Il nuovo assetto mondiale

Il nuovo assetto mondiale

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

Il nuovo assetto mondiale

Teheran, Jalta, Potsdam

A partire dal 1943 le potenze occidentali e l’URSS tennero tre importanti conferenze volte a definire il futuro assetto del mondo:

–     Roosevelt, Churchill e Stalin si incontrarono a Teheran (28 novembre e il 1° dicembre 1943);

–     Conferenza di Jalta: Roosevelt, Churchill e Stalin si incontrano tra il 4 e l’11 febbraio 1945;

–     Tra il 17 luglio e il 2 agosto si svolge la conferenza di Potsdam.Truman subentra alla presidenza USA dopo la morte di Roosevelt nell’aprile del ’45), e il laburista Clem Attlee, vincitore alle elezioni di luglio, sostituirà nel corso dell’incontro.

In queste conferenze furono definite le linee generali delle condizioni di pace.

Conseguenze della Seconda guerra mondiale

La guerra causò in Europa, Giappone e Cina una perdita di vite umane e distruzioni materiali di proporzioni catastrofiche, con circa 50 milioni di morti: l’URSS ebbe oltre 20 milioni di morti, la Polonia oltre 6, la Germania circa 5, la Iugoslavia oltre 1 milione e mezzo, il Commonwealth britannico oltre 500000, la Francia circa 400000, l’Italia 300000, il Giappone 1800000, gli USA poco meno di 300000, la Cina 15 milioni.

I rapporti di potenza nel mondo alla fine della guerra mutarono drasticamente e sorsero due superpotenze:

–      gli USA, che alla potenza militare univa un incontrastato primato economico;

–      l’URSS, grande potenza militare ma colpita duramente dalle distruzioni della guerra.

La Gran Bretagna aveva perso il suo ruolo di potenza mondiale e la Francia era uscita dalla guerra drasticamente ridimensionata. Il 26 giugno 1945 fu fondata l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), creata per garantire la pace, la libertà dei popoli e la democrazia e per favorire la cooperazione internazionale. Ben presto in seno all’ONU si manifestarono aspri contrasti tra le due superpotenze Usa e URSS.

I trattati di pace

Il 10 febbraio 1947 furono firmati i trattati di pace che riguardavano Germania, Italia, Bulgaria, Romania, Ungheria e Finlandia. L’Italia cedette alla Francia Briga e Tenda, alla Iugoslavia la Venezia Giulia, mentre Trieste fu divisa in due zone, affidate alla Iugoslavia e agli angloamericani. Albania ed Etiopia recuperarono l’indipendenza, mentre Rodi e il Dodecanneso andarono alla Grecia. I paesi orientali caddero sotto l’influenza dell’URSS.

Le potenze vincitrici della guerra divisero la Germania in due zone: Gran Bretagna, Stati Uniti e Francia occuparono la parte occidentale, l’URSS quella orientale. Per Berlino fu adottato lo stesso criterio. Contro i capi nazisti fu celebrato dal 15 novembre 1945 al 1° ottobre 1946 il processo di Norimberga.

Le frontiere tra Germania, Polonia e URSS furono completamente ridisegnate. La Polonia ottenne dalla prima la Pomerania, la Slesia e parte della Prussia orientale e cedette all’URSS le regioni della Bielorussia e dell’Ucraina, conquistate nel 1921.

Il Giappone perse i territori conquistati in Cina, la Corea, Formosa e Sakhalin. In Asia e in Africa Gran Bretagna, Francia e Olanda recuperarono le loro colonie, dove però si erano sviluppati movimenti di liberazione anticoloniale.

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Kennedy Ich bin ein Berliner!

Kennedy Ich bin ein Berliner!

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

John Fitzgerald Kennedy, Ich bin ein Berliner!

