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SARS-CoV-2 e Covid-19

SARS-CoV-2 e Covid-19

SARS-CoV-2 e Covid-19

 

Il SARS-CoV-2 (precedentemente 2019-nCoV), non è mai stato identificato prima di essere segnalato a Wuhan in Cina nel dicembre 2019. Il virus che causa l’attuale epidemia di coronavirus è stato chiamato “Sindrome respiratoria acuta grave coronavirus 2” (SARS-CoV-2) dall’International Committee on Taxonomy of Viruses (ICTV), che si occupa della denominazione dei virus. Il nuovo coronavirus è “fratello” di quello che ha provocato la Sars (SARS-CoV). La malattia provocata dal nuovo Coronavirus è stata denominata “COVID-19” (dove “CO” sta per corona, “VI” per virus, “D” per disease e “19” indica l’anno in cui si è manifestata).

Il Sars-CoV-2 fa parte di una famiglia già conosciuta di sette virus, che causano il raffreddore e che hanno causato la Sars (2003) e la Mers (diffusa dal 2012 in Medio Oriente e non ancora debellata). Il gruppo dei coronavirus è stato chiamato così per la sua forma, che ricorda una corona con le spine.

Misure preventive

La COVID-19 si diffonde principalmente da persona a persona attraverso le goccioline disperse nell’aria con la tosse o gli starnuti da un soggetto infetto. Può inoltre essere contratta anche toccando superfici su cui è presente il virus e poi toccandosi la bocca, il naso o gli occhi. Tra le principali norme di comportamento volte a prevenire il contagio vi sono:

  • lavarsi accuratamente le mani con acqua calda e sapone.
  • pulire e disinfettare oggetti e superfici;
  • evitare di toccare gli occhi, il naso e la bocca con le mani non lavate;
  • evitare baci, abbracci, strette di mano;
  • tenere una distanza di almeno un metro tra una persona e l’altra;
  • fare uso della mascherina e coprirsi naso e bocca quando si starnutisce. 

I sintomi

I sintomi del COVID-19 solitamente compaiono da 1 a 14 giorni dopo il contagio. La maggior parte dei soggetti contagiati presenta sintomi lievi o è del tutto asintomatica. Tra i sintomi più comuni ci sono: febbre, tosse secca, spossatezza. Meno comuni: perdita del gusto o dell’olfatto, indolenzimento e dolori muscolari, respiro affannoso, mal di gola, mal di testa, nausea e vomito, naso chiuso, diarrea. Tuttavia, soprattutto negli individui con altre patologie, il virus può provocare una polmonite e crisi respiratorie che necessitano di ossigeno e terapia intensiva. Nei casi più gravi la patologia può portare alla morte.

La rapidità del contagio, il numero di pazienti che arrivano contemporaneamente agli ospedali e la lunga permanenza dei pazienti (3 settimane) in terapia intensiva ha messo in crisi i sistema sanitari che hanno subito negli ultimi anni progressivi tagli finanziari.

Le persone più vulnerabili

La contagiosità del Sars-CoV-2 è molto superiore a quella di MERS-CoV e di SARS-CoV, pur essendo inferiore il tasso di mortalità.

Il rischio di non superare la malattia dipende dall’età dei pazienti e dalle patologie pregresse, ma è cruciale anche la risposta del sistema sanitario del paese colpito. Inoltre il tasso di letalità tra i maschi è più o meno il doppio di quello delle femmine.

La maggior parte dei decessi riguarda ottantenni e persone con altre importanti malattie tra cui i diabetici e coloro che hanno problemi cardiovascolari e in generale gli immunodepressi. Tuttavia, la reazione a questo virus varia da persona e persona e a volte prescinde da età, sesso e malattie preesistenti.

https://www.epicentro.iss.it/index/MalattieInfettive

https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/sars-cov-2-sorveglianza-dati

http://www.salute.gov.it/nuovocoronavirus

https://www.msdmanuals.com/it-it/casa/resourcespages/covid-19-resources 

https://www.msdmanuals.com/it-it/casa/resourcespages/covid-19-useful-links 

https://www.simlaweb.it/covid-19-una-storia-della-pandemia-su-simlaweb/ 

Gli organi colpiti

La malattia colpisce quasi ogni organo e tessuto, probabilmente perché in moltissime cellule è presente una proteina che tutti esprimiamo, in misura diversa da persona a persona: il recettore chiamato ACE2, cui il virus si attacca per iniziare la sua invasione. Sono così spiegati i danni a olfatto e gusto (di ACE 2 sono ricche le mucose nasali e orofaringee), quelli alla vista, alle fibre nervose, e poi al cuore, ai reni, al fegato, all’intestino, al pancreas, ai vasi, oltreché, naturalmente, a polmoni, bronchi e vie aeree nel loro insieme. 

Inoltre, il coronavirus può scatenare il diabete di tipo 1, autoimmune, perché colpisce direttamente le cellule che producono insulina. Tra gli organi più colpiti ci sono i reni: un’alta percentuale dei malati ha subito gravi danni, che hanno richiesto spesso la dialisi. Sono poi stati ormai dimostrati i danni a tutto il sistema dei vasi, e al cuore (il virus può dare gravi aritmie).

Covid e patologie neuro-psichiatriche

Chi ha sviluppato le forme più gravi di Covid-19, quelle che hanno richiesto il ricovero e la permanenza in terapia intensiva, potrebbe avere conseguenze di tipo psichiatrico e neurologico anche a lungo termine, se già non le ha avute in ospedale. Non sono poche le segnalazioni per quanto riguarda ictus, stato confusionale o cambiamenti nel comportamento, alterazione dello stato mentale e psicosi. 

Non si può escludere che almeno in parte le malattie neurologiche o psichiatriche fossero preesistenti, ma neppure che il virus, in alcuni pazienti, colpisca in modo significativo il sistema nervoso, forse anche per fattori legati al ricovero e alle terapie (immobilità, carenza di ossigeno, farmaci, anestetici e così via). Del resto, tra il 1918 e il 1927 le encefaliti letargiche furono probabilmente connesse alla pandemia di spagnola e colpirono cinque milioni di persone in tutto il mondo. 

Nel suo libro Risvegli Oliver Sacks racconta il suo tentativo di aiutare, nella seconda metà degli anni Sessanta, alcuni di questi pazienti ancora in vita.

>> Gli effetti a lungo termine del covid-19 

>> I segni che lascia il covid-19 su chi è guarito

I test per il covid-19

I test per il covid-19 si dividono in due categorie principali: 

  • i test molecolari, tra cui il cosiddetto tampone, che intercettano la presenza di materiale genetico virale, rivelando se è in atto l’infezione;
  • i test anticorpali, chiamati comunemente sierologici, che cercano gli anticorpi prodotti dal sistema immunitario in risposta all’infezione, per scoprire se una persona è entrata in contatto con il sars-cov-2 negli ultimi mesi. 

I primi fotografano la situazione del momento, rivelando l’infezione in corso e quindi il singolo contagio, mentre i secondi aiutano a ricostruire la trasmissione del virus tra la popolazione e a monitorare il suo grado d’immunizzazione, da cui dipenderà l’evoluzione della pandemia. Il gold standard per la diagnosi della malattie infettive raccomandato dall’Oms è il test molecolare (tampone) che identifica la presenza del materiale genetico del virus in campioni biologici attraverso la tecnica in provetta della reverse transcription-polymerase chain reaction (Rt-Pcr). 

Grazie a questa tecnica vengono copiate più volte delle porzioni specifiche del genoma virale fino a renderle “visibili”: se queste porzioni sono presenti nel campione, il test risulterà positivo, in caso contrario, negativo. Questo tipo di test è il più efficace e attendibile per rilevare il virus durante la fase attiva dell’infezione, anche in assenza di sintomi, ma è dispendioso, richiede personale qualificato e si impiegano diverse ore per avere i risultati.

In entrambe le categorie sono state sviluppate più tipologie di analisi che differiscono per affidabilità e sicurezza, facilità di esecuzione e tempi di risposta. 

Le aziende biotecnologiche stanno mettendo a punto test sempre più rapidi che, se usati su larga scala, permettono di monitorare quasi in tempo reale la diffusione del virus nella popolazione e di avere una stima più accurata dei casi senza doversi affidare a dei modelli matematici. Sono test semplici ed economici, ma meno affidabili in termini di specificità e sensibilità.

Tra questi ci sono: 

  • i test salivari, in cui si ricercano tracce del virus nella saliva;
  • i test antigenici che rilevano la presenza di proteine virali in campioni di saliva o prelevati tramite tampone;
  • i test sierologici pungidito, che rilevano nel sangue la presenza o meno di anticorpi.

