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Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

Gli Ebrei

 

Le origini

Il nome “Ebrei” è di origine incerta: potrebbe derivare da un antico progenitore (Heber) oppure dalla voce accadica habiru, “senza terra”. Esso entrò nell’uso comune attraverso la letteratura dell’età ellenistica per designare un gruppo di tribù di pastori nomadi del Vicino Oriente, apparse nella seconda metà del secondo millennio a.C. in Palestina. Il gruppo settentrionale chiamava sé stesso «figli d’Israele», da cui derivò il nome Israeliti. Dopo la distruzione del regno del Nord nel 721, divenne usuale il nome Yĕhūdīm, Giudaiti (dal nome del superstite regno meridionale di Giuda), da cui deriva quello di Giudei.
All’inizio gli Ebrei erano politeisti e veneravano un gran numero di dei, fra i quali Yahweh era uno dei tanti, mentre solo in una fase successiva diventarono monoteisti.
L’Antico Testamento fa cominciare la storia ebraica intorno al XIX secolo a.C., con Abramo, che viveva a Ur nella Mesopotamia meridionale. Guidati da Abramo, gli Ebrei raggiunsero la terra di Canaan (Palestina), terra promessa loro da Dio (Jhwh). Abramo ebbe dalla moglie Sara il figlio Isacco e da Isacco nacque Giacobbe (detto anche Israele, il nome da lui assunto dopo l’episodio biblico in cui aveva lottato con Yahweh). I suoi dodici figli sarebbero i capostipiti delle dodici tribù ebraiche (i “figli di Israele”).
Non tutto ciò che è scritto nell’Antico Testamento trova conferma nella realtà, tuttavia molti fatti descritti nei libri del Pentateuco, i primi cinque dell’Antico Testamento, concordano con fonti di altri popoli quali gli Egizi, i Filistei, gli Accadi.
 

In Egitto

Intorno al 1800 a.C. molti Ebrei lasciarono la Palestina e si trasferirono in Egitto. Secondo la Genesi fu il patriarca Giuseppe (uno dei figli di Giacobbe divenuto viceré alla corte del faraone) a indurre il suo popolo a trasferirsi in Egitto. È probabile che la migrazione sia avvenuta a causa di una carestia o per mancanza di terre da coltivare, per cui gli Ebrei si insediarono nella zona del delta del Nilo.
In Egitto gli Ebrei furono bene accolti e si integrarono con le popolazioni locali, pur mantenendo la loro lingua e la loro religione.
 

L’Esodo e il regno di Israele

La vita degli Ebrei in Egitto cambiò drasticamente verso il XIV-XIII sec. a.C., quando una serie di faraoni (in particolare Ramsete II e Meneptah) li costrinsero ai lavori forzati e li sottoposero a una vera persecuzione.
Secondo la Bibbia fu il patriarca Mosè a guidare gli Ebrei in fuga dall’Egitto verso la terra di Canaan, la Palestina, la patria del popolo ebraico indicata da Yahweh, che assegnò a Mosè le tavole della Legge. Storicamente l’esodo degli Ebrei dall’Egitto è datato intorno al 1200 a.C.
Quando gli Ebrei giunsero in Palestina, questa era abitata da numerosi altri popoli (cananei, moabiti, idumei, ammoniti, aramei e filistei). Sotto la guida di Giosuè gli Ebrei iniziarono la riconquista della Palestina, che proseguì sotto la guida di capi carismatici, i Giudici (tra cui Gedeone, Sansone e Samuele), combattendo molte guerre, in particolare contro i Filistei.
Il primo re d’Israele fu Saul (1020-1000 a.C.), che guidò le tribù alla vittoria sui Filistei. Gli succedette David (circa 1000-961 a.C.), che riorganizzò e potenziò il regno. Alla morte del suo successore, re Salomone (960-922 a. C.), il regno di Israele entrò in crisi e presto si divise in due regni indipendenti, quello di Israele a nord (con capitale Samaria) e quello di Giuda a sud (con capitale Gerusalemme).

 

La “cattività babilonese”

Quest’ultimo mantenne la propria indipendenza in seguito all’invasione degli Assiri, un popolo semita proveniente dalla Mesopotamia, mentre il regno di Israele fu conquistato nel 722 a.C.
Gli Assiri sottoposero gli Ebrei sottomessi a un duro dominio e molti di loro furono deportati, mentre anche il regno di Giuda fu invaso nel 701 a.C., opponendo una dura resistenza. In questo periodo la religione ebraica divenne monoteista, nel culto dell’unico dio Yahweh.
L’impero degli Assiri cadde nel 612 a.C. per mano di Medi e Caldei, che saccheggiarono la capitale assira Ninive e si spartirono i domini degli sconfitti, inclusa la Palestina che finì in mano ai Caldei di Babilonia. Questi conquistarono Gerusalemme con il re Nabucodonosor II che nel 587 a.C. ordinò la totale distruzione del Tempio. Molti Ebrei furono deportati come schiavi a Babilonia (“cattività babilonese”). L’esilio in terra straniera, tuttavia, rafforzò l’unione del popolo ebraico e il suo racconto ha una parte essenziale in diversi libri della Bibbia.

