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Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

Hiroshima e Nagasaki

Ripensamenti degli scienziati

Nella primavera del 45 fu chiaro che la guerra con la Germania sarebbe presto finita. Così molti tra gli iniziali sostenitori della necessità di realizzare la bomba atomica ritennero che essa non fosse più necessaria e soprattutto che non avrebbe dovuto essere usata.

Con la sconfitta della Germania era caduta la giustificazione ideologica del progetto e nacquero i primi dubbi tra gli scienziati.

Szilard si fece portavoce di queste perplessità, redigendo un promemoria per il presidente Roosevelt in cui dichiarava del tutto ingiustificato lanciare la bomba atomica sul Giappone. Ma il presidente morì il 12 aprile e pochi giorni dopo divenne Presidente Harry Truman che insediò subito un comitato militare abilitato a decidere sulleventuale uso della bomba atomica.

Il “Rapporto Franck

Nel frattempo era stato costituito un altro comitato Comitato, formato da vari scienziati del Metallurgical Laboratory di Chicago, presieduto da James Franck, con il compito di valutare la possibilità di non usare le armi atomiche. Le conclusioni, riportate in un documento noto come Rapporto Franck, erano apertamente contrarie a “l’uso delle bombe nucleari per un attacco precoce contro il Giappone”. Vi si auspicava che fossero mostrati alle autorità giapponesi gli effetti della bomba atomica, facendola esplodere in una zona disabitata prima di farne uso militare.

Oltre a sottolineare il rischio di innescare la corsa agli armamenti il Rapporto Franck metteva in evidenza come la possibilità di generare un’“ondata di orrore e di repulsionenel resto del mondo potesse superare i vantaggi militari e il risparmio di vite americane ottenuti con limpiego senza preavviso di bombe atomiche contro il Giappone”. Tuttavia, le raccomandazioni del Rapporto Franck non furono accolte.

Hiroshima e Nagasaki

Infatti il presidente Harry Truman decise di impiegare la bomba contro il Giappone, con il dichiarato intento di costringerlo alla resa senza condizioni, mettendo così fine in breve tempo alla guerra.

L’impiego della bomba atomica doveva servire a ridurre al minimo le morti di soldati americani nella guerra del Pacifico. Tuttavia, presumibilmente la decisione fu dettata da altre due sostanziali motivazioni:

1) lo sgancio della bomba voleva essere anche un “avvertimento” rivolto all’URSS sulla potenza bellica degli Stati Uniti;

2) il progetto aveva avuto un costo enorme, perciò molti di coloro che vi avevano preso parte, non ultimo l’esercito e i grandi gruppi industriali, volevano vederne l’esito.

In ogni caso, le città scelte come possibili bersagli furono quattro: Hiroshima, Kokura, Nagasaki e Niigata. Sembra che una delle ragioni della scelta fosse che queste città erano state toccate dalla guerra in modo relativamente marginale.

Hiroshima

Così, alle ore 8,15 circa del 6 agosto 1945 il bombardiere B-29 Enola Gay sganciò sulla città giapponese di Hiroshima (il primo dei possibili obiettivi) la bomba denominata Little Boy (ragazzino), che scoppiò a circa 580 metri di altezza. Il suo nucleo era composto da uranio-235, per la cui produzione aveva lavorato in particolare il National Laboratory di Oak Ridge. L’Enola Gay era stato preceduto da aerei di ricognizione che avevano accertato la visibilità dell’obiettivo e fu scortato da altri due bombardieri dotati di mezzi per riprendere gli effetti dell’esplosione e di vari strumenti di misurazione.

La potenza della bomba di Hiroshima era equivalente a quella di circa 13.000 tonnellate di tritolo. L’obiettivo era il ponte Aioi sul fiume Ota, scelto non solo perché strategico, ma anche per la sua struttura facile da individuare: visto dal cielo, ricordava la lettera “T”, dato che collegava tre sponde.

Il fungo atomico
Il fungo atomico superò i 10 km di altezza e il contraccolpo investì anche i tre aerei.

L’esplosione prodotta dalla bomba fu talmente impressionante che il copilota dell’Enola Gay disse: «Dio mio, che cosa abbiamo fatto?».

Il sergente maggiore George Caron, mitragliere di coda, così descrisse quel che aveva visto: “La nuvola a forma di fungo era uno spettacolo impressionante, una massa gorgogliante di fumo grigio-viola, con al centro visibile un nucleo rosso, all’interno del quale ogni cosa stava bruciando… Sembrava lava o melassa che stesse ricoprendo un’intera città…” (George Caron, in Takaki, Hiroshima: Why the America dropped the Atomic bomb, New York: Little, Brown and Company, 1995).

Due terzi della città furono distrutti: in un raggio di cinque chilometri di 90.000 edifici oltre 60.000 furono polverizzati. Le tegole di argilla fuse insieme, così come pietre e metalli. Diversamente dagli altri bombardamenti aerei, l’obiettivo non era costituito da installazioni militari ma da un’intera città, tanto che vi furono moltissime vittime civili tra cui, numerosi, le donne e i bambini.

Gli abitanti di Hiroshima erano circa 350.000: di essi la bomba ne annichilì in pochi secondi oltre 70.000 e altrettanti morirono nelle settimane e nei mesi seguenti per le radiazioni, per le ustioni, per ferite e/o malattie.