La ricerca del vaccino 

Il settore strategico delle biotecnologie

L’11 gennaio gli scienziati cinesi hanno pubblicato a tempo di record la sequenza genetica del nuovo coronavirus, e poco più di un mese dopo la società Moderna era in grado di testare i primi campioni del suo vaccino. La comparsa del Covid-19 ha ulteriormente accelerato lo sviluppo di un importante settore strategico, quello delle biotecnologie. Secondo le stime dell’Ocse, nel 2030 le biotecnologie avranno un peso enorme nell’economia mondiale: l’80% dei prodotti farmaceutici, il 50% dei prodotti agricoli, il 35% dei prodotti chimici e industriali, incidendo complessivamente per il 2,7% del Pil globale.

Le biotecnologie […] utilizzano organismi viventi come batteri, lieviti, cellule vegetali e animali o parti di essi per sviluppare prodotti e processi https://assobiotec.federchimica.it/biotecnologie/le-biotecnologie. In campo medico le vendite di farmaci biologici costituivano nel 2010 il 18%, nel 2018 il 28% e si prevede che arriveranno al 32% nel 2024 (EvaluatePharma, 2019).

Tipologie di vaccino

Le strategie di ricerca del vaccino adottate sono molto diversificate fra loro. In particolare, i ricercatori stanno lavorando su tre tipologie: 

  • Vaccino a RNA: si tratta di una sequenza di RNA sintetizzata in laboratorio che, una volta iniettata nell’organismo umano, induce le cellule a produrre una proteina simile a quella verso cui si vuole indurre la risposta immunitaria (producendo anticorpi che, conseguentemente, saranno attivi contro il virus).
  • Vaccino a DNA: il meccanismo è simile al vaccino a RNA. In questo caso viene introdotto un frammento di DNA sintetizzato in laboratorio in grado d’indurre le cellule a sintetizzare una proteina simile a quella verso cui si vuole indurre la risposta immunitaria.
  • Vaccino proteico: utilizzando la sequenza RNA del virus (in laboratorio), si sintetizzano proteine o frammenti di proteine del capside virale. Conseguentemente, iniettandole nell’organismo combinate con sostanze che esaltano la risposta immunitaria, si induce la risposta anticorpale da parte dell’individuo.
I tempi di realizzazione di un vaccino 

Nonostante la forte pressione esercitata dalla pandemia di COVID-19, il futuro utilizzo di un vaccino deve essere necessariamente preceduto da studi rigorosi che richiedono il tempo necessario per valutarne l’efficacia e la sicurezza.

La ricerca ha inizio con la valutazione in vitro delle componenti dell’agente che andrà a costituire la componente attiva del vaccino. Una volta definito questo aspetto ha inizio la cosiddetta fase preclinica in cui viene testata la risposta immunitaria e/o i meccanismi avversi su organismi viventi complessi non umani. Superata questa fase ha inizio la vera e propria sperimentazione clinica sull’uomo, dopo circa 2-5 anni dalle iniziali ricerche sulla risposta immunitaria, cui seguono altri 2 anni di prove pre-cliniche che coinvolgono la sperimentazione animale. 

La sperimentazione clinica si realizza in 3 fasi:

  • Fase I: prima somministrazione del vaccino sull’uomo per valutare la tollerabilità e la sicurezza del prodotto (il numero dei soggetti coinvolti è molto ridotto).
  • Fase II: se la fase I ha mostrato risultati positivi, il vaccino viene somministrato ad un numero maggiore di soggetti per valutare la risposta immunitaria prodotta, la tollerabilità, la sicurezza e definire le dosi e i protocolli di somministrazione più adeguati.
  • Fase III: se la fase II ha mostrato risultati soddisfacenti, il vaccino viene somministrato a un numero elevato di persone allo scopo di valutare la reale funzione preventiva del vaccino.

Se tutte le fasi hanno dato esito positivo, il vaccino viene registrato e si procede alla produzione e distribuzione su larga scala. 

L’accelerazione dei tempi

Lo sviluppo del vaccino è dunque un processo lungo, che normalmente richiede anni e grandi investimenti economici. Nell’attuale emergenza si sta cercando di ridurre i tempi a 12-18 mesi.

https://www.ars.toscana.it/images/qualita_cure/coronavirus/tabella_vaccini_covid19_DEF_agg.to_12nov2020.pdf 

Nella corsa contro il tempo, scienziati, aziende e Stati sono impegnati in una partita che vede in gioco prestigio, quote di mercato e inseguimento di “primati” nazionali. Dopo un primo annuncio russo (agosto 2020) del vaccino denominato “Sputnik V”, accolto con scetticismo dalla stampa internazionale, a breve distanza di tempo tra di loro, prima l’azienda farmaceutica Pfizer poi l’azienda biotecnologica Moderna hanno annunciato un vaccino anti-Covid (novembre 2020).

 

Cronistoria della Covid-19

Cronistoria della Covid-19

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

Cronistoria della Covid-19

[dicembre 2019-gennaio 2020]

Le “polmoniti anomale”

Nel mese di novembre, o forse anche in ottobre del 2019, il nuovo coronavirus Sars-CoV-2 aveva iniziato a circolare in Cina, in particolare a Wuhan, città cinese di 11 milioni di abitanti nell’Hubei, centro nevralgico di commercio e di scambi. Nella metropoli cinese cominciò infatti ad essere registrato un certo numero di polmoniti anomale, dalle cause non attribuibili ad agenti patogeni noti. Il 31 dicembre 2019 le autorità cinesi informarono l’Oms del manifestarsi di questi casi.

All’inizio di gennaio del 2020 a Wuhan il fenomeno si estese a decine di persone. Dalle prime indagini emerse che i contagiati erano frequentatori del mercato di animali vivi Huanan Seafood Wholesale Market a Wuhan. Ne derivò l’ipotesi che il contagio potesse essere stato causato da prodotti di origine animale venduti al mercato.

L’annuncio del coronavirus

Il primo gennaio 2020 le autorità cinesi disposero la chiusura del mercato di Wuhan e l’isolamento di coloro che presentavano i sintomi dell’infezione. Ai primi di gennaio le autorità cinesi annunciarono che gli scienziati avevano identificato un nuovo virus appartenente alla famiglia dei coronavirus. Al nuovo virus fu attribuito temporaneamente il nome di “2019-nCoV”. Il 10 gennaio l’Oms diffuse la notizia, suggerendo le precauzioni da adottare, in particolare quella di evitare contatti con le persone con sintomi. L’OMS dichiarò poi che non era raccomandata alcuna restrizione ai viaggi da e per la Cina. Al momento tutti i casi erano concentrati a Wuhan e non si conoscevano la contagiosità e la letalità del virus (Sars e Mers avevano un più alto tasso di mortalità ma erano molto meno contagiose).

Il 12 gennaio gli scienziati cinesi annunciarono che il virus era stato “isolato” e “sequenziato” e la Cina condivise la sequenza genetica con gli altri paesi. Intanto in Cina i casi confermati erano in totale 41, circoscritti alla zona di Wuhan, e fu segnalato un decesso.

Il primo caso accertato fuori dalla Cina risale al 14 gennaio, in Thailandia: si trattava di una donna di 62 anni arrivata da Wuhan. Altri casi si manifestarono presto in Corea del Sud e in Giappone. Intanto in Cina i contagi crebbero e si estesero ad altre città.

Il 21 gennaio le autorità sanitarie cinesi e l’Organizzazione mondiale della sanità annunciarono che il nuovo coronavirus, passato probabilmente dall’animale all’essere umano (con un “salto” di specie o spillover), si trasmetteva anche da uomo a uomo. Nel frattempo però, milioni di cittadini di Wuhan avevano viaggiato attraverso il paese, anche in vista del capodanno cinese.

Wuhan in lockdown

Il 22 gennaio il governo cinese decise di mettere in quarantena la città di Wuhan (11 milioni di persone), estendendo successivamente l’isolamento a quasi tutta la provincia di Hubei (circa 60 milioni di persone furono poste in quarantena). Le autorità cinesi sospesero aerei, treni, autobus e traghetti in entrata e in uscita da Wuhan, successivamente estendendo il divieto anche ai veicoli privati. Così, dal giorno successivo Wuhan entrò in lockdown obbligatorio, con la suddivisione dei quartieri della città attraverso la costruzione di barriere e checkpoint, con l’obbligo di non uscire di casa e di indossare la mascherina nei luoghi pubblici. Furono poi annullati tutti i festeggiamenti previsti per il Capodanno cinese. Dal 24 gennaio le misure di isolamento furono estese alle città di Huanggang, Ezhou e Xianning, vicine a Wuhan e ad altre regioni. Il piano di emergenza attuato a Wuhan prevedeva anche la costruzione di nuove strutture ospedaliere. In particolare le autorità disposero la costruzione di un ospedale con 1000 posti letto.

