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Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

Migrazioni preunitarie di Italiani
 
Le migrazioni di Italiani hanno radici antiche. Nel Medioevo le «colonie» genovesi e veneziane erano eredi di antiche comunità che risalivano talvolta all’età delle Crociate, distribuite nelle principali città greche, dell’Asia Minore e in altre parti dell’impero d’Oriente, formate da mercanti, artigiani e banchieri. Le più note sono quelle nell’Egeo, a Salonicco, Chio e Creta, e in Asia Minore, a Costantinopoli e Smirne. Gli «italo-levantini» si potevano rintracciare anche in Siria, Palestina ed Egitto, fino al Marocco.
A partire dal Seicento, mercanti e banchieri italiani si diressero in tutta Europa. Vi furono insediamenti mercantili che a Londra e a Parigi diedero rispettivamente il nome a Lombard Street e a Rue de Lombards. Gli architetti e gli artigiani italiani parteciparono alla vita culturale e alla costruzione delle grandi città europee, anche con opere di ingegneria militare, infatti fino alla seconda metà del Seicento costruirono fortezze sia in Europa che nell’America spagnola. Nella Vienna del Seicento era all’opera la più folta comunità di artisti italiani dell’Europa del tempo. Oltre agli stuccatori, le attività edilizie attiravano architetti, impresari edili e altri artigiani. Assieme alla lingua italiana essi imposero lo stile barocco, il teatro moderno, la musica. In Germania, intere dinastie di decoratori e stuccatori si avvicendarono nel corso del Settecento, contribuendo alla realizzazione di saloni e cappelle a Stoccarda e a Würzburg. Nella Russia degli zar architetti ticinesi e lombardi tracciarono le muraglie del Cremlino.
All’inizio del XIX secolo si emigrava dalle Alpi, avvalendosi delle competenze nei vari mestieri dell’edilizia, dalla Valsesia e dal Biellese nelle Alpi occidentali, fino alla Carnia in quelle orientali. Nei successivi decenni dell’Ottocento si aggiunsero altri emigranti, espulsi dal settore della tessitura domestica e per la conversione all’edilizia di altri gruppi di artigiani e di venditori ambulanti.
Nella prima metà dell’Ottocento gli esuli politici, i giacobini napoletani del 1799 e i fuorusciti dopo la restaurazione del 1815 e dei moti del 1821, si unirono alla schiera dei migranti. Le rivoluzioni e le guerre del 1848 provocarono il numero più ingente di esuli e di profughi. Gli esuli si diressero in Svizzera, in Francia, in Spagna e nelle Americhe.
 

Migrazioni italiane: dalla grande migrazione al Ventennio

 

La grande migrazione

Dal 1876 alla prima guerra mondiale si verificò la “grande emigrazione” che raggiunse l’acme nel 1913

 

Migrazioni da Nord e da Sud

La grande emigrazione italiana tra Ottocento e Novecento, che coinvolse oltre 15 milioni di persone, si verificò in due fasi distinte: una prima ondata provenne soprattutto dall’Italia settentrionale e si diresse prevalentemente verso l’America meridionale; una seconda ondata, che proveniva in particolare dall’Italia meridionale, si diresse prevalentemente verso l’America settentrionale.
Le migrazioni verso le Americhe non interessarono, come per lo più si pensa, solo il Meridione ma anche molte regioni del Nord, come Veneto, Lombardia, Piemonte e Friuli. Tre regioni in particolare, nel periodo che va dal 1876 al 1900, fornirono da sole il 47 per cento del contingente migratorio: il Veneto (17,9 %), il Friuli Venezia Giulia (16,1 %) e il Piemonte (12,5 %). Complessivamente, nel periodo tra il 1876 e il 1915 l’esodo dal Veneto fu di quasi 2 milioni di individui.
Negli anni che vanno dal 1901 al 1915 il primato migratorio passò alle regioni meridionali, con la Sicilia che diede il maggior contributo, pari al 12,8% con 1.126.513 emigranti, seguita dalla Campania con 955.188 (10,9%).
 

