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Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

Margarete Buber Neumann, Prigioniera di Stalin e di Hitler

Tratto comune dei regimi totalitari creati da Stalin e da Hiler fu la realizzazione di campi di concentramento, creati principalmente per eliminare veri o presunti “nemici” interni. Margarete Buber-Neumann sperimentò sulla propria pelle sia l’esperienza del gulag sovietico sia quella del lager nazista e la raccontò nel libro “Prigioniera di Stalin e Hitler”. 
1. Prologo alla tragedia.
2. I dannati della terra.
3. Vita quotidiana in Siberia.
4. Tra timore e speranza.
5. Consegnati ai nazisti.
6. Ravensbrück.
7. L’abisso.
8. I morti e i sopravvissuti.
9. Il dono della libertà.
10. Ritorno a casa
 
Margarete Buber Neumann, Prigioniera di Stalin e di Hitler, il Mulino, Bologna 1994

 

Lager sovietici e lager nazisti

Uno dei tratti comuni ai gulag e ai lager è quello della sistematica eliminazione fisica dei prigionieri, che le due dittature attuarono, nei confronti dei kulaki e dei trockisti il primo e degli ebrei il secondo. I comunisti detenuti nei campi staliniani, diversamente da quelli nei campi nazisti, erano interiormente logorati dai continui sforzi di trovare qualche spiegazione del loro destino. Alle sofferenze e alle umiliazioni subite, si aggiungeva il continuo tormento di sentirsi vittime dell’assurdo: arrestati e condannati sulla base di accuse completamente inventate spesso estorte con la tortura, o di una denuncia anonima, i comunisti detenuti nei campi staliniani inventavano ogni tipo di spiegazione per razionalizzare ciò che era accaduto loro o per ingannare se stessi. A Ravensbrück la Buber-Neumann fu vittima dell’ostracismo delle prigioniere comuniste «per essere stata la compagna di Heinz Neumann e per diffondere calunnie sull’Unione Sovietica». I comunisti di fede staliniana  chiesero alla Jesenská di smettere di parlare con «la trockijsta», ma Milena rifiutò di farlo, al pesante prezzo di essere emarginata anche lei. Fu proprio Milena Jesenská che dopo aver sentito i racconti sui lager sovietici propose alla Buber-Neumann di scrivere un libro insieme, che doveva intitolarsi “L’era dei campi di concentramento“. I prigionieri dei campi sovietici venivano spesso trasferiti, anche per impedire che tra i prigionieri emergesse l’amicizia e la solidarietà. Questi spostamenti erano agevoli, considerata la vastità degli spazi su cui si estendevano i gulag. I nazisti non avevano invece elaborato un sistema di trasferimenti dei detenuti da un campo a un altro, anche per motivi logistici e di densità demografica.
La Buber-Neumann osserva come fra i detenuti si crei una stratificazione che vede i criminali comuni in cima e i detenuti politici alla base della piramide, con i gruppi destinati alla liquidazione totale, come gli ebrei in un caso e i trockijsti nell’altro. Nell’uso della tecnologia per realizzare lo sterminio di massa i nazisti con le camere a gas superarono gli amministratori dei campi sovietici, che contavano più sulle forze naturali del freddo, della fame e del lavoro pesante. I prigionieri di Stalin morivano per il freddo e la malnutrizione, ma in primo luogo per esaurimento delle forze, cui seguiva l’arresto cardiaco. Tuttavia anche nei campi staliniani le guardie che eseguivano le sentenze capitali razionalizzavano il loro lavoro, mettendo insieme i detenuti di uguale statura per fucilarli con una sola pallottola, riducendo così le spese per lo Stato. Margarete Buber-Neumann arrivò all’importante conclusione che il denominatore comune dei regimi nazista e staliniano era il fatto che ambedue avevano resuscitato l’istituto della schiavitù, nel senso letterale della parola, reintroducendolo nelle società del ventesimo secolo. Il sistema dei lager nazisti fu realizzato da Hitler nel 1933, appena salito al potere. Prima servirono per eliminare gli oppositori al regime, poi furono trasformati in strutture produttive, dove far lavorare manodopera ridotta in schiavitù, infine, durante la guerra alcuni campi furono destinati allo sterminio programmato. Nei lager staliniani vi fu l’utilizzo massiccio del lavoro dei detenuti, degli schiavi di stato, per lo sviluppo economico e militare, e la crescente interdipendenza del mondo dei prigionieri e di quello dei liberi cittadini assicuravano ai regimi staliniano e hitleriano uno straordinario grado di somiglianza. Le ovvie diversità legate all’ideologia e agli obiettivi finali celavano l’identico disprezzo per la dignità e per la vita stessa dell’uomo, l’identico uso della violenza e del terrore.