Alla fine gennaio in Cina salì il numero dei contagiati (più di 6000) e dei morti (oltre 130), pertanto i governi di varie nazioni, tra cui quello italiano, prepararono un piano di evacuazione per i propri cittadini da Wuhan. I contagi fuori dalla Cina erano ancora circoscritti e limitati.

In Europa i primi tre casi furono accertati in Francia il 24 gennaio 2020. Il 29 gennaio in Italia due turisti cinesi di Wuhan contagiati furono ricoverati allo Spallanzani. Anche un ricercatore italiano proveniente dalla Cina fu positivo al virus e un diciassettenne, rimasto bloccato a lungo a Wuhan a causa di sintomi simil-influenzali, benché non positivo al coronavirus fu tenuto sotto osservazione.

L’Oms dichiara lo stato di emergenza globale

Alla fine di gennaio il rischio che l’epidemia si diffondesse divenne elevato. Il 30 gennaio 2020 il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità Tedros Adhanom Ghebreyesus dichiarò l’“emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale”. A quella data si contavano 7800 contagiati, quasi tutti in Cina, dove i morti erano 170. Sporadici i casi registrati in altri 19 paesi, tra cui gli Stati Uniti, con 5 casi, l’Europa con 10. Il comitato d’emergenza dell’OMS si dichiarava fiducioso nella possibilità di interrompere la diffusione del virus, a condizione che i paesi mettessero in atto “energiche misure” commisurate al rischio e basate sulla “solidarietà e cooperazione internazionale”. Tre mesi dopo, i casi di Covid-19 superavano i tre milioni.

L’ emergenza sanitaria in Italia

L’Italia sospese tutti i voli da e per la Cina, unica in Europa, e il presidente del Consiglio Giuseppe Conte proclamò lo stato di emergenza sanitaria per 6 mesi. La Conferenza stampa del Presidente Conte e del Ministro Speranza(Palazzo Chigi) viene trasmessa in live streaming il 30 gennaio 2020

[Febbraio 2020]

L’ospedale di Wuhan

Il 2 febbraio a Wuhan in Cina fu inaugurato un ospedale di 1000 posti letto su una superficie di 25mila metri quadrati, costruito a tempo di record per affrontare la scarsità di terapie intensive richieste dalla diffusione del contagio. Le immagini in timelapse fecero il giro del mondo.

La costruzione in tempo record dell’ospedale a Wuhan

All’inizio di febbraio l’epidemia di Coronavirus superò per mortalità la precedente epidemia di Sars che aveva colpito la Cina nel 2002/2003. Il Giappone confermò 10 nuovi casi da una nave da crociera, la Diamond Princess, posta in quarantena vicino a Yokohama, con a bordo oltre 3.500 persone, tra cui 35 italiani.

La morte di Li Wenliang

Il 7 febbraio morì Li Wenliang, il medico cinese che per primo aveva cercato di dare l’allarme sulla presenza di un nuovo ceppo di coronavirus e che era stato costretto al silenzio dal governo cinese, con l’accusa di diffondere notizie false. Il 2 aprile Wenliang fu proclamato eroe nazionale.

Sars-CoV-2 e Covid-19

L’11 febbraio l’OMS ha annunciato di avere modificato il nome del nuovo virus: non più 2019-nCoV ma Sars-CoV-2, perché il patogeno è parente del coronavirus responsabile della Sars (molto più letale ma meno contagiosa). Anche la malattia causata dal virus ottenne una denominazione ufficiale, quella di “Covid-19” dall’acronimo di Co (corona); Vi(virus); D (‘disease’, malattia) e 19 (l’anno di identificazione del virus).

All’epidemia di Covid-19 si è affiancata quella dell’informazione, con notizie non sempre veritiere (fake news).

Si fermano fiere e saloni internazionali

Il 12 febbraio fu annullato il Mobile World Congress, la più grande fiera al mondo di tecnologia mobile che si tiene a Barcellona. Poi furono annullati tutti i grossi saloni internazionali, come quello dell’auto a Ginevra, il Salone del Mobile a Milano, il Vinitaly e così via.

Il 13 febbraio su richiesta dell’Italia, rappresentata dal ministro Roberto Speranza, si tenne a Bruxelles una riunione straordinaria dei Ministri della Salute del Consiglio dell’Unione europea. In Cina il governo rimosse i vertici del Partito Comunista di Wuhan e della provincia di Hubei per la loro incapacità nel gestire l’emergenza.

La partita Atalanta-Valencia

Il 19 febbraio a San Siro si giocò la partita di Champions League Atalanta-Valencia, con la presenza di cinquantamila bergamaschi allo stadio. L’Atalanta vinse 4-1. Immunologi e protezione civile hanno ipotizzato che la partita abbia contribuito alla diffusione del contagio.

I primi casi di Covid in Lombardia

Venerdì 21 febbraio 2020 emersero diversi casi di coronavirus nel lodigiano, in Lombardia. Si trattava di persone non provenienti dalla Cina. Un uomo di 38 anni residente a Codogno risultò positivo al coronavirus: è il cosiddetto paziente 1. Nel giro di poche ore fu accertata la positività di altre quattordici persone. Alcuni dei paesi colpiti (Codogno, Castiglione d’Adda, Casalpusterlengo e altri) furono di fatto isolati. La prima vittima italiana per covid-19 è stata Adriano Trevisan, di 78 anni. L’uomo residente a Vo’ Euganeo morì nella terapia intensiva dell’ospedale di Schiavonia, a Padova.

Scattano le zone rosse

Il 23 febbraio in Lombardia e Veneto scattarono le “zone rosse” in 11 comuni, tra cui Codogno e Vo’ Euganeo. Fu istituito il divieto di accesso o di allontanamento dal territorio comunale e la sospensione di manifestazioni, di eventi e di ogni forma di riunione in luogo pubblico o privato. Si svolse inoltre la prima conferenza stampa di Angelo Borrelli, capo della Protezione Civile, che da allora ogni sera alle 18 informava gli Italiani sull’andamento del contagio.

Milano non si ferma

La maggior parte degli esponenti politici non si rese subito conto della gravità e delle dimensioni dell’epidemia e molti si preoccuparono, più che del contagio, dei danni che le misure restrittive avrebbero potuto provocare. Ancora in data 27 febbraio, il segretario del PD Nicola Zingaretti partecipò a un aperitivo con i giovani dem sui navigli, con l’intento di rassicurare la popolazione e di dare l’idea che la situazione fosse sotto controllo. Il 5 marzo si fece fotografare abbracciato ad alcuni sostenitori in un ristorante e il 6 marzo contrasse il Covid. Il sindaco Sala rilanciò l’hashtag #milanononsifermae un messaggio simile fu  quello del sindaco di Bergamo Giorgio Gori.

Chiudere/aprire/chiudere

Anche gli esponenti dell’opposizione assunsero atteggiamenti analoghi, spesso contraddittori, a distanza di pochi giorni. Plateali sono state anche in seguito le prese di posizione di Matteo Salvini (Lega) e di Giorgia Meloni (FdI) volte, ripetutamente, ora a sminuire la pandemia e ad accusare il Governo di mettere in ginocchio l’economia, ora a rivendicare una chiusura totale, per poi di nuovo sostenere la necessità di una riapertura di tutte le attività, comprese le discoteche. Il 27 febbraio Salvini chiedeva a gran voce in un video di “riaprire tutto”: si riferiva a Milano e alla Lombardia. Elencava bar, ristoranti, musei, negozi, fabbriche, palestre, discoteche, centri commerciali. Del resto, mentre si diffondevano le prime raccomandazioni contro il virus, lui ancora organizzava comizi nelle piazze. Poi, come se niente fosse, Salvini passò a criticare l’esecutivo per non aver chiuso tante attività e accusò persino la Consob per non aver sospeso la Borsa.

Salvini: aprire chiudere aprire chiudere aprire

Giorgia Meloni il 2 marzo girò un video davanti al Colosseo, nel quale esortava i turisti stranieri a venire in Italia e a non pensare che la gente fosse impaurita e “barricata in casa”: “La realtà è un’altra…ci sono turisti ovunque, ristoranti, bar e negozi sono tutti aperti, le persone sono felici e il tempo è fantastico, una normale situazione”.

D’altronde in America il 28 febbraio il presidente americano Donald Trump in un comizio dichiarò che il virus era una “bufala dei democratici” e lo paragonò a una banale influenza, spiegando che un giorno “sparirà” come “un miracolo“.

Intanto, alla fine di febbraio viene pubblicato il “Report of the WHO-China Joint Mission on Coronavirus Disease in cui si precisa che il virus ha”zoonotic origins”.

