzione tessile era stata opera di artigiani che lavoravano a bottega con l’aiuto di semplici macchine (telai) di loro proprietà. Dalla fine del Cinquecento aveva cominciato a svilupparsi in Inghilterra il lavoro a domicilio. Mercanti di città distribuivano alle famiglie contadine le materie prime per la lavorazione e qualche volta anche gli strumenti di lavoro, poi ritiravano il lavoro finito. Nelle case contadine si lavorava nel tempo lasciato libero dalla coltivazione dei campi. Tutti collaboravano alla produzione: gli uomini tessevano, le donne filavano, i vecchi e i bambini avvolgevano il filo in matasse.

Le fabbriche

Ben presto artigiani e lavoranti a domicilio non riuscirono più a soddisfare la crescente domanda di prodotti che proveniva dalle colonie e dalla popolazione in aumento. Un notevole aumento della produttività fu possibile grazie all’invenzione di nuove macchine e a una serie di miglioramenti tecnici. Le macchine per la produzione industriale diventarono sempre più grandi e numerose e non poterono più trovare posto nelle case dei lavoratori. Perciò furono costruite le fabbriche, stabilimenti capaci di contenere grandi macchinari e migliaia di operai. Il lavoro a domicilio non scomparve del tutto ma le fabbriche si diffusero sempre di più. Le prime fabbriche funzionavano a energia idraulica e dovevano perciò sorgere presso fiumi o torrenti. L’energia idraulica non era sempre disponibile perché i torrenti potevano prosciugarsi o gelare. Solo quando si diffuse l’impiego della macchina a vapore la vicinanza dei torrenti non fu più indispensabile e si poté produrre energia dappertutto e in tutte le stagioni.

Sistema di fabbrica, divisione del lavoro, disoccupazione

Il sistema di fabbrica, a partire dal settore tessile, concentrò la produzione, le macchine e gli operai in grandi edifici. Nelle fabbriche si sviluppò la divisione del lavoro e divenne più rigoroso il controllo su orari e ritmi di lavoro da parte del capitalista, che resero il processo produttivo più efficiente rispetto al lavoro a domicilio. La disciplina di fabbrica sottopose gli operai all’inesorabile tirannia dell’orologio e la specializzazione delle funzioni produttive si spinse nella fabbrica ben oltre i limiti raggiunti nelle botteghe e nei laboratori a domicilio.

Con la rivoluzione industriale il lavoro delle macchine iniziò a sostituire quello dell’uomo, con diverse conseguenze. La scienza fu applicata all’organizzazione del lavoro, con l’obiettivo della massima efficienza del processo produttivo: le lavorazioni dovevano essere bene organizzate, col minimo spreco di tempo e di denaro. Aumentò enormemente la produzione di beni e diminuì il loro costo, in conseguenza del grande incremento della produttività. Una macchina, infatti, poteva produrre centinaia o migliaia di pezzi nel tempo in cui un artigiano ne realizzava poche unità. Diminuì la competenza professionale richiesta al lavoratore: l’artigiano doveva possedere un’abilità assai maggiore di quella dell’operaio, il cui lavoro dipendeva dalle macchine, anche per quanto riguardava i tempi e i ritmi dell’attività produttiva, che divennero più rapidi e senza tempi morti. L’avvento del factory system determinò la fine della centralità della famiglia come luogo di organizzazione e di divisione del lavoro e la separazione sempre più netta del lavoratore dal controllo del processo produttivo e dei prodotti del lavoro.

Lo sviluppo del sistema di fabbrica determinò drammatiche conseguenze: la meccanizzazione della tessitura portò con sé la distruzione della figura professionale centrale dei tessitori, che dai circa 250.000 che erano nell’Inghilterra del 1820 si videro ridotti a 3000 intorno alla metà del secolo. Molti contadini affluirono dalle campagne in città per lavorare in fabbrica, perché i salari dell’industria, anche se molto bassi, attraevano chi si trovava a vivere di stenti. A causa della grande abbondanza di manodopera, le industrie offrivano salari bassi e condizioni di lavoro assai dure, con orari giornalieri di dodici o quattordici ore, nella certezza che se un lavoratore non avesse accettato molti altri sarebbero stati pronti a rimpiazzarlo.

Il settore tessile

In questo favorevole contesto furono introdotte nell’arco di pochi anni numerose innovazioni tecnologiche, che permisero incrementi di produttività senza precedenti. Il settore tessile fu il primo ad essere protagonista di un rapido sviluppo industriale. L’avvento della meccanizzazione della filatura e in un secondo tempo della tessitura, prima del cotone e poi della lana, permisero uno straordinario aumento della produttività del lavoro: nella filatura del cotone essa crebbe di circa 150 volte entro la fine del secolo e di trecento entro il 1825.

