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Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

Primavera di Praga e massacro di Tlatelolco

 

> Il 1968

 

 

La Primavera di Praga.

In Cecoslovacchia, che faceva parte del Patto di Varsavia, a partire dal gennaio del 1968 si era realizzato un originale tentativo di rendere democratico il sistema mediante riforme che prevedevano una maggiore libertà e partecipazione politica dei cittadini e la ristrutturazione dell’economia. Tale tentativo fu promosso dallo stesso Partito Comunista Cecoslovacco, di cui era divenuto leader Alexander Dubček. Le riforme politiche di Dubček (che egli definì “Socialismo dal volto umano”) si proponevano di riformare il regime, introducendo una maggiore libertà economica, politica, di stampa e di espressione, senza però abbandonare il Patto di Varsavia. Le riforme furono sostenute da gran parte della popolazione e gli studenti furono in prima fila a sostenere il tentativo di rinnovamento della Primavera di Praga.

Tuttavia le riforme furono viste dalla dirigenza sovietica, il cui premier era Leonid Il’ič Brežnev, come una grave minaccia per l’URSS e per i paesi del blocco orientale. Dopo una serie di trattative volte a frenare o limitare le riforme, Brežnev optò per l’intervento militare delle truppe del Patto di Varsavia, che nella notte fra il 20 e il 21 agosto 1968 invasero il paese. L’invasione coincise con la celebrazione del congresso del Partito Comunista Cecoslovacco, che avrebbe dovuto sancire definitivamente le riforme. I comunisti cecoslovacchi, guidati da Alexander Dubček, si riunirono in una fabbrica e approvarono il programma riformatore, ma le loro deliberazioni furono inutili. I sovietici imposero alla guida del Partito comunista cecoslovacco nuovi dirigenti che sconfessarono e abrogarono le riforme di Dubček.

I paesi occidentali, Stati Uniti compresi, si limitarono a proteste verbali. Dalla Cecoslovacchia si verificò un’ondata di emigrazione verso i paesi dell’Europa occidentale, mentre le proteste non violente furono all’ordine del giorno. Tra le più drammatiche vi fu il suicidio dello studente Jan Palach che si diede fuoco nella piazza principale di Praga (17 gennaio 1969). La Cecoslovacchia rimase occupata fino alla caduta del muro di Berlino che segnò la fine del blocco sovietico.

 

 

Il massacro di Tlatelolco in Messico

Le manifestazioni degli studenti messicani svoltesi tra luglio e ottobre del 1968, alle quali si erano uniti operai e contadini, si inserivano in una situazione sociale estremamente difficile, caratterizzata da povertà e scarsa scolarizzazione. Gli studenti messicani protestavano, tra l’altro, contro lo spreco di risorse spese per ospitare le Olimpiadi. Il 26 e il 29 luglio 1968 cortei di manifestanti che confluivano da più parti di Città del Messico si erano conclusi con duri scontri con la polizia. Cortei di protesta si ebbero a Città del Messico anche in  agosto e in settembre. Nelle settimane successive, rappresentanti degli studenti e delle forze di polizia si erano incontrati ed erano giunti a un accordo, secondo cui le manifestazioni si sarebbero svolte in modo pacifico, senza che le forze dell’ordine intervenissero.

Gli studenti universitari organizzarono una manifestazione a Città del Messico per il 2 ottobre alle 18,30 in Plaza de las Tre Culturas, nel quartiere di Tlatelolco. Quel pomeriggio del 2 ottobre del 1968, a circa una settimana dall’inaugurazione delle olimpiadi di Città del Messico, che si svolsero dal 12 al 27 ottobre, i manifestanti a migliaia affluirono pacificamente nella piazza fino a riempirla. Un elicottero improvvisamente illuminò con un raggio verde i manifestanti: era il segnale che i granaderos dell’esercito messicano potevano intervenire. L’unica via d’uscita di Piazza delle Tre Culture, fu bloccata dai blindati della polizia. I granaderos spararono all’impazzata per circa un’ora e i morti furono diverse centinaia, anche se la polizia ne indicò solo una trentina. Oriana Fallaci, l’inviata dell’Europeo, fu gravemente ferita. Testimoni di quanto accaduto furono anche alcuni atleti italiani, come Eddy Ottoz. Manifestazioni di solidarietà con gli studenti messicani si svolsero in molte città italiane.

Lo spettacolo olimpico cominciò come se nulla fosse accaduto. Il 16 ottobre nello stadio Olimpico di Città del Messico i velocisti statunitensi Tommie Smith e John Carlos arrivarono primo e terzo nella finale dei 200 metri piani alle Olimpiadi. Saliti sul podio per la premiazione e ricevute le medaglie, quando le note dell’inno risuonarono nello stadio, Smith e Carlos abbassarono la testa e alzarono un pugno chiuso, indossando dei guanti neri. A decine di metri di distanza, il fotografo John Dominis scattò loro una foto che sarebbe diventata una delle più famose del Novecento, simbolo di un decennio di proteste per i diritti civili dei neri.

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