(Io sono un Berlinese)
Il 27 giugno 1963, durante la sua visita a Berlino, il presidente statunitense John Fitzgerald Kennedy pronunciò uno dei discorsi più celebri della storia del Novecento. Egli sottolineò con forza le differenze fra la democrazia occidentale e il mondo comunista,

facendo di Berlino un simbolo della condizione di libertà nel mondo contemporaneo, tanto da sostituire il concetto romano di cittadinanza con quello berlinese di libertà: “Tutti gli uomini liberi, ovunque si trovino, sono cittadini di Berlino. Come uomo libero, quindi, mi vanto di dire: Ich bin ein Berliner.”Guarda il video originale del discorso

Sono fiero di trovarmi in questa città come ospite del vostro illustre sindaco, che ha simboleggiato nel mondo lo spirito combattivo di Berlino Ovest. E sono fiero di visitare la Repubblica federale con il vostro illustre cancelliere, che da tanti anni impegna la Germania per la democrazia, la libertà e il progresso, e di trovarmi qui in compagnia del mio compatriota generale Clay, che è stato in questa città nei grandi momenti di crisi che essa ha attraversato, e vi ritornerà, se mai ve ne sarà bisogno.
Duemila anni fa, il vanto più grande era questo: Civis romanus sum. Oggi, nel mondo della libertà, il maggior vanto è poter dire: Ich bin ein Berliner. C’è molta gente al mondo che realmente non comprende – o dice di non comprendere – quale sia il gran problema che divide il mondo libero dal mondo comunista. Lasciateli venire a Berlino!
Ci sono taluni i quali dicono che il comunismo rappresenta l’ondata del futuro. Lasciateli venire a Berlino!
E ci sono poi alcuni che dicono, in Europa e altrove, che si potrebbe lavorare con i comunisti. Lasciateli venire anche questi a Berlino.
E ci sono persino alcuni pochi, i quali dicono che è vero, sì, che il comunismo è un cattivo sistema, ma che esso consente di realizzare il progresso economico. Lass sie nach Berlin kommen!
La libertà ha molte difficoltà, e la democrazia non è perfetta; ma noi abbiamo mai dovuto erigere un muro per chiudervi dentro la nostra gente e impedirle di lasciarci.
Desidero dire a nome dei miei concittadini, che vivono molte miglia lontano, al di là dell’Atlantico – e sono remoti da voi – che per loro è motivo di massima fierezza il fatto di avere potuto condividere con voi, sia pure a distanza, la storia degli ultimi diciotto anni. Non so di alcuna città che, contesa per diciotto anni, conservi ancora la vitalità, la forza, la speranza e la risolutezza della città di Berlino Ovest.
Sebbene il muro rappresenti la più ovvia e lampante dimostrazione degli insuccessi del sistema comunista dinanzi agli occhi del mondo intero, non ne possiamo trarre soddisfazione. Esso rappresenta infatti, come ha detto il vostro sindaco, un’offesa non solo alla storia, ma un’offesa all’umanità, perché divide le famiglie, divide i mariti dalle mogli e i fratelli dalle sorelle, e divide gli uni dagli altri i cittadini che vorrebbero vivere insieme.
Ciò che vale per questa città, vale per la Germania. Una pace veramente durevole in Europa non potrà essere assicurata fino a quando a un tedesco su quattro si negherà il diritto elementare di uomo libero, e cioè quello della libera scelta. In diciotto anni di pace e di buona fede, questa generazione tedesca si è guadagnata il diritto di essere libera e con esso il diritto di unire le famiglie e la nazione in pace durevole e in buona volontà verso tutti i popoli. Voi vivete in un’isola fortificata della libertà; ma la vostra vita è parte della vita del mondo libero. Vorrei quindi chiedervi, concludendo, di levare il vostro sguardo al di là dei pericoli di oggi e verso la speranza di domani, al di là della semplice libertà di questa città di Berlino o della vostra patria tedesca e verso il progresso della libertà dovunque, al di là del muro e verso il giorno della pace con giustizia, al di là di voi stessi e di noi, verso l’umanità tutta.
La libertà è indivisibile, e quando un uomo è in schiavitù, nessun altro è libero. Quando tutti saranno liberi, allora potremo guardare al giorno in cui questa città sarà riunita – e così questo Paese e questo grande continente europeo – in un mondo pacifico e ricco di speranza.
Quando questo giorno infine verrà – e verrà – la popolazione di Berlino Ovest potrà avere motivo di misurata soddisfazione per il fatto di essersi trovata sulla linea del fronte per quasi due decenni. Tutti gli uomini liberi, ovunque si trovino, sono cittadini di Berlino. Come uomo libero, quindi, mi vanto di dire: Ich bin ein Berliner.