[Marzo 2020]

La diffusione del contagio e la zona rossa

Il contagio si diffuse in Italia, in particolare in Lombardia e nelle altre regioni del centro-Nord. Mercoledì 4 marzo il governo annunciò la sospensione delle attività scolastiche in tutto il paese, estendendo le misure già in vigore nelle regioni del Nord. Dal pomeriggio del 7 marzo iniziò a circolare sui media una bozza di decreto che prevedeva l’estensione delle misure restrittive e di isolamento all’intera Lombardia. L’indiscrezione causò un esodo di meridionali verso Sud, per raggiungere i propri paesi di origine.

L’8 marzo fu ufficialmente varato il decreto che prevedeva l’isolamento della Lombardia, in assoluto la più colpita, e di altre 14 province, che diventarono “zona rossa”. Nella stessa giornata si giocò il “Derby d’Italia” a porte chiuse e senza pubblico tra Juventus e Inter, preludio dello stop definitivo al campionato di Serie A, deciso il giorno seguente.

Il lockdown

Il 9 marzo il governo estese le misure di contenimento a tutta l’Italia: l’intero Paese fu così ora in lockdown, primo tra gli stati occidentali ad adottare misure così severe e restrittive. Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte annunciò in televisione di aver esteso a tutto il paese le misure già prese per la Lombardia e per le altre 14 province, tanto che tutta l’Italia diventò “zona protetta”. Le nuove norme previste nel Dpcm 9 marzo 2020, entrarono in vigore il 10 marzo. Esse prevedevano che si potesse uscire di casa solo per comprovate ragioni di necessità, come per fare la spesa, per esigenze lavorative, per l’acquisto di farmaci o per motivi di salute.

La pandemia

L’11 marzo Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Oms, annunciò che Covid-19 poteva “essere caratterizzato come una situazione pandemica”, dichiarando perciò la pandemia. La preoccupazione per le conseguenze economiche derivanti dalla pandemia investì i mercati finanziari. Il Ftse Mib (acronimo di Financial Times Stock Exchange Milano Indice di Borsa), il più significativo indice azionario della Borsa italiana, chiuse le contrattazioni con una flessione del 16,92%, la peggiore seduta della sua storia. Due giorni dopo Wall Street segnerà il peggior calo giornaliero dal 1987: -12%.

Boris Johnson e l’immunità di gregge

Il 12 marzo il capo del governo inglese Boris Johnson annunciò che il suo piano per fronteggiare la pandemia prevedeva il raggiungimento della cosiddetta “immunità di gregge” e che quindi oltre il 60% dei britannici avrebbe dovuto contrarre il coronavirus. Aggiungeva inoltre che i cittadini dovevano rassegnarsi all’idea di “perdere molti cari”.

https://www.lescienze.it/news/2020/10/27/news/covid-19_coronavirus_vaccino_immunita_gregge_massa_condizioni_r0_illusione_vittime-4823263/

Misure economiche per contrastare la pandemia

Il 16 marzo la Fed (la Banca centrale americana) tagliò i tassi di interesse allo 0-0,25% come misura per contrastare gli effetti della pandemia da coronavirus. Fu il secondo taglio in una settimana. Venne inoltre lanciato un massiccio programma di Quantitative Easing per acquistare 700 miliardi di dollari di titoli di stato e obbligazioni garantite da mutui. Le banche centrali, da poco uscite da anni di politica espansiva per la crisi dei debiti sovrani, si trovarono a fronteggiare una crisi ancora più grave.

Il 27 marzo negli Stati Uniti quasi 3,3 milioni di lavoratori fecero richiesta di sussidi di disoccupazione, cinque volte più del precedente massimo storico di 695.000 risalente all’ottobre del 1982. Il Congresso e la Casa Bianca vararono un piano da duemila miliardi di dollari per soccorrere l’attività economica.

Il ruolo degli asintomatici

Su Science fu pubblicato uno studio della Columbia University di New York che sottolineava il ruolo degli asintomatici nella diffusione del virus. L’Oms fino a quel momento non lo aveva considerato un problema, mentre la scoperta di un’ampia percentuale di asintomatici tra i contagiati rese più importante l’utilizzo delle mascherine per bloccare il contagio e di test diffusi, non solo a chi ha sintomi.

Il decreto “cura Italia”

Il 17 marzo entrò in vigore il decreto “cura Italia” varato dal governo, che prevedeva una prima misura (25 miliardi di euro) di sostengo economico al paese in seguito all’emergenza sanitaria. Il decreto legge ottenne l’approvazione definitiva del Parlamento il 24 aprile.

Tra le misure principali si prevedevano:

  • estensione della cassa integrazione in deroga per le imprese;
  • divieto di licenziamento per “giustificato motivo oggettivo”;
  • possibilità di richiedere il congedo parentale;
  • introduzione del “bonus baby sitter”;
  • erogazione di 600 euro per il mese di marzo (saranno 800 ad aprile) per le partite Iva che dimostrino un danno economico rilevante in seguito al lockdown;
  • possibilità di sospensione del pagamento delle rate del mutuo.

Christine Lagarde e la BCE

Il 19 marzo in un Consiglio direttivo notturno, la Bce lanciò un nuovo programma di acquisto di attività da 750 miliardi per l’emergenza del coronavirus. Christine Lagarde, presidente della BCE dal 1º novembre 2019, dichiarò: “Nessun limite nel nostro impegno per l’euro”, mentre pochi giorni prima aveva preoccupato i mercati, e l’Italia in particolare, dicendo che “non è compito della Bce ridurre gli spread”. Il 20 marzo la Commissione europea ha sospeso il patto di stabilità, per permettere ai governi di “pompare nel sistema denaro finché serve“. Una sospensione temporanea, ma di notevole importanza. Venivano sospesi non solo il limite invalicabile del 3% di deficit-Pil e il 60% nel rapporto debito-Pil, ma soprattutto gli obblighi di riduzione annua del deficit strutturale.

Un nuovo Dpcm

Il 22 marzo le misure del Governo divennero più stringenti: con un nuovo Dpcm, il governo sospese gran parte delle attività produttive e vietò ai cittadini di spostarsi in un “comune diverso rispetto a quello in cui attualmente si trovano”. Due giorni prima erano stati chiusi i parchi e vietate le attività motorie e sportive, se non nei pressi della propria abitazione. In tutte le città italiane, strade e piazze si svuotarono.

Il rinvio di eventi sportivi

Il 24 marzo, dopo giorni di esitazione, il premier giapponese Shinzo Abe e il CIO annunciarono il rinvio di un anno delle Olimpiadi di Tokyo 2020. La stessa sorte era toccata, la settimana prima, agli Europei di calcio. Fu poi la volta di Wimbledon, del Giro d’Italia, degli Europei di atletica e di molte altre manifestazioni sportive.

Il Papa in Piazza San Pietro

Il 27 marzo, in una piazza San Pietro vuota e sferzata da una pioggia battente, Papa Francesco pregò per l’umanità colpita dalla pandemia.

Viktor Orbàn

Il 31 marzo l’Ungheria approvò un pacchetto di misure anti-coronavirus che consegnava pieni poteri a Viktor Orbàn: tra queste misure figuravano la sospensione immediata delle elezioni, la possibilità di legiferare per decreto senza l’approvazione del parlamento e la punizione con il carcere per chi fa disinformazione sull’epidemia o sul governo.

[Aprile 2020]

La curva inizia a scendere

Il 5 aprile per la prima volta, in Italia si registrò un calo del numero dei pazienti ricoverati in terapia intensiva: -79, per un totale di 3994. L’8 aprile, dopo 76 giorni terminò formalmente il lockdown a Wuhan, epicentro della pandemia in Cina (era iniziato il 23 gennaio).

I provvedimenti a favore delle imprese

Il 7 aprile il governo varò una serie di interventi economici con l’obiettivo di garantire liquidità alle imprese colpite dall’emergenza. Il decreto-legge varato dal Governo introduceva misure urgenti in materia di accesso al credito e il rinvio di adempimenti per le imprese. Le misure prevedevano garanzie da parte dello Stato per un totale circa di 200 miliardi di euro concesse attraverso la società SACE Simest, del gruppo Cassa Depositi e Prestiti, in favore di banche che effettuassero finanziamenti alle imprese sotto qualsiasi forma.

La garanzia statale copriva tra il 70% e il 90% dell’importo finanziato, a seconda delle dimensioni dell’impresa, ed era subordinata a una serie di condizioni tra le quali l’impossibilità di distribuzione dei dividendi da parte dell’impresa beneficiaria per i successivi dodici mesi e la destinazione del finanziamento per sostenere spese ad attività produttive localizzate in Italia.

Alle piccole e medie imprese, anche individuali o partite Iva, erano riservati 30 miliardi e l’accesso alla garanzia rilasciata da SACE, gratuito ma subordinato alla condizione che le stesse abbiano esaurito la loro capacità di utilizzo del credito rilasciato dal Fondo Centrale di Garanzia.

