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David S. Landes, Prometeo liberato.

Rivoluzione industriale

 

L’espressione “rivoluzione industriale”, in lettere minuscole, designa di solito quel complesso di innovazioni tecnologiche che, sostituendo all’abilità umana le macchine e alla fatica di uomini e animali l’energia inanimata, rendono possibile il passaggio dall’artigianato alla manifattura, dando così vita a un’economia moderna. In questo senso la rivoluzione industriale ha già trasformato numerosi paesi, sia pure in misura diversa; altri paesi stanno attraversando la fase più acuta del cambiamento; e altri ancora attendono il loro turno.

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Talvolta, la stessa espressione è usata in un secondo significato; gli storici hanno così parlato di una “rivoluzione industriale del secolo XIII”, di una “prima”, di una “seconda rivoluzione industriale”, di una “rivoluzione industriale nel Sud cotoniero”. Finiremo allora con l’avere altrettante “rivoluzioni” quante sono state nella storia le sequenze, fra loro distinte, di innovazione industriale, più tutte le analoghe sequenze che avranno luogo in futuro; c’è chi afferma, per esempio, che ci troveremmo già in piena terza rivoluzione industriale: quella dell’automazione, dei trasporti aerei e dell’energia atomica.

Infine le stesse parole, con iniziale maiuscola, possiedono un terzo significato: si usano cioè per indicare il primo esempio storico di passaggio da un’economia agricola e artigianale a un’economia dominata dall’industria e dalla produzione meccanica. La Rivoluzione industriale ebbe inizio nel secolo XVIII in Inghilterra, donde si diffuse con differenti modalità nei paesi del continente europeo e in alcune regioni d’oltreoceano, per trasformare, nell’arco di due generazioni, la vita dell’uomo occidentale, la natura della società in cui egli viveva, e il suo rapporto con gli altri popoli del mondo. […]

Al centro della Rivoluzione industriale vi fu una serie di cambiamenti tecnologici interdipendenti. I progressi materiali interessarono tre aree: 1) i congegni meccanici sostituirono l’abilità dell’uomo; 2) l’energia inanimata, in particolare il vapore, prese il posto della fatica di uomini e animali; 3) ci fu un netto miglioramento nei metodi di estrazione e di lavorazione delle materie prime, in particolare in quelle industrie che oggi definiamo metallurgica e chimica.

In concomitanza con questi cambiamenti nelle attrezzature e nei processi produttivi, si realizzarono nuove forme di organizzazione industriale. Le dimensioni dell’unità produttiva crebbero: le macchine e l’energia richiesero e insieme resero possibile la concentrazione della manifattura, e la bottega, il laboratorio casalingo cedettero il posto allo stabilimento e alla fabbrica. Al tempo stesso, la fabbrica fu qualcosa di più che una più grande unità lavorativa. Fu un sistema di produzione, basato su due nuovi protagonisti del processo produttivo, dalle precise funzioni e responsabilità: l’imprenditore, che non soltanto assume le maestranze e vende il prodotto finito, ma anticipa il capitale tecnico e ne sorveglia l’uso; e l’operaio, non più possessore ed erogatore dei mezzi di produzione, e ridotto al rango di “manodopera”: legati l’uno all’altro dal rapporto economico – il “nesso salariale” – e dal rapporto funzionale della sorveglianza e della disciplina.

Beninteso la disciplina non era del tutto una novità. Determinati tipi di lavoro – ad esempio le grandi opere di costruzione – avevano sempre richiesto la direzione e il coordinamento degli sforzi di parecchie persone; e molto tempo prima della Rivoluzione industriale esistevano numerosi grandi opifici o “manifatture” nei quali il tradizionale lavoro non meccanizzato si svolgeva sotto sorveglianza. Tuttavia la disciplina in tali luoghi era relativamente elastica (non c’è caposquadra più assillante del continuo clic-clac della macchina); e così com’era, non interessava che una piccola parte della popolazione industriale.

La disciplina di fabbrica fu un’altra cosa. Essa richiese, e infine creò, un nuovo tipo di operai, rotti all’inesorabile tirannia dell’orologio. Essa inoltre racchiudeva in sé i germi di un nuovo progresso tecnologico, poiché controllare il lavoro significa poterlo razionalizzare. Fin dall’inizio la specializzazione delle funzioni produttive si spinse nella fabbrica ben oltre i limiti raggiunti nelle botteghe e nei laboratori a domicilio; e al tempo stesso, le difficoltà di utilizzazione di uomini e materiali in uno spazio limitato imposero miglioramenti nella planimetria e nell’organizzazione della fabbrica. Una catena diretta di innovazioni conduce dai primi sforzi, intesi a regolare il processo della manifattura in modo che la materia prima discendesse lo stabilimento via via che veniva lavorata, fino alle linee di montaggio e al nastro trasportatore dei nostri giorni.