 

Margarete Buber Neumann
Margarete Thüring nacque a Potsdam il 21 ottobre 1901 nella benestante famiglia borghese Thüring di Potsdam. Nel 1921 aderì alla gioventù comunista «Freideutsche Jugend» e nel 1926 entrò nel Partito comunista tedesco. Nel 1922 sposò Rafael Buber, il figlio del famoso filosofo ebreo-tedesco Martin Buber. Nel 1925 si divise dal marito che più tardi emigrò con le loro due figlie in Palestina. Margarete diventò collaboratrice del centro-stampa comunista e si occupò professionalmente di politica. Nel 1929 Margarete diventò la compagna di uno dei dirigenti del Partito comunista tedesco, Heinz Neumann, critico nei confronti della linea politica dettata da Stalin. Dopo l’ascesa al potere di Hitler in Germania, i Neumann dovettero emigrare a Mosca, dove vissero per qualche anno nel famoso hotel Lux, riservato ai comunisti stranieri collaboratori del Comintern. Stalin covò sempre un sospetto, addirittura un evidente disprezzo sia per il Comintern, che chiamava la «bottegaccia», sia per tutto il complesso dei comunisti stranieri, internazionalisti e cosmopoliti. Pochi di loro, a parte un piccolo gruppo di fedeli stalinisti, sopravvissero alle purghe degli anni Trenta.
Heinz Neumann fu arrestato nell’aprile del 1937 e condannato a morte, anche se nel gergo della giustizia staliniana la sua sentenza si chiamava «dieci anni di reclusione senza il diritto di corrispondenza». Dal giorno dell’arresto, Margarete non vide più il marito e non ricevette alcuna notizia affidabile. Dopo mesi e mesi di ricerche tra le prigioni di Mosca, nel vano tentativo di trovare traccia del marito, la Buber-Neumann tentò senza successo di uscire dall’URSS. Nel 1938, un anno dopo l’arresto di Heinz Neumann, fu arrestata anche lei e condannata a cinque anni di reclusione nel lager quale «elemento socialmente pericoloso». Qui conobbe la dura realtà dei gulag, termine con si indicano i lager (campi) sovietici, e che in realtà è l’acronimo di Gosudarstvennie Upravlenie LAGerniey (Direzione Centrale dei Lager) alla quale fu affidata (tra il 1929 e il 1931) la riorganizzazione, centralizzazione e gestione dei lager. Da struttura repressiva temporanea, che secondo la propaganda ufficiale aveva lo scopo di “rieducare”, essa divenne uno strumento essenziale del terrore staliniano. Se fosse rimasta nel campo sovietico, la sua condanna a soli cinque anni sarebbe stata almeno raddoppiata, come accadeva con sentenze così miti.
Il patto Ribbentrop-Molotov dell’agosto 1939 tra la Germania e l’Unione Sovietica cambiò il corso della sua vita. Nel 1940 molti comunisti tedeschi imprigionati nei vari campi sovietici furono raccolti e portati a Brest-Litovsk, al confine con la Polonia occupata, dove furono consegnati nelle mani della Gestapo. Così Margarete Buber-Neumann, dopo aver passato due anni nel lager staliniano di Karaganda, passò a quello nazista di Ravensbrück, dove trascorse cinque anni, fino a quando nell’aprile del 1945, il campo fu liberato dalle truppe degli Alleati. Nel campo di Ravensbrück Margarete strinse una grande, feconda amicizia con Milena Jesenskà, giornalista vissuta a Praga e grande amore di Franz Kafka. Minacciata dalle detenute comuniste che la misero in guardia dall’intrattenere rapporti con la «trockijsta» Margarete, Milena non solo rifiutò il ricatto, ma accettò di pagare a sua volta il prezzo dell’isolamento e dell’emarginazione nella già pesante desolazione del campo. Milena Jesenská non sopravvisse a Ravensbrück (morì alcuni mesi prima della liberazione) ma dall’incontro con lei Margarete trasse l’idea e la forza per scrivere un libro che testimoniasse la loro esperienza.
Nel dopoguerra Margarete Buber-Neumann visse per qualche tempo a Stoccolma. Si stabilì a Francoforte dove sposò il giornalista Helmut Faust e diresse per due anni (1951-52) la rivista «Aktion». In quegli anni di guerra fredda fece scalpore la sua deposizione al processo Kravchenko (Parigi, 1949), reiterata l’anno dopo al processo Rousset, circa l’esistenza di campi di prigionia in Unione Sovietica. Oltre a “Prigioniera di Stalin e Hitler” (1948), Margarete Buber scrisse anche “Da Potsdam a Mosca” (1957), e “Milena, l’amica di Kafka” (1963), dedicato alla compagna di prigionia a Ravensbrück Milena Jesenská. Margarete Buber-Neumann è morta il 6 novembre 1989.

