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Saul Bravetti e il Progetto “Aquarium” di Cesenatico

Saul Bravetti e il Progetto “Aquarium” di Cesenatico

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

Saul Bravetti e il Progetto “Aquarium” di Cesenatico

Estratto dalla Tesi di Laurea triennale in Architettura di Giulia Baruzzi- Anno 2012-13
Sul finire degli anni ’50, sull’onda del turismo di massa, nasce a Cesenatico l’idea di realizzare un delfinario con caratteristiche di adeguatezza e modernità, in sostituzione di quello precario e provvisorio preesistente, nella “Vena Mazzarini”. L’incarico viene affidato all’architetto Raul Bravetti, ma quando il “Progetto Aquarium” è pronto per la realizzazione, non viene poi attuato, presumibilmente per ragioni finanziarie.

 

Antefatto

La Vena Mazzarini
La “Vena Mazzarini” attraversa, parallelamente alla linea di costa, il centro abitato di Cesenatico, a 250 metri dal mare, in un’area residenziale e turistica di grande importanza. Fu scavata perpendicolarmente al porto canale come bacino di deflusso delle acque, per tener sgombro il fondale del porto canale.
La Vena Mazzarini comunicava con il canale principale, proseguendo verso Sud, oltre la zona dove oggi è situato l’Ospedale. Si discusse più volte sull’opportunità di interrare completamente la Vena, per ragioni igieniche e perché venuta meno la sua funzione originaria. Oggi la Vena Mazzarini si ferma a viale Trento, dopo che nel dopoguerra è stato interrato un tratto. Essa divenne uno spartiacque che divideva il vecchio borgo dalla nascente città turistica. Tale divisione (meno marcata) è anche oggi visibile.
La costruzione della Vena Mazzarini
Nel 1502: Leonardo ristrutturò il porto di Cesenatico su commissione di Cesare Borgia (il Duca Valentino). Leonardo pensava di realizzare una serie di vene per tenere pulito il fondale del porto canale ed evitare l’insabbiamento. Nel periodo dell’Amministrazione Pontificia furono elaborati in 20 anni due progetti: di Maurizio Brighenti e di Luigi Mazzarini. Quest’ultimo divenne progettista/direttore dei lavori di scavo della Vena (1850) e voleva creare un braccio di canale laterale che confluisse in quello principale, facendo aumentare il flusso delle acque. Fu invece in seguito approvata la proposta di scavare una vena perpendicolare a destra del porto-canale. Nel 1853 su progetto di Mazzarini iniziarono i lavori di scavo. L’anno seguente Mazzarini fu assassinato e in novembre una violenta burrasca provocò l’insabbiamento della vena.  Nel 1855, tuttavia, l’ingegner Bettocchi portò a completamento i lavori.
Origini del turismo balneare
Dopo l’Unità d’Italia nella riviera romagnola, si crearono le premesse per uno sviluppo sempre più autonomo e svincolato dalle influenze dell’entroterra e da attività di tipo tradizionale, quali la pesca e il mercato del pesce. Il turismo balneare nacque in Romagna circa a metà dell’Ottocento. Nel 1843 fu costruito a Rimini il primo stabilimento balneare “Tintori-Baldini”. Si diffuse la moda dei bagni di mare tra le classi sociali medio-alte, anche perché i nuovi orientamenti della medicina li consideravano benefici per la salute. Anche sulla spiaggia di Cesenatico furono costruiti i primi capanni e nel 1878 fu inaugurato il primo Stabilimento  balneare, realizzato da Giuseppe Bravetti (nonno paterno di Saul Bravetti) su incarico del Consiglio comunale cittadino. Il 25 agosto 1890 una violenta tempesta di mare distrusse lo stabilimento, costruito in legno come quello di Rimini. Poiché Bravetti non disponeva del denaro necessario alla ricostruzione, il Comune nel 1891 provvide a erigere uno stabilimento in muratura, lasciando in legno solo una piccola piattaforma e i casotti. Nei primi anni del ‘900 il Comune (1903) deliberò la lottizzazione dell’area a destra del porto, tra paese e spiaggia, per la costruzione di “villini” per i turisti, con concessione gratuita di aree fabbricabili. Nel 1913 si tentò una prima pianificazione urbanistica della zona a mare, dove venivano edificati i villini e i primi alberghi. La Vena Mazzarini costituì una sorta di “confine” tra il paese e la zona turistico-balneare e divenne in seguito l’asse sul quale avrebbe avuto luogo la lottizzazione. La rapida evoluzione economica si rifletté anche sulla struttura urbanistica, tanto che all’antico borgo di pescatori, che aveva conservato il suo volto quasi intatto per secoli, si contrapposero una nuova espansione urbana e nuove strutture per il soggiorno e la balneazione: nel 1914 si potevano contare ben 210 ville costruite in prossimità del mare. Poco prima dal secondo conflitto mondiale Cesenatico si era affermata come la terza città turistica della Riviera dopo Rimini e Riccione.
Miracolo economico
Nel secondo dopoguerra la ricostruzione dell’Italia fu realizzata dai governi centristi guidati da Alcide De Gasperi; la ripresa economica fu all’inizio lenta, nonostante i finanziamenti e le risorse ottenuti con il piano Marshall. Gli anni che vanno dal 1950 al 1963 furono un periodo di rapida crescita economica (detto anche “miracolo economico”) particolarmente intenso tra 1958 e 1963. Il boom economico fu favorito dai finanziamenti americani, dall’aumento delle esportazioni all’estero; dalla forte crescita domanda interna; dal basso costo del lavoro (anche per la migrazione interna di lavoratori); dal basso costo delle fonti di energia e da notevoli investimenti dell’industria pubblica, soprattutto nel settore siderurgico.
Produzione in serie e nuovi stili di vita
In Italia, pur in ritardo, si realizzò uno sviluppo basato sulla produzione in serie automatizzata di beni e consumi (elettrodomestici, televisori, ciclomotori, automobili). Fu uno sviluppo squilibrato per la presenza di settori dinamici contrapposti ad altri arretrati e per l’aggravarsi dello squilibrio tra Nord e Sud. Nel 1963 vi fu un rallentamento della crescita con una ripresa a ritmo più lento, nel 1966. In questi anni cambiarono le tradizioni, le culture, le abitudini, lo stile di vita degli Italiani. L’Italia divenne una società industriale avanzata con un cambiamento radicale che portò alla nascita della cosiddetta società dei consumi su modello americano.
Cultura giovanile e turismo di massa
Nacque anche la cosiddetta cultura giovanile, con la diffusione della musica pop e della musica rock. 1964: Gran Bretagna – Beatles e Rolling Stones; le giovani iniziarono a indossare la minigonna, si diffuse la radio a transistor, come oggi il cellulare. Si creano mode da seguire, “divi” e stili di vita provenienti dal mondo anglosassone da imitare; i giovani divennero consumatori ambiti dal sistema produttivo; si crearono spettacoli televisivi e cinematografici, capi di abbigliamento, ecc. dedicati specificamente al target giovanile. Vi fu poi un cambiamento radicale negli stili di vita  che fece nascere il turismo di massa diretto alle località balneari, montane o termali.
Il turismo di massa a Cesenatico: gli “anni gloriosi”
Tra gli anni  ’50 e gli anni ’60 nasce il turismo di massa. Molti villini si trasformano in pensioni e alberghi economici, a gestione familiare. L’Azienda di soggiorno guidata da Primo Grassi svolse un’importante funzione di promozione turistica, con l’arricchimento dell’offerta culturale, dello spettacolo e dei servizi. Vi furono a Cesenatico iniziative culturali e mondane con personaggi del cinema, della televisione e dello sport. Frequentarono Cesenatico: Dario Fo e Franca Rame, Lina Volonghi e Carlo Cataneo, Tinin Mantegazza, Gino Bramieri, Walter Chiari e Paolo Ferrari; il portiere cesenaticense Giorgio Ghezzi. Molte sono le immagini di quel “periodo d’oro” contenute nell’archivio online dell’Azienda di Soggiorno: http://www.archivimmc.eu/index.html. Furono anche realizzate opere importanti, come il Bagno Marconi (di Bravetti), il delfinario (benché provvisorio), il Camping di Cesenatico, il Museo della Marineria.