John Fitzgerald Kennedy, Berlino, 27 giugno 1963

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Il miracolo economico

Il miracolo economico

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

Il miracolo economico

Nel 1950 la stabilizzazione monetaria e lo sviluppo degli scambi con l’estero consentì all’Italia di sfruttare la favorevole congiuntura economica internazionale aperta dalla guerra di Corea. Dal 1950 al 1963 vi fu, infatti, un periodo di lunga crescita economica, il cosiddetto “miracolo economico”, particolarmente intenso tra il 1958 e il 1963, quando la crescita del prodotto nazionale e industriale raggiunse i massimi storici.

Il boom economico fu favorito dai finanziamenti americani, dall’aumento delle esportazioni all’estero, dovute anche alla liberalizzazione del Mercato comune europeo, e dalla forte crescita della domanda interna, dovuta agli investimenti nell’edilizia e nell’industria che si modernizzava. Inoltre, mentre era cresciuta la produttività industriale, grazie all’adozione di tecnologie avanzate, restava basso in Italia il costo del lavoro, anche per effetto delle forti migrazioni interne di lavoratori che dalle campagne e dal Meridione cercavano impiego nelle industrie del Nord. Lo sviluppo economico fu inoltre favorito dal basso costo delle fonti di energia e dai notevoli investimenti dell’industria pubblica, soprattutto nel settore siderurgico.

Anche in Italia si realizzò così, pur in ritardo, uno sviluppo basato sulla produzione in serie automatizzata di beni e consumi diffusi (elettrodomestici, televisori, ciclomotori e automobili di piccola cilindrata, con i modelli Fiat 600 e 500). Tuttavia l’economia italiana si sviluppò secondo un modello dualistico, per la presenza contemporanea di settori molto dinamici contrapposti ad altri arretrati e per l’aggravarsi dello squilibrio tra Nord e Sud. Nel 1963 la crescita dell’economia italiana rallentò per poi riprendere, con un ritmo molto più lento, nel 1966.

I governi di centro-sinistra.

Le premesse per un superamento dei governi centristi sono individuabili nella linea  di un accordo tra DC e PSI lanciata da Aldo Moro al congresso democristiano dell’ottobre 1959. Nacquero così i primi governi di centrosinistra basati su accordi politici tra DC, PSI, PSDI e PRI. Con la pesante sconfitta elettorale socialista alle elezioni del 19 maggio 1968, l’asse politico del Paese si spostò progressivamente a destra, mentre a sinistra il Partito comunista continuava ad aumentare i suoi consensi e nacque la cosiddetta sinistra extraparlamentare. Fu un periodo di aspre lotte sociali e di continue contestazioni studentesche. Nel 1969, con la strage di Piazza Fontana, si aprì la “strategia della tensione” che puntava a contrastare l’avanzata delle sinistre. Iniziò una fase di instabilità politica che condusse al primo scioglimento anticipato del Parlamento della storia della Repubblica e a elezioni anticipate (7 maggio 1972), dalle quali non uscì tuttavia un quadro politico stabile.

Nuovi stili di vita

L’accelerato processo di sviluppo verificatosi negli anni ’50 e ‘60 travolse tradizioni, culture e abitudini degli Italiani. L’Italia si trasformò in pochi anni da società agricola a società industriale avanzata e lo sviluppo economico cambiò radicalmente i consumi, le condizioni e gli stili di vita. All’inizio degli anni Cinquanta un quarto delle case era senza acqua corrente, quasi tre quarti era senza bagno e solo una su dieci aveva il termosifone e il telefono. Il 58% della spesa familiare era destinato all’alimentazione e quasi tutto il resto all’abitazione e al vestiario. In un breve arco temporale questa situazione mutò radicalmente e si crearono le basi della cosiddetta società dei consumi.

Nella seconda metà degli anni Cinquanta incominciò a diffondersi a livello di massa l’automobile, prima riservata a pochi privilegiati. Alla fine degli anni ’50, nascono la Fiat 500 e la Fiat 600, due utilitarie dal prezzo molto contenuto. Nel 1953 circolavano in Italia oltre 600.000 automobili, nel 1956 oltre un milione, nel 1965 più di cinque milioni e nel 1968 oltre otto milioni, per raggiungere nel 1982 i venti milioni. Altrettanto rapidamente si diffuse la televisione, che nel 1954 (anno di inizio delle trasmissioni regolari) aveva 88.000 abbonati, saliti nel 1958 a un milione, nel 1969 a nove milioni, nel 1982 a 13 milioni e mezzo. Fra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta anche gli elettrodomestici e il telefono entrarono massicciamente nelle case italiane.

