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Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

Libro e moschetto, fascista perfetto

La scuola fascista

La riforma Gentile

Nel corso del 1923 il Ministro dell’istruzione pubblica, il filosofo Giovanni Gentile, con la collaborazione del pedagogista e filosofo Giuseppe Lombardo Radice realizzò un’organica riforma della scuola, che Mussolini definì “la più fascista”. La riforma innalzò obbligo scolastico a 14 anni e previde la scuola elementare obbligatoria e gratuita dai sei ai dieci anni. Essa era suddivisa in due corsi: inferiore fino alla terza classe, e superiore fino alla quinta, a cui si accedeva superando un apposito esame di Stato.

Una scuola per la classe dirigente

La riforma si proponeva in primo luogo di creare un tipo di scuola capace di formare le classi dirigenti del paese mediante la formazione classica e umanistica, cui venne dato un ruolo centrale nel nuovo ordinamento. In questo quadro, grande rilievo assumeva il Liceo classico, l’unico tipo di scuola secondaria che desse accesso a tutte le facoltà universitarie. Inoltre, alle classi popolari era riservata la “scuola di avviamento professionale” che aveva lo scopo, appunto, di avviare al lavoro. L’accesso al liceo classico e all’istruzione universitaria fu reso molto restrittivo tramite esami sempre più rigorosi, mentre la massa degli studenti confluiva verso le scuole per l’avviamento professionale. Il liceo classico accentuò il suo carattere umanistico e le materie scientifiche furono ridotte, mentre nel liceo scientifico le ore di materie scientifiche rappresentavano solo un terzo del totale, a fronte di due terzi di materie classiche.

La Riforma Gentile, tuttavia, non rispose pienamente all’idea di educazione totalitaria del regime. Molti inoltre ritenevano che fosse troppo elitaria, poco attenta alle esigenze di una formazione tecnico-scientifica e non rispondente alle necessità del mondo economico. Inoltre, anche la Chiesa era critica perché essa prevedeva l’insegnamento della religione cattolica solo nella scuola elementare.

Propaganda ed esigenze di rinnovamento

Il Ministero dell’Educazione Nazionale

Dal 1929 in poi, il sistema dell’istruzione fu rimaneggiato. Il Ministero della Pubblica Istruzione assunse la denominazione di Ministero dell’Educazione Nazionale, allo scopo di renderlo più adatto al progetto di fascistizzare la scuola. Così, la scuola divenne un elemento importante nella costruzione del regime totalitario, che mirava a estendere il controllo dello Stato e del PNF sull’intera società civile.

Libro e moschetto, fascista perfetto

Negli anni Trenta il regime attribuì alla scuola un ruolo fondamentale per la manipolazione ideologica e per la creazione del consenso. Essa divenne una delle fonti primarie di indottrinamento dei giovani, che assunse particolare rilievo con l’istituzione per legge, nel 1929, del testo unico di Stato con cui il regime poteva esercitare un controllo diretto sull’insegnamento. Sempre nel 1929 il fascismo impose ai maestri elementari il giuramento fedeltà, esteso poi agli insegnanti della scuola secondaria e ai docenti universitari.

La scuola, la GIL, i GUF, l’ONB, l’ONMI, i media, l’Accademia, l’Istituto di cultura fascista, l’Istituto Luce, il Ministero della Cultura Popolare formavano l’imponente apparato propagandistico che avrebbe dovuto diffondere i punti cardine dell’ideologia fascista: la religione, il nazionalismo, la famiglia, la subordinazione della donna, la gerarchia, il militarismo, il virilismo, l’attivismo eroico.

In seguito alle pressioni degli industriali affinché la scuola formasse dei giovani con competenze tecniche specifiche, il regime cercò di adeguare la scuola alle esigenze della realtà produttiva e sociale.

Nel 1929, in sostituzione del Ministero dell’Economia Nazionale e della Marina, il Ministero dell’Educazione Nazionale assunse la competenza sugli istituti tecnici industriali, sulle scuole professionali e sugli istituti nautici. Nello stesso anno fu creata una Direzione generale per l’istruzione tecnica e nel 1931 l’istruzione tecnico-professionale fu riordinata per andare incontro alle esigenze dell’economia.