Era poi previsto il rinvio di adempimenti fiscali e tributari da parte di lavoratori e imprese. In particolare, venivano sospesi i versamenti di Iva, ritenute e contributi per i mesi di aprile e maggio, in aggiunta alle misure precedentemente adottate. Il decreto aggiungeva 400miliardi ai 350 già stanziati dal Cura Italia.

La guarigione di Boris Johnson e la morte di Sepùlveda

Il 12 aprile, dopo sette giorni di ricovero di cui quattro in terapia intensiva, il premier inglese Boris Johnson fu dimesso dall’ospedale dove era ricoverato, mentre nel paese si diffondeva la pandemia. In un video pubblicato su Twitter Johnson dichiarò: ”È difficile trovare le parole per esprimere il debito che provo nei confronti del Sistema sanitario nazionale per avermi salvato la vita“.

Il 16 aprile morì a 70 anni Luis Sepùlveda, maestro cileno della letteratura, ricoverato in gravi condizioni dopo avere contratto il Covid-19.

Trump tra “reopen” e disinfettante

Il 21 aprile al grido di “reopen”, in tutti gli Stati Uniti piccoli gruppi di manifestanti conservatori scesero in piazza per protestare contro le misure di lockdown e chiedere l’annullamento immediato delle restrizioni. I manifestanti, spesso armati, ricevettero l’appoggio del Presidente americano Donald Trump. Il 24 aprile Trump, durante una riunione con la sua task force anti-coronavirus, definì “interessante” l’opzione di “iniettare disinfettante” nei pazienti affetti da Covid-19. L’affermazione suscitò sdegno nella comunità medico-scientifica e polemiche, tanto che poi il presidente dichiarò che era una “proposta sarcastica”. Intanto, il 29 aprile negli Stati Uniti si registrava un milione di contagi da coronavirus e il numero di vittime superava quello della guerra del Vietnam.

La “fase due”

Per la prima volta dall’inizio dell’epidemia, il 20 aprile l’Italia registrò una diminuzione nel numero dei positivi: 20 in meno del giorno precedente, per un totale di 108.237. Continuò inoltre il calo di ricoveri e terapie intensive. Così, il 26 aprile il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte annunciò l’attenuazione del lockdown, con l’avvio della “fase due”, che sarebbe entrata in vigore dal 4 maggio. Le misure prevedevano il ritorno al lavoro di 4 milioni di italiani e consentirono le visite ai familiari nell’ambito della stessa regione.

[Maggio 2020]

Virus cinese

Il 3 maggio il segretario di stato americano Mike Pompeo in un’intervista televisiva accusò la Cina di avere fabbricato il virus in laboratorio, pur senza portare alcuna prova a sostegno della tesi. I rapporti tra USA e Cina si fecero sempre più tesi.

Fine del lockdown

Il 4 maggio in Italia iniziò la “Fase 2”, caratterizzata dal ritorno al lavoro in alcuni settori produttivi e dalla possibilità di incontrare i “congiunti”. Il 18 maggio iniziò poi una nuova fase di riaperture che segnò, di fatto, la fine del lockdown. Riaprirono molte filiere produttive, i parrucchieri e i ristoranti pur con l’obbligo di adottare adeguate misure precauzionali, quali la distanza, l’uso della mascherina, la prenotazione obbligatoria. Divenne possibile incontrare persone al di fuori del proprio nucleo familiare o affettivo. Inoltre, per spostarsi all’interno della stessa regione non era più necessaria l’autocertificazione. Fu mantenuto l’obbligo di mantenere la distanza di almeno 1 metro e di indossare la mascherina, in alcune regioni anche all’aperto.

Il decreto rilancio

Il nuovo coronavirus ha messo in ginocchio l’economia mondiale, nonostante le misure di sostegno messe in atto dai governi. Anche il Governo italiano ha adottato, a più riprese, provvedimenti a sostegno dei settori più colpiti dalla crisi. Il 19 maggio 2020 fu pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il Decreto-Legge n. 34 recante “Misure urgenti in materia di salute, sostegno al lavoro e all’economia, nonché di politiche sociali connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19”. Il “decreto rilancio” è stato un corposo intervento economico (55 miliardi, come almeno due manovre finanziarie ordinarie) che introduceva nuove misure e ne estendeva altre già in precedenza approvate.

Un primo bilancio

Malgrado le reiterate avvisaglie e gli avvertimenti degli scienziati il mondo è stato colto impreparato al diffondersi della pandemia. Fino a marzo 2020 la stragrande maggioranza dei contagi e delle vittime ha interessato la Cina. Poi il coronavirus è diventato un’emergenza mondiale, pur con rilevanti differenze tra Stati, regioni e città, invadendo tutti i continenti in progressione continua. La gestione politica dell’emergenza ha mostrato mancanza di coordinamento, conflitti tra i centri di potere nazionali e periferici, spesso superficialità, improntitudine e spacconeria.

I sistemi sanitari hanno mostrato una grave fragilità, anche nei paesi più ricchi e sviluppati, dove sono emerse gravi carenze non solo nelle strutture per la cura e l’assistenza ma soprattutto nelle attività di prevenzione. Gravi deficit si sono manifestati nella difesa delle parti più esposte e fragili della popolazione. La pandemia ha messo in evidenza le misere condizioni abitative dei lavoratori immigrati, le disparità nell’accesso alle cure mediche degli stati più poveri e delle minoranze etniche, fino alle disastrose condizioni sanitarie nei paesi del Sud del mondo.

Per contenere la pandemia molti Stati hanno fatto ricorso a misure restrittive di rigore ed estensione quanto mai varie, sottoponendo globalmente milioni di persone a confinamenti su scala mai vista. La Cina, epicentro iniziale della pandemia, accusata per il ritardo con il quale ha avvertito il mondo del pericolo, può vantare di aver confinato con misure draconiane l’epidemia alla provincia dell’Hubei.

Gli studi epidemiologici che cercano di quantificare la reale circolazione del virus, ancora parziali e insufficienti, indicano che più di 50 milioni di persone sono state contagiate, pur senza riportare, in gran parte, danni seri. Molti non hanno però potuto accedere a un’assistenza medica adeguata e probabilmente il numero di morti è notevolmente sottostimato. Inoltre, la maggior parte della popolazione non è ancora entrata in contatto con il virus e la cosiddetta “immunità di comunità” è lontana, richiedendo almeno il 70% di positivi. Tra l’altro non è ancora chiaro quanto efficace sia l’immunità acquisita tramite l’infezione naturale e, soprattutto, quanto duri nel tempo. Il Covid-19 ha dunque davanti a sé ancora un vasto territorio di espansione, come dimostra l’avvento della temuta (da alcuni) seconda ondata epidemica.

[ottobre-novembre 2020]

La “seconda ondata”

Le restrizioni hanno rallentato la diffusione del virus fino a far ritenere passata la tempesta, ma al loro allentamento i contagi hanno ripreso a crescere, con la riaccensione di focolai sempre più numerosi, che rapidamente si sono tradotti in una trasmissione diffusa, estesa anche ad aree prima meno toccate, come l’Est Europa e l’Italia meridionale. Così, la pandemia è in progressione in gran parte del mondo, con una forte accelerazione negli Stati Uniti e in Europa. La tregua estiva non è stata sufficientemente utilizzata per colmare le lacune dei sistemi di assistenza e prevenzione ereditate dal passato e i sistemi sanitari si trovano ora nuovamente impreparati ad affrontare il ripresentarsi della pandemia.

Un rapido tracciamento dei contatti di ogni nuovo caso confermato, seguito dalle misure di quarantena (secondo l’ECDC – European Centre for Disease Prevention and Control), è fondamentale per interrompere la catena di trasmissione del virus. La strategia del “tracciare e testare” ha dimostrato la sua efficacia in alcuni paesi asiatici ed è la più efficace per prevenire la risalita dei casi. Ma tracciare e testare tempestivamente una trasmissione diffusa anziché un numero contenuto di focolai sottopone a sovraccarico i servizi di prevenzione. Nei paesi più investiti dalla “seconda ondata” si segnalano lacune, sofferenze e lunghe liste di attesa, tanto che il sistema di tracciamento può dirsi fallito e il carico di lavoro che grava sui servizi sanitari è divenuto insostenibile.

Negli Stati Uniti, nella sola giornata del 10 novembre i nuovi casi positivi hanno superato i 140mila e 65.368 persone sono state ricoverate. In Europa, dove i contagiati superano ormai i 15 milioni, con oltre 300.000 morti, diversi paesi hanno adottato nuove misure di contenimento per limitare il numero dei contagi e ridurre la pressione della Covid-19 sul sistema sanitario. La politica della maggior parte dei governi europei è stata questa volta finalizzata a evitare un lockdown totale, adottando invece misure mirate ad alcuni ambiti “critici” e differenziate in base alla gravità della situazione nelle diverse realtà regionali. Questa è stata anche la politica del governo italiano.

