Crea sito

Ambito socio-economico.

Argomento:

“Grande depressione” del 1929 e crisi economica odierna: quali prospettive?

[…] I rapporti borghesi di produzione e di scambio, i rapporti borghesi di proprietà, la società borghese moderna che ha creato per incanto mezzi di produzione e di scambio così potenti, rassomiglia al mago che non riesce più a dominare le potenze degli inferi da lui evocate. […] la storia dell’industria e del commercio è … storia della rivolta delle forze produttive moderne contro i rapporti moderni della produzione, cioè contro i rapporti di proprietà che costituiscono le condizioni di esistenza della borghesia e del suo dominio. […] Nelle crisi commerciali viene regolarmente distrutta non solo una parte dei prodotti ottenuti, ma addirittura gran parte delle forze produttive già create. Nelle crisi scoppia una epidemia sociale che in tutte le epoche precedenti sarebbe apparsa un assurdo: l’epidemia della sovrapproduzione. […] La società possiede troppa civiltà, troppi mezzi di sussistenza, troppa industria, troppo commercio. […] I rapporti borghesi sono divenuti troppo ristretti per poter contenere la ricchezza da essi stessi prodotta.

Da Karl Marx e Friedrich Engels, Manifesto del Partito Comunista (1848)

Il New Deal è la risposta democratica americana alla più grande crisi del secolo XX. La crisi del 1929 fu tanto più grave quanto più forte era stata, negli anni Venti, l’espansione della produzione, sorretta da un parallelo aumento dei consumi e sollecitata dalla spinta creditizia di uno sbrigliato sistema bancario. […] La crisi investì le banche, che fallirono a migliaia (erano più di trentamila) e quindi le imprese: la produzione industriale dimezzò, la disoccupazione salì a 15 milioni, un quarto della popolazione attiva. Il presidente Hoover, eletto nel 1928, era un credente: nel mercato e nella sua autoregolazione. Il suo rivale alle elezioni successive del 1932, Franklin Delano Roosevelt non era certo un socialista. Era un democratico, convinto sostenitore del capitalismo: e però consapevole che gli americani, disperati, chiedevano che il governo facesse qualche cosa e subito… Accettando la nomination parlò per la prima volta di un nuovo patto, un “new deal” […]. Vinte largamente le elezioni, non perse un giorno di tempo. […] In cento giorni di attività frenetica varò una quindicina di grandi progetti. […] Alcuni, incoerenti e contraddittori. […] Ma prendevano di petto i guasti della crisi. Aveva convocato a Washington un “trust di cervelli”, il meglio delle Università americane. Li impegnò su tutti i fronti caldi: i sussidi ai disoccupati, un vasto programma di edilizia pubblica: scuole, ospedali, dighe, ponti, strade, persino portaerei. Un grandioso progetto di sviluppo territoriale, la Tennessee Valley Autority per la costruzione di dighe e centrali idroelettriche, il controllo delle acque, la forestazione, il recupero di terre incolte, in sette Stati diversi; la promozione di nuove imprese agricole e industriali, la stabilizzazione dei prezzi; la disciplina del sistema creditizio, con la differenziazione tra banche di credito ordinario e banche di investimento. La promozione di progetti per la tutela dell’ambiente. […]

Quali furono i risultati economici del New Deal? Nella sua prima fase, dal 1933 al 1937, molto notevoli: quanto al prodotto nazionale e quanto alla disoccupazione. Poi, dopo la seconda elezione di Roosevelt, si ebbe nel 1937 una ricaduta cui si dette il nome di “recessione”. Di qui la necessità di un rilancio, di una fase due del New Deal, nella quale si accentuarono i suoi aspetti politico-sociali: l’istituzione di un sistema nazionale di previdenza sociale e una legislazione di sostegno alle organizzazioni sindacali insieme a un vasto programma organico di creazione di posti di lavoro attraverso grandi investimenti in infrastrutture.

I critici del New Deal osservano che alla fine degli anni Trenta l’economia americana era ancora lontana dal recuperare la forza propulsiva del passato. E che questo compito non fu assolto dal New Deal, ma dalla guerra. Dimenticano però che il New Deal salvò l’America dalla catastrofe e, diversamente dalla Germania hitleriana, lo fece preservando la democrazia.

