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Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

La pirateria nell’Età antica e medievale

 

La pirateria nell’Età antica

Il termine greco πειρατής dal punto di vista etimologico deriva dal verbo πειράω «tentare, assaltare, rischiare» e dal suffisso τής «agente», da cui deriva il termine latino pirāta.

La pirateria fin dall’antichità fu largamente diffusa in varie parti del Mediterraneo. Gli abitanti delle coste meridionali dell’Anatolia erano già nel II millennio audaci pirati e la pirateria fu praticata regolarmente od occasionalmente da tutti i popoli di mare, dai Cretesi ai Rodii, dai Micenei ai Fenici, dai Greci agli Etruschi, ai Romani. I Fenici si guadagnarono la reputazione di abili pirati ma anche i pirati greci godettero di un’analoga dubbia fama. Nel Mediterraneo occidentale furono pirati gli Illirici, i Liguri e specialmente gli Etruschi, che si spingevano fin nei mari greci.

Anche gli equipaggi delle navi mercantili antiche erano dotati di armi e i marinai, gente pronta ad affrontare gli enormi rischi della navigazione, erano per metà mercanti e per metà guerrieri. La loro attività non consisteva soltanto nell’acquisto e nella vendita di merci. All’occasione abbordavano una nave straniera e la saccheggiavano, oppure compivano un’incursione in un villaggio costiero, a scopo di rapina. La pirateria era dunque un’attività economica come il commercio e non era ritenuta particolarmente disonorevole.

Nel sec. VII le città greche crearono flotte da guerra per proteggere il commercio marittimo ma non riuscirono a eliminare la pirateria. L’avanzata dei Persiani verso l’Egeo alimentò il fenomeno e solo dopo la costituzione della Lega Delio-attica la flotta ateniese rese più sicura la navigazione, distruggendo alcuni pericolosi covi di pirati nel nord dell’Egeo. Ma la guerra del Peloponneso fece rinascere la pirateria che continuò per tutto il sec. IV. 

Alessandro Magno ordinò energiche azioni contro i pirati, ma le guerre tra i suoi successori diedero nuovo incentivo al flagello. Come alleati o mercenari, i pirati si univano alle forze militari dei contendenti e solo quando un nuovo equilibrio si stabilì nel Mediterraneo orientale, i Tolomei e specialmente Rodi, centro del commercio marittimo dei secoli III e II, poterono ristabilire una certa sicurezza sul mare. 

Dal sec. IV a.C. la difesa delle coste tirreniche fu assunta da Roma. Nel 229 a.C. questa dovette inviare una flotta nell’Adriatico per combattere i pirati illirici, che furono definitivamente sconfitti soltanto al tempo di Augusto. 

Giulio Cesare nel 78 a.C. fu catturato dai pirati mentre era diretto a Rodi per seguire le lezioni del famoso oratore Apollonio Molone. Per trentotto giorni fu prigioniero nell’isola di Pharmacusa, poi fu liberato in seguito al pagamento di un ingente riscatto. Dopo la liberazione Cesare attaccò il rifugio dei pirati con quattro galere da guerra e cinquecento soldati, rientrò in possesso del riscatto e fece centinaia di prigionieri, molti dei quali furono giustiziati.

Per debellare la pirateria Roma mise in atto numerosi tentativi, come le spedizioni in Cilicia di Lucio Licinio Murena (82 a.C.) e di Servilio Isaurico (dal 77 al 75 a.C.). Ciononostante, la pirateria si intensificò durante la terza guerra mitridatica. Così nel 67 a.C. il Senato, con grande dotazione di mezzi, affidò la lotta contro i pirati a Pompeo, che riuscì in pochi mesi a liberare il mare dal flagello della pirateria. 

In seguito l’impero romano costituì le due flotte di Ravenna e di Miseno, che provvidero a esercitare funzioni di polizia marittima. Così la pirateria pressoché scomparve fino al sec. III d.C., tranne che nel Mar Rosso e nel Mar Nero. Il fenomeno ricomparve con la progressiva decadenza dell’Impero romano.

La pirateria nel Medioevo

Nel Medioevo, movimenti di conquista e pirateria spesso si identificarono, come nel caso dei Normanni (o Vichinghi). Le loro incursioni verso Ovest, sulle coste dei Paesi Bassi e nell’interno della Francia lungo i fiumi, in un primo tempo apparvero più opera di pirati in cerca di bottino che di conquistatori di nuove terre. 

Anche nel Medioevo popolazioni intere dedite alla pirateria si organizzano in forme statali rudimentali: è il caso dei Narentani che, annidati sulla costa orientale dell’Adriatico, costituirono il primo duro ostacolo contro cui si scontrò la nascente potenza di Venezia.

Nel Medioevo la pirateria fu ampiamente praticata anche dalle città marinare italiane, Venezia, Genova, Pisa, Amalfi come strumento, principalmente per colpire le potenze marittime rivali. L’intero periodo delle crociate medievali fu caratterizzato da un’intensa attività corsara da parte dei cristiani contro Bizantini e Arabi, cui presero parte anche alcuni ordini religiosi come i Templari e i Cavalieri di San Giovanni.

Fin dall’VIII secolo furono soprattutto i pirati Arabi a razziare i mari e a depredare gli Stati vicini. Con l’affermarsi del dominio turco nel Mediterraneo orientale (XV secolo), la pirateria fu efficacemente organizzata dagli Stati barbareschi, Stati musulmani vassalli dell’Impero Ottomano che si stabilirono in Barberia (Tripolitania, Tunisia, Algeria e Marocco) e che fino al sec. XIX rappresentarono una costante minaccia per il commercio nel Mediterraneo 

La pirateria mediterranea ricevette nuovo impulso dopo la cacciata dei Mori dalla Spagna nel 1492. In Africa settentrionale si riversò un gran numero di musulmani, profughi dalla penisola Iberica. Numerose operazioni piratesche colpirono le coste di Spagna e Italia nonché i convogli carichi di merci che solcavano il Mediterraneo. Nel 1541 la flotta spagnola, capitanata dallo stesso imperatore Carlo V, fu completamente distrutta da Khayr al-Dīn il Barbarossa, famoso corsaro, che ricopriva il grado di Grande Ammiraglio della flotta turca.

Pirati e corsari. 

I due termini potrebbero sembrare sinonimi e spesso di fatto lo sono. La differenza è semplice: il pirata ruba e saccheggia in proprio; il corsaro lo fa per conto o quanto meno con l’autorizzazione di uno Stato. Le attività di pirateria erano spesso praticate o quantomeno sostenute dagli Stati stessi, che se ne avvalevano per colpire le potenze antagoniste. Così, la cosiddetta guerra di corsa, condotta da privati ma con l’autorizzazione e il sostegno di uno Stato, mediante speciali lettere di marca fu considerata legittima. Essa si diffuse nel Mediterraneo a partire dai sec. XII e XIII, e nell’Oceano Atlantico dal sec. XVI. La distinzione tra pirateria e corsa fu definita ufficialmente dal trattato anglo-francese Intercursus Magnus (1495), che riconobbe come legittima la guerra di corsa, cioè l’attività bellica di navi private autorizzate dagli stati mediante “lettere di corsa”. Esso dichiarò invece come illegittima la pirateria, cioè l’aggressione di navi mercantili esercitata da privati a scopo di rapina. Il fatto di agire con il consenso, o per conto, di un governo era il principale elemento distintivo della guerra di corsa dalla pirateria.

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