>> Un mondo diviso dai vaccini e le altre notizie sul virus 

  • Nel suo discorso alla prima sessione dell’assemblea generale delle Nazioni Unite sulla pandemia di covid-19, che si è tenuta il 3 dicembre, il segretario generale António Guterres ha avvertito che il mondo potrebbe fare i conti con le conseguenze della pandemia per decenni, anche se presto saranno introdotti dei vaccini. Durante il vertice, che si è svolto online, Guterres ha ricordato che l’impatto economico e sociale del covid-19 “è enorme e in aumento” e che il vaccino non può essere considerato una panacea in grado di risolvere i danni della pandemia globale. “A quasi un anno dall’inizio della pandemia, siamo di fronte a una tragedia umana e a un’emergenza umanitaria e legata alla salute pubblica e allo sviluppo”, ha detto il segretario generale, facendo riferimento all’aumento della povertà, al rischio di carestia e alla prospettiva della “più grande recessione globale in ottant’anni”. (Internazionale, 4 dicembre 2020)

>> Le nuove restrizioni di Natale

Il 3 dicembre il premier italiano Giuseppe Conte in una conferenza stampa ha presentato il nuovo decreto del presidente del consiglio dei ministri (dpcm) che sarà in vigore dal 4 dicembre al 15 gennaio 2021. “Stiamo evitando un lockdowngeneralizzato come quello di primavera, questi risultati ci confortano, ma non possiamo permetterci di abbassare la guardia per le festività natalizie perché ci aspettiamo una terza ondata già a gennaio”, ha detto Conte. Ecco le misure annunciate. (Internazionale, 3 dicembre 2020)

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Zone rosse, arancioni e gialle

In Italia il presidente del consiglio Giuseppe Conte ha varato un nuovo decreto per arginare l’epidemia tra il 3 e il 4 novembre, in seguito ad accordi con i governatori delle regioni. Il dpcm è entrato in vigore dal 6 novembre.

Il decreto prevede l’individuazione di tre diverse aree di rischio, individuate sulla base di 21 parametri. Alle aree gialle, quelle dove l’epidemia è meno diffusa, seguono le aree arancioni, ad alto rischio, dove sono previste restrizioni aggiuntive, mentre nelle aree rosse a rischio grave, si prevede un lockdown, anche se meno rigido di quello di marzo.

Il 4 novembre il governo ha assegnato ogni regione a una delle tre aree:

  • Area gialla: Abruzzo, Basilicata, Campania, Emilia Romagna, Lazio, Liguria,Toscana, Molise, Marche, Sardegna e Friuli Venezia Giulia, Veneto e le provincie di Trento e Bolzano.
  • Area rossa: Lombardia, Piemonte, Calabria e Valle d’Aosta;
  • Area arancione: Puglia e Sicilia;

Le misure restrittive nelle tre aree

Area gialla
  • Obbligo di mascherina anche all’aperto, a eccezione dei bambini sotto ai sei anni, di chi svolge attività sportiva e di chi ha patologie che non si conciliano con l’uso della mascherina.
  • Obbligo di tenere la distanza di sicurezza.
  • I negozi devono esporre un cartello indicando il numero massimo di persone che possono entrare contemporaneamente.
  • Gli amministratori locali possono chiudere strade o piazze in cui c’è il rischio che si creino assembramenti.
  • Vietato circolare dalle ore 22 alle ore 5 del mattino, salvo comprovati motivi di lavoro, necessità e salute. Raccomandazione di non spostarsi se non per motivi di salute, lavoro, studio, situazioni di necessità. Per spostarsi in quegli orari bisognerà fare un’autocertificazione.
  • Chiusura dei centri commerciali nei giorni festivi e prefestivi ad eccezione delle farmacie, parafarmacie, punti vendita di generi alimentari, tabaccherie ed edicole al loro interno.
  • Chiusi i cinema, i teatri, le sale scommesse, le sale da gioco, bingo e slot machine (anche nei bar e tabaccherie), le discoteche, le sale da ballo, le sale da concerto, le palestre, le piscine, i parchi tematici, le terme, i centri benessere, gli impianti sciistici, i musei e le mostre.
  • Sospesi i convegni, i congressi e altri eventi. L’accesso ai luoghi di culto deve avvenire in modo da evitare assembramenti.
  • Didattica a distanza per le scuole superiori, fatta eccezione per gli studenti con disabilità e in caso di uso di laboratori; didattica in presenza per scuole dell’infanzia, scuole elementari e scuole medie. Chiuse le università, salvo alcune attività per le matricole e per i laboratori.
  • Riduzione fino al 50% per il trasporto pubblico, ad eccezione dei mezzi di trasporto scolastico.
  • Chiusura di bar e ristoranti alle ore 18. L’asporto è consentito fino alle ore 22. Per la consegna a domicilio non ci sono restrizioni. Restano aperti gli autogrill e i servizi di ristorazione di stazioni e aeroporti.
  • Gli accompagnatori non potranno sostare nelle sale d’attesa dei pronto soccorso. Sarà limitato l’accesso dei parenti e dei visitatori nelle residenze per anziani e negli hospice.
Area arancione

Nell’area arancione si aggiungono:

  • Divieto di spostamenti in entrata e in uscita da una Regione all’altra e da un Comune all’altro, salvo comprovati motivi di lavoro, studio, salute, necessità. Raccomandazione di evitare spostamenti non necessari nel corso della giornata all’interno del proprio Comune.
  • Chiusura di bar e ristoranti, 7 giorni su 7. L’asporto è consentito fino alle ore 22. Per la consegna a domicilio non ci sono restrizioni.
Area rossa

Nell’area rossa si aggiungono:

  • Divieto di ogni spostamento, anche all’interno del proprio Comune, in qualsiasi orario, salvo che per motivi di lavoro, necessità e salute; vietati gli spostamenti da una Regione all’altra e da un Comune all’altro.
  • Chiusi i centri estetici.
  • Didattica a distanza per la scuola secondaria di secondo grado, per le classi di seconda e terza media. Restano aperte, quindi, solo le scuole dell’infanzia, le scuole elementari e la prima media. Chiuse le università, salvo specifiche eccezioni.
  • Sono sospese tutte le competizioni sportive salvo quelle riconosciute di interesse nazionale dal CONI e CIP. Sospese le attività nei centri sportivi.
  • È consentito svolgere attività motoria nei pressi della propria abitazione e attività sportiva solo all’aperto in forma individuale.
  • Chiusura dei negozi, fatta eccezione per supermercati, beni alimentari e di necessità.

La nuova mappa d’Italia

In base all’analisi dei dati epidemiologici e agli scenari di rischio certificati dall’Istituto superiore di sanità,  il Ministro Roberto Speranza, sentiti i Presidenti delle Regioni interessate, ha successivamente firmato l’Ordinanza 13 novembre 2020 che ridefinisce la collocazione delle Regioni nelle tre aree.

Sulla base dell’ordinanza:

  • entrano nell’area arancione le Regioni Abruzzo, Basilicata, Liguria, Toscana, Umbria
  • entra nell’area rossa la Provincia Autonoma di Bolzano.

La nuova ripartizione delle Regioni nelle diverse aree è la seguente:

  • Zona gialla: Lazio, Molise, Provincia autonoma di Trento, Sardegna, Veneto
  • Zona arancione: Abruzzo, Basilicata, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Marche, Puglia, Sicilia, Umbria
  • Zona rossa: Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta, Calabria, provincia autonoma di Bolzano, Toscana, Campania

Le misure previste dall’Ordinanza sono entrate in vigore domenica 15 novembre 2020.