 

Cesenatico, città dei delfini

La vena Mazzarini agli onori della cronaca
Nel 1952 la Giunta Comunale approvò l’interramento della vena fino al Viale Trento a causa di focolai di miasmi, residui putridi e di acque stagnanti pericolose per la salute pubblica. L’anno successivo ne fu deliberata la sistemazione e manutenzione delle rive. Alla fine degli anni ’50 giunse un momento di notorietà, per la Vena Mazzarini, per il suo utilizzo come “delfinario”.  Il 28 febbraio 1959 il motopeschereccio “Amor di patria”, ritirando le reti a bordo, pescò un delfino vivo che, al rientro nel porto di Cesenatico, anziché essere ucciso, fu immesso nelle acque della vena Mazzarini. Il delfino, presumibilmente una delfina, cui fu dato il nome di Lalla, cominciò ad ambientarsi nel canale, divenendo fonte di attrazione per curiosi e, successivamente, per i turisti. Nella notte tra l’1 e il 2 aprile Lalla fu rapita e portata a Cervia, dove fu immessa in un piccolo porto canale. Recuperata a furor di popolo dai pescatori di Cesenatico, pochi giorni dopo Lalla morì per lo stress provocatole dal rapimento e dal successivo viaggio di ritorno. La morte della delfina suscitò emozione e rabbia, anche perché aleggiò il sospetto che nel rapimento fossero implicati alcuni personaggi eminenti di Cesenatico. L’Ente del Turismo promise un premio di 150.000 lire a chi avesse pescato un delfino vivo da immettere nuovamente nella Vena Mazzarini. Alcuni giorni dopo fu pescata al largo di Pescara una seconda delfina, fortunosamente portata a Cesenatico, immessa nella Vena Mazzarini e “battezzata” con il nome di Lalla II nel corso di una cerimonia ufficiale che vide l’afflusso di migliaia di persone e la presenza della stampa nazionale e della televisione, oltre ovviamente alle autorità locali. La cerimonia si concluse con i fuochi d’artificio.  Furono presi contatti con il “SeaQuarium” di Miami con la richiesta di procurare un compagno a Lalla. L’arrivo di Palooza, questo il nome del delfino maschio inviato dall’America, fu un evento di grande risonanza, che richiamò migliaia di persone sulle sponde dell’Acquario, con la presenza della direttrice del “SeaQuarium”, delle autorità locali, della televisione e della stampa. Sorse un comitato “Pro acquario” che aveva come obiettivo quello di realizzare un acquario per i delfini. Sulla statale Adriatica, nei pressi di Cesenatico comparve un grande cartello che annunciava “Benvenuti a Cesenatico: città dei delfini”.
L’Acquario del mare di Cesenatico.
L’acquario creato nella Vena Mazzarini, unico in Europa dotato di delfini, suscitò l’interesse della popolazione e richiamò molti turisti a Cesenatico. Tuttavia le condizioni della vena non erano idonee, soprattutto per il basso fondale, così maturò l’idea di costruire un acquario adatto a ospitare i delfini. Il Comune deliberò nel giugno del 1959 il mantenimento dei delfini, ma la G.P.A. rinviò la delibera con tre motivazioni: che si trattava di attività estranea ai compiti del Comune; che tale attività rientrava invece tra quelle proprie dell’Azienda di soggiorno; che le condizioni finanziarie non consentivano al Comune di sostenere tale attività. Considerata l’importanza per lo sviluppo turistico della città, il Comitato amministrativo dell’Azienda di soggiorno deliberò all’unanimità di assumersi la gestione dell’acquario per il 1960.  Porta la data del 7 novembre 1963 la delibera all’unanimità del Comitato amministrativo dell’Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo con cui si conferisce all’architetto Saul Bravetti l’incarico di elaborare il progetto esecutivo per la costruzione dell’Acquario del Mare di Cesenatico. La relazione elaborata in seguito a incarico conferito a Bravetti dall’Azienda di soggiorno di predisporre il progetto di massima per la costruzione dell’acquario è stata accolta positivamente sia dall’AST sia dall’Amministrazione Comunale. Si prevede di finanziare l’opera e le spese tecniche mediante un mutuo di 130 milioni di lire, offerto dal Ministero del Tesoro. Si rileva che l’architetto Bravetti ha fatto visita ai principali acquari italiani e a quello dell’Istituto oceanografico del Principato di Monaco. L’architetto, inoltre, è disponibile a praticare uno sconto sulle tariffe professionali. Bravetti si mise all’opera e nel marzo del 1964 presentò all’Azienda di soggiorno:
  • La relazione dell’ingegner Vittorio Cariati relativa all’Impianto di trattamento dell’acqua delle vasche.
  • La Relazione tecnica per il progetto Aquarium
  • Il Capitolato speciale d’appalto.
  • Il Computo metrico estimativo
Il Comitato amministrativo dell’Azienda di soggiorno delibera, in data 31 dicembre 1964 il progetto tecnico esecutivo relativo alla costruzione dell’Acquario del mare, presentato dall’ingegner Bravetti. Si prevede di finanziare la spesa per la costruzione mediante un mutuo che risulta richiesto in precedenza con delibera n. 39 del 30 aprile 1964 con l’Istituto di previdenza (Cassa per le pensioni ai dipendenti degli enti locali).  L’Azienda di soggiorno delibera inoltre di chiedere l’autorizzazione prefettizia a procedere mediante licitazione privata per aggiudicare gli appalti tra idonee ditte iscritte presso il Provveditorato opere pubbliche di Bologna. In data 3 dicembre 1964, a nome dell’Azienda di soggiorno, il Presidente Dante Matassoni presentò alla Capitaneria di porto di Rimini una richiesta di concessione dell’area terminale della Vena Mazzarini per la costruzione dell’Acquario. La richiesta è motivata dalla necessità di “dare una definitiva sistemazione alla zona stessa creando un’opera pubblica di notevole interesse turistico”. Nella richiesta si aggiunge che la durata della concessione dovrà essere di almeno trent’anni, considerate le notevoli spese che la realizzazione del progetto comporta. Contestualmente all’attestazione (in data 18 gennaio 1965) da parte della Capitaneria di porto di Rimini, della presentazione della domanda di concessione di durata trentennale da parte dell’Azienda di soggiorno, viene presentata da Matassoni una richiesta di occupazione anticipata dell’area della Vena Mazzarini, indirizzata al Ministro della marina mercantile. Tale richiesta è motivata dall’urgenza di procedere con alcuni lavori preliminari, inoltre l’Azienda si impegna ad adempiere alle condizioni imposte dalla concessione e al ripristino della situazione esistente qualora la concessione non fosse rilasciata.
Tuttavia, nel giugno del 1966 il progetto Aquarium si arena. In una lettera a Bravetti il presidente dell’Azienda di soggiorno Angelo Pagliarani ringrazia in premessa l’architetto per il lavoro svolto ma lo informa che il progetto dell’Aquarium da lui elaborato non potrà essere realizzato perché “a causa delle leggi che regolano l’attività bancaria – l’Azienda di soggiorno non può accendere mutui presso istituti finanziari”. Questo, nonostante l’interessamento dell’onorevole Mattarelli, del Rettore dell’Università di Bologna, del presidente della Camera di commercio di Forlì e di “altri amici”. Il presidente, rammaricandosi per la mancata realizzazione del progetto, dichiara a Bravetti che, qualora vi fosse la possibilità di attuarlo in futuro, sarebbe conferito a lui l’incarico di realizzare i lavori. Viene più che naturale chiedersi: come mai il progetto Bravetti, dopo aver ricevuto tutte le autorizzazioni necessarie, non fu poi realizzato? Se prendiamo per buona la motivazione addotta dal presidente dell’Azienda di soggiorno – Angelo Pagliarani, non più Dante Matassoni – è logico chiedersi: possibile che la direzione dell’Azienda sia stata così sprovveduta da non verificare che vi fossero le condizioni per ottenere il mutuo di 130 milioni, che peraltro nelle delibere dell’Azienda sembra essere cosa fatta? Che cosa è cambiato tra la lettera in cui il presidente Matassoni chiede al ministro di consentire l’occupazione anticipata dell’area Vena Mazzarini per poter avviare i lavori e la lettera del 15 giugno 1966 con cui il presidente Pagliarani comunica a Bravetti l’impossibilità di procedere? L’improvvisato delfinario, creato all’inizio degli anni ’60 è sopravvissuto fino al 1979, ma non era certo l’ambiente ideale per i delfini, infatti, molti di loro morirono o furono liberati in mare. L’immagine del delfino divenne, tuttavia, per molti anni il simbolo di Cesenatico. Il 24 ottobre 1968 l’Azienda di soggiorno deliberò la rinuncia alla gestione dell’acquario a partire dal 31 dicembre, così esso fu gestito direttamente dal Comune a partire dal 1 gennaio 1969, mediante l’utilizzo delle strutture di proprietà dell’Azienda, messe a disposizione gratuitamente. A far parte della commissione comunale incaricata di gestire l’Acquario furono nominati i consiglieri Belletti, Gualtieri e Urbini. Finita l’epoca del delfinario, il bacino è rimasto inutilizzato e l’area è stata per anni in stato di abbandono, fino al recente arredo urbano.

