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Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

La Repubblica dei Girondini: Settembre 1792 – giugno 1793 

Rivoluzione francese

 

I massacri di settembre

All’inizio di settembre 1792 l’esercito austro-prussiano proseguì il suo attacco, penetrando sempre più in territorio francese. Dopo la caduta della fortezza di Longwy il 23 agosto, rimaneva la fortezza di Verdun, assediata dal 20 agosto, come ultima difesa lungo la strada per Parigi. Un attacco dell’esercito nemico la fece capitolare il 2 settembre, costringendo la Comune a chiamare alle armi un gran numero di cittadini da inviare al fronte. 

Si diffuse nel popolo un’ondata di panico e di agitazione, per il pericolo esterno dell’invasione e per la convinzione dell’esistenza di un complotto controrivoluzionario interno, che si trasformò in collera verso chi era ritenuto responsabile di questa situazione critica. La popolazione assaltò le carceri di Parigi dal 2 al 7 settembre e oltre mille persone sospettate di atti controrivoluzionari furono sommariamente processate e giustiziate (Massacri di settembre).

La Convenzione nazionale

L’elezione dei deputati della Convenzione nazionale a suffragio universale maschile si svolse dal 2 al 6 settembre 1792 in un’atmosfera molto tesa. In realtà votò solo il 10% degli aventi diritto, a causa principalmente dell’allontanamento dei sostenitori della monarchia, al clima di terrore e alla paura generale.

Il 20 settembre l’avanzata prussiana fu bloccata a Valmy, dove l’armata francese riportò un’importante vittoria, inducendo Austria e Prussia a ritirarsi dalla Francia. Il giorno seguente si riunì la Convenzione nazionale, che proclamò l’abolizione della monarchia e la nascita della repubblica (Prima Repubblica). La Convenzione aveva ora il compito di preparare una nuova costituzione. 

Con la “seconda rivoluzione” dell’agosto-settembre 1792 gli schieramenti politici dell’Assemblea legislativa erano stati sconvolti: gli ultimi aristocratici e monarchici e anche alcuni protagonisti dell’89 co­me La Fayette giudicarono più prudente emigrare.

La Convenzione fu composta da 749 deputati che si divisero in tre gruppi: scomparsi i Foglianti, a destra si collocarono ora i Girondini, a sinistra i Montagnardi e al centro la maggioranza, definita la “pianura” o anche, spregiativamente, la “palude”, che non aveva una linea politica ben definita. I Girondini, che inizialmente ebbero la maggioranza nella Convenzione, erano fautori della guerra rivoluzionaria e rappresentavano fondamentalmente la grande borghesia. La proprietà per loro era sacra. Il nucleo centrale della Gironda era guidato nell’ottobre 1791 da Jacques Pierre Brissot. I Montagnardi (le cui componenti principali erano quella dei Giacobini e dei Cordiglieri) erano dichiaratamente repubblicani, legati alla Comune rivoluzionaria di Parigi e ricercavano il sostegno dei sanculotti. Tra i leader Montagnardi vi furono Maximilien Robespierre, Louis Antoine Saint-Just, Jean-Paul Marat, Georges Jaques Danton, Camille Desmoulins, Georges Couthon.

La Convenzione nominò un Consiglio esecutivo provvisorio, composto in maggioranza da ministri girondini, di cui fece parte anche Georges Danton, che cercò di svolgere un ruolo di media­zione tra le diverse fazioni politiche.

Il processo a Luigi XVI

Fino al dicembre 1792 la Gironda dominò la Convenzione, sull’onda delle vittorie dell’esercito francese. I Girondini mossero una serie di attacchi politici contro esponenti Montagnardi come Marat, Danton e lo stesso Robespierre, senza però conseguire gli obiettivi che si erano proposti. Sicché il peso dei Montagnardi all’interno della Convenzione aumentò, anche per il formarsi di quello che Desmoulins definì il “partito dei flemmatici”, che temporaneamente si schierò con loro.

