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M. Buber Neumann, Ravensbrück – Capitolo sesto

> Margarete Buber Neumann, Prigioniera di Stalin e di Hitler

 

Sabato 2 agosto 1940 inizia il viaggio verso il campo di Ravensbrück. Le prigioniere scendono dal treno accolte dalle urla dei sorveglianti e dai latrati dei cani. Il piazzale del campo appare curato con precisione e ordine maniacali. Il centro di detenzione è occultato dietro aiuole e abeti. Una colonna di prigioniere perfettamente allineate marcia verso il piazzale. All’improvviso suona una sirena, che dà il segnale del rancio. A Ravensbrück vigono una burocrazia e un ordine di stampo prussiano. Dopo l’immatricolazione le donne sono condotte alle docce, poi all’esame dei capelli alla ricerca dei pidocchi. L’ufficiale medico SS dottor Sonntag passa in rassegna le prigioniere nude. Poi vanno alla loro baracca, dove le accoglie la capoblocco Mina Rupp. Oltre i vestiti, alle prigioniere vengono consegnati una scodella, un piatto, una tazza di alluminio, le posate, un barattolo per lo spazzolino, uno strofinaccio, un asciugamano e persino gli arnesi per pulire le scarpe. Viene distribuito il rancio, che a Margarete sembra ricco, se paragonato a quel che mangiava a Karaganda. Il suono della sirena chiama le detenute all’appello, che dura molto a lungo. Nell’attesa, una detenuta racconta a Magarete della tragica sorte di una zingara, che si è gettato sul reticolato ad alta tensione del campo, dopo aver appreso della morte del marito. L’arredamento della baracca, se paragonato a quello di Burma, è molto buono, con latrina, lavatoio, tavoli, sgabelli, armadietti e cuccette a due piani (che in seguito aumenteranno a sette). Al suo interno però vige un ordine maniacale che costringe le prigioniere a una vera e propria tortura. Le prigioniere sono tenute a rigovernare perfettamente il pagliericcio e gli indumenti, pena gravi conseguenze come la sosta in piedi senza cibo, la cella di rigore o persino 25 colpi di bastone. Le prigioniere devono poi imparare a presentarsi sempre alle SS ritte sull’attenti, scandendo la propria condanna, nome e numero di matricola. Un giorno la portaordini, la capoblocco e un’altra prigioniera, militanti staliniste, interrogano Margarete, accusandola di essere “una trockista”. Comincia così la sua “messa al bando”. [“Un nuovo inferno”.]

Le polacche della baracca propongono a Margarete di “raccomandarla” come capoblocco e nonostante la sua ritrosia, alla fine la convincono. Tuttavia, quando viene convocata dall’ispettrice generale SS, viene nominata capocamerata di un altro blocco, quello delle asociali. Nel nuovo ambiente regna il caos e le asociali si mostrano tutt’altro che facili da controllare. Le condizioni delle asociali nel campo nazista sono peggiori di quelle dei campi siberiani. Spesso le asociali (prostitute e criminali) litigano tra di loro, mentono e la delazione è all’ordine del giorno. Mantenere l’ordine, per Margarete, si rivela particolarmente difficile e il metodo della collaborazione e del dialogo, che vorrebbe applicare, ha scarso successo. [“Tra prostitute e criminali”.]

