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La Rivoluzione industriale

Significato del termine

Quando si parla di rivoluzione industriale in genere ci si riferisce al processo di sviluppo verificatosi in Inghilterra a partire dalla seconda metà del Settecento. Tra il 1770 e il 1846 il peso del settore industriale in Inghilterra passò infatti dal 21% al 53%. che poi si diffuse successivamente si diffuse in molti paesi europei, negli Stati Uniti e in Giappone, coinvolgendo nel corso del Novecento quasi tutte le aree del pianeta, attraverso un processo che oggi viene definito con il termine di globalizzazione.

Perché in Inghilterra

La rivoluzione industriale iniziò in Inghilterra poco dopo la metà del Settecento, perché qui si verificarono contemporaneamente alcune condizioni favorevoli: notevole crescita demografica, grande ricchezza accumulata con l’agricoltura e col commercio, cioè capitali da investire, altissima domanda di prodotti. Dall’Inghilterra si estese nel secolo successivo all’Europa continentale, soprattutto alla Francia e alla Germania, e di lì a vari paesi del mondo. La rivoluzione industriale inglese, giunta a compimento verso la metà dell’Ottocento, fu favorita dalla presenza in Inghilterra di condizioni particolarmente favorevoli, tra le quali vi furono:

  • le peculiari tradizioni politiche britanniche, con la presenza di istituzioni politiche liberali che davano spazio alla libera iniziativa privata;
  • la mentalità delle classi dirigenti, inclusa l’aristocrazia, più propense a dedicarsi alle attività produttive e alla ricerca del profitto, che potevano svolgersi in un quadro di libertà e di certezza del diritto; 
  • la recinzione e la privatizzazione delle terre comuni nelle campagne, con lo sviluppo del capitalismo in agricoltura e con una vera e propria “rivoluzione agricola” (rotazione continua; integrazione tra agricoltura e allevamento; introduzione di macchine);
  • la disponibilità di manodopera a basso costo, dovuta all’espulsione dei contadini dalle campagne;
  • il possesso di un vasto impero coloniale che fece affluire notevoli ricchezza verso la madrepatria;
  • una grande disponibilità di capitali (accumulazione) dovuta alle radicali trasformazioni avvenute in campo agricolo e alle ricchezza provenienti dalle colonie;
  • l’elevata disponibilità di materie prime e di risorse minerarie;
  • l’incremento demografico;
  • le condizioni della popolazione, tra le più prospere d’Europa, che costituiva un potenziale mercato per consumi.
La rivoluzione agricola

Nelle campagne inglesi, fin dal Cinque-Seicento, erano stati avviati profondi cambiamenti. Molte terre comuni, strette aree di bosco e di pascolo che i contadini sfruttavano collettivamente secondo antiche usanze medievali, erano state privatizzate e recintate con siepi e muretti (da cui il termine di “recinzioni”). Nei terreni privatizzati i proprietari cercarono di rendere l’agricoltura più moderna e produttiva. La rivoluzione agricola produsse un cambiamento radicale nelle tecniche di coltivazione e nella società contadina tra Sei e Settecento in Inghilterra e fra Sette e Ottocento in tutta Europa. Le trasformazioni più significative furono il miglioramento dell’aratro e l’invenzione della trebbiatrice e della seminatrice, l’introduzione e l’estensione di nuove colture come il mais, la patata e la barbabietola, da cui si iniziò a estrarre lo zucchero. Si adottò inoltre la rotazione quadriennale: due parti del terreno coltivate a cereali, la terza a leguminose, la quarta lasciata a pascolo, arrivando così a sfruttare tre quarti della superficie coltivabile. Così, insieme alla produzione agricola, migliorò anche l’allevamento. Ulteriori miglioramenti si ebbero infine con la selezione delle sementi e dei riproduttori animali, nonché con l’estensione e il miglioramento del terreno grazie al drenaggio del suolo. Infine, la disponibilità di manodopera a basso costo, dovuta all’espulsione dei contadini dalle campagne, favorì lo sviluppo delle industrie.