Filatura e tessitura

In breve tempo le operazioni di filatura e tessitura furono svolte da macchine: nel 1833 un solo operaio, assistito da un ragazzo, poteva sorvegliare contemporaneamente il lavoro di quattro telai, producendo venti volte di più di un tessitore a mano.

Un cambiamento radicale, che aumentò di 24 volte la produzione di filo, avvenne con l’invenzione del filatoio meccanico a lavoro intermittente, detto spinning Jenny (“Jenny che fila”), di James Hargreaves (1764 circa).

Col successivo filatoio a energia idraulica di Richard Arkwright (1767) la produzione di filo aumentò di cento volte. Infine, ancora in Inghilterra, il cosiddetto mulo di Samuel Crompton (1779), azionato da una macchina a vapore, rese possibile manovrare contemporaneamente alcune centinaia di fusi e il filo divenne più robusto e regolare.

La tessitura non tardò ad adeguarsi ai nuovi ritmi. Già nel 1787, il tecnico inglese Edmund Cartwright ideò, brevettò e perfezionò un telaio meccanico, che applicò in un proprio stabilimento e col quale riuscì per primo a tessere tela liscia di una certa altezza. Dopo molti perfezionamenti, il telaio di Cartwright raggiunse un’altissima velocità e una grande semplicità di funzionamento.

Le fonti di energia, la siderurgia, la chimica, la rete ferroviaria.

Tra i grandi protagonisti della rivoluzione industriale vi furono il carbone e la macchina a vapore, che divennero la forza motrice impiegata nell’industria tessile, in sostituzione dell’energia idraulica. La macchina a vapore di J. Watt, il cui uso si diffuse soprattutto dall’inizio dell’Ottocento, permise di estrarre il carbone in profondità, aprendo la possibilità di disporre di grandi risorse energetiche. La macchina a vapore permetteva l’estrazione di una maggior quantità di carbone, che a sua volta serviva ad alimentarla.

Inoltre, il carbone e la macchina a vapore diedero impulso ad altre industrie, come quella siderurgica e meccanica. In campo siderurgico si sviluppò la produzione di ferro con il carbone coke di A. Darby e i procedimenti di H. Cort per il puddellaggio e la laminazione. L’insieme di questi fattori, con l’invenzione della locomotiva a vapore, rese possibile dagli anni Venti dell’Ottocento un altro evento rivoluzionario, la costruzione di una vasta rete ferroviaria. 

Il contributo degli scienziati fu fondamentale nello sviluppo dell’industria chimica. Le fabbriche tessili richiedevano quantità sempre maggiori di candeggianti, di coloranti, di sgrassanti (per ripulire la lana grezza). Per la lavorazione dei tessuti, ma anche del vetro o dei saponi, si ricorse perciò a sostanze chimiche, che si ottenevano in laboratorio e si potevano produrre nella quantità desiderata. Molte furono le scoperte e molti i chimici di grande valore, fra i quali il francese Lavoisier, considerato il fondatore della chimica moderna.

La macchina a vapore di Watt

La macchina a vapore trasformava l’energia termica in energia meccanica, cioè sfruttava il calore per produrre movimento. Nella macchina a vapore si bruciava carbone per far bollire l’acqua di una caldaia e produrre il vapore. Questo, premendo sulle pareti del contenitore, metteva un movimento un pistone che a sua volta azionava altri macchinari. La prima macchina a vapore fu sviluppata dal fisico francese Denis Papin intorno al 1690 e fu utilizzata nella costruzione di pompe per l’acqua. Nel 1705 Thomas Newcomen ideò una macchina più avanzata che permise di sviluppare pompe idrauliche utilizzate per prosciugare miniere e terreni.

L’inventore scozzese James Watt (1736-1819) costruì una macchina (1769) che riduceva di quasi quattro volte il consumo di combustibile. Nella macchina di Watt il raffreddamento del vapore avveniva in un condensatore separato e non nel cilindro, che così si manteneva sempre caldo e richiedeva meno combustibile per raggiungere la temperatura voluta. Watt realizzò inoltre un meccanismo che trasformava il moto rettilineo del pistone in un moto circolare continuo, grazie a un volano e a una biella. La macchina a vapore di Watt non fu impiegata solo nelle miniere, ma anche nelle fonderie e dopo il 1785 trovò applicazione nell’industria tessile, che si andava allora rapidamente meccanizzando.

