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Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

Le migrazioni dall’antichità all’età moderna

 

Le migrazioni, antiche quanto l’uomo

Secondo le teorie oggi più accreditate, i primi Ominidi sulla terra sarebbero comparsi da 5 milioni a 1 milione di anni fa nell’Africa subsahariana. Da allora si sono progressivamente diffusi in tutto il mondo.

La diffusione degli insediamenti umani fu profondamente influenzata da fattori ambientali (in particolare dalle glaciazioni) e fu accompagnata da un adattamento evoluzionistico.

Per la maggior parte i movimenti di popolazione che furono all’origine della diffusione dell’uomo sulla Terra furono diretti all’occupazione e colonizzazione di habitat disponibili. Già i popoli di cacciatori e raccoglitori migravano alla ricerca di zone più ricche di vegetali commestibili e di cacciagione, e in genere più idonee alla sopravvivenza.

 

Le migrazioni nell’antichità

Nonostante l’introduzione dell’agricoltura in alcune zone del mondo (X-VIII millennio a.C.), per lungo tempo moltissime popolazioni restarono sostanzialmente nomadi, perché la loro economia era legata alla pastorizia, al commercio o al mare. Il consolidamento di grandi aggregati politici stimolò il desiderio di espansione e di conquista di nuovi territori al fine di sfruttare le loro risorse naturali e il lavoro servile delle popolazioni assoggettate. Durante tutta l’antichità il Mediterraneo è stato percorso da navi ed eserciti che si spostavano da una parte all’altra delle sue coste per creare sbocchi mercantili ed ampliare regni.

Le conquiste politico-militari dell’antichità provocarono grandi spostamenti di popolazione tanto dalla madrepatria verso i territori conquistati, quanto da questi, perlopiù in condizione di schiavitù, verso il paese dei conquistatori. Nel mondo antico è difficile operare una netta distinzione tra migrazioni e colonizzazioni. 

La civiltà greca è il risultato della fusione tra i popoli indoeuropei, provenienti dalle steppe danubiane, e le popolazioni autoctone dell’Europa centrale e meridionale. Migrazione e colonizzazione si ritrovano nella fondazione delle colonie greche e fenicie sulle coste e nelle isole del Mediterraneo, e lo stesso vale per i movimenti delle popolazioni identificate come Celti. La successiva creazione degli imperi del Medio Oriente e poi degli imperi macedone e romano comportò in un primo tempo spostamenti di popolazione di proporzioni relativamente modeste, ma a questi fecero seguito trasferimenti assai più massicci, inclusi esodi forzati di consistenti gruppi etnici per motivi politici, militari ed economici. 

 

Le migrazioni nel Medioevo

Le “invasioni barbariche”

La massiccia migrazione di popoli verificatasi tra il IV e il X secolo d.C., quando ondate successive di tribù germaniche e, in seguito, di Berberi e Magiari penetrarono nel subcontinente europeo, diede luogo a imponenti esodi e spostamenti di popolazione. Con le cosiddette invasioni barbariche, vi furono lo scontro e la fusione tra le popolazioni germaniche provenienti dal Nord Europa e dalle steppe asiatiche e l’Impero romano. Esse crearono le basi di quella che sarebbe diventata l’Europa. Le migrazioni slave tra il VII e il X secolo ebbero come luogo d’origine l’area a nord dei Carpazi e portarono gli Slavi meridionali nei Balcani, quelli occidentali in Boemia e Polonia e quelli orientali nella Russia centrale.

Una società statica?

La società medievale era fondata sull’agricoltura, sulla proprietà terriera e dunque sul valore della sedentarietà. Con il Medioevo il movimento delle persone divenne qualcosa che occorreva controllare e limitare. Così, i vagabondi e i viandanti iniziarono a subire una progressiva emarginazione anche in termini legislativi (“banditi”, nel senso di persone colpite da un bando, una limitazione della libertà di movimento).