Il primato dell’Inghilterra

Agli inizi del Settecento l’Inghilterra era il paese più ricco d’Europa. La sua ricchezza non proveniva solo dall’agricoltura ma anche dal commercio. Gli Inglesi infatti avevano conquistato la supremazia sui mari. Dal 1713 avevano ottenuto il controllo della tratta degli schiavi. Dalle colonie d’America e d’Asia giungevano ai porti inglesi grandi quantità di materie prime (legno, zucchero, cotone ecc.) e la domanda di prodotti lavorati, in particolare di tessuti. A partire dalla seconda metà del ‘700 l’Inghilterra raggiunse un indiscusso primato nel settore industriale, che mantenne per quasi tutto l’Ottocento: fabbricò ed esportò la maggior quantità di prodotti, costruì la rete ferroviaria più estesa, sviluppò le banche, le assicurazioni e la borsa.

Dal lavoro a domicilio al factory system

Il lavoro a domicilio

Per tutto il Medioevo la produzione tessile era stata opera di artigiani che lavoravano a bottega con l’aiuto di semplici macchine (telai) di loro proprietà. Dalla fine del Cinquecento aveva cominciato a svilupparsi in Inghilterra il lavoro a domicilio. Mercanti di città distribuivano alle famiglie contadine le materie prime per la lavorazione e qualche volta anche gli strumenti di lavoro, poi ritiravano il lavoro finito. Nelle case contadine si lavorava nel tempo lasciato libero dalla coltivazione dei campi. Tutti collaboravano alla produzione: gli uomini tessevano, le donne filavano, i vecchi e i bambini avvolgevano il filo in matasse.

Le fabbriche

Ben presto artigiani e lavoranti a domicilio non riuscirono più a soddisfare la crescente domanda di prodotti che proveniva dalle colonie e dalla popolazione in aumento. Un notevole aumento della produttività fu possibile grazie all’invenzione di nuove macchine e a una serie di miglioramenti tecnici. Le macchine per la produzione industriale diventarono sempre più grandi e numerose e non poterono più trovare posto nelle case dei lavoratori. Perciò furono costruite le fabbriche, stabilimenti capaci di contenere grandi macchinari e migliaia di operai. Il lavoro a domicilio non scomparve del tutto ma le fabbriche si diffusero sempre di più. Le prime fabbriche funzionavano a energia idraulica e dovevano perciò sorgere presso fiumi o torrenti. L’energia idraulica non era sempre disponibile perché i torrenti potevano prosciugarsi o gelare. Solo quando si diffuse l’impiego della macchina a vapore la vicinanza dei torrenti non fu più indispensabile e si poté produrre energia dappertutto e in tutte le stagioni.

Sistema di fabbrica, divisione del lavoro, disoccupazione

Il sistema di fabbrica, a partire dal settore tessile, concentrò la produzione, le macchine e gli operai in grandi edifici. Nelle fabbriche si sviluppò la divisione del lavoro e divenne più rigoroso il controllo su orari e ritmi di lavoro da parte del capitalista, che resero il processo produttivo più efficiente rispetto al lavoro a domicilio. La disciplina di fabbrica sottopose gli operai all’inesorabile tirannia dell’orologio e la specializzazione delle funzioni produttive si spinse nella fabbrica ben oltre i limiti raggiunti nelle botteghe e nei laboratori a domicilio.