I dati della pandemia oggi (novembre 2020)

In novembre, nonostante le misure adottate nei diversi paesi, sono stati superati i 50 milioni di contagiati ed è stato abbondantemente superato il milione di morti

In data 17 novembre L’OMS ha fornito i seguenti dati:

Globale

(Ultimi dati OMS. Fonte: Health Emergency Dashboard, 17 Novembre ore 10.08 am)

  • 54.558.120 casi confermati nel mondo dall’inizio della pandemia
  • 1.320.148 morti

Regioni OMS 

Europa

(Ultimi dati OMS, inclusa Italia, fonte Dashboard Who European Region, 16 Novembre ore 10.00 am)

  • 15.302.745 casi confermati
  • 344.792 morti

(Ultimi dati, inclusa Italia, fonte Dashboard ECDC, 16 Novembre 2020)

  • Francia casi confermati 1.981.827 morti 44.548
  • Spagna casi confermati 1.458.591 morti 40.769
  • Regno unito casi confermati 1.369.318 morti 51.934
  • Italia casi confermati 1.178.529 morti 45.229
  • Germania casi confermati 801.327 morti 12.547

America

(Ultimi dati OMS. Fonte: Health Emergency Dashboard, 17 Novembre ore 10.08 am)

  • 23.371.968 casi confermati
  • 680.843 morti

Sud Est Asiatico

  • 10.094.817 casi confermati
  • 155.024 morti

Mediterraneo orientale

  • 3.611.671 casi confermati
  • 91.794 morti

Africa

  • 1.404.954 casi confermati
  • 31.554 morti

Pacifico Occidentale

  • 807.579 casi confermati
  • 16.461 morti

Dati in aggiornamento sui seguenti siti:

 

https://gisanddata.maps.arcgis.com/apps/opsdashboard/index.html#/bda7594740fd40299423467b48e9ecf6

https://coronavirus.jhu.edu/map.html

https://lab24.ilsole24ore.com/coronavirus/

https://covid19.who.int

http://www.salute.gov.it/portale/nuovocoronavirus/dettaglioContenutiNuovoCoronavirus.jsp?lingua=italiano&id=5338&area=nuovoCoronavirus&menu=vuoto

Wuhan
epidemie

Le epidemie nella storia. Dalla peste al coronavirus

Le epidemie nella storia. Dalla peste al coronavirus

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

Le epidemie nella storia. Dalla peste al coronavirus

 
Le epidemie e le pandemie accompagnano da sempre la storia umana. Alcune di esse, spesso collegate a situazioni di crisi, a carestie, a guerre, a migrazioni. Malattie contagiose come la peste, il vaiolo, la sifilide, il colera, la tubercolosi e la pandemia influenzale del 1918-19, hanno fortemente contribuito a cambiare la storia dell’umanità per i loro effetti demografici, economici e sociali. Alle tradizionali malattie infettive di carattere epidemico si sono affiancate negli ultimi 30 anni nuove malattie infettive “emergenti”. Tra queste l’AIDS, l’infezione da virus Ebola, la SARS, l’influenza aviaria da virus A/H5N1 e l’influenza suina da virus A/N1N1. Infine ora il COVID19, noto come Corona virus.  

 

>> Malattie infettive, epidemie, pandemie.

 

>> Le Pandemie Influenzali

 

>> L’influenza spagnola

 

>> Cause e cura delle malattie infettive

 

>> Epidemie: tra misure anticontagio, lazzaretti e fake news

 

>> Le epidemie nella letteratura

 

>> SARS-CoV-2 e Covid-19

 

>> Cronistoria della Covid-19

 

https://www.internazionale.it/video/2020/05/01/umani-responsabili-pandemie

https://ilmanifesto.it/david-quammen-questo-virus-e-piu-pericoloso-di-ebola-e-sars/

https://www.epicentro.iss.it/passi/storiePandemia 

https://www.epicentro.iss.it/index/MalattieInfettive

https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/sars-cov-2-sorveglianza-dati 

http://www.salute.gov.it/nuovocoronavirus 

https://oggiscienza.it/2020/03/06/i-numeri-delle-pandemie-della-storia/ 

http://www.sapere.it/sapere/pillole-di-sapere/salute-e-benessere/Dalla-peste-al-coronavirus-le-più-grandi-pandemie-della-storia.html 

https://www.focus.it/cultura/storia/lezioni-di-storia-peste-influenza-spagnola-vaiolo 

https://www.focus.it/scienza/salute/cosa-sono-i-virus 

https://www.focus.it/cultura/storia/perche-l-influenza-spagnola-fu-chiamata-cosi 

http://www.almanacco.cnr.it/reader/ 

Zanichelli – Aula di lettere – Speciale coronavirus

https://www.lescienze.it/news/2020/02/06/news/coronavirus_causano_infezioni_raffreddore_polmonite-4673102/ 

https://www.lescienze.it/news/2017/12/01/news/virus_sars_pipistrelli_cina_ricombinazione_genetica-3775712/ 

https://www.lescienze.it/news/2020/02/06/news/coronavirus_2019-ncov_la_piu_grande_meta-analisi_di_tutti_i_genomi_sequenziati-4673782/?refresh_ce 

https://www.lescienze.it/news/2020/03/09/news/coronavirus_infetta_facilmente_persone-4694021/ 

https://www.who.int 

 

 

epidemie

 

 

 

 

 

 

 

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L’influenza “spagnola”

L’influenza “spagnola”

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

L’influenza “spagnola” (1918-1920)

Virus A/H1N1 
>>> Le epidemie nella storia
Le influenze sono causate da diversi tipi di virus strettamente imparentati, ma una forma in particolare (il tipo A) è legata a epidemie letali. La pandemia del 1918-20 (la “spagnola”) fu causata da un virus influenzale di questo tipo, chiamato H1N1. Essa fu una delle più devastanti pandemie della storia dell’umanità per numero di contagiati e di morti. Il virus A/H1N1, tra il 1918 e il 1920 contagiò circa un terzo della popolazione mondiale, mietendo tra i 50 e i 100 milioni di morti, con una letalità superiore al 2,5%. Il termine “Spagnola” deriva dal fatto che furono i giornali nella Spagna neutrale a parlarne per primi, mentre negli Stati in guerra la censura proibiva di parlarne.  In tre ondate successive l’epidemia si estese al mondo intero, veicolata dai soldati, ma passò molto tempo prima che le autorità comprendessero che si trattava di un fenomeno di dimensioni globali.

 

Perché “spagnola”?

La pandemia comunemente nota come  “spagnola” flagellò il mondo intero tra il 1918 e il 1920, causando un numero di vittime ancora imprecisato ma sicuramente non inferiore ai 25 milioni di morti.  Il termine “spagnola” si basa su un presupposto falso, cioè che la pandemia di influenza avesse la sua origine in Spagna. In realtà, poiché la Spagna non partecipava alla guerra, gli organi di informazione erano più liberi e non erano soggetti alla censura militare come negli altri Paesi europei. Le notizie sull’epidemia furono quindi fornite dalla stampa nella loro drammatica realtà. Ne derivò che la Spagna si guadagnò immeritatamente la fama di paese fonte del contagio, dove l’epidemia era particolarmente virulenta. Gli Stati che erano impegnati nella Prima guerra mondiale, invece, censurarono la divulgazione dei dati epidemici da parte degli organi di stampa.

Come spesso accade nelle epidemie, fiorirono le più diverse denominazioni: fu chiamata fièvre de Parme in Francia, febbre delle Fiandre in Inghilterra, malattia bolscevica in Polonia, febbre di Bombay a Ceylon, febbre di Singapore a Penang, soldato di Napoli in Spagna.

Le origini della pandemia

Ma dove ha avuto origine la pandemia influenzale del 1918? I pareri sono discordanti, ma si possono ricondurre a tre ipotesi principali: origine cinese, origine francese, origine americana. 

– Virus cinese?

Una prima tesi sostiene che il primo focolaio del virus abbia avuto origine nello Shanxi, in Cina. dove nell’inverno del 1917 si manifestò una malattia che causava emottisi, dolori al petto e febbre. Questa ipotesi vedrebbe nelle caratteristiche agricole della Cina meridionale un ambiente favorevole all’evolversi del virus della spagnola, che dagli uccelli (in particolare le anatre), grazie a modificazioni genetiche, si sarebbe trasmesso ai maiali e poi all’uomo. I sostenitori di questa tesi osservano che in quest’area la popolazione non sarebbe stata colpita particolarmente dall’epidemia di “spagnola” nel 1918, perché immunizzata in quanto era già stata a contatto con il virus. Questa osservazione è contestata da altri studiosi, secondo i quali l’epidemia mostrò un andamento analogo a quello verificatori negli Stati Uniti e in Europa. 

– Virus “di guerra”?

Una seconda tesi sostiene che l’origine del contagio sarebbe da ricercare nel cuore dei teatri di guerra europei, in Francia. Qui gli Inglesi concentrarono le loro truppe nella stretta striscia di territorio tra il fronte e l’oceano Atlantico, costruendo un accampamento militare a étaples, un villaggio di pescatori a sud di Boulogne-sur-Mer. L’accampamento ospitava circa centomila persone e nelle sue vicinanze vi erano i campi per i prigionieri di guerra tedeschi, per le truppe francesi provenienti dall’Indocina e i Chinese Labour Corps (Clc). A étaples tra luglio e novembre 1916 giunsero quotidianamente molti malati e feriti provenienti dal fronte della Somme, dove infuriava la guerra, e si diffuse una malattia molto simile all’influenza, con sintomi simili alla “spagnola”, che si esaurì in marzo del 1917. La piccola epidemia, tuttavia, stranamente non colpì la popolazione civile, nonostante i contatti fossero frequenti.

– Virus americano?