 

Dal dominio persiano a quello romano

Nel 539 a.C. il regno dei Caldei fu conquistato dal re persiano Ciro II il Grande, che concesse agli Ebrei di tornare in Palestina e permise loro di ricostruire il Tempio di Gerusalemme. La Palestina fu inglobata nel dominio persiano e divenne una delle satrapie (province) dell’Impero. Gli Ebrei godettero di ampie autonomie e della piena libertà religiosa, benché avessero perso la propria indipendenza.
La situazione non cambiò molto quando la Palestina fu conquistata dal re macedone Alessandro il Grande, mentre la condizione degli Ebrei si inasprì dopo che i Romani assoggettarono la regione con Pompeo, a partire dal 63 a.C. Il dominio romano sulla Palestina fu molto duro, anche se i nuovi dominatori non trasformarono subito la regione in provincia ma ne fecero uno stato vassallo sotto la loro influenza. I Romani erano assai meno tolleranti di Persiani e Macedoni e sottoposero gli Ebrei a una pesante pressione fiscale, alimentando fra loro una forte opposizione e un vero e proprio sentimento anti-romano.

 

La grande diaspora

La situazione si aggravò quando nel 4 d.C. la Palestina divenne provincia romana, fino a scatenare una grande rivolta giudaica nel 66 d.C., durante il principato di Nerone. Roma inviò il generale Vespasiano a sedare la ribellione ed egli iniziò un duro assedio di Gerusalemme, lasciando poi al figlio Tito il compito di terminare l’opera. Tito espugnò Gerusalemme e pose fine alla rivolta, iniziando una durissima repressione nei confronti degli Ebrei. Nel 70 a.C. il Tempio fu distrutto per la seconda volta e gli Ebrei furono espulsi da Gerusalemme, subendo una feroce persecuzione per prevenire ulteriori ribellioni. Il Tempio non venne più ricostruito e attualmente ne sopravvive solo la parete ovest, chiamata dagli Ebrei “Muro del Pianto” e da loro considerata un simbolo religioso importantissimo.
In seguito alla repressione romana, moltissimi Ebrei furono deportati o costretti a lasciare la Palestina. Ebbe così inizio la grande diaspora del popolo ebraico, ovvero la sua “dispersione”. Molte migliaia di Ebrei lasciarono la loro patria per trasferirsi in altre province romane del Vicino Oriente e dell’Europa, dove crearono delle comunità soggette al dominio romano.
Le regioni che furono oggetto di questa migrazione forzata furono soprattutto la Siria, il Nordafrica (specie l’Egitto), l’Asia Minore, alcune zone dell’Impero dei Parti, l’Italia e l’Europa occidentale. Pur soggette all’autorità romana, le comunità ebraiche furono tollerate e non subirono particolari persecuzioni. La diaspora contribuì a cementare l’unità religiosa del popolo ebraico e alimentò il “rimpianto” della Palestina come patria perduta.

 