Con la rivoluzione industriale il lavoro delle macchine iniziò a sostituire quello dell’uomo, con diverse conseguenze. La scienza fu applicata all’organizzazione del lavoro, con l’obiettivo della massima efficienza del processo produttivo: le lavorazioni dovevano essere bene organizzate, col minimo spreco di tempo e di denaro. Aumentò enormemente la produzione di beni e diminuì il loro costo, in conseguenza del grande incremento della produttività. Una macchina, infatti, poteva produrre centinaia o migliaia di pezzi nel tempo in cui un artigiano ne realizzava poche unità. Diminuì la competenza professionale richiesta al lavoratore: l’artigiano doveva possedere un’abilità assai maggiore di quella dell’operaio, il cui lavoro dipendeva dalle macchine, anche per quanto riguardava i tempi e i ritmi dell’attività produttiva, che divennero più rapidi e senza tempi morti. L’avvento del factory system determinò la fine della centralità della famiglia come luogo di organizzazione e di divisione del lavoro e la separazione sempre più netta del lavoratore dal controllo del processo produttivo e dei prodotti del lavoro.

Lo sviluppo del sistema di fabbrica determinò drammatiche conseguenze: la meccanizzazione della tessitura portò con sé la distruzione della figura professionale centrale dei tessitori, che dai circa 250.000 che erano nell’Inghilterra del 1820 si videro ridotti a 3000 intorno alla metà del secolo. Molti contadini affluirono dalle campagne in città per lavorare in fabbrica, perché i salari dell’industria, anche se molto bassi, attraevano chi si trovava a vivere di stenti. A causa della grande abbondanza di manodopera, le industrie offrivano salari bassi e condizioni di lavoro assai dure, con orari giornalieri di dodici o quattordici ore, nella certezza che se un lavoratore non avesse accettato molti altri sarebbero stati pronti a rimpiazzarlo.

Il settore tessile

In questo favorevole contesto furono introdotte nell’arco di pochi anni numerose innovazioni tecnologiche, che permisero incrementi di produttività senza precedenti. Il settore tessile fu il primo ad essere protagonista di un rapido sviluppo industriale. L’avvento della meccanizzazione della filatura e in un secondo tempo della tessitura, prima del cotone e poi della lana, permisero uno straordinario aumento della produttività del lavoro: nella filatura del cotone essa crebbe di circa 150 volte entro la fine del secolo e di trecento entro il 1825.

Filatura e tessitura

In breve tempo le operazioni di filatura e tessitura furono svolte da macchine: nel 1833 un solo operaio, assistito da un ragazzo, poteva sorvegliare contemporaneamente il lavoro di quattro telai, producendo venti volte di più di un tessitore a mano.

Un cambiamento radicale, che aumentò di 24 volte la produzione di filo, avvenne con l’invenzione del filatoio meccanico a lavoro intermittente, detto spinning Jenny (“Jenny che fila”), di James Hargreaves (1764 circa).

Col successivo filatoio a energia idraulica di Richard Arkwright (1767) la produzione di filo aumentò di cento volte. Infine, ancora in Inghilterra, il cosiddetto mulo di Samuel Crompton (1779), azionato da una macchina a vapore, rese possibile manovrare contemporaneamente alcune centinaia di fusi e il filo divenne più robusto e regolare.

La tessitura non tardò ad adeguarsi ai nuovi ritmi. Già nel 1787, il tecnico inglese Edmund Cartwright ideò, brevettò e perfezionò un telaio meccanico, che applicò in un proprio stabilimento e col quale riuscì per primo a tessere tela liscia di una certa altezza. Dopo molti perfezionamenti, il telaio di Cartwright raggiunse un’altissima velocità e una grande semplicità di funzionamento.

Le fonti di energia, la siderurgia, la chimica, la rete ferroviaria.

Tra i grandi protagonisti della rivoluzione industriale vi furono il carbone e la macchina a vapore, che divennero la forza motrice impiegata nell’industria tessile, in sostituzione dell’energia idraulica. La macchina a vapore di J. Watt, il cui uso si diffuse soprattutto dall’inizio dell’Ottocento, permise di estrarre il carbone in profondità, aprendo la possibilità di disporre di grandi risorse energetiche. La macchina a vapore permetteva l’estrazione di una maggior quantità di carbone, che a sua volta serviva ad alimentarla.

