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Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

Epidemie: tra misure anticontagio, lazzaretti e fake news

>>> Le epidemie nella storia. Dalla peste al coronavirus

Prevenzione e misure anticontagio

La messa al bando
Una delle misure messe in atto da tutti gli Stati per proteggersi dalle pestilenze era la messa al bando di una città, di un paese dove si sospettava l’esistenza di un focolaio di contagio, con l’interruzione di ogni rapporto commerciale e di comunicazione. La messa al bando era strettamente correlata a un’altra misura di protezione: l’istituzione di cordoni sanitari in terra o in mare per evitare il contagio. I paesi dell’Impero Ottomano e dell’Africa venivano spesso banditi perché ritenuti pericolosi.
Per diffondere il messaggio del rischio di contagio e della necessità di interrompere viaggi verso località o paesi, le autorità civili o sanitarie usavano persone chiamate “banditori” che avevano il compito di diffonderlo tra la popolazione, per lo più analfabeta. L’ordine trasmesso attraverso il banditore veniva chiamato Bando, Editto, Ordinanza o Decreto.
La disinfezione delle lettere
La posta è stata considerata per secoli un pericoloso veicolo di contagio. Si riteneva che la carta potesse assorbire e e trasmettere il contagio, perciò la disinfezione della posta (lettere, manoscritti, dispacci, giornali) fu una delle più comuni misure preventive. Lungo i percorsi dei flussi postali si trovavano le stazioni di disinfezione, dove un certo numero di addetti, forniti di guanti e grembiuli di tela cerata, prendevano con lunghe pinze le lettere, le ponevano su un tavolo, le aprivano e le disinfettavano.
Fuoco e aceto
Le modalità di disinfezione sono state varie, a seconda delle zone e delle epoche. Una delle più usate è stata quella di passare la carta sopra le fiamme prodotte da legni odorosi e da sostanze aromatiche, mediante una canna. Con questo metodo però si correva il rischio di bruciare la carta. Un secondo metodo era quello di immergere o di spruzzare le lettere con aceto, ma con certi inchiostri si correva il rischio di rendere illeggibili i manoscritti. Entrambe le modalità di disinfezione richiedevano l’apertura delle lettere, perciò davano la possibilità di violare il segreto epistolare.
La punizione dei trasgressori
Le leggi in materia di sanità erano estremamente rigide e chi era giudicato colpevole di averle violate veniva duramente punito, spesso con la pena di morte, con mutilazioni o torture. Tra le trasgressioni più frequenti e giudicate gravi vi era quella di oltrepassare i limiti prescritti del cordone sanitario. Non erano rari i casi di delazione motivata più da propositi di vendetta personale piuttosto che da legittima paura.
Documenti sanitari per viaggiatori
In tempi di contagio scattavano misure restrittive finalizzate a proteggere le comunità ancora indenni. Gli arrivi di persone, merci ed animali erano visti con occhio spaventato e tutti cercavano di proteggersi da questi possibili veicoli di infezione. Due tipi di documento dovevano certificare lo stato di buona salute dei viaggiatori, la Fede di sanità e la Patente di sanità.
La Fede di sanità
Una delle misure di prevenzione più antiche e più diffuse fu l’istituzione della Fede di sanità, un attestato  che certificava lo stato di salute del paese di provenienza del viaggiatore e quindi, presumibilmente, del viaggiatore stesso. La Fede di sanità era un vero e proprio Passaporto Sanitario, che le autorità consideravano particolarmente importante e che curavano con attenzione per evitare frodi. Le Fedi dovevano riportare le caratteristiche somatiche della persona cui erano rilasciate, insieme a ogni altro elemento utile per una sicura identificazione. Se il percorso era lungo, il viaggiatore incontrava sicuramente per strada qualche controllo sanitario dove si disinfettava il documento e si aggiungeva qualche annotazione che serviva principalmente per confermare i luoghi dove il viaggiatore era transitato.
La Patente di sanità
La Patente di sanità era un analogo documento, rilasciato dall’autorità di un porto, che accompagnava ogni imbarcazione nel suo viaggio. Alcune Patenti erano prestampate per un uso specifico: alcune per il trasporto del sale, altre per accompagnare le barche da pesca, altre ancora accompagnavano i passeggeri imbarcati o le merci che riempivano la stiva o gli animali. Le Patenti dovevano recare il bollo delle autorità che le rilasciava. Tutti i magistrati di sanità si impegnavano ad annotare l’eventuale presenza di malattie contagiose sulle Patenti, che venivano accuratamente controllate dai funzionari e dai medici deputati al controllo sanitario.