Per Margarete l’appello, sentito all’inizio come una tortura, rappresentava ora l’unica occasione di riposo e le dava l’opportunità di contemplare il bel panorama circostante. Mentre inizialmente le attività lavorative hanno una prevalente funzione “rieducativa”, il lavoro dei detenuti assume un ruolo fondamentale sul piano produttivo, in particolare per l’industria bellica tedesca. Ai prigionieri era possibile fare acquisti nello spaccio, grazie al denaro inviato dai parenti, e questa era un’ottima occasione di guadagno per le SS. I prigionieri potevano poi scrivere brevi lettere, e compito di Margarete, nella sua camerata, è di controllarne e censurarne il contenuto. La domenica gli altoparlanti trasmettevano concerti di musica classica, dopo le marce e i canti militari. Una domenica, mentre Margarete passeggia, una delle leader del gruppo delle staliniste cecoslovacche del campo, la apostrofa con tono minaccioso. Else Krug, una prostituta esperta in pratiche sadiche, racconta alcuni aneddoti sconvolgenti. La donna, che era responsabile della squadra della cucina, aveva sottratto alimenti, che poi distribuiva alle compagne. Scoperta, era stata condannata al bunker e poi alla cella d’isolamento. Il comandante del campo Kögel le aveva proposto di collaborare all’esecuzione delle punizioni, che prevedevano bastonature, in cambio della fine dell’isolamento e di un trattamento di favore. Aveva rifiutato con fermezza e il comandante si era successivamente vendicato, inserendola in un trasporto di malate destinate alle camere a gas. L’area del campo di Ravensbrück, situata in una conca, era circondata da acquitrini e paludi. [“La vita nel campo continua”.]

Una zingara riesce a fuggire dal campo ma presto viene inseguita dalle SS con i cani. Dopo l’appello le prigioniere sono costrette ad attendere in piedi per ore, finché le SS tornano con la ragazza, catturata, picchiata e azzannata dai cani. Il comandante Kögel ricaccia la poveretta nel blocco di punizione, la lascia nelle mani delle altre prigioniere, imbestialite nei suoi confronti, e in seguito mostra come esempio il suo corpo, ridotto a un mucchietto sanguinolento. Tra il 1940 e il 1941 a Ravensbrück vi sono quasi cinquanta decessi e negli anni successivi le “morti per cause naturali” superano gli ottanta casi al giorno, senza contare le internate uccise mediante impiccagione, iniezioni letali o nelle camere a gas. Margarete si sofferma sui mutamenti indotti su un essere umano in campo di concentramento. In molti casi le sofferenze inflitte non favorivano una maggiore solidarietà ma anzi l’apatia e l’interesse esclusivo per la propria sopravvivenza e per l’acquisizione di “privilegi”. Spesso l’acquisizione di incarichi nell’ambito della cosiddetta “autoamministrazione”, concessa dalle SS, anziché dare l’occasione per rendere più sopportabili le condizioni di vita delle compagne, stimolava piuttosto l’arroganza e il desiderio di sopraffazione. Dall’inizio del 1942, le capoblocco ebbero il compito di predisporre le apposite liste delle prigioniere “malate”, inabili al lavoro o considerate in qualche modo segnate da tare fisiche o psichiche, che venivano inviate alle camere a gas. [“Preda e cacciatori”.]

La sveglia si svolgeva in una situazione caotica, determinata in gran parte dal pochissimo tempo a disposizione delle detenute per rifare i letti, lavarsi, vestirsi, riordinare l’armadietto e fare colazione. Il tutto accompagnato dalle urla della capoblocco SS Drechsel. Una prigioniera dichiara di essere stata derubata e di sapere chi è la colpevole, per cui le due donne vengono messe a confronto. Margarete cerca di prendere le difese dell’anziana prigioniera accusata, irritando la SS Drechsel. Viene convocata dall’ispettrice generale Langefeld e, imprevedibilmente, nominata capoblocco delle Testimoni di Geova. La precedente capoblocco, Käthe Knoll, si era mostrata particolarmente crudele con loro e l’ispettrice Langefeld, che ammirava i ferrei princìpi e l’inattaccabile fede religiosa delle Testimoni, aspettava l’occasione per sostituirla. La scelta era caduta su Margarete. Nella baracca delle Testimoni di Geova regnano un silenzio e un ordine assoluti, accompagnati da una straordinaria autodisciplina e gentilezza. [“Capoblocco delle Testimoni di Geova”.]