Pika-don

I sopravvissuti parlarono di pika-don (lampo-tuono), un lampo che accecava e un tuono assordante anche a chilometri di distanza. Chi si trovava nell’ipocentro dell’esplosione (il punto di scoppio della bomba), dove la temperatura superò i 5 mila gradi, fu istantaneamente polverizzato: di alcune vittime resterà soltanto l’ombra stampata sui muri. Seguì un enorme boato, con uno spostamento d’aria che sradicò alberi ed edifici. La città era rasa al suolo: restarono solo i ruderi della Camera di commercio, il cui scheletro fu in seguito lasciato intatto, per ricordare le conseguenze della bomba.

Il fungo atomico oscurò il cielo facendo calare su Hiroshima le tenebre. L’aria si fece irrespirabile e bruciava i polmoni. Evaporando, l’acqua raggiunse il cielo assieme all’aria calda e qui si scontrò con correnti fredde: su Hiroshima si abbatté una micidiale pioggia radioattiva, che molti dei sopravvissuti bevvero spinti da un insopportabile bruciore alla gola.

Molti dei sopravvissuti ebbero il corpo bruciato, incrostato, con la pelle che si sollevava dalla carne e pendeva o colava fusa lasciando le ossa in vista. Camminavano senza meta, come zombie. Molti all’improvviso si afflosciavano e morivano. I tessuti ustionati imputridivano e i medici non sapevano come curare le ferite, sulle quali si riversarono, nei giorni seguenti, nugoli di mosche attirate dal fetore.

Nelle settimane seguenti al bombardamento le radiazioni continuarono a tormentare i sopravvissuti e a mietere vittime: morirono oltre 200 mila persone, considerando anche chi si ammalò di tumore, a distanza di anni.

Nagasaki

Mentre i Giapponesi cercavano di capire le dimensioni della devastazione di Hiroshima, gli Stati Uniti stavano preparando una seconda spedizione. Solo tre giorni dopo, il 9 agosto alle 11 circa del mattino, fu sganciata sulla città di Nagasaki “Fat Man” (grassone), una bomba atomica al plutonio-239. Obiettivo iniziale era la città di Kokura, ma a causa della nebbia che impediva una chiara visione del bersaglio, il B-29 Bock’s Car, che trasportava la bomba, si diresse sul secondo bersaglio, la città di Nagasaki.

La bomba esplose a circa 500 metri sopra la città e, pur mancando il bersaglio di un paio di chilometri, la devastò. Circa il 40% della città fu distrutto. Nonostante la potenza dell’ordigno fosse nettamente superiore a quello esploso a Hiroshima, il numero di vittime fu inferiore perché la conformazione del terreno collinoso di Nagasaki e probabilmente anche le buone condizioni del tempo impedirono alla bomba di fare altrettanto danno. Si stima comunque che di circa 270.000 abitanti, circa 40.000 siano morti immediatamente e altri 30.000 circa entro la fine dell’anno, come conseguenza delle radiazioni, delle ferite e delle malattie.

Dopo Nagasaki la resa del Giappone fu immediata. Le ostilità furono sospese il 16 agosto del 1945 e il 2 settembre il Giappone firmò la propria capitolazione a bordo della corazzata Missouri, nella baia di Tokyo.

The Atomic Plague

Una settimana dopo l’esplosione, il giornalista australiano Wilfred Burchett descrisse l’orrore di Hiroshima, con un reportage pubblicato sul The Daily Express: «The Atomic Plague» (la peste atomica):

A Hiroshima, 30 giorni dopo che la prima bomba atomica ha distrutto la città e scosso il mondo, le persone stanno ancora morendo, misteriosamente e in modo orribile – persone scampate al cataclisma – colpite da qualcosa di sconosciuto che posso solo descrivere come peste atomica.

Hiroshima non sembra una città bombardata. Sembra che un mostruoso rullo compressore le sia passato sopra e l’abbia spiaccicata fuori dall’esistenza. Scrivo questi fatti spassionatamente come posso, nella speranza che agiscano come un avvertimento per il mondo. […]

Quando arrivi a Hiroshima puoi guardarti attorno e per 25, forse 30, miglia quadrate ma difficilmente puoi vedere un edificio. Ti dà una sensazione di grande vuoto nello stomaco vedere una tale devastazione provocata dall’uomo.

Vedi >> Testo in inglese del reportage The Atomic Plague di Wilfred Burchett

https://assets.cambridge.org/97805217/18264/excerpt/9780521718264_excerpt.pdf

[Cambridge University Press 978-0-521-71826-4 – Rebel Journalism: The Writings of Wilfred Burchett Edited by George Burchett and Nick Shimmin. Excerpt]

Gli sviluppi

Finito il conflitto, molti degli stessi scienziati che avevano contribuito a costruire quella che sarebbe divenuta “la bomba” per eccellenza, nell’immaginario collettivo, si adoperarono strenuamente perché l’arma nucleare fosse messa al bando. Tra i più attivi vi furono Szilard e Oppenheimer.

Gli americani investirono riorse massicce nello sviluppo di armamenti nucleari. I sovietici, preoccupatissimi, fecero altrettanto. Iniziò una forsennata corsa, una reciproca aspra rincorsa, alla costruzione di armi di distruzione di massa. A metà degli anni Cinquanta entrambe le superpotenze avevano messo a punto le prime bombe a idrogeno, anche mille volte più potenti di quella sganciata su Hiroshima, in grado di spazzare via intere metropoli e di contaminare in permanenza estese regioni.

L’incubo della guerra nucleare e della radioattività ha segnato unintera generazione. Nel 1962, lo scontro fra Krusciov e Kennedy sullinvio dei missili sovietici a Cuba tenne il mondo sullorlo del baratro.

Le testate nucleari pronte all’uso” sono oggi circa 36 mila. Una minuscola frazione di queste, se mai venissero usate, sarebbe sufficiente a riportare il pianeta all’età della pietra, se non a portare la specie umana allestinzione.

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