Fra i mutamenti più appariscenti degli stili di vita vi fu lo sviluppo dei consumi privati: negli anni Cinquanta e Sessanta il consumismo e le aspirazioni a un avanzamento individuale riguardarono soprattutto i ceti medi, attratti dal modello di vita americano. Gli Stati Uniti, che sin dall’inizio del secolo si erano caratterizzati per lo sviluppo di un mercato di massa, con prodotti di largo consumo, furono visti come un modello. Il consumismo fu, infatti, considerato da molti come il fattore chiave del successo del paese più ricco e potente del mondo, anche se non mancarono autorevoli critiche alla società dei consumi da parte di intellettuali, filosofi e sociologi.

La cultura giovanile

Gli anni Sessanta furono un decennio caratterizzato da un grande rinnovamento generazionale: prima la beat generation, poi la musica pop, diventarono il nuovo modo di espressione dei giovani, che si identificano sempre di più nei loro idoli musicali. Nel 1964, un anno di grandi fermenti culturali e sociali, in Gran Bretagna imperversarono i Beatles e i Rolling Stones. Nacque la musica rock, che diventò espressione delle nuove generazioni. In Italia gli echi di questi fermenti si fecero sentire con qualche anno di ritardo. La maggiore disponibilità di tempo e di denaro fece delle nuove generazioni consumatori particolarmente ambiti dal sistema produttivo, tanto che ai giovani furono sempre più frequentemente destinati spettacoli televisivi e cinematografici, capi di abbigliamento, dischi e mezzi di trasporto. Furono gli anni in cui si affermarono i media, la cultura pop e la minigonna. Fecero la loro comparsa le prime radio a transistor che sostituirono le vecchie e ingombranti radio a valvole: fu il boom delle radioline portatili a batteria che gli Italiani portavano ovunque con sé, quasi come accade oggi con i cellulari. Si crearono mode da seguire,”divi” da imitare e modelli di comportamento ai quali conformarsi, la maggior parte dei quali proveniva dal mondo anglosassone, che prese definitivamente il posto di Parigi e della Francia come punto di riferimento internazionale: Londra, New York, San Francisco divennero le grandi capitali della moda “giovane” (dei teenager, come vengono chiamati, con termine inglese, i ragazzi tra i 13 e i 19 anni) e dell’industria discografica. Si imposero così in tutta il mondo capi d’abbigliamento come i jeans o le t-shirt, le bevande gassate e le canzoni in lingua inglese.

Di questo fenomeno traccia un’efficace sintesi lo storico E.J. Hobsbawm nel suo saggio Il secolo breve:

Gli stili della gioventù americana si diffusero direttamente o attraverso l’amplificazione dei loro segnali mediante la cultura inglese, che faceva da raccordo tra America ed Europa, per una specie di osmosi spontanea. La cultura giovanile americana si diffuse attraverso i dischi e le cassette, il cui più importante strumento promozionale, allora come prima e dopo, fu la vecchia radio. Si diffuse attraverso la distribuzione mondiale delle immagini; attraverso i contatti personali del turismo giovanile internazionale che portava in giro per il mondo gruppi ancora piccoli, ma sempre più folti e influenti, di ragazzi e ragazze in blue jeans; si diffuse attraverso la rete mondiale delle università, la cui capacità di rapida comunicazione internazionale divenne evidente negli anni ’60. Infine si diffuse attraverso il potere condizionante della moda nella società dei consumi, una moda che raggiungeva le masse e che veniva amplificata dalla spinta a uniformarsi propria dei gruppi giovanili. Era sorta una cultura giovanile mondiale.”

E.J. HOBSBAWM, Il secolo breve, trad. it., Milano 1997

Il turismo di massa.

Uno dei più profondi cambiamenti prodotti dal boom economico italiano fu sicuramente costituito dal notevole aumento del tempo libero. La riduzione degli orari di lavoro nelle aziende, la diffusione di massa degli elettrodomestici che liberò le donne da una parte consistente del loro lavoro nell’ambito della famiglia determinarono l’aumento del tempo libero. Inoltre, all’urbanizzazione derivata dallo sviluppo industriale si accompagnò la diffusione dell’automobile e di più veloci mezzi di trasporto, che permettevano ora una mobilità enormemente maggiore rispetto al passato. Di conseguenza cambiarono radicalmente gli stili di vita e le aspettative per il futuro, soprattutto tra le giovani generazioni. In questa fase di grandi cambiamenti trova le sue radici lo sviluppo del turismo di massa, che estese a vaste fasce della popolazione la possibilità di trascorrere l’estate presso località balneari, montane o termali. Tale opportunità fu principalmente consentita da tre fattori: l’aumento del tempo libero, le ferie retribuite, il miglioramento dei redditi e la motorizzazione di massa. Le vacanze al mare e in montagna non furono più un privilegio di pochi ma divennero un fenomeno di massa, assurgendo talora a status simbol di una condizione economica famigliare nettamente migliorata.