Espatri per regioni di provenienza (1876-1915)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Destinazione America

Le destinazioni “preferite” dai migranti italiani furono nella prima fase le campagne dell’America Meridionale, in particolare dell’Argentina e del Brasile, ma anche le zone industriali di Usa e Canada. Dopo una fase di rallentamento tra le due guerre, esse ripresero nel secondo dopoguerra. Ci furono poi anche consistenti migrazioni verso molti paesi europei. Dal Veneto gli emigranti andarono prevalentemente in Brasile, mentre i Piemontesi scelsero principalmente l’Argentina. Dalle regioni dell’Italia centrale l’emigrazione si divise equamente tra stati nordeuropei e mete transoceaniche. Tra il 1880 e il 1915 milioni di Italiani iniziarono ad approdare negli Stati Uniti: su 9 milioni di emigrati che si diressero verso mete transoceaniche, 4 milioni scelsero gli USA.

 

Le condizioni dei migranti italiani

Gli immigrati furono per lo più costretti a svolgere i lavori più umili, con retribuzioni e un tenore di vita assai bassi. Ben pochi furono quelli che riuscirono davvero a fare fortuna, superando enormi difficoltà a costo di grandissimi sacrifici. Anche le condizioni di viaggio dei nostri emigranti furono molto dure, poiché su quelle che venivano definite «carrette del mare» venivano sfruttati tutti gli spazi disponibili. Nel 1899 su un piroscafo diretto in Brasile si ebbero 27 morti per asfissia, su un altro 34 vittime per mancanza di viveri, per non parlare delle malattie che si sviluppavano a causa delle precarie condizioni igieniche. I resoconti dell’epoca riferiscono di migliaia di emigranti affetti da malaria, morbillo, infezioni polmonari, tracoma, a cui si aggiungevano alti tassi di mortalità infantile. Solo dopo il 1907 per sbarcare a Ellis Island, il più noto porto dell’emigrazione europea negli Stati Uniti, divenne necessario che i transatlantici rispondessero a precise norme di sicurezza e igiene per le terze classi. Nei primi due decenni del secolo i respinti al momento dello sbarco a causa di malattie furono comunque decine di migliaia.

 

Italiani in Brasile

In Brasile gli Italiani approdarono in massa dopo l’abolizione della schiavitù (1888) e si diressero prevalentemente in due aree, quella degli attuali stati di Săo Paulo e di Santa Catarina e Rio Grande do Sul nell’area più meridionale del Paese. Nell’area paulista gli italiani furono impiegati prevalentemente nelle piantagioni di caffè, dove vennero loro imposti dei rapporti di lavoro che li riducevano a una condizione semiservile. Nella prima fase migratoria (1878-1902) gli immigrati in Brasile provennero prevalentemente dall’Italia Settentrionale (52,9%, con Veneto e Friuli in testa). Da questa percentuale rimanevano tuttavia esclusi gli emigranti trentini che fino al 1918 erano sudditi dell’Impero Austro Ungarico. Dal 1861 al 1890 in Brasile giunse oltre un milione e mezzo di italiani. A partire dagli anni Venti i principali paesi che avevano accolto i grandi flussi migratori italiani imposero restrizioni. In Brasile negli anni Trenta fu istituito un sistema di quote analogo a quello in vigore negli Stati Uniti dal 1921. Si stabilì, inoltre, che nelle imprese le assunzioni fossero riservate per due terzi ai brasiliani.

 

Italiani in Argentina

La presenza di Italiani sul territorio della futura Argentina risale al periodo coloniale. Lombardi e Piemontesi compaiono in alcune delle prime colonie, come Chivilcoy, nella provincia di Buenos Aires o San Carlos nella provincia di Santa Fe, assieme a Tedeschi, Svizzeri e Francesi. La grande emigrazione italiana fu preceduta, intorno alla metà dell’Ottocento, dall’ondata migratoria di centinaia di rifugiati politici, in seguito al fallimento delle insurrezioni per l’Unità nazionale italiana, tra cui lo stesso Giuseppe Garibaldi.
A partire da metà Ottocento l’Argentina fu la seconda destinazione delle migrazioni transoceaniche italiane e fino alla Prima guerra mondiale, accolse circa due milioni di italiani. In Argentina, tra il 1887 e il 1890, entrò in vigore il sistema dei viaggi prepagati, miranti a promuovere l’immigrazione dal Nord Europa per controbilanciare il peso di quella italiana.
 