 

Quarantene, lazzaretti, presunte cure e speculazioni

La quarantena
Se le imbarcazioni provenivano da porti considerati sospetti o se durante la navigazione l’imbarcazione era stata attaccata da pirati, l’equipaggio, i passeggeri e il carico venivano messi in quarantena (o contumacia), erano cioè obbligati a permanere in un luogo per un periodo prescritto, a fini sanitari. Alla fine del periodo di quarantena il medico visitava nuovamente l’equipaggio e i passeggeri per accertarne la buona salute, prima di autorizzare il proseguimento del viaggio. Il periodo di quarantena inizialmente durava quaranta giorni, perché il quarantesimo era considerato l’ultimo giorno nel quale poteva manifestarsi una malattia contagiosa. Il periodo di quarantena aveva il duplice scopo di tutelare la salute della popolazione, impedendo il contagio, e dall’altro di evitare la completa paralisi delle attività commerciali e produttive, che faceva seguito alla messa al bando.
Nel ’700/’800 un viaggio per le Americhe o per il Nord Europa poteva durare a lungo, perciò l’equipaggio che tornava al porto di partenza dopo diversi mesi, doveva sottoporsi a una contumacia di un mese. Insieme agli uomini, anche le merci e gli animali dovevano restare in quarantena. Le spese della quarantena di chi viaggiava via terra erano a carico del viaggiatore, mentre quelle di chi si muoveva per mare erano a carico del proprietario delle imbarcazioni. Oltre alla quarantena nei lazzaretti, in tempo di epidemia le persone potevano essere sottoposte all’obbligo di non lasciare la propria abitazione.
I lazzaretti
I lazzaretti erano ospedali dove un tempo si curavano i lebbrosi. Il termine indicava anche i luoghi recintati presso i porti marittimi dove le navi, i naviganti e le loro merci venivano sottoposti ai periodi di quarantena in tempi di sospetta pestilenza. A metà del 1300 la Repubblica Serenissima di Venezia introdusse il primo lazzaretto e le prime misure di quarantena. Il lazzaretto era dotato di un Regolamento, che tra l’altro prevedeva una distinzione in tre categorie, a seconda del prezzo pagato dal malato. Sotto la guida di un Direttore, operavano la figura del medico, del cappellano, del custode, del curato, del capitano e delle guardie. Il nome viene dall’isola veneziana di Santa Maria di Nazareth, su cui sorse, appunto, un posto di quarantena chiamato nazaretto, che per sovrapposizione col nome del personaggio evangelico di Lazzaro, mendicante lebbroso, mutò in “lazzaretto”.
I medici e il costume di de L’Orme
La spaventosa contagiosità della peste non risparmiava nessuno che avesse rapporto con gli appestati, cosicché morivano di peste o di altre epidemie anche molti medici che, ovviamente, erano particolarmente esposti al contagio. Durante i periodi di peste il medico adottava misure di protezione individuale, tra cui la maschera con il caratteristico becco adunco e un vestiario che copriva la maggior parte del corpo.
Nel 1619 il medico francese Charles de L’Orme predispose un costume per proteggersi dal contagio mentre visitava i pazienti colpiti dalla peste. Costituito da una lunga veste e da pantaloni di pelle, entrambi coperti di cera, da guanti, stivali e cappello, una cappa di pelle scura e una maschera assicurate con lacci di cuoio coprivano il capo e il viso. Si impediva così qualsiasi contatto della pelle con l’aria esterna, satura dei nocivi miasmi provenienti dai corpi infetti. La maschera di cuoio era caratterizzata da un lungo becco ricurvo, imbottito con cotone idrofilo e erbe aromatiche, che fungeva da filtro. I profumi più utilizzati erano la canfora, intrugli floreali, menta, chiodi di garofano e mirra. Per la protezione degli occhi la maschera era dotata di lenti in vetro. Completava la dotazione un bastone di legno, utilizzato per sollevare le lenzuola e l’abbigliamento dei pazienti infetti, evitando così ogni contatto diretto. Il costume ideato da de L’Orme ebbe immediato successo e fu adottato dai medici della peste in tutta Europa.