 

Il progetto dell’Aquarium di Saul Bravetti.

In seguito all’incarico conferitogli dall’Azienda di soggiorno, l’architetto Saul Bravetti redige una relazione tecnica per il progetto di massima per la costruzione dell’acquario, che porta la data del 30 settembre 1961. L’Acquario è previsto nella zona terminale Sud della Vena Mazzarini, dove già si trova un bacino in cui si sono collocati i delfini. Il bacino esistente è di 190 x 28 metri, profondo circa 2,5 metri. L’impianto, con le sponde contornate da strutture in cemento armato, è dotato di un impianto di ricambio d’acqua con una condotta di presa a mare. Il nuovo progetto avrebbe dovuto occupare un’area di 96×42 metri, con un’area pari a 4032 mq e prevedeva l’utilizzo degli impianti esistenti.
Il progetto di massima prevedeva:
  • Ingresso principale da viale Trento
  • Fabbricato per Acquario e servizi, formato da un corpo principale a due piani, parallelo a viale Trento, e da un corpo secondario per i servizi, parallelo a viale Abba. [….]
In seguito all’unanime deliberazione del 7 novembre 1963 da parte del Comitato amministrativo dell’Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo, con cui si conferiva a Bravetti l’incarico di elaborare il progetto esecutivo per la costruzione dell’Acquario, l’architetto si mise al lavoro e, dopo avere acquisito la relazione sull’impianto di trattamento delle acque dell’ingegner Cariati, predispose la Relazione tecnica per il progetto Aquarium, il Capitolato speciale d’appalto e il Computo metrico estimativo. Nella premessa della relazione tecnica, l’architetto Bravetti indica quale sia l’area destinata alla costruzione dell’aquarium, nel tratto terminale della Zona Mazzarini, delimitato da viale Trento, viale Manzoni, viale Abba e dal ponte pedonale di viale Bologna. Si tratta di un’area di mq 8360, centrale rispetto la zona balneare di Cesenatico. Dopo una prima sistemazione provvisoria del tratto, che aveva permesso per un certo periodo di ospitare alcuni delfini, l’Azienda di soggiorno aveva, infatti, deciso di dare una sistemazione definitiva alla zona, mediante la costruzione di un aquarium.
La sistemazione dell’area prevedeva:
  1. un fabbricato per impianti e servizi;
  2. un vasto piazzale con vasche esterne, gradinate, sistemazioni a giardino;
  3. un fabbricato per bar-ristorante;
  4. uno specchio d’acqua con pontili per mostra di imbarcazioni e attrezzature marinare e da pesca antiche e moderne;
  5. un fabbricato per Acquario a vasche per fauna di piccole dimensioni, e museo storico etnografico;
  6. un fabbricato per Centro Studi Ittiologici.
Il progetto presentato da Bravetti riguardava, tuttavia, soltanto il primo lotto di lavori, relativo ai punti a) e b).
  1. Fabbricato ingresso e servizi:
consistente in un edificio di 246 mq disposto lungo viale Manzoni, costituito da due piani.
Il piano inferiore doveva ospitare:
  • biglietteria e ingresso del personale; servizi per uomini e donne; magazzino e celle frigorifere per conservare il pesce destinato a nutrire la fauna marina ospitata nelle vasche; locali per impianti di prelievo filtrazione e distribuzione dell’acqua per le vasche, per impianti di riscaldamento e per impianti elettrici.
Il piano superiore prevedeva:
  • locali per uffici di direzione e amministrazione; laboratorio acquariologista; abitazione del custode; cabina elettrica di trasformazione;
Il progetto prevedeva l’ingresso del pubblico da viale Trento.
  1. Piazzale delle vasche e sistemazioni esterne.
Il piazzale delle vasche prevedeva la creazione di tre vasche destinate ad accogliere fauna marina di grosse dimensioni. La vasca A destinata a ospitare delfini, la più grande, avrebbe dovuto misurare 30 x 12 m con tirante d’acqua di mt 6 (adatta anche per attività sportive e tuffi, si rileva nella relazione). Sarebbe stata fiancheggiata su due lati da gradinate di terrapieno capaci di 450 posti a sedere. Si prevedeva di disporre, su un lato lungo la vasca, una galleria dalla quale attraverso 6 ampie vetrate sarebbe stato visibile l’interno della vasca stessa sotto il pelo dell’acqua. Si prevedeva che la vasca B, destinata a ospitare tartarughe, misurasse 6 mt di diametro, mentre la vasca C, destinata a otarie e foche, 6 metri x 2,80. Le vasche A e B dovevano essere collegate tra di loro e alla parte restante del bacino mediante un piccolo canale di 2 metri di larghezza e 1,50 di altezza, attraverso il quale provvedere allo spostamento degli animali per le necessarie operazioni di manutenzione e pulizia.
Le vasche sarebbero poi state dotate di un impianto di filtrazione e ricambio dell’acqua, con lo scopo di garantirne la limpidezza e la depurazione dalle sostanze nocive. Si prevedeva, inoltre, l’installazione di un impianto per il riscaldamento delle acque nella stagione invernale, per assicurare la sopravvivenza della fauna ospitata. Nella relazione si prevedeva che la parte restante del bacino, non destinata ad accogliere i delfini e l’altra fauna marina, fosse riservata all’esposizione di imbarcazioni e attrezzature da diporto e da pesca. All’interno della struttura era previsto l’allestimento di un piccolo giardino con un piazzale, destinato all’accoglienza e al gioco dei bambini. L’importo complessivo per il primo lotto di lavori, relativo ai punti a) e b), previsto dalla relazione, assomma a 130.000 lire.