Inoltre, il carbone e la macchina a vapore diedero impulso ad altre industrie, come quella siderurgica e meccanica. In campo siderurgico si sviluppò la produzione di ferro con il carbone coke di A. Darby e i procedimenti di H. Cort per il puddellaggio e la laminazione. L’insieme di questi fattori, con l’invenzione della locomotiva a vapore, rese possibile dagli anni Venti dell’Ottocento un altro evento rivoluzionario, la costruzione di una vasta rete ferroviaria. 

Il contributo degli scienziati fu fondamentale nello sviluppo dell’industria chimica. Le fabbriche tessili richiedevano quantità sempre maggiori di candeggianti, di coloranti, di sgrassanti (per ripulire la lana grezza). Per la lavorazione dei tessuti, ma anche del vetro o dei saponi, si ricorse perciò a sostanze chimiche, che si ottenevano in laboratorio e si potevano produrre nella quantità desiderata. Molte furono le scoperte e molti i chimici di grande valore, fra i quali il francese Lavoisier, considerato il fondatore della chimica moderna.

La macchina a vapore di Watt

La macchina a vapore trasformava l’energia termica in energia meccanica, cioè sfruttava il calore per produrre movimento. Nella macchina a vapore si bruciava carbone per far bollire l’acqua di una caldaia e produrre il vapore. Questo, premendo sulle pareti del contenitore, metteva un movimento un pistone che a sua volta azionava altri macchinari. La prima macchina a vapore fu sviluppata dal fisico francese Denis Papin intorno al 1690 e fu utilizzata nella costruzione di pompe per l’acqua. Nel 1705 Thomas Newcomen ideò una macchina più avanzata che permise di sviluppare pompe idrauliche utilizzate per prosciugare miniere e terreni.

L’inventore scozzese James Watt (1736-1819) costruì una macchina (1769) che riduceva di quasi quattro volte il consumo di combustibile. Nella macchina di Watt il raffreddamento del vapore avveniva in un condensatore separato e non nel cilindro, che così si manteneva sempre caldo e richiedeva meno combustibile per raggiungere la temperatura voluta. Watt realizzò inoltre un meccanismo che trasformava il moto rettilineo del pistone in un moto circolare continuo, grazie a un volano e a una biella. La macchina a vapore di Watt non fu impiegata solo nelle miniere, ma anche nelle fonderie e dopo il 1785 trovò applicazione nell’industria tessile, che si andava allora rapidamente meccanizzando.

Treni e navi a vapore

Il progresso industriale fu accompagnato dallo sviluppo dei trasporti. Nel 1825 per opera dell’ingegnere inglese George Stephenson e di suo figlio Robert entrò in funzione in Inghilterra la prima linea ferroviaria del mondo, la Stockton-Darlington, che collegava una miniera dell’interno con la costa. Quattro anni più tardi gli Stephenson costruirono una nuova locomotiva, capace di raggiungere la velocità media di 36 chilometri orari, per questo chiamata The Rocket (“Il Razzo”). Contro la nascita delle ferrovie non mancarono le proteste. C’era chi sosteneva che velocità superiori a 50 chilometri orari avrebbero finito per asfissiare i passeggeri, togliendo loro l’aria, e gli agricoltori temevano che le mucche, spaventate dal fracasso delle locomotive, avrebbero perso il latte. Ma l’esperienza dimostrò in breve che tutti i timori erano infondati e una rete ferroviaria sempre più fitta attraversò ben presto l’Inghilterra e l’Europa.

Verso la fine del 1700 si tentò di applicare il motore a vapore anche alle navi. Un primo battello a vapore dal nome Pyroscaphe fu varato in Francia nel 1783. Ma la navigazione fluviale ebbe un grande sviluppo soprattutto in America, un continente dai grandi fiumi e ancora quasi privo di strade. Nel 1807 il battello a vapore Clermont, dell’americano Robert Fulton, iniziò i suoi viaggi quotidiani fra New York e Albany. Nel 1818 la nave americana Savannah attraversò in diciannove giorni l’oceano Atlantico. Le navi a vapore però dovettero usare, ancora per decenni, anche le vele perché era molto difficile trasportare i grossi carichi di carbone necessari per la traversata.