Treni e navi a vapore

Il progresso industriale fu accompagnato dallo sviluppo dei trasporti. Nel 1825 per opera dell’ingegnere inglese George Stephenson e di suo figlio Robert entrò in funzione in Inghilterra la prima linea ferroviaria del mondo, la Stockton-Darlington, che collegava una miniera dell’interno con la costa. Quattro anni più tardi gli Stephenson costruirono una nuova locomotiva, capace di raggiungere la velocità media di 36 chilometri orari, per questo chiamata The Rocket (“Il Razzo”). Contro la nascita delle ferrovie non mancarono le proteste. C’era chi sosteneva che velocità superiori a 50 chilometri orari avrebbero finito per asfissiare i passeggeri, togliendo loro l’aria, e gli agricoltori temevano che le mucche, spaventate dal fracasso delle locomotive, avrebbero perso il latte. Ma l’esperienza dimostrò in breve che tutti i timori erano infondati e una rete ferroviaria sempre più fitta attraversò ben presto l’Inghilterra e l’Europa.

Verso la fine del 1700 si tentò di applicare il motore a vapore anche alle navi. Un primo battello a vapore dal nome Pyroscaphe fu varato in Francia nel 1783. Ma la navigazione fluviale ebbe un grande sviluppo soprattutto in America, un continente dai grandi fiumi e ancora quasi privo di strade. Nel 1807 il battello a vapore Clermont, dell’americano Robert Fulton, iniziò i suoi viaggi quotidiani fra New York e Albany. Nel 1818 la nave americana Savannah attraversò in diciannove giorni l’oceano Atlantico. Le navi a vapore però dovettero usare, ancora per decenni, anche le vele perché era molto difficile trasportare i grossi carichi di carbone necessari per la traversata.

Borghesia e proletariato

La borghesia industriale e il sistema bancario

Lo sviluppo delle industrie e del commercio accrebbe l’importanza della borghesia, che vide crescere notevolmente il suo peso sociale e politico. Il crescente sviluppo dell’industria comportò un aumento del costo dei mezzi di produzione e, di conseguenza, la necessità di investire capitali sempre più grandi. Difficilmente i singoli imprenditori disponevano del denaro necessario, perciò iniziarono sempre più a rivolgersi alle banche per reperirlo.

La condizione operaia

Con lo sviluppo del sistema di fabbrica si formò una nuova classe sociale, costituita dagli operai, detta anche proletariato. Molti operai mal sopportavano la dura disciplina di fabbrica. Gli orari di lavoro erano molto lunghi, secondo i ritmi imposti dalle macchina e dall’orologio, sotto il continuo controllo di sorveglianti. I salari degli operai erano bassi e in particolare le donne e i bambini impiegati nel lavoro erano retribuiti miseramente. Il salario di un uomo adulto non bastava, perciò per sopravvivere una famiglia aveva bisogno anche del lavoro di donne e bambini. Gli imprenditori li assumevano volentieri perché la loro paga era notevolmente inferiore a quella degli adulti. Il lavoro infantile era molto diffuso, soprattutto nelle fabbriche tessili, nelle miniere, nelle tipografie. Nelle miniere il lavoro era particolarmente duro e faticoso: gli uomini scavavano il minerale, le donne e i bambini lo trasportavano in superficie lungo stretti cunicoli e c’era il pericolo continuo di crolli, di allagamenti, di esplosioni di gas (il grisou) o di mine difettose.

Lotta di classe

In seguito all’industrializzazione si diffusero e si inasprirono pertanto i conflitti sociali e la lotta di classe, che fecero sorgere il movimento operaio. I lavoratori si unirono nelle organizzazioni sindacali (Trade unions), inizialmente vietate dalla legge, per contrastare lo sfruttamento e migliorare le condizioni di lavoro. Nel corso del XIX secolo la condizione delle classi lavoratrici cominciò a migliorare. Il lavoro minorile fu limitato in Inghilterra da una legge inglese del 1833 e i salari degli operai aumentarono. La produzione industriale permise di ridurre il costo delle merci e un numero sempre maggiore di famiglie operaie poté acquistare beni di consumo che prima erano riservati solo ai ceti più benestanti.

Urbanesimo

Città industriali

Con la rivoluzione industriale le fabbriche si concentrarono in alcune aree industriali, in prossimità di centri urbani sempre più grandi. Molte persone emigrarono in cerca di lavoro dalle campagne verso le città, che videro crescere rapidamente la propria popolazione. Per ridurre al minimo i costi di trasporto, gli imprenditori preferivano insediare le fabbriche vicino alle miniere di ferro o di carbone, attorno alle quali si svilupparono nuovi centri urbani, come Liverpool e Manchester.