 

Rimedi e sedicenti esperti
L’uomo ha sempre cercato qualche rimedio contro le malattie pestilenziali e nei trattati medici si trovano molti trattamenti che venivano proposti, pur in assenza di una reale conoscenza delle malattie. Tra questi il salasso, lo sfregamento del malato, il trattamento evacuante. Mille altri rimedi più o meno codificati arricchivano l’armamentario terapeutico dei medici nel corso delle epidemie. Vi era poi una medicina popolare prodiga di rimedi basati sulla superstizione e sulla magia.
Nelle descrizioni delle peste compare (come oggi) la famigerata figura del sedicente esperto improvvisato, che pur non avendo alcuna formazione scientifica approfitta del momento di panico per attirare l’attenzione millantando conoscenze che non ha. Lo storico Procopio di Cesarea (circa 490-560), nella descrizione della “peste di Giustiniano” polemizza duramente con gli pseudoesperti: “Di solito, a tutti i flagelli mandati dal Cielo gli uomini cercano di dare delle spiegazioni, con molta presunzione: tali sono le varie ipotesi che con vani sproloqui amano avanzare coloro che si dicono esperti in materia, su fenomeni assolutamente incomprensibili per l’uomo, inventando strane teorie di scienza naturale, sebbene sappiano benissimo di dire cose senza alcun senso; però si considerano paghi se riescono a convincere chi capita loro a tiro, sbalordendolo con gran discorsi” (Le guerre persiane , II, 22, trad. M. Craveri). Boccaccio constata l’impotenza dei medici e osserva ironicamente che “oltre al numero degli scienziati, così di femine come d’uomini senza avere alcuna dottrina di medicina avuta giammai, era il numero divenuto grandissimo” (Introduzione , par. 13).
Le speculazioni sulla malattia
Nelle pestilenze alcuni sfruttavano le condizioni di bisogno e le paure della gente per fare denaro, altri ne approfittavano per derubare i malati. Nel 1348 a Firenze i servitori si facevano assumere a peso d’oro non per sfamare, pulire o medicare gli ammalati, ma semplicemente per porgere loro degli oggetti o guardarli morire, come narra Boccaccio: “l’avarizia de’ serventi, li quali da grossi salari e sconvenevoli tratti servieno, […] li qual niuna altra cosa servieno che di porgere alcune cose dagl’infermi addomandate o di riguardare quando morieno”; Introduzione , par. 28). Quanto agli sciacallaggi, Manzoni descrive quelli compiuti non solo dai monatti, ufficialmente incaricati dal comune di rimuovere i cadaveri, ma anche quello del Griso, il capo dei bravi di don Rodrigo, che prima fa portare via a tradimento il suo padrone, poi fruga nei suoi vestiti alla ricerca di qualche spicciolo e così contrae anche lui la peste che lo uccide il giorno dopo.