 

Hannah Arendt, Il terrore essenza del totalitarismo

Gli elementi che definiscono il totalitarismo, sono per Hannah Arendt:
  • – l’occupazione dello Stato da parte di un partito unico formato da un’élite animata da credenza fanatica nell’ideologia e che giunge a far rientrare “nel politico” anche le aree più remote dalla politica;
  • – una polizia segreta onnipresente, al punto che ciascuno debba sospettare del proprio vicino;
  • – una moltiplicazione e sovrapposizione di uffici nell’amministrazione pubblica, apparentemente confusa e caotica, ma che serve al potere per trasferirsi da un ambito all’altro, giocando sulle rivalità interne;
  • – un capo carismatico depositario e fonte dell’ideologia, al quale si rimettono tutti gli apparati che riconoscono, nella sua persona, il potere stesso.

Questi elementi si coagulano nel binomio ideologia e terrore che, per la Arendt, sono i pilastri portanti del totalitarismo. L’ideologia “pretende di spiegare con certezza assoluta e in modo totale il corso della storia; diventa perciò indipendente dall’esperienza … e costruisce un mondo fittizio e logicamente coerente, dal quale derivano direttive d’azione la cui legittimità è garantita” dall’ideologia stessa.

Il terrore totalitario serve, a sua volta, “per tradurre in realtà il mondo fittizio dell’ideologia, a confermala tanto nel suo contenuto quanto – soprattutto – nella sua logica deformata” (M. Stoppino, voce Totalitarismo, in Dizionario di Politica, Utet Torino, 1972). Ma esiste una precondizione che sarebbe, per la Arendt, l’humus favorevole alla deriva delle società democratiche moderne verso totalitarismo: il definirsi della società di massa. Il mondo industrializzato contemporaneo ha disgregato il sistema di classi e quindi anche il sistema dei partiti che le rappresentavano; gli individui, “atomi” in una società divenuta massa informe, “si caratterizzano non tanto per la brutalità e la rozzezza, quanto per l’isolamento e la mancanza di normali relazioni sociali. Il totalitarismo attecchisce su questo terreno, come espressione delle élite borghesi che, nota acutamente la Arendt, atteggiandosi ad avanguardia rivoluzionaria, non fanno che tradurre in azione i valori distruttivi del nuovo spirito di massa.

Il lager: laboratorio del potere totalitario

Hannah Arendt in questo passo coglie il profondo legame tra il lager e l’essenza stessa del regime totalitario.

I campi di concentramento e sterminio servono al regime totalitario come laboratori per la verifica della sua pretesa di dominio assoluto sull’uomo. Rispetto a questo, tutti gli altri esperimenti (e tali laboratori sono stati usati per esperimenti d’ogni genere) rivestono un’importanza secondaria, non esclusi quelli compiuti nel campo della medicina, i cui orrori sono stati riferiti per esteso nei processi contro i medici del Terzo Reich. […]

I Lager servono, oltre che a sterminare e a degradare gli individui, a compiere l’orrendo esperimento di eliminare, in condizioni scientificamente controllate, la spontaneità stessa come espressione del comportamento umano e di trasformare l’uomo in un oggetto, in qualcosa che neppure gli animali sono; perché il cane di Pavlov che, com’è noto, era ammaestrato a mangiare, non quando aveva fame, ma quando suonava una campana, era un animale pervertito.

In circostanze normali ciò non può essere ottenuto, perché la spontaneità non può mai essere interamente soffocata, connessa com’è non solo alla libertà umana, ma alla vita stessa in quanto semplice rimaner vivo. Solo nei campi di concentramento un esperimento del genere diventa possibile; e perciò essi sono, oltre che “la società più totalitaria che sia mai stata realizzata” (David Rousset), l’ideale sociale che guida il potere totalitario.

Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo, Bompiani, Milano 1967, pag.

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