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Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

I Curdi in Siria: il Rojava

 

La Siria dal “mandato” francese a Bashshār al-Asad

Durante la Prima guerra mondiale la Siria si ribellò all’Impero ottomano, reclamando l’indipendenza. Finita la guerra, la Siria dovette sottostare a un Mandato francese assegnato dalla Lega delle Nazioni. Il 17 aprile 1936 fu firmato un trattato franco-siriano che riconosceva l’indipendenza della Siria. Il trattato tuttavia non fu ratificato e la Siria era ancora sotto il controllo francese allo scoppio della Seconda guerra mondiale. Finita la guerra, dopo una fase di duri scontri la Francia riconobbe l’indipendenza del paese (1º gennaio 1946). Dopo l’indipendenza si ebbe un periodo di instabilità, con ben tredici colpi di Stato. L’orientamento nazionalista e panarabo indusse la Siria a far parte dell’effimera Repubblica Araba Unita (1º febbraio 1958 – 28 settembre 1961), con l’Egitto del colonnello Nasser. In seguito a un colpo di Stato, l’8 marzo 1963 s’impadronì del potere in Siria il partito Baʿth, che abbandonò la linea panaraba e si avvicinò all’URSS.
Nel 1970 prese la guida del paese il generale Hāfiẓ al-Asad, che fu eletto presidente della Repubblica e instaurò un regime autoritario. Tra il 1971 e il 1977 al-Asad partecipò al tentativo di fondare una Federazione delle Repubbliche Arabe con Egitto e Libia e nel 1976 intervenne nella guerra civile libanese imponendo una sorta di protettorato siriano sul Libano, durato fino al 2005.
Quando scoppiò la guerra Iran-Iraq (1980-1988) la Siria prese posizione a favore dell’Iran. Dopo l’invasione irachena del Kuwait, al-Asad si schierò con la coalizione guidata dagli USA contro Saddam Hussein.
Nel giugno 2000 al-Asad morì, e il 17 luglio gli succedette il figlio Bashshār al-Asad. Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 i rapporti con l’Occidente si incrinarono e Bashār si oppose all’invasione americana dell’Iraq (2003).

 

Crisi del regime di al-Asad

Nel 2011 in Siria si svolsero grandi manifestazioni popolari che chiedevano maggiore libertà e democrazia. I manifestanti chiesero la caduta del regime e il governo represse duramente le manifestazioni. Scoppiò così la guerra civile, nella quale la guida del movimento insurrezionale fu assunta dall’Esercito siriano libero (ESL). Intanto, diversi gruppi armati si inserirono nel conflitto, in particolare le milizie curde dell’Ypg e i miliziani dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante. La Russia intervenne a favore del governo di al-Asad, mentre una coalizione a guida statunitense fornì sostegno alle milizie curde dell’Ypg, che combattevano contro le forze dello Stato Islamico. La guerra suddivise il paese in quattro aree principali: quella sud-occidentale controllata dal governo, quella nord-occidentale dai ribelli sostenuti dalla Turchia in funzione anti-curda, quella nord-orientale sotto il controllo dei Curdi dell’Ypg, quella sud-orientale sotto il controllo dello Stato Islamico. Soltanto nella Siria occidentale rimasero alcune aree sotto il controllo dell’Esercito siriano libero.

 

Il Rojava

Nell’estate 2012, sedici mesi dopo lo scoppio delle rivolte in Siria, il governo di Baššār al-Asad, sotto scacco ad Aleppo, ritirò l’esercito dalle aree a maggioranza curda del Nord e del Nord-Est del paese. Approfittando della situazione, il Partito dell’unione democratica (Pyd) sostenuto dalla sua ala militare, le Unità di protezione popolare (Ypg), assunse il controllo di tre enclave vitali abitate da Curdi: Ğazīra, Kobani e ‘Afrīn. Alla fine del 2013, il partito costituì l’amministrazione autonoma curda del Rojava (Kurdistan occidentale). Con l’istituzione del Rojava, la comunità curda siriana era per la prima volta in grado di affermare i propri diritti, controllare il territorio e godere di maggiore indipendenza politica da Damasco. Nella sua ascesa al potere, il Pyd beneficiò dell’addestramento e delle armi fornite dal Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk). Mentre il partito amministrava la giustizia e le istituzioni locali nel Rojava, il suo braccio armato divenne una pedina fondamentale nella guerra allo Stato Islamico. Le Forze democratiche siriane (Fds), create nell’ottobre 2015 e dominate dalle milizie Ypg, divennero una forza militare preziosa per l’Occidente e ottennero un riconoscimento internazionale nonché il sostegno militare degli Stati Uniti.
Il 17 marzo del 2016 fu istituita la Federazione democratica del Rojava – Siria del Nord, una regione che comprende anche arabi e altre minoranze e che il Pyd propone come modello nazionale per una Siria federale.