Il primo compito della Convenzione, ancor prima della stesura di una nuova costituzione, era di stabilire il destino della monarchia. Le divisioni politiche tra Girondini e Montagnardi si esacerbarono, in particolare di fronte alla proposta giacobina di processare Luigi XVI per alto tradimento. L’Assemblea era divisa sull’atteggiamento da adottare. Indisciplinato, senza volontà ferma e timoroso di apparire meno repubblicano della Montagna, il gruppo dei Girondini mancava di coerenza sulla questione del processo al re. La Convenzione restò così, per qualche tempo, incerta in merito. 

Alla fine pe­rò, il ritrovamento di documenti che provava­no i contatti segreti tra Luigi XVI e le forze antifran­cesi e la spinta popolare fecero pendere la bilancia a favore della tesi dei Montagnardi. Così, l’11 dicembre 1792 iniziò il processo al re e il 17 gennaio la Convenzione votò per la sua condanna a morte (con 387 voti favorevoli e 334 contrari). Luigi XVI, designato negli atti del processo come Luigi Capeto, fu ghigliottinato il 21 gennaio 1793.

L’andamento della guerra

La vittoria di Valmy aveva volto le sorti della guerra a favore della Francia che, oltre a cacciare gli eserciti nemici dal proprio territorio, tra la fine del 1792 e l’inizio del 1793 aveva annesso la Savoia, Nizza, il Belgio e la Renania.

I successi militari francesi e l’esecuzione di Luigi XVI pro­vocarono la reazione delle corti europee, così la Francia si trovò a dover combattere contro un’ampia coalizione che comprendeva la Gran Bretagna, l’Arciducato d’Austria, il Regno di Prussia, l’Impero russo, il Regno di Spagna, il Regno del Portogallo, il Regno di Sardegna, il Regno di Napoli, il Granducato di Toscana, la Repubblica delle Sette Province Unite e lo Stato Pontificio.

Fin dai primi attacchi gli eserciti della Prima coalizione antifrancese ri­conquistarono il Belgio e la riva sinistra del Reno (marzo 1793) ed entrarono in territorio francese. L’esercito del re di Sardegna riconquistò la Savoia e gli Spagnoli oltrepassarono i Pirenei.

Il 24 febbraio i Girondini, che ancora controllavano la Convenzione, imposero il reclutamento di massa obbligatorio per incrementare di 300.000 uomini le file dell’esercito, prevedendo l’esecuzione immediata dei renitenti. Questa decisione provocò in alcune regioni sollevazioni popolari.

La crisi economica

Nel frat­tempo la Francia era travagliata da una gravissima crisi economica. La politica economica liberista dei Girondini e la svalutazione degli assegnati, che venivano utilizzati come cartamoneta, aveva fatto aumentare i prezzi dei generi di prima necessità. La rivoluzione rischiava così di perdere l’appoggio del popolo di Pa­rigi e dei contadini che rifiutavano di consegnare il loro grano in cambio di assegnati deprezzati.

La penuria di generi alimentari e l’inflazione, la fame e la miseria spinsero la popolazione parigina a chiedere misure di emergenza contro il mercato nero, l’abbassamento dei prezzi, la requisizione di viveri presso i produttori e la condanna degli speculatori. Queste richieste furono sostenute dai Montagnardi, mentre i Girondini proseguirono la loro politica liberista, favorevole agli interessi dei ceti benestanti.

La guerra civile in Vandea

In questo contesto, nel marzo del 1793 nel dipartimento della Vandea scoppiò un’insurrezione contro il governo rivoluzionario. In questa zona, da sempre sostenitrice della monarchia, già da tempo si era diffuso il malcontento nei confronti della repubblica. Provocata dalla grande leva di 300.000 uomini, la rivolta scoppiò a marzo con massacri di repubblicani. A capo dell’insurrezione, accanto a popolani come J. Cathelineau e J.-N. Stofflet, si posero parecchi nobili ex ufficiali. Formata in parte da contadini, si costituì l’Armée royale et catholique, organizzata da aristocratici e da esponenti del clero, che costrinse la Convenzione ad attuare un duro intervento repressivo.

