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Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

Migrazioni italiane nel secondo dopoguerra

 

Dal secondo dopoguerra fino a tutti gli anni Sessanta, accanto alle tradizionali mete oltreoceano, ripresero quota le destinazioni europee.

 

Profughi di guerra e decolonizzazione

La conclusione della Seconda guerra mondiale si accompagnò a un’ondata di profughi italiani, che giunsero dall’Istria e dalla Dalmazia. Sulla consistenza dell’esodo le stime non sono concordi e variano da un minimo di 200 mila a un massimo di 350 mila persone. Negli anni Cinquanta interessò anche l’Italia l’esodo dovuto ai processi di decolonizzazione, con l’arrivo di migliaia di uomini e donne che nel corso dell’Ottocento e della prima metà del Novecento si erano insediati nei Paesi dell’Africa settentrionale e soprattutto in Tunisia.

 

Nuove migrazioni economiche

Nell’immediato secondo dopoguerra, le difficoltà economiche dei paesi europei e la perdurante chiusura delle frontiere statunitensi orientarono le migrazioni verso altre destinazioni. In America Meridionale i paesi privilegiati delle migrazioni italiane furono di nuovo l’Argentina e successivamente il Venezuela, in America Settentrionale il Canada, infine l’Australia, che era stata fino ad allora una destinazione del tutto secondaria.
Inoltre, il governo italiano siglò accordi bilaterali con i paesi di destinazione dei migranti per regolarne i flussi secondo le esigenze del mercato del lavoro, nella ricerca di maggiori tutele e garanzie.
L’Argentina
L’Argentina fu il primo paese verso cui si diresse l’esodo transoceanico, grazie ad uno dei primi accordi bilaterali. Fra il 1946 e il 1950 giunsero quasi 300 mila italiani, seguiti da oltre 100 mila negli anni successivi. Dal 1957, tuttavia, gli arrivi diminuirono progressivamente, accompagnati da un numero elevato di rientri, per esaurirsi del tutto alla fine del decennio.
Il Venezuela
Sempre più promettente apparve, invece, il Venezuela, grazie al forte sviluppo della sua economia petrolifera e mineraria, soprattutto dopo gli accordi del 1951 fra il suo governo e il CIME, Comitato intergovernativo per l’emigrazione europea, che fino al 1956 permise l’arrivo di 167.000 italiani, seguiti da altri 5.000 nel 1957. Il Venezuela divenne una meta preferita alla stessa Argentina, tanto che entro il 1960 il numero totale di arrivi toccò le 236.000 unità.
Il Canada
Il Canada elaborò fin dal 1947 un programma di immigrazione, privilegiando quella europea, soprattutto dall’area centro-settentrionale, continuando invece a limitare quella asiatica. Funzionari canadesi raggiunsero l’Europa per selezionare i futuri immigrati sotto la supervisione dell’Organizzazione internazionale per i rifugiati. Gli italiani furono il gruppo che approfittò maggiormente di questa possibilità.
L’Australia
L’Australia fu una delle nuove mete dell’emigrazione italiana di questi anni grazie agli accordi bilaterali del 1951, che favorirono l’ingresso di 20.000 immigrati l’anno in cinque anni. Tra il 1947 e il 1961 oltre 200.000 italiani giunsero in Australia e vi restarono, costituendo oltre il 20% dell’immigrazione totale del periodo.

 