Nella prima parte degli anni ’60 l’Italia beneficiò ancora degli effetti del boom economico. Il 1960 fu l’anno del film “La dolce vita” di Federico Fellini, che era lo specchio di una società in trasformazione, in bilico fra il vecchio e il nuovo.

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La rivoluzione cubana

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La rivoluzione cubana

Dopo la fuga del generale Machado nel 1933, a Cuba emerse la figura di Fulgencio Batista, un sergente che con l’appoggio degli Stati Uniti dominò la politica cubana per oltre un ventennio.

Presidente della repubblica nel 1940, sconfitto da un blocco di forze democratiche e costretto all’esilio nel 1944, Batista tornò al potere con un colpo di stato nel 1952 e creò un regime autoritario e repressivo che, in cambio di aiuti militari e di protezione politica, tutelò gli interessi degli Stati Uniti, che controllavano importanti settori dell’economia cubana. Nel 1953 un gruppo di intellettuali guidati da Fidel Castro, organizzò un tentativo insurrezionale che fallì, con l’assalto alla caserma Moncada di Santiago (26 luglio). Imprigionati e in seguito amnistiati, i capi del movimento si rifugiarono in Messico.

Nel 1956 Castro, con un’ottantina di seguaci tra i quali Ernesto Guevara, di origine argentina, sbarcò nella provincia cubana di Oriente. I primi scontri diretti con l’esercito di Batista ebbero esito disastroso e i pochi superstiti fuggirono sulle montagne della Sierra Maestra. Qui iniziarono azioni di guerriglia che, conquistato l’appoggio delle masse contadine, si estesero rapidamente a tutto il paese e culminarono il 1° gennaio del 1959 con l’insurrezione dell’Avana e la fuga di Batista.

Il governo guidato da Castro varò un programma di politica economica (diversificazione della produzione, riforma agraria, nazionalizzazione delle imprese straniere) che subito lo mise in rotta di collisione con gli Stati Uniti. I rapporti tra il governo cubano e gli USA divenne sempre più difficile: tra il 1959 e il 1960 Cuba firmò importanti accordi commerciali con l’URSS tra; nel 1960 gli Stati Uniti attuarono l’embargo per tutte le merci dirette a Cuba; nel 1961 vi fu la rottura delle relazioni diplomatiche tra i due paesi e il fallito tentativo, in aprile dello stesso anno, da parte di un gruppo di esuli cubani armati e finanziati dalla CIA, di sbarcare sull’isola nella baia dei Porci per rovesciare il regime di Castro.

L’installazione di rampe missilistiche sull’isola da parte di tecnici militari sovietici nell’ottobre del 1962 portò a una crisi senza precedenti tra Stati Uniti e Unione Sovietica. La prova di forza tra le due superpotenze si risolse con lo smantellamento delle rampe da parte dell’URSS, che compensò Cuba con il rafforzamento degli aiuti sul piano economico e militare.

Le crescenti difficoltà economiche dovute all’isolamento, il fallimento dei tentativi di esportare la rivoluzione in America Latina e il processo di distensione internazionale avviato dall’Unione Sovietica segnarono una svolta, agli inizi degli anni Settanta, nella politica estera di Cuba. Al miglioramento delle relazioni con gli Stati Uniti seguì il ritiro delle sanzioni economiche da parte di questi ultimi e il rientro di Cuba nell’OSA (Organizzazione degli Stati Americani) nel 1975.

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La Seconda guerra mondiale indebolì il dominio coloniale francese sull’Indocina e il Giappone intervenne militarmente in Vietnam. A capo della lotta armata contro i Francesi e i Giapponesi si pose il comunista Ho Chi-minh, che nel 1941 fondò il Vietminh (Lega per l’Indipendenza del Vietnam).

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