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M. Buber Neumann, I dannati della terra – Capitolo secondo.

> Margarete Buber Neumann, Prigioniera di Stalin e di Hitler

 

Margarete viene più volte interrogata ed è sul punto di firmare il verbale d’interrogatorio, che le sembra sostanzialmente corretto, ma poi segue il consiglio dell’amica Basso, che l’ha esortata a non firmare, avvertendola che i verbali vengono manomessi. Assieme alla sua compagna Käthe Schulz impara a memoria una poesia che resti indissolubilmente legata alla comune prigionia nella Butirka. Il gruppo della cella 31 viene smembrato e Margarete finisce nella cella numero 23. Qui conosce Gertrud Tiefenau, che si trova in prigione da un anno e mezzo in condizioni di estrema miseria e con pochi vestiti. Le ripetute e talvolta aggressive proteste della donna non sortiscono risultati positivi ma anzi la reclusione in cella d’isolamento. [“Gli interrogatori”.]

Una sera dopo le dieci Margarete viene convocata, assieme ad altre detenute, e le viene comunicato il verdetto di condanna a cinque anni in Siberia. Le condannate vengono poi rinchiuse in una cella al piano terreno della «torre di Pugacëv». Qui, con grande soddisfazione, riescono a lavarsi grazie a una conduttura d’acqua presente nella cella. Una notte vengono fatte uscire all’aperto, mentre sta cadendo la neve. All’improvviso odono il pianto di un neonato, proveniente dal piano superiore della torre. [“Il verdetto”.]

Iniziano i preparativi per il viaggio verso la Siberia. Salite su un “corvo nero” le donne incontrano alcuni detenuti, poi vengono fatte salire su un vagone, dove i prigionieri sono stipati in poco spazio. Qui due prigionieri tedeschi raccontano le loro traversie, seguite alla condanna per “trozkismo”. Vengono formati i gruppi di detenuti per le diverse destinazioni. Il gruppo di sedici donne di cui Margarete fa parte deve stiparsi in un unico scompartimento. Il trasporto in Siberia dura intere settimane, con soltanto due soste. I detenuti soffrono la fame e la sete, inoltre si trovano in condizioni igieniche precarie. Una giovane racconta a Margarete di essere stata costretta, durante un interrogatorio, a firmare un verbale di delazione. Giunti a Sysran, esausti e sudici, i prigionieri vengono fatti scendere e, a bordo di un autocarro vengono condotti a una prigione sovraffollata e piena di topi. Dopo tre giorni, a piedi fanno ritorno al treno, e lì apprendono qual è la loro destinazione, Karaganda, a migliaia di chilometri da Mosca. [“Il trasporto”.]

Arrivate a Karaganda, le donne vengono fatte entrare in un freddo stanzone per lavarsi e i loro vestiti vengono prelevati per la disinfestazione. Vengono poi sistemate in una baracca d’argilla, con una stufa rotta e un sudicio pavimento argilloso. Con scarso successo le detenute cercano di far funzionare la stufa. L’alimentazione nel campo è peggiore di quella della Butirka, nonostante i prigionieri siano costretti a pesanti lavori. Le donne quando escono a raccogliere la neve per lavarsi, civettano con gli uomini al lavoro. Questi, benché malridotti e scheletriti, si rianimano. Margarete e la compagna Grete Sonntag chiedono di poter lavorare al lavatoio. Qui, l’uomo che porta loro d’acqua prima fornisce consigli su come procedere, poi offre loro due fette di pane imburrato e due cetrioli acidi, chiedendo poi in cambio prestazioni sessuali. Le due donne si negano e lui lascia perdere. Due settimane dopo il gruppo viene trasferito nel punto di raccolta del campo, dove le cimici assillano le prigioniere. Qui i criminali comuni spadroneggiano, rubano e disprezzano i criminali “politici”. Margarete viene derubata e chiede di poter riavere almeno i suoi documenti, che le vengono poi restituiti da un giovane elegantemente vestito. L’ordinamento del campo vieta i rapporti tra uomini e donne, ma per alcuni questo divieto non vale. [“Arrivo a Karaganda”.]

Margarete viene destinata alla sezione Burma, assieme ad altre compagne. Costrette a passare la notte nel lavatoio, anche se nella giornata seguente il sole splende, le donne si sentono molto depresse. Margarete e Grete chiedono di poter lavorare al carico e scarico merci e riescono a rubare una piccolissima quantità di zucchero. Grete, nonostante le remore del responsabile che assegna i lavori ai prigionieri, viene avviata a lavorare nella conceria del campo, che in breve tempo trasforma in una sezione modello. [“Alla fine del mondo”.]

Margarete inizia a lavorare come addetta alla statistica nell’ufficio di Konstantin Konstantinovic. Qui i detenuti, che sono tutti “politici”, la accolgono con calore. Tutti sono denutriti e in cattive condizioni. Il lavoro di Margarete consiste nell’aggiornare le statistiche relative ai detenuti al lavoro con i trattori. Il guadagno poteva teoricamente essere relativamente alto, ma poi di fatto si riduceva a pochi copechi al mese. La fame è una costante, anche se Margarete appartiene a una categoria relativamente privilegiata. I prodotti delle coltivazioni non sono mai destinati ai prigionieri. Nella capanna di argilla dal soffitto basso, piena di cimici enormi, Margarete dorme su una porta scardinata, senza coperta, sacco, paglia o cuscino. All’interno le donne che ne hanno la possibilità mantengono una “ndevalnaja”, anziana detenuta che le ricompensa con piccoli favori e lavoretti. Un vano della baracca è riservato alle donne con figli piccoli. Recatasi dal barbiere, Margarete riceve da questi la proposta di diventare la sua compagna e lei promette che ci penserà e che gli darà una risposta. Un operaio dell’officina riparazioni comincia a parlare con Margarete e le fa alcuni regali, una latta per il cibo, una piccola gavetta e un coltello. Comincia poi a parlarle con entusiasmo del movimento di resistenza kazako e della speranza che scoppi la guerra tra Germania e Russia. [“Il mio primo lavoro”.]

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