La baracca ospita 275 Testimoni di Geova e quella adiacente altre 300. Ovunque regnano un ordine e una pulizia maniacali, sia per quanto riguarda il vestiario sia per quanto riguarda il mobilio. Persino le travi della baracca vengono spolverate e i tavoli e il pavimento sono tirati a lucido. Latrina e lavatoio sono perfettamente puliti e nei due dormitori le cuccette sono tenute in un ordine impeccabile, contrassegnate da una targhetta con nome e numero dell’occupante. Sulla porta è appesa una legenda con la posizione dei letti, e via di seguito. Per Margarete è facile mantenere la disciplina, poiché sono le prigioniere stesse ad autoimporsela. Cerca, piuttosto, per quel che le è possibile, di rendere più vivibile la permanenza nel campo. Nonostante Margarete non condivida la loro fede fanatica e dogmatica, tra lei e le Testimoni di Geova si crea un clima di grande fiducia e rispetto reciproco. Le loro convinzioni le sembrano assurde e lontane dalla realtà, ma la loro coerenza e il loro comportamento la inducono ad apprezzarle. Esse erano perseguitate dai nazisti perché convinte che ogni organizzazione statale fosse “opera del diavolo” e che il nazismo ne fosse la massima, estrema manifestazione. D’altronde le Testimoni erano inizialmente molto apprezzate dai funzionari SS, in quanto indomite lavoratrici, schiave affidabili al loro servizio. Per essere rilasciate, sarebbe loro bastato firmare una dichiarazione di abiura, ma poche avevano firmato, prima del 1942, mentre successivamente erano aumentate perché fatte oggetto di brutali persecuzioni. Per le Testimoni leggere la Bibbia è una necessità vitale e Margarete permette loro di farlo con maggiore facilità. [“Un regno all’insegna dell’ordine”.]

Grazie a una serie di stratagemmi, le Testimoni di Geova possono leggere la Bibbia ma anche godere di alcuni privilegi, come cucinare o scaldare il cibo o il caffè sulla stufa. Inoltre, Margarete escogita un sistema per lasciare a riposare nella baracca le malate che non avendo febbre alta sarebbero tenute a lavorare. Per evitare di essere scoperte, una “sentinella” ha il compito di segnalare l’arrivo di un’ispezione, peraltro segnalata in anticipo da Marianne Korn, la Testimone di Geova segretaria dell’ispettrice generale. Durante le ispezioni, guidate dal comandante Kögel delle SS, i visitatori ammirano il perfetto ordine e la pulizia della baracca. Una volta per un pelo le detenute malate nascoste non vengono scoperte. [“Ispezione”.]

Mentre l’ispettrice generale Langefeld proteggeva le Testimoni di Geova, la seconda ispettrice generale Zimmer era la loro peggior nemica. I motivi più diversi avevano spinto queste 500 donne a diventare Testimoni di Geova. Margarete sostiene che queste donne, con alle spalle numerosi fallimenti, esprimevano il loro senso di rancore verso la vita, ritagliandosi un ruolo di martiri della fede. Anna Lück, una donna quasi sessantenne con un’avanzata tubercolosi ghiandolare, che passa la maggior parte del giorno stesa nel suo giaciglio, un giorno viene notata e inserita dall’ufficiale medico SS in una lista per la camera a gas. Per salvarla, Margarete la convince a «firmare» il suo ripensamento di fede e una delle Testimoni, per questo, la aggredisce verbalmente. Margarete reagisce duramente, accusando le Testimoni non essere affatto cristiane, perché sono pronte a sacrificare la vita di una loro compagna. Il gruppo delle Testimoni più “estremiste” decide che, per motivi religiosi, non mangerà più il sanguinaccio, ma le SS approfittano di tale decisione per togliere loro anche la margarina. Inoltre, L’ispettrice Zimmer decide di far entrare nel loro blocco un centinaio di asociali, tra cui numerosi “gioiellini”, incontinenti, epilettiche e afflitte da manie e tic. Paradossalmente, dopo un primo momento di sconcerto, le Testimoni ne approfittano per fare proselitismo e le SS immediatamente allontanano le asociali dal blocco. [“Martiri contemporanee”.]