Le persecuzioni anti-ebraiche nel Medioevo e in età moderna

L’atteggiamento della Chiesa nei confronti degli Ebrei fu duplice: agli Ebrei venivano attribuite le colpe di miscredenza e deicidio, ma essi erano stati, prima dei cristiani, il popolo eletto e attraverso i loro profeti Dio aveva dettato l’Antico Testamento, la base del Vangelo.
Per quasi tutta l’età antica e parte dell’Alto Medioevo gli Ebrei vissero in modo relativamente pacifico nelle zone di insediamento e, pur mantenendo la loro identità etnica e religiosa, si integrarono con le popolazioni locali, dedicandosi per lo più ad attività commerciali.
Quando nel VII sec. d.C. gli Arabi conquistarono la Palestina e quasi tutto il Nordafrica la condizione degli Ebrei sottoposti al loro dominio non cambiò molto, dal momento che i Musulmani non imponevano ai popoli sottomessi la conversione forzata all’Islam ma si limitavano imporre loro pesanti tributi.
Le persecuzioni anti-ebraiche iniziarono in Europa nel Basso Medioevo. I sovrani cristiani vararono editti e provvedimenti di legge repressivi e persecutori e alimentavano l’odio contro gli Ebrei, scaricando su di essi le tensioni e la rabbia popolari. Gli Ebrei erano per lo più accusati di deicidio, ovvero di essere il popolo che aveva compiuto la crocifissione di Cristo. Essi erano accusati anche di compiere pratiche magiche e strani rituali, di praticare l’infanticidio, di diffondere la peste, di avvelenare i pozzi, di prestare denaro a tassi usurari (molti Ebrei europei erano cambiavalute e commercianti). Accuse e pregiudizi spesso sfociava in azioni di linciaggio ed eccidi compiuti dalla popolazione.
Dalla fine del XIII secolo in molti paesi europei, come l’Inghilterra e la Francia, i sovrani decretarono l’espulsione degli Ebrei. Nella penisola iberica dal 1412 i re di Castiglia attuarono una politica di conversioni forzate nei confronti degli Ebrei, cui si aggiunse la pressione dell’Inquisizione spagnola, istituita nel 1480 e incaricata di controllare che i conversos (gli Ebrei convertiti) non continuassero a professare la religione ebraica di nascosto. Nel 1492 Ferdinando di Castiglia e Isabella di Aragona ordinarono a tutti gli Ebrei di convertirsi entro quattro mesi oppure di lasciare la Spagna. Tra le 70 e le 170 mila persone lasciarono il paese e in seguito espulsioni si ebbero in tutti i domini spagnoli di Sicilia, Sardegna e Regno di Napoli. Gli Ebrei furono dichiarati indesiderabili in Provenza (tra il 1498 e il 1501) e in parte dei territori tedeschi. Dal Portogallo gli Ebrei fuggirono nel 1536 dopo l’introduzione nel paese dell’Inquisizione, e trovarono rifugio nell’Impero ottomano (soprattutto a Istanbul e Salonicco), nei Paesi Bassi e in Italia centro-settentrionale.
Le persecuzioni più violente si attenuarono in parte dal XVI sec., benché il sentimento anti-ebraico restasse molto forte in Europa e trovasse nuove forme di discriminazione nella pratica dei “ghetti“. Nelle principali città europee si crearono dei quartieri separati dove gli Ebrei furono costretti a vivere forzatamente, potendone uscire solo in determinate ore del giorno e con pesanti limitazioni. Il primo ghetto nacque a Venezia nel 1516, poi quartieri simili furono creati nelle principali città italiane ed europee: Roma, Milano, Vienna, Praga, Varsavia, ecc.

Roberto Roveda, Un popolo rinchiuso. Gli ebrei nell’età dei ghetti (XVI-XIX secolo)

http://www.giornalismoestoria.it/gli-ebrei-lantigiudaismo-e-le-leggi-razziali/

 

Antisemitismo e sionismo nel XIX sec.

Un movimento europeo tendente all’emancipazione degli Ebrei iniziò nel XVIII sec., soprattutto con il diffondersi dell’Illuminismo. La Rivoluzione americana, con l’indipendenza degli Stati Uniti, riconobbe agli Ebrei pari diritti. Nel 1782 l’imperatore Giuseppe II d’Asburgo emanò un Editto di tolleranza che garantiva sostanzialmente agli Ebrei gli stessi diritti degli altri sudditi. La parità dei diritti degli Ebrei fu riconosciuta nel 1791 in Francia e successivamente nei domini napoleonici. Nel 1848 essi ottennero l’emancipazione nel Regno di Sardegna e successivamente nelle altre regioni italiane. Nel corso del XIX sec. la condizione degli Ebrei in Europa occidentale migliorò, con il progressivo riconoscimento di diritti civili e l’integrazione nella società.
A fine Ottocento vi era però un paese in cui l’antiebraismo aveva ancora tratti medievali, la Russia. Già dal 1865 gli ebrei più poveri avevano cominciato a emigrare dalla Russia verso gli Stati uniti. Dopo i pogrom del 1882-1883 e ancor più dopo quelli del 1903 e 1905, il timore delle violenze si venne ad aggiungere alle altre spinte all’emigrazione. Fra il 1865 e il 1915 emigrarono dalla Russia verso gli Stati Uniti circa due milioni di Ebrei. In America, ottenuta la cittadinanza, gli immigrati non trovarono ostacoli di principio alla piena uguaglianza.
In molti paesi europei alcuni scrittori e intellettuali teorizzarono la necessità di combattere gli Ebrei presentandoli come pericolosi per la comunità, alimentando l’antisemitismo, ovvero l’odio nei loro confronti. L’antisemitismo ebbe uno dei suoi principali ideologi nello scrittore britannico H.S. Chamberlain ed ebbe seguito in molti paesi europei. Nella Francia della Terza Repubblica il cosiddetto affaire Dreyfus (1894) ne fu l’espressione più clamorosa.
Alla fine dell’Ottocento, intanto, era nato un movimento politico e ideologico detto sionismo (dal nome della collina su cui sorgeva la città di Gerusalemme, Sion), che sosteneva la necessità per gli Ebrei di tornare nella regione di cui erano originari, la Palestina. Il movimento avanzò le proprie rivendicazioni nel Congresso di Basilea (1897) organizzato da T. Herzl e portò a successivi flussi migratori di Ebrei in Palestina tra la fine del XIX sec. e l’inizio del XX, creando attriti con l’Impero Ottomano cui la regione apparteneva. Dopo la fine della Prima Guerra Mondiale la Palestina divenne mandato britannico e il governo di Londra si impegnò attivamente per la creazione di uno Stato ebraico.
La paura della rivoluzione bolscevica, percepita da molti come diretta dagli Ebrei, produsse fra il 1917 e il 1921 un’intensa fase di antisemitismo nei maggiori paesi europei. Negli anni ’20 in Germania la propaganda nazista accusò gli Ebrei di essere responsabili della sconfitta tedesca nella Prima Guerra Mondiale e di essere un nemico interno del popolo tedesco. L’ideologia nazista si fondava sul mito della “razza ariana” considerata superiore a tutte le altre e alimentava l’antisemitismo, già presente nella società tedesca. Dopo l’ascesa di Hitler al potere nel 1933, le persecuzioni contro gli Ebrei si inasprirono in tutta la Germania e sfociarono nella “notte dei cristalli” (8-9 nov. 1938), con la devastazione dei negozi ebraici e l’incendio di molte sinagoghe.