L’emigrazione intracontinentale

Sul piano quantitativo l’emigrazione in Europa nel periodo compreso fra il 1876 e il 1975 ha raccolto il 52,1% dell’esodo totale di migranti, con oltre 13 milioni di partenze.
Nel secondo dopoguerra, il 48% degli emigranti italiani si diresse in Svizzera e quasi il 30% in Francia. Solo nel decennio successivo riprese l’emigrazione verso la Germania, che assorbì il 26% dell’esodo, ma che assunse fra il 1966 e il 1975 il secondo posto, con il 36%, dopo la Svizzera, che continuò ad attrarre oltre il 47% dell’emigrazione italiana in Europa. Nonostante i numerosi rientri (intorno all’80%) l’esodo di questi anni ha sedimentato nel tempo cospicue comunità, soprattutto in Belgio, in Svizzera e in Germania.
La Francia
Fra le destinazioni Oltralpe dell’esodo italiano un ruolo importante fu rivestito dalla Francia, che ha assorbito nel tempo circa 4 milioni di immigrati. Non mancarono qui, come altrove, episodi di xenofobia che si verificarono in particolare negli anni Ottanta dell’Ottocento, quando alla crescita della presenza degli italiani si accompagnarono frequenti crisi economiche, come testimonia l’eccidio di Aigues Mortes del 1893 [https://ilmanifesto.it/aigues-mortes-una-strage-razzista/ https://it.wikipedia.org/wiki/Massacro_di_Aigues-Mortes ].
La Svizzera
La Svizzera è stata il paese europeo che nel secolo scorso ha conosciuto il tasso d’immigrazione più alto del continente europeo, assorbendo quasi la metà dell’emigrazione italiana del secondo dopoguerra. In settant’anni ha raddoppiato la sua popolazione, passando da quattro milioni agli oltre otto milioni odierni.
Nel 1948 la Svizzera firmò un accordo di reclutamento di manodopera straniera che divenne un modello per i successivi e cambiò per sempre la sua storia e quella del suo principale fornitore di donne e uomini, l’Italia. In Svizzera sono giunti oltre cinque milioni di Italiani, la metà nel secondo dopoguerra. Ancora oggi, quella in Svizzera è la terza comunità italiana nel mondo. Concepita come temporanea, dopo qualche decennio divenne stanziale e contribuì alla crescita dell’economia elvetica.
La Germania
Il governo della Repubblica italiana e il governo della Repubblica federale tedesca firmarono, il 20 dicembre 1955, un accordo per il reclutamento e il collocamento di manodopera italiana nella Germania federale, che produsse l’espatrio organizzato di quasi mezzo milione di persone. Il flusso emigratorio fu influenzato, a sua volta, dalla progressiva entrata in vigore della libera circolazione dei lavoratori all’interno della Comunità economica europea, e dall’andamento economico delle nazioni coinvolte. La prima fase dell’emigrazione diretta verso la Germania federale fu definita “assistita” poiché pianificata a livello istituzionale e organizzata attraverso i Centri di emigrazione. La seconda fase dell’emigrazione fu caratterizzata della libera circolazione dei lavoratori e da forme di reclutamento indipendenti dalla mediazione dei Centri di emigrazione.

 

Le migrazioni interne

Il quindicennio 1951-1965 fu quello della grande migrazione interna: in questa fase le regioni del “triangolo industriale” assorbirono un flusso migratorio di 113 mila unità annue. Al censimento del 1961, l’11,4% della popolazione italiana (in valore assoluto, circa 6 milioni) risiedeva in una regione diversa da quella di nascita. Questo valore era del 4% nel 1901, del 4,8 nel 1911, del 4,9 nel 1921, del 7,5 nel 1931, dell’8,3 nel 1951.
I saldi anagrafici attestanti spostamenti dal Sud al Nord della penisola rallentarono bruscamente a metà degli anni ’60, per risalire dal 1967 alla prima metà degli anni ’70.
Due fenomeni concomitanti, l’abbandono delle campagne e delle montagne e l’esodo dal Sud, contribuirono all’esplosione demografica di alcune città: Milano passò da 1.274.245 abitanti del 1951 a 1.681.045 del 1967; negli stessi anni Torino passò da 719.300 abitanti a 1.124.714, mentre i comuni della cosiddetta «cintura» incrementavano dell’80% la loro popolazione. Nel corso degli anni Cinquanta la Puglia da sola fornì il 20% degli immigrati a Torino. Seguivano la Sicilia (con l’11%), la Calabria e la Campania (7%). Il decennio successivo rafforzò ulteriormente questa tendenza.

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