Nell’ottobre del 1940 Margarete fa conoscenza con Milena Jesenská, giornalista ceca, figlia di Jan Jesenski, celebre medico e professore universitario praghese, sentimentalmente legata a Franz Kafka dal 1920 al 1922. Tra le due donne nasce un intenso rapporto di amicizia e una forte intesa “spirituale”. Milena, nonostante sia malata e sofferente, mostra sempre una grande dignità ed è sempre disponibile ad aiutare le compagne, mettendo spesso a rischio la propria vita. Dopo l’adesione al Partito comunista all’inizio degli anni ’30, nel 1936 ne era stata espulsa per la sua libertà di pensiero. Le comuniste cecoslovacche del campo la rispettano, ma le chiedono di prendere le distanze dalla trockista tedesca Grete Buber. Milena sceglie l’amicizia con Margarete, ma ne pagherà le conseguenze diventando vittima delle angherie delle compagne, anche perché non manca, quando ancora la salute glielo consente, di contestare le loro teorie. Lavorando nell’infermeria del campo, Milena salva molte prigioniere dalla morte, falsificando gli esiti dei loro esami medici. Milena propone a Margarete di scrivere un libro “sui campi di concentramento di entrambe le dittature”. Nell’estate del 1941 si verificano casi di paralisi sempre più frequenti e il dottor Sonntag impone la quarantena, temendo che si tratti di poliomielite. Le condizioni di quarantena, con la sospensione dei controlli da parte delle SS, favoriscono gli incontri clandestini tra Margarete e Milena, che possono parlare a lungo di cultura, arte, letteratura senza essere disturbate. Giunge al campo un medico specialista in poliomielite ed emerge che in realtà la paralisi è dovuta a una psicosi di massa. Una “terapia” a base di scariche elettriche fa ben presto “guarire” la maggior parte delle malate, a parte quelle affette dalla sifilide o da altre gravi patologie. [“Milena”.]

A Ravensbrück gli arrivi di deportate si susseguono con ritmo crescente e vengono costruite nuove baracche. Tra gli arrivi, numerose sono le donne polacche, molte delle quali destinate ad essere eliminate. Nei primi tempi l’esecuzione delle condannate a morte veniva eseguita durante l’appello serale. Nell’inverno del 1941 fa la sua comparsa a Ravensbrück una «commissione medica», che procede a selezionare le detenute malate da eliminare. A Ravensbrück vengono portati anche dei bambini, che conducono una misera vita. Una sera Margarete scorge un gruppo di piccoli prigionieri affamati e stracciati che marciano in direzione della cucina, per poter ricevere un cucchiaio di miele. Con la guerra tra Germania e Unione Sovietica, giungono prigioniere russe. La comunista ceca Palecková, che aveva redarguito a suo tempo Margarete, tacciandola di “trotzkismo”, accoglie le nuove arrivate ma ne resta profondamente delusa, perché si rivelano “un’orda di teppiste indisciplinate che commetteva furti, molte delle quali si dichiaravano apertamente contro il regime staliniano”. Poco tempo dopo la donna dà segni di squilibrio psichico, viene rinchiusa e di lì a poco muore. All’inizio del 1942 un migliaio di donne vengono inviate ad Auschwitz. Le Testimoni di Geova rifiutano di svolgere le attività a loro giudizio legate alla guerra, come l’allevamento dei conigli d’angora, il cui pelo sarebbe stato usato per scopi bellici. Le dure ritorsioni delle SS le riducono allo stremo, ma non le piegano, anche se una parte di loro non condivide questa condotta suicida. Il nuovo responsabile della sicurezza Redwitz introduce nel campo la «polizia interna». Nel tardo pomeriggio di un’afosa giornata dell’estate 1942 torna dal lavoro un gruppo di anziane ebree, con la pelle ustionata dal sole. La capoblocco le porta in infermeria ma vengono brutalmente cacciate. In assenza di cure adeguate, alcune delle prigioniere sono alla fine ricoverate e muoiono per le ustioni riportate. I successori del medico SS Sonntag, il dottor Schiedlausky, il dottor Rosenthal, la dottoressa Oberhäuser, affiancati dalla capo-infermiera SS, si rivelano ben peggiori di lui, per la crudeltà con cui trattano le malate. Inoltre, molte di esse vengono sadicamente eliminate “nello stanzino”. Anche i neonati, frutto della “vergogna razziale”, vengono soppressi. Il dottor Rosenthal, in collaborazione con l’infermiera deportata Gerda Quernheim, con la quale ha una relazione, oltre a eliminare i bambini si dedicava con sadismo e crudeltà ad assassinare le prigioniere, che torturava a morte. Nel lager vengono svolti “esperimenti” dal luminare tedesco Gebhardt, come quello di un trapianto muscolare e osseo sulle gambe di un gruppo di prigioniere polacche. [“Nostra compagna morte”.]