Giorgio Ruffolo, I cento giorni di Roosevelt, la Repubblica – 25 novembre 2008

«I banchieri senza scrupoli sono ora trascinanti davanti al tribunale della pubblica opinione, cacciati dai loro alti scranni nel tempio della nostra civiltà»: era il 4 marzo del 1933, settantacinque anni or sono, quando un altro presidente americano eletto sull’onda di una colossale catastrofe finanziaria – e dunque economica – ereditata da un altro presidente repubblicano come oggi Barack Obama la sta ereditando da George W. Bush, pronunciò questo anatema contro “i mercanti nel tempio” e disegnò il presupposto morale di quello che lui, e noi da allora, avremmo chiamato il “New Deal”, il nuovo “patto” fra una nazione e i propri cittadini.

Anche allora, come oggi, il collasso dell’economia americana cominciato dalla Borsa di Wall Street nel 1929 ed esteso in lunghe e devastati onde anomale su un mondo come più globalizzato di quanto credessero allora gli altri governi, sembrò partire dall’ingordigia di banchieri e “money changer”, cambiavalute senza scrupoli. E anche oggi, come allora, la sola diga possibile, l’ultima trincea contro la peste mondiale della Grande Depressione, parve essere, a Franklin Delano Roosevelt, come ai governi e ai despoti europei, l’azione di quella mano pubblica che l’economista inglese John Maynard Keynes aveva indicato.

Vittorio Zucconi, Quando l’economia ha bisogno della politica, la Repubblica – 25 novembre 2008

La situazione economica odierna presenta aspetti di ironia tragica. Non fu originata da alcuna calamità naturale, come sarebbero la siccità, le inondazioni, il terremoto, né dal deperimento dell’energia umana, né dalla distruzione del macchinario produttivo. Possediamo in eccedenza materie prime, ed un attrezzamento superiore al bisogno per convertirle in beni utili alla comunità, ed in abbondanza facilità di vendita e mezzi di trasporto per mettere quei beni a disposizione di chiunque li richieda. Ed una cospicua porzione del macchinario e dei servizi giace inerte, mentre milioni di individui robusti di ambo i sessi, piombati nell’indigenza, invocano lavoro invano. […] Io non sono partigiano dell’idea di imporre restrizioni all’uso dei capitale; né sono partigiano di quell’altra che vorrebbe imporle all’iniziativa privata. Ma mi preme che teniate a mente la vastità delle somme, in capitale o in credito, che nell’ultimo decennio furono devolute a finanziare imprese insane, nonché l’incremento di attività non indispensabili, e la moltiplicazione di vari prodotti oltre il limite della capacità di assorbimento del paese.[…]

Per prima cosa e necessario guardare i fatti diritto in faccia. Ecco lì: i due terzi delle industrie americane sono concentrati in poche centinaia di corporations e effettivamente dirette da non più di cinquemila uomini. Più della metà dei risparmi del paese sono investiti in azioni ed obbligazioni di tali corporazioni. Tali titoli sono diventati lo spasso degli speculatori di borsa. Meno di tre dozzine di banche private, coi loro agenti di cambio dipendenti nelle banche commerciali, hanno diretto il flusso dei capitale all’interno del paese e all’estero. La potenza economica della nazione è raccolta nelle mani di pochi. […]

Dobbiamo ritornare ai principi primi; dobbiamo far si che l’individualismo americano sia ciò che si supponeva fosse: la opportunità di lavoro e di successo offerta a tutti […]

(Franklin D. Roosevelt, in Il New Deal, a c. di F. Villari, Editori Riuniti, 1977)

Chi ha detto “Non è possibile”? È un manifesto fatto pubblicare dal governo americano durante il New Deal. Questo invito all’ottimismo prosegue così: “C’è sempre qualcuno che sta facendo qualcosa che qualcun altro riteneva impossibile. Prova a provare”. L’immagine allude all’impresa di Lindbergh, l’aviatore americano che qualche anno prima aveva compiuto la prima traversata atlantica senza scalo da New York a Parigi pilotando il monoplano Spirit of Saint Louis.

Print Friendly, PDF & Email