Progetto Aquarium: ipotesi tecnico-interpretativa.

L’adeguatezza del progetto.
Il progetto di Bravetti prevedeva, come rilevato nell’analisi dello stesso, una vasca per i delfini di 30x12m, con tirante d’acqua di mt 6. L’area quindi era di 360 mq, sufficientemente ampia per ospitare, secondo le norme attuali, almeno 5 delfini. Infatti, la normativa EAAM prevede per cinque delfini una superficie di 275 m² più altri 75 m² per ogni ulteriore animale, con una profondità di 3,5 m ed un volume d’acqua di almeno 1000 m³ con altri 200 m³ per ogni ulteriore animale. Se almeno due di queste condizioni sono raggiunte e la terza non scende sotto gli standard del 10%, la EAAM considera la dimensione della vasca accettabile.
Lo stile
Sul piano dello stile architettonico appare, a mio giudizio, evidente l’influenza dell’Architettura organica di Frank Lloyd Wright. Le pensiline che si protendono verso l’esterno, richiamano quelle di Wright in Casa sulla cascata e nella Robie House; il ritmo cadenzato delle aperture sul prospetti principali; gli elementi strutturali sono evidenziati da una sottolineatura realizzata mediante materiali decorativi diversi.

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Link utili

Saul Bravetti e il Progetto “Aquarium” di Cesenatico

Estratto dalla Tesi di Laurea triennale in Architettura di Giulia Baruzzi- Anno 2012-13
 
Bibliografia.
E.J. Hobsbawm, Il secolo breve, RCS Libri, Milano, 2000.
Davide Gnola, Cesenatico nella storia, Soc. Editrice Il Ponte Vecchio, Cesena, 2008.
Riqualificazione ambientale e recupero ad approdo turistico della vena Mazzarini. Conferenza tenuta Martedi’ 21 novembre 2006 per il gruppo del quinto anno della Facoltà di Architettura di Ferrara. Relazione Arch. Paolo Cavallucci
Paolo Cavallucci, Saul Bravetti. Testimonianze di un artista, architetto ed urbanista”. In La chiesa nella pineta – Architettura e territorio. A cura di Michele Zecchin Liberty House Editrice.
Valentina Orioli, Cesenatico: turismo e città balneare fra Otto e Novecento
G. Dorfles, A. Vattese, Storia dell’arte vol. 4, Atlas, Bergamo, 2009.
C. N. Schultz, Il significato dell’architettura, Electa, Milano, 2006.
Brunella Garavini – Davide Gnola, Una fonte per la storia del turismo: l’archivio dell’Azienda di soggiorno e turismo di Cesenatico
 
Fonti
Estratto del verbale di delibera dell’Azienda di soggiorno del 2 gennaio 1960
Relazione tecnica – Progetto di massima Acquario – arch. Saul Bravetti- 30 settembre 1961
Estratto verbale deliberazione del Comitato amministrativo -Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo – 7 novembre 1963
Delibera del Comitato amministrativo dell’Azienda di soggiorno di approvazione del progetto tecnico esecutivo dell’Acquario del mare di Cesenatico. 31 dicembre 1964
Azienda di soggiorno: Richiesta di concessione della zona Vena Mazzarini per acquario delfini. Indirizzata a Capitaneria di porto. – 3 dicembre 1964.
Relazione tecnica dell’architetto Saul Bravetti per il progetto Aquarium – 30 marzo 1964.
Progetto Acquarium – Impianto di trattamento dell’acqua delle vasche – relazione dell’ingegner Vittorio Cariati – 14 marzo 1964
Azienda di soggiorno: Richiesta di concessione della zona Vena Mazzarini per acquario delfini. Indirizzata a Capitaneria di porto. – 3 dicembre 1964.
Azienda di soggiorno: Richiesta anticipata di occupazione del bene demaniale marittimo Vena Mazzarini per acquario delfini. Indirizzata al Ministro della marina mercantile. (18 gennaio 1965).
Lettera del presidente dell’Azienda di soggiorno all’Architetto Saul Bravetti – 15 giugno 1966.
Archivio fotografico dell’Azienda di soggiorno online: http://www.archivimmc.eu/index.html
 
Ringraziamenti.
Prof. Pier Giorgio Massaretti.
Architetto Paolo Cavallucci.
Biblioteca di Cesenatico.
 