 

La “shoah”

Il termine “shoah” deriva dall’ebraico (letteralmente significa “tempesta devastante”) e indica lo sterminio degli Ebrei attuato dal regime nazista durante la II Guerra Mondiale, noto anche come “olocausto”. Fu un vero e proprio tentativo di genocidio (distruzione di un intero popolo), progettato e realizzato dal regime hitleriano con un carattere di sistematicità mai vista prima.
I nazisti crearono i”lager“, campi di concentramento dove gli Ebrei venivano rinchiusi come prigionieri e condannati ai lavori forzati. Con lo scoppio della II Guerra Mondiale i nazisti decisero la “soluzione finale” della questione ebraica, che significava il loro sterminio. La conferenza di Wannsee (gennaio 1942) pianificò la deportazione di decine di migliaia di Ebrei nei campi di sterminio disseminati in tutta l’Europa occupata dai tedeschi e uccisi nelle camere a gas. Tra i lager più tristemente noti vi sono quelli di Auschwitz, Treblinka, Dachau, Bergen Belsen, Mauthausen, dove furono internati e uccisi anche membri di altre minoranze etnico-sociali, oppositori politici, omosessuali, zingari. Alla shoah è dedicato da alcuni anni in tutto il mondo il “Giorno della memoria“, che corrisponde alla data in cui l’Armata Rossa penetrò nel campo di Auschwitz (27 gennaio 1945).

 

La nascita dello Stato di Israele

Dopo la Seconda guerra mondiale molti Ebrei in Europa e in Medio Oriente reclamavano il diritto di tornare in Palestina e di avere una propria patria. Nel 1947 l’ONU elaborò un piano di spartizione della Palestina in uno Stato Ebraico e in uno Stato Palestinese. Il 15 maggio 1948 fu proclamato il nuovo Stato di Israele, che fu immediatamente attaccato da Egitto, Siria e altre nazioni arabe, dando inizio a una guerra sanguinosa conclusasi nel 1949.
Lo Stato di Israele ebbe l’appoggio economico e militare degli USA, dove viveva (e vive tuttora) un gran numero di cittadini di religione ebraica, per cui riuscì a prevalere sugli avversari e a occupare buona parte del territorio inizialmente assegnato dall’ONU ai Palestinesi, nonché la parte orientale di Gerusalemme, che doveva essere affidata a un’amministrazione internazionale.
Lo stato palestinese non vide la luce e iniziò un’aspra contesa tra Arabi e Israeliani destinata a durare sino ai giorni nostri, nonostante i molti negoziati di pace tra le due parti che hanno prodotto solo risultati parziali.
 

Dati demografici su Israele

Oggi in Israele vivono circa 8 milioni di persone. La popolazione è composta per circa l’80 % di Ebrei (di cui solo poco più di un quarto nato in Israele) e da circa il 20 % di non Ebrei, prevalentemente Arabi.

 

http://geostoria.weebly.com/storia-del-popolo-ebraico.html

http://www.morasha.it/ebrei_italia/

https://it.wikipedia.org/wiki/Storia_degli_ebrei

http://www.morasha.it/zehut/mlm02_brevestoria.html

http://www.museoshoah.it/home.asp

http://www.cdec.it

 

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