La Carta della scuola

Nel 1936 Giuseppe Bottai assunse la direzione del Ministero, che conservò fino al 1943, sostituendo Cesare De Vecchi. Egli si propose di realizzare una riforma del sistema scolastico che mettesse la scuola al passo con il mondo produttivo e che riducesse il peso preponderante della formazione umanistica. Così, il 15 febbraio 1939 il Gran consiglio del fascismo approvò la Carta della Scuola presentata da Bottai e successivamente fu varata la legge 1º luglio 1940, n. 899, che la attuò parzialmente con l’Istituzione della scuola media.

La Carta della scuola stabiliva l’obbligo di frequentare la scuola materna dall’età di quattro anni e prevedeva la scuola elementare triennale (suddivisa in urbana e rurale) e la Scuola del lavoro biennale, dal 9° all’11° anno, “con esercitazioni pratiche organicamente inserite nei programmi”.

All’età di undici anni i fanciulli potevano così scegliere:

  • Scuola artigiana (triennale): finalizzata a formare lavoratori.
  • Scuola professionale (triennale): finalizzata a preparare “alle esigenze di lavoro proprie dei grandi centri”, si prevedeva che in essa il “lavoro, scientificamente organizzato” vi avesse “parte preponderante”. A integrazione della scuola professionale era prevista la Scuola tecnica, di durata biennale, per formare lavoratori specializzati per le grandi aziende.
  • Scuola media (triennale): comune a quanti intendessero proseguire gli studi nell’ordine superiore, essa doveva fornire i primi fondamenti della cultura umanistica”, secondo un “rigoroso principio di selezione”. E prevedeva l’insegnamento del latino visto come “fattore di formazione morale e mentale”.

La scuola media, avviata nel 1940, era altamente selettiva e accessibile solo attraverso il superamento di appositi esami. Essa permetteva l’accesso ai licei classico e scientifico, all’istituto magistrale e agli istituti tecnico-commerciali, che avrebbero poi permesso di frequentare l’università. Soltanto il liceo classico, come in precedenza, consentiva l’iscrizione a qualsiasi facoltà universitaria.

L’editoria scolastica

L’introduzione del testo unico di Stato fu deliberata con la legge n. 5 del 7 gennaio 1929 ed entrò in vigore con l’anno scolastico 1930-31. La legge prevedeva un solo libro di testo nella scuola elementare per ciascuna delle prime due classi e di due testi separati (libro di lettura e sussidiario) per le tre classi rimanenti. La legge sul testo unico affidava la preparazione dei libri per le scuole a una commissione di intellettuali “di fiducia” nominata dal Ministro della Pubblica Istruzione (poi Ministro della Educazione Nazionale).

I testi scolastici presentavano il Duce come una figura mitica più che reale, come un guerriero, come“uomo della provvidenza”, come un padre. Un altro aspetto fondamentale, oltre alla celebrazione del duce e del fascismo, era la creazione di un forte spirito nazionale.

La storia divenne uno strumento per la creazione di una identità e di una serie di valori condivisi. Il Risorgimento fu privato dei suoi aspetti liberali e democratici, e strumentalizzato a fini nazionalistici. La storia romana veniva presentata come il modello sul quale il duce stava costruendo il nuovo Impero, rinnovandone i fasti.

L’arredo scolastico.

Ogni scuola d’Italia doveva seguire le direttive centrali per quanto riguardava gli arredi. La dotazione prevedeva: il crocifisso posto tra i ritratti del re e del duce, la bandiera, una targa di bronzo in onore del Milite Ignoto, il Bollettino della Vittoria (4 novembre 1918). Nelle aule vi erano poi carte geografiche, ritratti di uomini illustri, pallottolieri, lavagne di ardesia, la cattedra, i banchi, un armadio, illustrazioni varie per la decorazione dell’aula e attrezzi per la ginnastica. Quasi ogni scuola era poi collegata alla radio con un altoparlante attraverso il quale era possibile ascoltare i discorsi del duce. Le aule erano stipate di alunni, spesso più di 40 per classe. I banchi erano in genere a due o tre posti, di legno, con in alto a destra il buco per il calamaio di vetro, che i bidelli provvedevano a riempire d’inchiostro.

I quaderni

Il quaderno era uno strumento importante della vita scolastica. Vi erano il quaderno di bella copia dalle copertine più sobrie, in carta pesante e quello di brutta copia, riconoscibile dalla copertina più illustrata e dalla carta di minor pregio. I soggetti delle illustrazioni erano vari: soldati e legionari romani, imprese in Etiopia, oppure a sfondo patriottico. Non mancavano poi le collezioni di quaderni celebrativi dedicati alla Marina o all’Aviazione italiana.

https://www.youtube.com/watch?v=DsUz9_YhOa8

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