Festa della concordia civica

Festa della concordia civica

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

Festa della concordia civica

o dei 12 matrimoni del Borgo Durbecco e della città di Faenza (8 settembre 1824)

di Giuseppe Dalmonte

Il cardinal Agostino Rivarola (1758-1842), inviato a Ravenna da Papa Leone XII nel maggio 1824, in seguito al grave delitto contro il direttore provinciale della polizia Domenico Matteucci, giunse in città l’11 maggio e subito emanò, per garantire la sicurezza e la tutela degli abitanti della Legazione, alcuni provvedimenti restrittivi. Fra questi: la consegna di tutte le armi proibite (pistole, mazzagatti, coltelli a serramanico, stocchi e stiletti, pistoni scavezzi, ecc.), l’obbligo di portare di notte una lanterna, orari di chiusura più rigorosi per le bettole e le osterie con divieti sui giochi d’azzardo, l’istituzione di una cassetta per raccogliere le denunce anche anonime. Poco tempo dopo impose le missioni popolari agli abitanti delle principali città per svelenire lo spirito pubblico e riconciliare gli animi turbati da una catena di aggressioni e di assassinii a sfondo settario e politico.

Per la città di Faenza, il porporato decise di inviare al Gonfaloniere, conte Antonio Margotti, un articolato dispaccio contenente le disposizioni per realizzare una grande festa di riconciliazione tra gli abitanti del Borgo Durbecco e quelli della Città, ‹‹sventuratamente agitata in passato, e divisa inpartiti››, volendo alludere alla ventennale contrapposizione tra papaloni-sanfedisti del Borgo e giacobini-liberali concentrati nel centro cittadino.

Nella ampia lettera del 31 luglio 1824 il Legato Rivarola dispone per i faentini anzitutto un ciclo di “Sante Missioni” per riconciliare e pacificare gli animi con l’ausilio di pratiche devote e lo stimolo di efficaci predicazioni. In secondo luogo propone la celebrazione di dodici matrimoni, in occasione della festa della Natività di Maria Vergine (8 settembre 1824), fra ‹‹sei giovanette abitanti nella città con sei giovani del Borgo, e di sei giovanette del Borgo con sei giovani della Città››, che nei giorni precedenti le nozze dovevano frequentare ‹‹tre giorni di esercizi spirituali›› per prepararsi adeguatamente al fausto evento.

Le disposizioni per la Festa Nuziale

Il Cardinale dispose quindi la creazione di alcune deputazioni per la pronta realizzazione di questo progetto. La prima era composta da quattro parroci faentini, nominati dal vescovo Stefano Bonsignore, con il compito delicato di individuare i soggetti più idonei al matrimonio, tenendo presente: i buoni costumi, la convenienza di età, le condizioni sociali e di salute, il carattere e le maniere delle persone, infine il preventivo consenso e gradimento dei promessi sposi. Il vescovo Bonsignore affiderà l’incarico di selezionare i candidati cittadini alle nozze: al parroco di S. Severo, don Giuseppe Valvassori, e al parroco di S. Stefano, don Luigi Cavassi; per la selezione dei giovani del Borgo, il presule si affiderà invece al parroco di S. Antonino, don Lorenzo Orioli, e al parroco della Commenda, don Giuliano Babini.

La seconda deputazione, guidata dal Gonfaloniere stesso, era composta da due dame faentine, la contessa Lucrezia Cavina e la contessa Giuditta Gessi, e da due gentiluomini, il conte Lodovico Severoli e il cav. Dionigi Strocchi letterato illustre, con il compito precipuo di allestire la festa, di curare la preparazione dell’abbigliamento per le spose e per gli sposi, e di disporre tutto l’occorrente per il banchetto campestre da svolgersi, dopo la cerimonia nuziale in cattedrale, in un luogo appropriato e di “elegante semplicità”, poco distante dalla Città.

Dopo aver indicato i principali aspetti e momenti della Festa, il porporato auspicò che ‹‹a questo pranzo intervenisse la Nobiltà e i principali Cittadini e Cittadine di Faenza, e che in segno di letizia e di unione assistessero e prestassero generosamente qualche servigio alla mensa dei Coniugi, onde apparisse che tutti i Ceti della Città prendono parte a questa Festa della Concordia››.

L’entità delle spese

Nello stesso giorno il cardinal Rivarola si affretta ad inviare al Gonfaloniere Margotti una seconda missiva, più prosaica ma illuminante sull’entità delle spese che era disposto a sostenere per la realizzazione del paternalistico progetto di pacificazione. L’illustre mecenate puntigliosamente ribadisce di aver già promesso una dote di 50 scudi per ogni sposa, destina per il pranzo una somma di circa 200 scudi, e circa 400 scudi per il vestiario, con la precisazione che trattandosi di persone del popolo, ‹‹potranno vestirsi con polizia, e con una certa eleganza nella forma, ma senza lusso››, adatti alla loro condizione, ‹‹al qual effetto le accludo un Figurino, al quale potranno attenersi››.

Al figurino, che illustrava l’abbigliamento per gli uomini seguiva una descrizione abbastanza dettagliata dei vari capi, con l’indicazione del colore e della qualità della stoffa, della foggia e di altri dettagli relativi al bavero dell’abito, alla forma del cappello, alle scarpe, alle calze, ecc. Mentre per il vestiario delle spose si affidava ‹‹al buon gusto delle signore Dame Deputate››, ma dall’atto sottoscritto presso il notaio Giovanni Savorelli relativo alle doti scopriamo che alle giovani spose venne offerto il seguente corredo: quattro camicie di canapa fine e panno, un busto di panno-lino, una gonnella di mussolo, un abito bianco di mussolo con fascia di cordella di seta, due paia di calze di cotone, un paio di scarpe nere, un pettine da testa di osso tartarugato, un ventaglio di osso bianco, un paio di guanti, un fazzoletto da spalla di seta colorata, e quattro fazzoletti di cotone. In verità le spese per il corredo degli sposi ammontarono a scudi 177 per i maschi e scudi 175 per le spose, alle quali il porporato fece pure dono di un anello con cinque piccoli diamanti legati in oro, del costo complessivo di scudi 48 pagati al gioielliere faentino Francesco Badiali.

Il luogo della cerimonia

L’11 agosto il cardinal Legato si premura nuovamente di conoscere l’ammontare preventivato della spesa e sollecita perciò il Gonfaloniere ad anticipare i denari dalla cassa comunale per le spese più urgenti assicurando una pronta rifusione delle somme.