I quartieri operai

Nelle città i quartieri operai si estesero disordinatamente, privi dei più elementari servizi igienici e di acqua potabile. Nei centri industriali la mortalità era molto elevata: agli inizi dell’Ottocento, un bambino su due fra quelli nati in città moriva prima dei 5 anni. Oltre la metà delle morti era causata dalle malattie infettive che colpivano con particolare violenza i quartieri operai. Nei quartieri operai, che si estendevano a perdita d’occhio accanto alle fabbriche, le case erano piccole e malsane, l’arredamento era poverissimo e l’affollamento enorme. Le condizioni igieniche erano disastrose e favorivano il propagarsi di malattie infettive, come il vaiolo, il tifo, la scarlattina, la tubercolosi. Fra i bambini, malnutriti e sottoposti a dure fatiche, si diffuse il rachitismo infantile, che provocava gravi malformazioni ossee.

Città e inquinamento

Con la rivoluzione industriale aumentò notevolmente l’inquinamento, principalmente a causa dell’impiego del carbon fossile come combustibile. Le alte ciminiere delle fabbriche scaricavano nell’aria i fumi velenosi della combustione e le città industriali inglesi cominciarono a ricoprirsi di una caratteristica patina nerastra di fuliggine. Inoltre, le scorie della lavorazione venivano smaltite nei fiumi, inquinandone le acque. Dall’inizio dell’età dei combustibili fossili, le società umane furono esposte all’inquinamento molto più che in passato e con conseguenze assai più gravi.

Il liberismo

Nella nuova società dominata dalla mentalità della borghesia, si passò da una concezione statica della ricchezza a una concezione dinamica: la ricchezza non fu più vista come mero accumulo di beni e di denaro ma come denaro impiegato in attività che generino altro denaro. Il capitale è appunto denaro che non viene dissipato nell’acquisto di beni di lusso ma investito in attività produttive. Nella nascente società capitalistica si affermò il liberismo, una teoria economica secondo la quale il commercio e l’industria sono favoriti dalla libera circolazione delle merci e dall’assenza si dazi doganali che la ostacolino. Il libero scambio e la libera circolazione delle merci favoriranno la diminuzione dei loro prezzi, con vantaggio per chi le acquista. Secondo i liberisti lo Stato non deve intervenire nelle attività economiche, perché il mercato funziona in base a leggi razionali (come quella della domanda e dell’offerta) ed è in grado di regolamentarsi da solo.

Uno dei maggiori teorici del liberismo fu l’inglese Adam Smith, considerato il padre dell’economia politica classica. La sua opera più importante è l’Indagine sulla natura e sulle cause della ricchezza delle nazioni (1776), in cui sostiene che il benessere dell’individuo coincide con quello della società: l’individuo che persegue il proprio interesse finisce per assicurare l’interesse della società. Non bisogna temere che la ricerca del proprio interesse da parte degli individui possa danneggiare la società, perché al contrario essa la rafforza.

Adam Smith sostenne che il lavoro è la fonte principale di ogni ricchezza: se alcune forme di lavoro consumano ricchezza e sono improduttive (per esempio il lavoro del servitore), ce ne sono altre che aumentano la ricchezza e sono quindi produttive (il lavoro dell’operaio, del contadino, dell’artigiano). 

Scrive Adam Smith:

“Vi è una specie di lavoro che accresce il valore dell’oggetto al quale è destinato; ve ne è un’altra che non ha questo effetto. La prima, in quanto produce valore, può essere detta lavoro produttivo; l’altra lavoro improduttivo. Così il lavoro di un operaio generalmente aggiunge al valore dei materiali che lavora quello del suo mantenimento e del profitto del suo padrone. Il lavoro di un servitore, invece, non incrementa il valore di nulla. Sebbene il datore anticipi il salario all’operaio, quest’ultimo in realtà non gli costa nulla, poiché il valore del suo salario viene ricuperato, con un profitto. Mentre il mantenimento di un servitore non viene mai ricuperato. Si diventa ricchi assumendo una quantità di operai, ma si diventa poveri mantenendo una quantità di servitori.”

Smith elaborò la teoria della divisione del lavoro, secondo cui la produttività dell’operaio di fabbrica è nettamente superiore a quella dell’artigiano. Essa si basa sulla divisione del ciclo produttivo in operazioni distinte da assegnare a gruppi di operai che vi si specializzano, senza la necessità di conoscere gli altri elementi del ciclo produttivo. Mentre l’artigiano conosceva e partecipava a tutto il ciclo della produzione, nella fabbrica moderna l’operaio svolge una sola operazione semplice e ripetitiva.