L’Armée royale et catholique vandeana prese Fontenay e Saumur, sconfisse F.-J. Westermann a Châtillon (25 luglio) e parve sul punto di riversarsi vittoriosa sulla stessa Parigi. Il 1° agosto la Convenzione ordinò lo sterminio dei ribelli: gli insorti vinsero ancora a Coron e Torfou, ma poi ebbero la peggio a Cholet, Le Mans e Savenay. La rivolta van­deana fu schiacciata nel mese di novembre 1793. Contro i focolai di resistenza, al principio del 1794 le “colonne infernali” di L.M. Turreau ebbero l’ordine di passare per le armi tutti i Vandeani e di bruciare villaggi, case e boschi. Decine di migliaia di persone furono uccise (le stime sul numero di morti sono controverse) e numerosi villaggi furono distrutti.

La successiva politica di conciliazione adottata dal governo termidoriano portò a una momentanea pace tra febbraio e maggio 1795, ma in giugno l’insurrezione ricominciò. Il comandante dell’armata dell’Ovest, il generale L. Hoche, tentò la via delle conciliazioni separate e in breve la maggioranza dei ribelli abbandonò i capi, battuti e giustiziati nel 1796.

Il conflitto tra Giacobini e Girondini

Nella Convenzione lo scontro politico vide protagonisti i Girondini di Brissot contro i Giacobini di Robespierre e di Saint-Just. Il 10 marzo 1793 la Convenzione istituì il Tribunale rivoluzionario, mediante il quale vennero giudicati i nemici, o presunti tali, della rivoluzione. Il 6 aprile, in sostituzione del Comitato di difesa generale, fu istituito il Comitato di salute pubblica, formato da nove membri della Convenzione (allargato in seguito a dodici), che venivano rinnovati mensilmente mediante elezione. Il Comitato di salute pubblica, che fu inizialmente controllato da Danton, proponeva le leggi e nominava i rappresentanti per le missioni di guerra al fronte e all’interno dei dipartimenti, anche se l’approvazione finale delle decisioni spettava alla Convenzione. L’esclusione dei Girondini dal Comitato di salute pubblica fu causa di tensioni tra i rivoluzionari. 

La miccia dello scontro finale tra Girondini e Giacobini fu accesa dalla notizia della defezione del generale Dumouriez il 4 aprile 1793. Il giorno seguente i Giacobini, su proposta di Marat, avanzarono una petizione per chiedere la destituzione dei deputati girondini della Convenzione, considerati complici di Dumouriez. La Gironda reagì con la messa in stato di accusa di Marat in quanto ispiratore della petizione, ma senza successo.

Il 2 giugno una grande manifestazione armata di sanculotti sostenuti dalla Guardia nazionale al comando di François Hanriot circondò il palazzo delle Tuileries, dove era riunita la Convenzione nazionale. I deputati non poterono uscire e uno dei collaboratori di Robespierre, Georges Couthon, chiese l’arresto di due ministri e di ventinove deputati girondini. La Convenzione, sotto assedio, fu obbligata ad approvare.

Brissot, Lebrun, Vergniaud e altri leader girondini, dopo un breve processo tenutosi a Parigi dal 24 al 30 ottobre, furono processati e ghigliottinati. Con la caduta della Gironda, la guida della Convenzione nazionale passò ai Montagnardi, appoggiati esternamente dai sanculotti.

L’allontanamento dei Girondini dal potere scatenò la reazione delle province a loro favorevoli contro la Convenzione: si parlò di “rivolta federalista”. Insorsero contro il governo di Parigi le altre città principali, quasi tutte di simpatie girondine: Lione, Bordeaux, Marsiglia. Tolone, sede della marina militare, si consegnò agli inglesi. Questi pericoli rafforzarono l’intesa tra la borghesia giacobina, rappresentata nella Convenzione dai Montagnardi, e che controllava il Comitato di salute pubblica, e i sanculotti. I sanculotti fino alla primavera del 1794 furono in grado di orientare molte decisioni, come il calmiere dei prezzi, l’instaurazione del Terrore, la legge contro i “sospetti”.

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