Un secondo suggerimento che il porporato intende dare riguarda il luogo scelto per la festa campestre e il banchetto nuziale, indicato da alcuni faentini nel Foro Boario, che il cardinale sconsiglia vivamente proponendo invece un luogo più idoneo, per evitare ‹‹le piccole accidentalità che possono dar luogo al ridicolo, e ad osservazioni maligne››. Infatti, la seconda deputazione, addetta all’organizzazione della festa, riunitasi il 16 agosto, verbalizza la seguente nota ‹‹poichè non si è trovato conveniente quello del Mercato Bovino si pensa di prescegliere il piazzale avanti il Pubblico Passeggio dalla parte del Gioco del pallone potendosi erigere delle tende di elegante semplicità e formare una leggiadra prospettiva››, espressioni che ricalcano fedelmente le intenzioni dell’illustre benefattore.

Elogi e polemiche

Il 24 agosto il porporato invia al Gonfaloniere una nuova lettera, a testimonianza del costante interessamento al progetto della Festa e acclude un anticipo di 400 scudi per le spese più urgenti.

Nonostante i 1200 scudi preventivati e stanziati, nel rendiconto finale della festa i costi lieviteranno di altri sessantasei scudi, tanto che il cardinal Rivarola nella lettera del 30 settembre, manifesterà il suo disappunto per avere l’amministrazione faentina messo a carico del Governo alcune spese indebite relative alla ‹‹Corsa dei Cavalli Barberi, della Banda, della stampa di una Canzone allusiva alla Festa››, di pertinenza piuttosto delle casse comunali, alle quali tuttavia verserà prontamente la somma eccedente.

Per le autorità e parte della nobiltà e della borghesia faentina più in sintonia con il regime pontificio la celebrazione dei dodici matrimoni fu occasione di grandi elogi, sia in versi sia in prosa, al munifico patrocinatore della festa, ma l’evento offrì anche il destro a giudizi maligni e pungenti, mormorati tra i plebei esclusi, i borghesi e gli aristocratici di tendenza liberale.

La descrizione del cronista Tomba

La cronaca di Saverio Tomba ci offre una descrizione della festa nuziale secondo quest’ultimo punto di vista, manifestando verso le dodici coppie plebee toni di spregio e di irrisione insolita, che hanno alimentato l’aneddotica posteriore (da Antonio Messeri a Piero Zama). ‹‹Della più fecciosa plebe trovate le dodici coppie, però che altrove non fu cui facesse gola una dote di cinquanta scudi…››. Se si scorre l’elenco delle dodici coppie scopriamo che ben quattro mariti sono braccianti, due esercitano il mestiere di calzolaio, due la professione di canapini, uno di sarto, uno è secondino delle carceri, un altro è carrettiere e uno infine è selciatore; meno variegata appare la composizione professionale delle spose: con sette tessitrici, tre sarte e due filatrici. Se invece si considera la paternità, scopriamo che la maggioranza dei giovani sposi risulta composta di orfani, condizione che può aver facilitato il rapido assenso alle nozze accompagnate da una dote non disprezzabile, per umili persone abituate a portare a casa miseri salari.

La penna pungente del cronista e ragioniere faentino si diletta a ritrarre anche il banchetto nuziale di Porta Montanara, dove gli sposi sono ‹‹dalla curiosità di assai popolo guardati, mentre avidamente, e con isconcie maniere si cibavano di molte e pregievoli vivande, e di scielti vini votavano le tazze al vario suono di musicali strumenti. Posto fine al convivio ogni copia di sposi raccolse i propri avanzi, e seco recandoli andò con Dio››.

Il ragioniere comunale S. Tomba, nella sua vivace descrizione caricaturale, sembra aver dimenticato che nessuno si era premurato, nel breve spazio del mese trascorso, tra la convocazione dei parroci, le prove degli abiti, gli esercizi spirituali e le consuete attività lavorative svolte, di impartire ai “promessi sposi” anche un breve corso di buone maniere!

I divertimenti della Festa Popolare

A ‹‹rendere più brillante la Festa dei dodici Matrimoni››, l’amministrazione municipale pensò bene di invitare una banda di suonatori che rallegrarono il convivio campestre con le loro armonie e il pubblico popolare dei curiosi assiepati attorno alle tende o sparsi lungo i viali dello Stradone.

Nel pomeriggio, come preannunciava fin dal 3 settembre un manifesto del Gonfaloniere Margotti, inviato nelle varie città della Romagna per la partecipazione dei concorrenti, si svolse una corsa di cavalli barberi o sciolti alla quale si iscrissero cinque cavalli provenienti da Ravenna, Lugo, Forlì e Cesena, con i soliti premi di scudi quindici al primo e di scudi cinque al secondo. Di questa gara ippica, che ricalcava le modalità dell’antico palio di S. Pietro o quello del Beato Nevolone protettore dei calzolai, non sappiamo se venne corsa lungo il consueto percorso della via Emilia fino alla piazza maggiore o lungo la nuova arteria dello Stradone, tuttavia il verbale della Deputazione degli spettacoli ha conservato la descrizione dei vari concorrenti, i nomi dei proprietari dei cavalli, le città di provenienza, ecc.

Vincitore della gara fu il cavallo stornello, avente il numero due, del lughese Andrea Largiani al quale andarono i quindici scudi di premio, mentre il secondo posto fu conquistato dal cavallo baio scuro, portante il numero quattro, del lughese Giovanni Guerrini che fu compensato con cinque scudi. Alla corsa deve aver partecipato una folla di faentini e di forestieri curiosi, attratti sia dal consueto spettacolo equestre sia dall’evento straordinario che si celebrava in quel giorno di settembre, tanto che il Gonfaloniere si era premurato di allertare il direttore di polizia perché disponesse la forza necessaria al controllo dell’ordine pubblico.

A conclusione della giornata di festa fu allestita nella serata ‹‹una macchina di fuochi artificiali collo stemma del lodato Eminentissimo›› Rivarola e una ricca illuminazione della piazza e dei principali palazzi della città.