Nell’estate del 1942 inizia un’intensa attività di espansione del lager, con la costruzione di molte nuove baracche, che vengono fatte erigere dagli uomini. Aumenta però anche, esponenzialmente, il numero delle detenute nel campo, e le condizioni abitative e di vita peggiorano notevolmente. Ne risente fortemente anche l’ordine interno e spesso vi sono ruberie e violenze. Alle prigioniere viene concesso di poter ricevere pacchetti da casa, ma sono poche a poterne beneficiare. Ne deriva, peraltro, una sorta di “mercato nero”, di cui le SS approfittano appropriandosi spesso dei pacchetti con i beni inviati alle prigioniere. Durante i lavori di costruzione delle baracche, le donne riescono in qualche modo a comunicare con i detenuti al lavoro e a procurare loro un po’ di cibo. L’ispettrice generale Mandel si accorge di questi traffici e ritiene Margarete responsabile. Poco tempo dopo la convoca e le ordina di trasferirsi al blocco numero 9, quello delle ebree, ma Margarete le chiede di non essere più capoblocco. Così, salutate le Testimoni di Geova, Margarete si trova come semplice detenuta tra le politiche. Tra di loro numerose sono le comuniste, che continuano a illudersi sulla realtà dell’Unione Sovietica e sulle prospettive, che ritengono imminenti, di una rivoluzione socialista. Nell’autunno del 1942 si intensificano gli allarmi aerei. [“Il lager si espande”.]

Margarete viene aggregata alla “colonna giardini” e con le altre detenute si reca a curare i giardini antistanti gli alloggiamenti delle sorveglianti e delle villette del comandante e degli ufficiali delle SS. Il lavoro è faticoso, perché richiede di dissodare il terreno e di spalare il fertilizzante melmoso proveniente dalla zona paludosa del campo. Tuttavia Margarete vi si trova bene, anche perché il giardiniere Loebel (un SS) si mostra tollerante e umano. Margarete viene poi trasferita alla “squadra Siemens”, come segretaria e traduttrice dell’ingegner Grade, capo reparto delle baracche Siemens. Nei capannoni dell’azienda Siemens le detenute-operaie producevano bobine e relais, dopo aver preliminarmente sostenuto un test attitudinale. Le prigioniere avevano un foglio di paga e il loro salario era pari a quello di un normale operaio, ma veniva interamente versato all’amministrazione del campo. Le operaie che non si mostrassero all’altezza erano severamente punite. La Buber sostiene che “.Le dittature di Stalin e Hitler hanno provato che l’industria moderna può riportare risultati eccellenti attingendo all’enorme serbatoio di schiavi: basta solo non indietreggiare di fronte all’usura del materiale umano e ai costi passivi. Al pari di quelli sovietici, i campi di concentramento tedeschi miravano ad isolare i nemici dello stato ed entrambi i sistemi – nel loro disprezzo per la vita umana – hanno fatto ricorso allo sfruttamento della massa schiavizzata ogniqualvolta hanno dovuto affrontare situazioni d’emergenza”. Nell’autunno del 1942, nel nuovo convoglio diretto ad Auschwitz vengono inserite tutte le Testimoni di Geova “estremiste”. Mentre si sta recando in infermeria Margarete riconosce un gruppo di Testimoni di ritorno da quel campo. Una di loro le racconta che ad Auschwitz vi è sempre nell’aria il puzzo di carne umana bruciata, di persone, bambini ebrei compresi, che vengono bruciati. Margarete sul momento non le crede. Dopo qualche giorno le donne vengono fatte salire su un autocarro che le conduce fuori dal campo, poi le divise e i loro numeri di matricola e il triangolo viola ricompaiono nel magazzino del vestiario. Sono state giustiziate per renitenza al lavoro. [“Al lavoro per il Reich”.]

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