Borghesia e proletariato

La borghesia industriale e il sistema bancario

Lo sviluppo delle industrie e del commercio accrebbe l’importanza della borghesia, che vide crescere notevolmente il suo peso sociale e politico. Il crescente sviluppo dell’industria comportò un aumento del costo dei mezzi di produzione e, di conseguenza, la necessità di investire capitali sempre più grandi. Difficilmente i singoli imprenditori disponevano del denaro necessario, perciò iniziarono sempre più a rivolgersi alle banche per reperirlo.

La condizione operaia

Con lo sviluppo del sistema di fabbrica si formò una nuova classe sociale, costituita dagli operai, detta anche proletariato. Molti operai mal sopportavano la dura disciplina di fabbrica. Gli orari di lavoro erano molto lunghi, secondo i ritmi imposti dalle macchina e dall’orologio, sotto il continuo controllo di sorveglianti. I salari degli operai erano bassi e in particolare le donne e i bambini impiegati nel lavoro erano retribuiti miseramente. Il salario di un uomo adulto non bastava, perciò per sopravvivere una famiglia aveva bisogno anche del lavoro di donne e bambini. Gli imprenditori li assumevano volentieri perché la loro paga era notevolmente inferiore a quella degli adulti. Il lavoro infantile era molto diffuso, soprattutto nelle fabbriche tessili, nelle miniere, nelle tipografie. Nelle miniere il lavoro era particolarmente duro e faticoso: gli uomini scavavano il minerale, le donne e i bambini lo trasportavano in superficie lungo stretti cunicoli e c’era il pericolo continuo di crolli, di allagamenti, di esplosioni di gas (il grisou) o di mine difettose.

Lotta di classe

In seguito all’industrializzazione si diffusero e si inasprirono pertanto i conflitti sociali e la lotta di classe, che fecero sorgere il movimento operaio. I lavoratori si unirono nelle organizzazioni sindacali (Trade unions), inizialmente vietate dalla legge, per contrastare lo sfruttamento e migliorare le condizioni di lavoro. Nel corso del XIX secolo la condizione delle classi lavoratrici cominciò a migliorare. Il lavoro minorile fu limitato in Inghilterra da una legge inglese del 1833 e i salari degli operai aumentarono. La produzione industriale permise di ridurre il costo delle merci e un numero sempre maggiore di famiglie operaie poté acquistare beni di consumo che prima erano riservati solo ai ceti più benestanti.

Urbanesimo

Città industriali

Con la rivoluzione industriale le fabbriche si concentrarono in alcune aree industriali, in prossimità di centri urbani sempre più grandi. Molte persone emigrarono in cerca di lavoro dalle campagne verso le città, che videro crescere rapidamente la propria popolazione. Per ridurre al minimo i costi di trasporto, gli imprenditori preferivano insediare le fabbriche vicino alle miniere di ferro o di carbone, attorno alle quali si svilupparono nuovi centri urbani, come Liverpool e Manchester.

I quartieri operai

Nelle città i quartieri operai si estesero disordinatamente, privi dei più elementari servizi igienici e di acqua potabile. Nei centri industriali la mortalità era molto elevata: agli inizi dell’Ottocento, un bambino su due fra quelli nati in città moriva prima dei 5 anni. Oltre la metà delle morti era causata dalle malattie infettive che colpivano con particolare violenza i quartieri operai. Nei quartieri operai, che si estendevano a perdita d’occhio accanto alle fabbriche, le case erano piccole e malsane, l’arredamento era poverissimo e l’affollamento enorme. Le condizioni igieniche erano disastrose e favorivano il propagarsi di malattie infettive, come il vaiolo, il tifo, la scarlattina, la tubercolosi. Fra i bambini, malnutriti e sottoposti a dure fatiche, si diffuse il rachitismo infantile, che provocava gravi malformazioni ossee.