Elenco nominativo delle 12 coppie faentine sposate l’ 8 settembre 1824 nella cattedrale.
Ordine

coppia

Marito

Moglie

paternità parrocchia mestiere
Savioli

Luigi

Giuseppe S. Vitale secondino

delle carceri

Monti

Margarita

Fu

Tommaso

S. Antonino

Borgo

tessitrice
Dal Pozzo

Carlo

Fu

Giuseppe

S. Antonino

Borgo

calzolaio
Maccolini

Antonia

Fu

Andrea

S. Michele tessitrice
Scarzani

Domenico

Fu

Martino

S. Antonino

Borgo

sartore
Ferniani

Catterina

Fu

Giuseppe

S. Lorenzo sartrice
Dal Pozzo

Luigi

Fu

Giuseppe

S. Ippolito bracciante
Bertoni

Antonia

Gian Filippo S. Antonino

Borgo

filatrice
Zoli

Savino

Fu

Francesco

S. Antonino

Borgo

canepino
Brunetti

Angela

Fu

Agostino

S. Stefano tessitrice
Tamburini

Sante

Fu

Domenico

S. Antonino

Borgo

carattiere
Montanari

Anna

Giovanni S. Marco tessitrice
Toschi

Giovanni

Fu

Pietro

S. Marco selcino
Liverani

Angela

Fu

Andrea

S. Antonino

Borgo

sartrice
Albonetti

Giuseppe

Pietro S. Vitale calzolaio
Berardi

Maddalena

Fu

Michele

S. Antonino

Borgo

tessitrice
Benedetti

Giuseppe

Domenico S. Severo bracciante
Dalmonte

Teresa

Angelo Commenda del

Borgo

tessitrice
10° Casadio

Fortunato

S. Lorenzo canepino
10° Liverani

Luigia

Lorenzo Commenda del

Borgo

tessitrice
11° Lisandrini

Basilio

Giuseppe Commenda del

Borgo

bracciante
11° Galassi

Domenica

Antonio S. Savino sartrice
12° Dal Monte

Antonio

Fu

Giuseppe

S. Antonino

Borgo

bracciante
12° Martini

Domenica

Fu

Giuseppe

Ganga filatrice

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Il velocimano

Il velocimano

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

Il velocimano, una curiosa e quasi ignota invenzione nella “terra dei motori e della bicicletta”.

di Giuseppe Dalmonte

Tra i numerosi appellativi affibbiati alla Romagna nel secolo trascorso, quello più appropriato e attuale è senz’altro “terra dei motori e della bicicletta” per motivi a tutti noti.

Se rivolgiamo invece lo sguardo al periodo pionieristico della bicicletta (cioè agli ultimi due decenni del XIX secolo) dobbiamo menzionare almeno i nomi del poeta Olindo Guerrini (alias Lorenzo Stecchetti, 1845-1916) e dello scrittore faentino Alfredo Oriani (1852-1909), l’entusiasta cantore del rivoluzionario veicolo. Celebrato in La Bicicletta nelle sue molteplici forme di velocipede, triciclo, tandem e bicicletta, alla quale lo scrittore ha dedicato pagine vibranti sulle sue appassionate galoppate appenniniche e qualche cenno storico sulle principali fasi evolutive della macchina da ‹‹giocattolo a strumento capace di superare il cavallo e di lottare con il treno››.

Velocipedismo e ciclismo

L’Ottocento della rivoluzione dei mezzi di trasporto ha conosciuto due fasi distinte in questo particolare settore: il velocipedismo prima e il ciclismo poi, decollato però solo nella fase finale del secolo e all’inizio del XX con l’affermazione universale della bicicletta.

La fase arcaica è caratterizzata dai celeriferi o velociferi francesi, macchine semplici di legno, composte di una ruota anteriore collegata a quella posteriore con un’asta, sormontata da una modesta sagoma di serpente, di leone o di cavalluccio su cui sedeva e si aggrappava il cavaliere che a forza di spinte alternate coi piedi sul terreno azionava la rozza macchina.

A Parigi nel 1800 si disputarono perfino gare con scommesse e pochi anni dopo, si dice che alcune nuove macchine furono messe a disposizione dell’amministrazione pubblica. Un’evoluzione significativa del velocipede fu senz’altro nel 1818 la draisienne, uno spartano apparecchio in legno con sella e rozzo manubrio collegato alla ruota anteriore mobile per concedere libertà di direzione.

L’invenzione del barone tedesco Drais de Sauerbron fu promossa nelle principali capitali europee ma ottenne notorietà più per le numerose vignette satiriche della stampa che per l’effettiva diffusione del mezzo.

Nella febbre velocipedistica dell’età romantica non poteva mancare l’apporto della genialità inglese con il pedestrian hobby-horse, velocipede interamente metallico, che attrasse l’attenzione anche di alcune amazzoni londinesi nel 1819.

Il velocimano

Nello stesso anno anche in Italia si pubblicizzano le invenzioni contemporanee del cavallo meccanico a tre ruote o velocimano, di due valenti artigiani, il milanese Gaetano Brianza e pochi mesi dopo il faentino Giuseppe Sangiorgi, detto Marèt.

Il primo promuoverà la sottoscrizione dei primi cento veicoli, al costo di 300 lire ciascuno, con una poesia in dialetto milanese che decanta i pregi del Gran Cavall Meccanegh:

…….. ‹‹El se ciama in bon talian/ El Cavall Velocimann, / Perché coi mann tocchee en ordegn/ Ch’el corr anc ben ch’el sia de legn; / Podii sta comed sulla sella/ Mei del cavall del sur Ghinella, / Podii andà drizz, podii sterzà/ Montà sull’alt, e reculà, / Se tant al mont che alla pianura/ Podii viaggià senza pagura/ E fa per ben cent mia de strada/ Senza fal bev, ne dagh la biada./…››.

Per pubblicizzare la nuova macchina l’inventore faentino sceglie invece la piazza ravennate, sede di legazione, alla quale si rivolge il costruttore con un manifesto che recita:

velocimano‹‹Una delle più belle, ed utili esperienze meccaniche vi offre Giuseppe Sangiorgi Maretti Faentino, inventore della Macchina detta il Velocimano ossia Cavallo Meccanico, unito a Domenico Casalini valente carrozzaro, che può essere cavalcato da qualunque soggetto, senza alcun pericolo, e con l’ajuto di una sola mano con velocità cammina sul piano, come pure ad una discreta salita››.

Con questo arcaico annuncio pubblicitario rivolto ai cittadini ravennati nel maggio 1819, l’ideatore faentino intendeva promuovere efficacemente con un’esibizione nella sala comunale il nuovo veicolo a tre ruote, mosso da leve e ingranaggi celati in un busto di cavallo equipaggiato di briglie per orientare il movimento del mezzo di trasporto.

L’abile e intraprendente falegname faentino aveva allestito questo prototipo con la foggia familiare del cavallo, ma si riprometteva di costruire altre macchine con draghi, cavalli marini, cervi, ippogrifi, leoni o qualunque altra foggia gradita agli acquirenti. Il prezzo fissato per il velocimano costruito a Faenza era di scudi romani 30 e si assicurava la manutenzione per un anno in caso di difetti meccanici.

Giuseppe Sangiorgi

Giuseppe Sangiorgi era nato a Faenza nel 1757, viveva in città nel corso di Porta Ponte, attuale Corso Saffi, con due figli maschi, Carlo e Pasquale, anch’essi falegnami provetti che prolungarono l’arte della famiglia fin dopo l’unità d’Italia.