Tra tutti i diversi aspetti del progresso tecnologico l’elemento comune è l’unità del movimento stesso: i cambiamenti generarono cambiamenti. Anzitutto molti progressi divennero realizzabili solo in seguito a progressi in campi collegati. La macchina a vapore è un esempio classico di questa interconnessione tecnologica; fu impossibile produrre un efficiente motore a condensazione sino a quando migliori metodi di lavorazione dei metalli non permisero di costruire cilindri accuratamente calibrati. In secondo luogo, gli incrementi di produttività e di produzione consentiti da una determinata innovazione non potevano non ripercuotersi sulle attività industriali collegate. La domanda di carbone fece scendere gli scavi delle miniere sempre più in basso, finché non divenne grave il pericolo delle infiltrazioni d’acqua; la risposta fu la creazione di una pompa più efficiente, la macchina a vapore atmosferica. L’offerta di carbone a basso costo fu come un dono del cielo per una siderurgia asfittica per la carenza di combustibile. L’invenzione e la diffusione delle macchine nella manifattura tessile e in altre industrie crearono un nuovo fabbisogno di energia, quindi di carbone e di motori a vapore; e tanto questi motori quanto le macchine avevano un vorace appetito di ferro, ciò che richiedeva altro carbone ed altra energia. Il vapore poi rese possibile la città-fabbrica, che assorbiva inaudite quantità di ferro (quindi di carbone) nei suoi stabilimenti a più piani e nei suoi sistemi di approvvigionamento idrico e di scarico dei rifiuti. La lavorazione del flusso crescente dei manufatti richiese grandi quantità di sostanze chimiche: àlcali, acidi e coloranti, la cui produzione consumava montagne di combustibile. E tutti questi prodotti – siderurgici, tessili, chimici – dipendevano dal trasporto delle merci su larga scala, per via di terra e di mare, dalle fonti della materia prima alle fabbriche e nuovamente da queste ai mercati vicini e lontani. L’opportunità che venne così ad aprirsi, insieme con le potenzialità della nuova tecnologia, diede origine alla ferrovia e al battello a vapore, i quali naturalmente incrementarono la domanda di ferro e di combustibili allargando nel contempo gli sbocchi di mercato per i prodotti delle fabbriche. E così via.

In questo senso la Rivoluzione industriale segnò una svolta decisiva nella storia. Prima di essa, i progressi del commercio e dell’industria, per quanto soddisfacenti o imponenti, erano stati sostanzialmente superficiali: più ricchezza, più merci, città fiorenti, mercanti ricchissimi. Il mondo aveva conosciuto altri periodi di prosperità industriale – ad esempio in Italia e nelle Fiandre nel Medioevo – ma ogni volta il fronte del progresso economico era infine indietreggiato; mancando cambiamenti qualitativi, non essendo migliorata la produttività di base dell’economia, nulla garantiva che i puri e semplici progressi quantitativi si consolidamento. La Rivoluzione industriale invece, inaugurò un’avanzata cumulativa e autopropulsiva della tecnica, le cui ripercussioni dovevano avvertirsi in tutti gli aspetti della vita economica.

Certamente, una cosa è avere l’occasione, altro coglierla. Il progresso economico è stato discontinuo, punteggiato da accelerazioni e frenate, e non possiamo affatto dare per scontato la prospettiva di un’ascesa a tempo indeterminato. In primo luogo, il progresso tecnologico non è un processo che si svolge in modo uniforme e senza scosse. Ogni innovazione sembra possedere un suo ciclo vitale che comprende periodi di incerta giovinezza, di vigorosa maturità e di declino senile; mano mano che il suo potenziale tecnologico viene sfruttato, decrescono i rendimenti marginali e si fanno strada tecniche nuove e più efficienti. E poi gli stessi settori produttivi che prendono corpo da queste tecniche seguono una loro curva, dapprima ascendente poi discendente, per essere poi sostituiti dall’avvento di nuove industrie. […]

Gli incrementi quantitativi di produttività rappresentano solo un aspetto del quadro di insieme. La tecnologia moderna non soltanto produce di più e più velocemente, ma crea oggetti che non si sarebbero mai potuti produrre con i metodi artigianali del passato. Il più abile filatore a mano indù non avrebbe mai potuto realizzare un filato così fine e regolare come quello del filatoio intermittente; tutte le fornaci della cristianità del secolo XVIII non avrebbero potuto produrre lastre di acciaio così grandi, lisce e omogenee come quelle di un laminatoio moderno. Ciò che più conta, la tecnologia moderna ha creato cose inconcepibili nell’era preindustriale: la macchina fotografica, l’automobile, l’aeroplano, l’intera gamma dei congegni elettronici, dalla radio all’elaboratore ad alta velocità, il reattore nucleare e così via, pressoché ad infinitum.  […]

Questi progressi materiali a loro volta hanno suscitato e stimolato un vasto complesso di cambiamenti economici, sociali politici e culturali, che, reciprocamente, hanno influito sul ritmo e sull’evoluzione dello sviluppo tecnologico. C’è anzitutto quella trasformazione che chiamiamo industrializzazione: si tratta della rivoluzione industriale nello specifico significato tecnologico, con le sue conseguenze economiche, in particolare il movimento di lavoro e di risorse dall’agricoltura all’industria. […] Dopo la Rivoluzione industriale l’industria progredì più celermente dell’agricoltura, aumentò la propria quota sulla ricchezza e sul prodotto nazionale, e sottrasse manodopera alle campagne. Tale drenaggio variò da paese a paese […]

A sua volta l’industrializzazione è al centro di quel processo più vasto e complesso che spesso si denomina modernizzazione. Si tratta di quell’insieme di cambiamenti – nel modo di produzione e di governo, negli ordinamenti sociali e istituzionali, nello stato delle conoscenze, negli atteggiamenti e nei valori – che rendono possibile ad un paese di mantenersi a galla nel XX secolo; vale a dire, di competere ad armi pari nella generazione della ricchezza materiale e culturale, di difendere la propria indipendenza, di promuovere ulteriori cambiamenti ed adattarcisi. La modernizzazione comprende sviluppi quali l’urbanesimo (il concentrarsi della popolazione nelle città, che sono i gangli nervosi della produzione industriale, dell’amministrazione e delle attività intellettuali ed artistiche); una netta caduta del tasso sia di mortalità sia di natalità rispetto ai livelli tradizionali; la creazione di un sistema scolastico capace di istruire e socializzare i giovani […]; e naturalmente, l’acquisizione delle capacità e dei mezzi necessari per usare una tecnologia aggiornata.

Tutti questi fattori sono interdipendenti […]

Da David S. Landes: Prometeo liberato.

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