 

Le interpretazioni della pestilenza

Flagello di Dio o complotto umano ?
Da tempi immemorabili la peste era considerata un flagello divino, perciò essa veniva esorcizzata facendo ricorso ai santi o della Madonna. È per ringraziare la Madonna per aver consentito la fine della peste a Venezia che i veneziani fecero erigere nel 1600 Santa Maria della Salute. Nel Medioevo si affermò la convinzione che la flagellazione fosse un mezzo espiatorio per implorare da Dio la cessazione di morbi come la peste. I flagellanti si diffusero verso la metà del sec. XIII nell’Italia centrale e settentrionale. Folle di uomini, donne, vecchi e giovani si unirono al movimento, abbandonando le proprie case per formare lunghe processioni, che andavano da una città all’altra, fra preghiere e battiture. Represso dalle autorità politiche e religiose, il movimento riprese verso metà del 1300, dopo la grande epidemia di peste che devastò l’Europa. La flagellazione avveniva di regola due volte al giorno e una volte la notte. Per 33 giorni veniva effettuata a torso nudo, tutti i flagellanti in circolo, mentre in coro veniva intonato un cantico. Oltre ad essere interpretate come castigo divino le pestilenze vennero interpretate facendo ricorso all’astrologia (congiunzioni e opposizioni di pianeti) o alla teoria dell’avvelenamento (a ebrei e lebbrosi venne attribuita la responsabilità della peste nera del 1300, agli “untori”, come scrisse Manzoni nei Promessi Sposi, quella del 1630. Tutte queste interpretazioni esprimevano chiaramente una radicata sensazione di impotenza e ineluttabilità.

 

Fake news in the past
Gli uomini di governo erano consapevoli della necessità di avere notizie attendibili sulle condizioni di salute delle popolazioni vicine, perché le informazioni sulla comparsa di qualche focolaio epidemico erano la premessa per adottare misure di prevenzione. Una delle principali fonti di cui le autorità si servivano erano i viaggiatori, che nelle stazioni di posta o nei porti in cui sostavano raccoglievano informazioni. Talvolta, invece, le autorità incaricavano funzionari o a medici di recarsi ufficialmente o in segreto negli Stati confinanti, dove si sospettasse la presenza di qualche malattia contagiosa, per riportare notizie attendibili. Dalla metà del 1500, le autorità si scambiarono informazioni di carattere sanitario. Tuttavia accadeva che non sempre i medici fossero d’accordo sul carattere epidemico di certe malattie o che le autorità dimostrassero incredulità o che intenzionalmente nascondessero alla popolazione la gravità della situazione per non destare allarme. Spesso accadeva che l’allarme della popolazione fosse eccessivo o che, al contrario, non si credesse al pericolo. Accadeva anche che molte voci allarmistiche venissero diffuse di proposito e che le autorità fossero costrette a smentirle.
La necessità di dare un senso a un male che sembrava inspiegabile portava alla diffusione incontrollata di superstizioni, come la credenza secondo cui la peste era dovuta a un particolare allineamento di pianeti, e di notizie false, come l’idea che la malattia fosse stata diffusa artificialmente da alcuni individui. A fare le spese del clima di paranoia erano gli stranieri, ritenuti nemici per eccellenza. Le fake news a sfondo “razzista” esistevano già. Secondo Tucidide (II, 48, 2), all’inizio della pestilenza gli Ateniesi “dissero che i Peloponnesiaci avevano avvelenato i pozzi” (trad. M. Cagnetta), visto che da un anno erano entrati in guerra contro di loro. Quando durante la peste di Milano si diffuse la diceria sugli untori, che diffondevano la malattia spargendo polveri e unguenti, “i forestieri, sospetti per questo solo, e che allora si conoscevan facilmente al vestiario, venivano arrestati nelle strade dal popolo, e condotti alla giustizia” (A. Manzoni, I promessi sposi, cap. XXXI). Spesso l’arresto era una salvezza per loro, poiché poteva anche accadere che fossero linciati dalla folla.

http://www.historiafaentina.it/Storia%20Attuale/faenza_colera.html

https://www.youtube.com/watch?v=HjN9zieXjeg 

https://www.youtube.com/watch?v=RrY_zctpZ5c  

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