Secondo la testimonianza dell’architetto E. Golfieri, il soprannome di Marèt era stato attribuito al nonno Francesco, ‹‹uno dei falegnami e carpentieri più provetti di Faenza›› nella seconda metà del Settecento. Giuseppe, ‹‹prima sotto la guida di Giuseppe Boschi detto il Carloncino, poi seguendo i modelli di G. Pistocchi col quale era in buoni rapporti, divenne pratico anche di architettura. Ideò e costruì varie macchine per cerimonie e feste pubbliche oltre a catafalchi per celebrazioni funebri, ma anche modelli in legno per edifici e costruzioni di uso pubblico da lui progettate››, oltre a produrre mobili per l’arredamento.

Forse le gare automobilistiche delle fantasiose “macchine a pedali” V.a.p., ideate e costruite insieme dagli alunni e dagli insegnanti di vari istituti romagnoli e stranieri, che si disputano da vari anni nella città manfreda, sembrano realizzare ingenuamente ma in forme più efficaci, grazie al contributo determinante dei pedali, della catena e della moltiplica, quei lontani sogni romantici della velocità pura.

(pubblicato sul mensile “In Piazza” di Confcooperative, dicembre 2006) 

 

 

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Una festa favolosa.

Una festa favolosa.

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

Una festa favolosa.

Il palio del santo patrono nella Romagna delle signorie

di Giuseppe Dalmonte
“Io non vidi mai in terra nissuna fare quella festa che fa questa” (Leone Cobelli).

Ogni anno, l’ultimo giorno d’aprile, fin dal mattino si udiva suonare le campane a stormo per annunciare la festa del santo protettore della città e invitare tutta la comunità a rendergli omaggio nel tempio a lui dedicato. In breve tempo l’ampia piazza si riempiva di gente festosa che accorreva dalle diverse contrade con stendardi e bandiere delle arti e delle varie associazioni di mestiere, in attesa di accompagnare il signore all’offerta in San Mercuriale.

Ogni anno, nella solenne circostanza, sul palazzo della Signoria sventolavano alcuni stendardi e bandiere a memoria e monito dell’antica alleanza che reggeva la pacifica convivenza cittadina. Sul lato sinistro garriva l’insegna ghibellina con l’aquila nera in campo dorato, donata dall’imperatore Federico II alla comunità forlivese. Sul lato destro invece si agitava nell’aria l’insegna guelfa con le chiavi bianche in campo rosso, concessa da Papa Onorio dopo la conquista della città. Da una parte si ergeva lo stendardo con la croce bianca in campo rosso offerto dal popolo al vecchio Cecco Ordelaffi quando fu fatto capitano a vita, dall’altra dominava il vessillo con mezzo leone verde in campo oro a rappresentare quando Francesco Ordelaffi si era proclamato signore di Forlì.

*

Volgendo lo sguardo al balcone signorile che si affaccia sulla piazza, lo spettatore aveva modo di ammirare “un palio di velluto con mostre d’armellini fodrate de rossi de varo, molto bello et notabile”. Tutto a un tratto il brusio della folla era rotto dagli squilli della tromba del banditore comunale che ad alta voce incitava: “All’offerta, o artigiani ”.

Dall’androne principale del palazzo signorile cominciava allora a uscire il corteo composto da eleganti donzelli in abiti di broccato e con grossi doppieri di cera bianca stretti nelle mani. Erano seguiti dai due giovani principi ornati con broccati d’oro e d’argento, accompagnati in processione da uno stuolo di cavalieri, dottori, capitani, prelati e cittadini di alto rango che s’incamminavano verso il sagrato dove li attendeva, con gli altri monaci, l’abate del monastero che stringeva nelle mani la teca d’oro e d’argento contenente la testa del santo patrono.

*

Appena l’abate intona il Te Deum, il signore dà inizio alla processione del popolo forlivese che passa prima per Santa Croce, poi per il Borgo grande fino ad arrivare al Ponte del Pane, per rientrare infine sulla piazza grande e accedere al tempio di San Mercuriale, tutto adorno di fiori e di splendidi parati, dove si compie ogni anno l’omaggio solenne al santo patrono con l’offerta dei ceri accompagnata dal canto corale dei salmi e delle litanie. Conclusa la cerimonia religiosa, signori, cavalieri e maggiorenti tornano alle loro dimore, come pure i mercanti e i popolani, per desinare con parenti e famigliari.

*

Nelle ore pomeridiane, il visitatore che si era recato per tempo sulla piazza poteva udire suonare a martello la campana del popolo e poco dopo vedere arrivare una decina di cavalli dei vari signori, ben equipaggiati per la corsa del palio, poi con cetre, cembali, pive e altri strumenti, schiere di giovani e di fanciulle che intonavano stornelli e intrecciavano vivaci danze.

Dalle finestre del palazzo si scorgevano gruppi di cavalieri e di capitani in attesa della corsa, mentre da quelle della sede del podestà si affacciavano giovani dame e mogli di dottori e di cittadini. Allo scoccare dell’ora stabilita per il corteo, si vedevano uscire i signori con suntuose vesti dorate di broccato, con perle e collane d’oro al collo, accompagnati da uno stuolo di cavalieri, armigeri, capitani, dottori e cittadini, con abiti di seta, di velluto, di panno rosato o d’oro, che in comitiva e a cavallo si dirigevano al ponte del Ronco per la mossa o partenza della corsa al palio.

Chi preferiva osservare la fase conclusiva della corsa si tratteneva invece alla Porta dei Cotogni, come fa il nostro cronista-cicerone, che si stupisce per la ressa di ben due mila persone assiepate lungo le strade del grosso borgo, e si meraviglia nel vedere il generale desiderio popolare di far baldoria con canti, balli e suoni di arpe, di cetre, di liuti, pive e tamburi, che allietano le case dei parenti e degli amici in questa gaia circostanza. “Io ismemoravo di veder tanto trionfo: certo mi pareva essere in paradiso” chiosa con stupore il cronista rinascimentale.

*

Al termine della gara il signore faceva chiamare il vincitore della corsa e gli consegnava solennemente il palio fra il tripudio generale della folla, che inneggiava prima al giovane trionfatore, poi al suono della campana a martello tutto il popolo cominciava a correre e a esultare sulla piazza dietro l’insegna del proprio gonfalone e a inneggiare ripetutamente ai signori della città: “Vivano gli Ordelaffi! Vivano!”.

In questa lieta ricorrenza i quattro gonfalonieri della città: del Ponte del Pane, del Trebbo dei Mozapè, del Ponte dei Cavalieri, del cantone di San Mercuriale, restituivano i vessilli al signore che nominava altri quattro cittadini a questo incarico consegnando loro i gonfaloni per il nuovo anno tra evviva, canti di gioia e scambi di doni per rinsaldare le promesse di fedeltà e lealtà al signore. Infine ogni cittadino schierato sotto il vessillo della propria contrada accompagnava a casa il nuovo gonfaloniere tra balli e canti di gioia echeggianti nella città fino a notte inoltrata.

 

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