Città e inquinamento

Con la rivoluzione industriale aumentò notevolmente l’inquinamento, principalmente a causa dell’impiego del carbon fossile come combustibile. Le alte ciminiere delle fabbriche scaricavano nell’aria i fumi velenosi della combustione e le città industriali inglesi cominciarono a ricoprirsi di una caratteristica patina nerastra di fuliggine. Inoltre, le scorie della lavorazione venivano smaltite nei fiumi, inquinandone le acque. Dall’inizio dell’età dei combustibili fossili, le società umane furono esposte all’inquinamento molto più che in passato e con conseguenze assai più gravi.

Il liberismo

Nella nuova società dominata dalla mentalità della borghesia, si passò da una concezione statica della ricchezza a una concezione dinamica: la ricchezza non fu più vista come mero accumulo di beni e di denaro ma come denaro impiegato in attività che generino altro denaro. Il capitale è appunto denaro che non viene dissipato nell’acquisto di beni di lusso ma investito in attività produttive. Nella nascente società capitalistica si affermò il liberismo, una teoria economica secondo la quale il commercio e l’industria sono favoriti dalla libera circolazione delle merci e dall’assenza si dazi doganali che la ostacolino. Il libero scambio e la libera circolazione delle merci favoriranno la diminuzione dei loro prezzi, con vantaggio per chi le acquista. Secondo i liberisti lo Stato non deve intervenire nelle attività economiche, perché il mercato funziona in base a leggi razionali (come quella della domanda e dell’offerta) ed è in grado di regolamentarsi da solo.

Uno dei maggiori teorici del liberismo fu l’inglese Adam Smith, considerato il padre dell’economia politica classica. La sua opera più importante è l’Indagine sulla natura e sulle cause della ricchezza delle nazioni (1776), in cui sostiene che il benessere dell’individuo coincide con quello della società: l’individuo che persegue il proprio interesse finisce per assicurare l’interesse della società. Non bisogna temere che la ricerca del proprio interesse da parte degli individui possa danneggiare la società, perché al contrario essa la rafforza.

Adam Smith sostenne che il lavoro è la fonte principale di ogni ricchezza: se alcune forme di lavoro consumano ricchezza e sono improduttive (per esempio il lavoro del servitore), ce ne sono altre che aumentano la ricchezza e sono quindi produttive (il lavoro dell’operaio, del contadino, dell’artigiano). 

Scrive Adam Smith:

“Vi è una specie di lavoro che accresce il valore dell’oggetto al quale è destinato; ve ne è un’altra che non ha questo effetto. La prima, in quanto produce valore, può essere detta lavoro produttivo; l’altra lavoro improduttivo. Così il lavoro di un operaio generalmente aggiunge al valore dei materiali che lavora quello del suo mantenimento e del profitto del suo padrone. Il lavoro di un servitore, invece, non incrementa il valore di nulla. Sebbene il datore anticipi il salario all’operaio, quest’ultimo in realtà non gli costa nulla, poiché il valore del suo salario viene ricuperato, con un profitto. Mentre il mantenimento di un servitore non viene mai ricuperato. Si diventa ricchi assumendo una quantità di operai, ma si diventa poveri mantenendo una quantità di servitori.”

Smith elaborò la teoria della divisione del lavoro, secondo cui la produttività dell’operaio di fabbrica è nettamente superiore a quella dell’artigiano. Essa si basa sulla divisione del ciclo produttivo in operazioni distinte da assegnare a gruppi di operai che vi si specializzano, senza la necessità di conoscere gli altri elementi del ciclo produttivo. Mentre l’artigiano conosceva e partecipava a tutto il ciclo della produzione, nella fabbrica moderna l’operaio svolge una sola operazione semplice e ripetitiva.

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