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Giovanni Giolitti dal 1914 al 1921

giovannigiolitti2La posizione neutralista di Giolitti era nota e questi, una volta giunto a Roma, ricevette in segno di solidarietà quasi quattrocento biglietti da visita dei deputati. Che da soli costituivano la maggioranza assoluta della Camera e che sarebbero senza dubbio aumentati il giorno della convocazione dell’Aula.

 

 

Contro lo statista fu montata una violenta campagna di stampa. D’Annunzio incitò la folla a invadere l’abitazione privata dello statista e a uccidere quel “boia labbrone le cui calcagna di fuggiasco sanno le vie di Berlino”. La folla invase con violenza lo stesso edificio della Camera, per intimidire la maggioranza neutralista. Il questore di Roma avvertì Giolitti che non era in grado di garantire la sua incolumità.

Durante le consultazioni Giolitti ammonì il sovrano che la maggioranza era contraria all’intervento, che l’esercito non era pronto e che la guerra avrebbe potuto portare un’invasione e persino una rivoluzione. Ma quando il sovrano illustrò allo statista piemontese la novità e il contenuto del Patto di Londra, Giolitti comprese che ormai il danno era fatto e non ebbe la forza di portare a fondo la sua sfida. Resosi ormai conto della gravità degli impegni assunti, bersaglio di manifestazioni ostili scatenate dal governo nei suoi confronti, Giolitti decise di ripartire per il Piemonte senza attendere la riapertura della Camera.

In questa situazione il re respinse le dimissioni di Salandra e lo confermò nell’incarico. Alla riapertura della Camera la maggioranza aveva modificato in maniera sorprendente il suo atteggiamento: abbandonata dal suo capo, pressata da minacce e intimidazioni, messa finalmente al corrente del Patto di Londra, approvò i pieni poteri al governo “in caso di guerra” con 407 voti favorevoli contro 74 contrari (i socialisti e qualche isolato). Il 24 maggio entrò in vigore lo stato di guerra con l’Austria.

L’ultima permanenza al governo di Giolitti iniziò nel giugno 1920, durante il cosiddetto biennio rosso (1919-1920). Nei confronti delle agitazioni sociali, Giolitti, ancora una volta, attuò la tattica da lui sperimentata con successo quando era alla guida dei precedenti ministeri: non accettò le richieste di agrari e imprenditori che chiedevano al governo di intervenire con la forza.

Durante la grave crisi economica post-bellica si acuirono i contrasti politici e sociali, radicalizzando le diverse posizioni. Giolitti si concentrò sulla questione di Fiume, firmando il trattato di Rapallo nel novembre 1920, dove fu deciso che Fiume sarebbe diventata città libera, e l’Italia rinunciò anche alle rivendicazione sulla Dalmazia, ad eccezione della città di Zara, che sarebbe passata all’Italia. Fu uno smacco grave per il governo instaurato a Fiume da Gabriele D’Annunzio, che rifiutò di riconoscere il trattato di Rapallo. Giolitti allora mandò l’esercito contro la città ribelle e, dopo una simbolica resistenza, Gabriele D’Annunzio firmò la resa il 31 dicembre 1920.

Per porre freno alle sempre più frequenti agitazioni socialiste, Giolitti tollerò le azioni delle squadre fasciste, credendo che la loro violenza potesse essere in seguito riassorbita all’interno del sistema liberale. Nel 1921 Giolitti sciolse il parlamento e indisse nuove elezioni. Il panorama politico che ne uscì non era cambiato di molto: i liberali avevano ancora il governo, mentre i socialisti e i cattolici rimanevano forti; l’unica novità rilevante fu l’entrata alla camera di 35 deputati fascisti. Giolitti pensò di poter “costituzionalizzare”, come aveva fatto con Turati, i fascisti che si sarebbero lasciati assimilare dal sistema liberale.

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