 

Il problematico futuro del Rojava

L’esistenza del Rojava è osteggiata sia dal regime di Bashar al-Assad, sia dalle forze ribelli dell’opposizione. Tra l’altro, il Rojava è abitato non solo da Curdi ma anche da Arabi e da altre minoranze. Di conseguenza non è sempre facile la convivenza tra le diverse sue componenti. Inoltre, gli stretti legami del Pyd con il Pkk contribuiscono all’ostilità della Turchia nei confronti di uno Stato curdo accusato di proteggere i “terroristi” del Pkk. Va poi considerato che lo stesso Pdk iracheno mira a contrastare il potere del Pkk in Siria e in Iraq, anche a costo di diventare uno strumento dell’offensiva politica e militare di Ankara. L’Upk iracheno, invece, ha rafforzato la sua alleanza con il Pkk. Infine, gli Stati Uniti hanno fornito sostegno militare alle forze curde in lotta contro lo Stato Islamico, ma non hanno assunto impegni politici a favore delle richieste dei Curdi. L’appoggio statunitense ai Curdi del Rojava è strettamente legato al loro utilizzo militare. Una volta sconfitto lo Stato Islamico, gli Stati Uniti hanno dato priorità al rapporto con Ankara, alleato Nato. Per i Curdi fare affidamento sull’appoggio degli Stati Uniti, come mostrano le più recenti vicende, è molto pericoloso.

 

Ramoscello d’ulivo e Primavera di pace

Già all’inizio del 2018, la Turchia ha attuato l’operazione militare denominata Operazione ramoscello d’ulivo contro il Rojava, che ha portato alla caduta del cantone di Afrin.
In agosto del 2019 Stati Uniti e Turchia hanno firmato un accordo per “stabilizzare” il confine meridionale turco, che prevedeva la creazione di una “zona cuscinetto” che avrebbe dovuto dividere le forze turche da quelle curde. L’accordo prevedeva che i Curdi siriani si ritirassero dagli avamposti di confine. In cambio, il governo statunitense garantì ai Curdi protezione e sicurezza. Alla fine di agosto i Curdi avevano iniziato a ritirarsi. Ma gli Stati Uniti di Trump hanno fatto marcia indietro, annunciando il ritiro dei propri soldati (qualche centinaia) dalle zone curde del nord della Siria.
Così, il 9 ottobre 2019 le forze armate turche, in collaborazione con milizie dell’opposizione siriana, hanno incominciato un’offensiva denominata Primavera di pace nel territorio settentrionale della Federazione, con l’obiettivo di costituire una zona-cuscinetto larga 30 chilometri tra la Turchia e la Siria. Il 17 ottobre la Turchia si è impegnata a interrompere i combattimenti per cinque giorni, a condizione che i Curdi, fino a ieri alleati di Washington e ora abbandonati a se stessi, depongano le armi pesanti e abbandonino la zona cuscinetto profonda trenta chilometri voluta da Ankara. In sostanza questo era fin dall’inizio l’obiettivo della guerra scatenata da Erdoğan. Per l’ennesima volta le aspirazioni indipendentiste o autonomiste dei Curdi sembrano destinate alla sconfitta. Come è più volte accaduto nella loro storia i Curdi sono stati utilizzati strumentalmente come pedine. Inoltre, i partiti curdi hanno ottenuto un arsenale militare ragguardevole, ma spesso si sono divisi se non combattuti. Nessuna delle potenze regionali e della coalizione anti-ISIS sembra veramente intenzionata a consentire che i Curdi costituiscano una solida entità statale autonoma e tantomeno indipendente.
Da Limes

L’accordo di Soči tra Turchia e Russia del 22 ottobre rappresenta il completamento, per quanto probabilmente temporaneo, del processo che ha ridisegnato gli equilibri nella Siria nord-orientale. Un processo innescato il 6 ottobre dal ritiro dei soldati americani dal confine turco-siriano deciso da Trump. L’intesa raggiunta da Erdoğan e Putin, come già l’accordo di Ankara tra Turchia e Stati Uniti del 17 ottobre, legittima la presenza militare turca nell’area delimitata dagli assi di Tall Abyad e Ras-al Ayn e dall’autostrada M4. Si tratta di meno di un terzo della “zona di sicurezza” oggetto dell’operazione Fonte di pace, iniziata il 9 ottobre e di fatto conclusa dopo l’accordo di Soči. A liberare dalle milizie curde il resto dei territori compresi nella “zona di sicurezza” – nei quali sono tornate le forze del regime – saranno la polizia militare russa e la guardia di frontiera siriana. Il termine per il ritiro dei combattenti del Pkk/Ypg è domenica 27 ottobre a mezzogiorno. A quel punto, i soldati turchi potranno iniziare a pattugliare insieme a quelli russi le aree comprese tra Kobani e Tall Abyad e tra Ras al-Ayn e il confine iracheno fino a una profondità di dieci chilometri (esclusa la città di Qamishli). L’incognita principale riguarda la reazione delle milizie curde, che Trump sta invitando a trasferirsi a Deir ez-Zor. Nel caso in cui il Pkk/Ypg non si ritirasse o “indossasse le uniformi del regime”, la Turchia ha minacciato di riprendere le operazioni militari. […]

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