Tuttavia, lungi dall’essere un’età statica, il periodo compreso tra l’XI e il XVI secolo fu caratterizzato da estesi movimenti di popolazione in molte aree del continente europeo. La mobilità dei primi secoli fu alimentata in larga misura da un consistente incremento demografico che, prima della comparsa delle malattie pandemiche, fece aumentare la popolazione europea da 30 a più di 70 milioni di individui. Nella maggior parte dei casi gli spostamenti avvenivano tra zone rurali diverse e su brevi distanze. Tuttavia la progressiva urbanizzazione dell’Europa centrale e occidentale determinò consistenti spostamenti dalle campagne alle città.

Grande successo ebbe la migrazione di coloni germanici verso l’Europa centro-orientale, molto intensa tra l’XI e il XIV secolo, pianificata, organizzata e guidata dai principi tedeschi. Le condizioni molto favorevoli per le famiglie che si spostavano (con ampi poderi assegnati senza oneri fiscali o feudali) alimentarono una notevole espansione demografica e territoriale.

 

Le migrazioni nell’età moderna

La scoperta dell’America e il colonialismo

La cosiddetta “scoperta” dell’America, con il conseguente sorgere dei grandi imperi coloniali, spagnolo e portoghese, fece affluire nelle colonie forti flussi migratori di quadri politici, militari e tecnici provenienti dalla madrepatria. Se durante le prime fasi a lasciare il vecchio continente furono avventurieri e conquistatori, ben presto si realizzò il cosiddetto modello delle tre M: mercanti, missionari e militari.

Tra l’inizio del XVI secolo e la metà del XVII circa 400.000 Spagnoli emigrarono nei Caraibi, nell’America centrale e meridionale e in Messico. Nello stesso periodo circa 70.000 Portoghesi migrarono in Brasile. 

America settentrionale e Caraibi

Prima del periodo di massima espansione delle migrazioni, nel XIX secolo, l’America settentrionale accoglieva già circa 1 milione di immigrati provenienti dal Regno Unito (comprese Scozia e Irlanda) e i Caraibi ne assorbivano altri 100.000. I flussi migratori provenienti da altre regioni europee furono più modesti, anche se la Francia, gli Stati tedeschi, l’Olanda e la Scandinavia ebbero correnti di emigrazione di un certo rilievo. Con il loro progressivo popolamento, le nuove terre divennero anche la meta di esiliati, condannati, eretici ed oppositori politici. Viceversa, le popolazioni indigene furono ridotte in condizioni di sottomissione o sterminate.

La tratta degli schiavi

Il commercio degli schiavi neri era praticato nell’Africa sub-sahariana dall’antichità ed era proseguito nel Medioevo. Gli Arabi ne furono i principali protagonisti, sotto i califfati Omayyade e Abbaside. 

Dopo le grandi scoperte geografiche del XV e XVI secolo, tuttavia, l’Africa equatoriale divenne un vero e proprio “serbatoio” di schiavi diretti verso le colonie europee nelle Americhe, dove era richiesta manodopera da sfruttare nelle miniere di oro e argento e nelle estese piantagioni di cotone, tabacco, canna da zucchero e caffè. I popoli indigeni del continente americano avevano subito un crollo demografico in seguito alle conquiste, al lavoro forzato e alle malattie portate dagli Europei. Iniziò così a prosperare un massiccio traffico di schiavi africani che venivano prelevati soprattutto dalle coste atlantiche dell’Africa e deportati sulle navi negriere verso le Americhe.

Questa migrazione forzata iniziò nei primi anni del ‘500 e si intensificò nei secoli successivi. Essa fu gestita principalmente dai mercanti portoghesi, verso l’America meridionale, e successivamente anche da trafficanti francesi e inglesi, che convogliarono molti schiavi verso le colonie nordamericane. Durante il viaggio verso l’America, che durava alcuni mesi, gli schiavi erano tenuti incatenati, in condizioni igieniche pessime e mal nutriti, tanto che molti morivano durante il viaggio. Arrivati in America gli schiavi venivano venduti e iniziavano a lavorare nelle piantagioni. I negrieri con il denaro ricavato dalla loro vendita comperavano materie prime da portare in Europa. Milioni di schiavi africani migrarono forzatamente verso le Americhe, prima che nell’Ottocento si giungesse progressivamente all’abolizione della schiavitù.

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