Italiani negli Stati Uniti

Tra il 1880 e il 1915 milioni di Italiani iniziarono ad approdare negli Stati Uniti: su 9 milioni di emigrati che si diressero verso mete transoceaniche, 4 milioni scelsero gli USA. Va considerato, tuttavia, che circa la metà degli emigrati rimpatriò. Benché tutte le regioni italiane fossero rappresentate, i quattro quinti circa degli immigrati italiani diretti verso gli Stati Uniti provenivano dal Mezzogiorno, in particolare dalla Calabria, dalla Campania, dagli Abruzzi, dal Molise e dalla Sicilia.

 

La xenofobia: Italiani violenti e criminali
Sin dall’Ottocento negli Stati Uniti gruppi come l’American Protective Association, nata nel 1887, e l’American Restriction League, sorta nel 1894, avevano fatto pressioni perché l’immigrazione fosse limitata e accuratamente selezionata, tracciando una linea netta tra la vecchia immigrazione e la nuova.
Tuttavia molti imprenditori fino all’inizio degli anni Venti sostennero la libera immigrazione, perché forniva manodopera a basso costo. Viceversa spesso i sindacati la osteggiarono, per gli stessi motivi. I settori più progressisti, infine, vedevano negli immigrati un arricchimento per la società americana.
Molti Americani erano preoccupati per l’arrivo di queste masse provenienti dai paesi più poveri dell’Europa. Si manifestarono così atteggiamenti xenofobi, ben esemplificati da una vignetta in cui gli Italiani vengono raffigurati come topi, alcuni dei quali portano enormi coltelli in bocca e in testa le scritte mafia, anarchia, socialismo, che scappano dalle stive delle navi, sbarcando in America.
Il nomignolo dagos, con cui venivano designati gli immigrati italiani, evocava il pugnale, cioè la violenza e l’incapacità di controllare l’esplosione della rabbia e della passione. Nel 1891, a New Orleans, in virtù dello stereotipo che dipingeva gli Italiani come assassini, 11 di loro furono linciati da una folla inferocita, dopo che il tribunale dello Stato li aveva assolti dall’accusa di aver ucciso il capo della polizia locale.
Le volte in cui si diede una patina politica alla violenza congenita, di cui l’italiano era giudicato portatore cronico, l’accento cadde sull’anarchismo, sull’estremismo e sull’omicidio politico progettato o effettivamente perpetrato. In conclusione, l’Italiano era valutato come particolarmente propenso alla violenza feroce e alla brutalità più spietata, dettata dal suo sangue di dubbia origine.
 

Migrazioni e criminalità nella storia della Criminologia.

https://www.lavoce.info/archives/55235/igor-e-gli-altri-gli-omicidi-degli-stranieri-in-italia/

 

Tra le due guerre

Negli anni tra le due guerre, l’emigrazione registrò un forte decremento, sia per le restrizioni operate da diversi paesi d’immigrazione, come Stati Uniti e Argentina, sia per la politica antimigratoria del Fascismo.

 

Il rallentamento dei flussi migratori
La fine della Prima guerra mondiale sancì la fine del liberismo migratorio: Stati Uniti, Canada, Brasile e Argentina emanarono norme che preannunciavano l’indirizzo nazionalista a cui si sarebbero ispirate le politiche migratorie degli anni successivi. Attraverso restrizioni all’emigrazione nei principali paesi che avevano accolto i grandi flussi migratori italiani, si concluse l’epoca della grande emigrazione.

 

Il Ventennio
Nel periodo fra le due guerre, a causa delle restrizioni poste all’emigrazione all’estero, le migrazioni interne subirono un costante incremento, pur ostacolate dalle legge del 1931 sulle migrazioni e sulla colonizzazione interna e da quella del 1939, denominata «Provvedimenti contro l’urbanesimo». Una forte migrazione interna fu alimentata dalle bonifiche e dai trapianti di popolazione contadina nelle paludi Pontine, nelle località sarde di Fertilia e di Arborea, coinvolgendo quasi centomila persone, in partenza per lo più da alcune province del Veneto e dal Ferrarese, in attuazione della politica rurale e demografica del regime. Viceversa il Fascismo scoraggiò l’emigrazione verso le città, senza tuttavia conseguire grandi risultati.
In questo periodo, inoltre, ripresero le migrazioni politiche, con circa 60 mila emigrati che si diressero prevalentemente in Francia, nelle Americhe e in Russia, a seconda dell’orientamento politico. Nel 1941, tre anni dopo il varo delle leggi razziali, quasi 6 mila persone, pari al 12% dei 47 mila ebrei italiani, avevano lasciato il Paese.

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