Una terza tesi, infine, suggerisce che la pandemia abbia avuto le sue origini in Kansas (Stati Uniti). Nella contea di Haskell, dove si coltivava il mais e si allevavano polli e maiali, già nel gennaio 1918 i contadini cominciarono ad ammalarsi. Alcuni svilupparono la polmonite e morirono. L’epidemia svanì a metà marzo. Nel marzo del 1918 gli Stati Uniti erano in guerra con la Germania e gli imperi centrali da undici mesi. Dalla contea di Haskell provenivano reclute verso il campo di addestramento di Camp Funston, che accoglieva circa 20000 militari. Qui in marzo del 1918 furono registrati i primi casi di influenza spagnola, dopo che il 4 marzo il cuoco Albert Gitchell, proveniente dalla contea di Haskell, si presentò febbricitante in infermeria. Nel giro di poche ore più di un centinaio di suoi commilitoni mostrarono i sintomi della stessa patologia, e altri ancora si sarebbero ammalati nelle settimane seguenti. Nel mese di aprile le truppe statunitensi giunsero in Europa, portando con sé il virus. Ad aprile l’epidemia fu segnalata in Francia, con il contagio delle truppe franco-britanniche e della popolazione civile. In giugno furono colpite l’Inghilterra e l’Italia, ma contemporaneamente anche la Cina e il Giappone. 

Nonostante la tesi sull’origine americana sia oggi quella più accreditata, gli epidemiologi discutono ancora sulle origini della “spagnola”. In ogni caso, questa nuova forma influenzale si diffuse a livello globale anche grazie al massiccio e rapido movimento di truppe nel mondo. La drammaticità del conflitto finì per mascherare i tassi di mortalità insolitamente elevati del nuovo virus.

Le ondate pandemiche

– La prima ondata epidemica

La prima ondata epidemica iniziò in marzo del 1918 e non è ancora certo se il ceppo virale primaverile fosse in relazione con il virus che si scatenò nella tarda estate, con effetti drammatici in autunno e inverno.  All’inizio dell’epidemia, durante la fase primaverile, le autorità sanitarie non imponevano la denuncia dei casi di influenza, come fu in seguito stabilito a partire dagli Stati Uniti quando scoppiò la seconda ondata, pertanto le informazioni sono scarse e frammentarie. 

Quando giunse la prima ondata influenzale la guerra era in corso e le truppe di entrambi gli schieramenti ne furono colpite, costringendo decine di migliaia di militari a letto. Il generale in capo tedesco Erich von Ludendorff affermò in seguito che l’influenza aveva contribuito a fiaccare l’offensiva bellica degli Imperi Centrali, scatenata nel mese di luglio, determinandone la sconfitta.

– La seconda ondata epidemica

L’influenza calò di intensità nel giro di qualche settimana, ma si trattò di una tregua temporanea. Quando ad agosto si manifestò la seconda ondata, all’alta contagiosità del morbo si aggiunse un elevato tasso di mortalità. Queste due caratteristiche si accentuarono tra l’autunno e l’inverno, con tassi di mortalità insolitamente alti tra i giovani adulti. 

La pandemia si scatenò in un lasso di tempo limitato, negli ultimi mesi della Prima guerra mondiale, quando i paesi belligeranti erano stremati e le organizzazioni sanitarie militari e civili versavano in condizioni disastrose. Le trincee e gli accampamenti sovraffollati della Prima guerra mondiale furono un terreno fertile per la malattia. Quando le truppe si spostavano, il contagio viaggiava insieme a loro. Tra settembre e dicembre del 1918 l’epidemia entrò nella sua fase più letale, con il maggior numero di morti. Quando la crisi raggiunse il culmine, i servizi sanitari cominciarono a non farcela più. Gli ammalati si ammassavano negli ospedali militari e l’organizzazione sanitaria scricchiolava, tanto che si era costretti a organizzare ospedali da campo per accogliere i malati. Impresari funebri e becchini erano in difficoltà e fare funerali individuali divenne impossibile. Molti dei morti finirono in fosse comuni.

– La terza ondata epidemica

La fine del 1918 portò una pausa nella diffusione del virus. Ma nel gennaio 1919 ebbe inizio una terza ondata, anche se ormai la malattia era meno letale e calò il tasso di mortalità. L’Australia, che fin dall’inizio della pandemia influenzale aveva immediatamente imposto la quarantena, riuscì a sfuggire agli effetti più virulenti di essa fino all’inizio del 1919, quando la malattia arrivò anche lì, causando la morte di migliaia di persone. Si ebbero casi di decessi per influenza fino al 1920, ma nell’estate del 1919 le politiche sanitarie e la mutazione genetica del virus misero sostanzialmente fine all’epidemia.

Il quadro clinico della “spagnola”

La stragrande maggioranza di chi fu colpito dall’influenza spagnola riportò sintomi non molto diversi da quelli di una normale influenza: mal di gola, mal di testa, febbre. Come per una normale influenza, la maggior parte di coloro che si ammalarono nella primavera del 1918 guarì. Solo in rari casi la malattia ebbe conseguenze più serie e i più sfortunati morirono, come accadeva ogni inverno.

Quando però la malattia ritornò in agosto, la situazione si fece seria e quella che era cominciata come una classica influenza divenne ben più pericolosa. Sempre più spesso essa portava con sé complicanze come la polmonite batterica, che causava la maggior parte dei decessi. I malati sviluppavano rapidamente gravi difficoltà respiratorie e sugli zigomi comparivano macchie scure di colore bluastro dovute alla carenza di ossigeno (cianosi) che nel giro di poche ore si estendevano da un orecchio all’altro. Nei pazienti più gravi l’insufficienza respiratoria si manifestava acutamente, perché i polmoni venivano invasi dall’essudato, e compariva una febbre altissima. Il malato peggiorava vistosamente e moriva per soffocamento in poco tempo, dopo essere stato in preda al delirio e aver perduto conoscenza. Spesso l’emorragia riempiva i polmoni di sangue, provocando vomito e sanguinamento dal naso, facendo alla fine soffocare le persone nei propri fluidi. Quando il malato guariva, l’esito era in ogni caso quello di una lunga convalescenza e il pieno recupero psico-fisico era estremamente lento e difficoltoso. 

Le stime sul numero di vittime

La pandemia di influenza che colpì il mondo nel 1918 fu uno dei maggiori disastri sanitari, per morbilità e per mortalità, che abbiano flagellato l’umanità. Tuttavia le stime sul numero dei morti causati dalla “spagnola” variano enormemente, anche per la difficoltà di valutare il numero di vittime dei paesi asiatici, africani e sudamericani, dove le statistiche erano poco affidabili. Così, le valutazioni dei diversi studiosi oscillano da 20 a 50 o addirittura a 100 milioni di vittime. Se le stime più alte fossero quelle effettive, la pandemia del 1918 avrebbe ucciso più persone di quante ne abbiano uccise insieme le due guerre mondiali. In ogni caso, anche la stima più bassa non è certo trascurabile, poiché si tratterebbe di un numero di morti superiore a quello della Prima guerra mondiale. Diversamente da altre sindromi influenzali del passato, la Spagnola colpiva in prevalenza i giovani in buona salute piuttosto che gli anziani. Il tasso di mortalità più elevato si registrò infatti tra gli individui di età compresa tra i 20 e i 40 anni e il 99% dei decessi si verificò tra persone con meno di 65 anni. 

Il virus A/H1N1

Gli scienziati cercarono di dare risposte ai grandi dilemmi che l’epidemia di spagnola poneva, ma possedevano ancora pochi strumenti per progredire. Molti di loro erano convinti che l’agente eziologico che causava l’influenza fosse il bacillo di Pfeiffer, scoperto nel 1892 da Johann R. Pfeiffer, allievo di Robert Koch. Tuttavia il bacillo di Pfeiffer si trovava molto raramente nell’espettorato, negli essudati pleurici e meningei, nel cavo naso-faringeo e mai nel sangue dei malati. Dopo un numero infinito di prove e riscontri incrociati in tutto il mondo, numerosi scienziati cominciarono a dubitare che il bacillo di Pfeiffer fosse davvero responsabile della devastante epidemia influenzale. Non mancavano, del resto, le prove del fatto che lo si ritrovava anche al di fuori delle epidemie di influenza nella flora faringea, nasale o bronchiale e in un certo numero di malati affetti da malattie polmonari. Così, una parte del mondo scientifico iniziò a sostenere che il microrganismo, associato ad altri germi, era all’origine di comuni affezioni polmonari e bronchiali, ma non era la causa specifica dell’influenza. 

Solo negli anni Trenta fu però dimostrata per la prima volta l’origine virale dell’infezione che aveva generato la pandemia del 1918. Il ceppo H1N1 responsabile di questa influenza colpiva i sistemi immunitari in maniera particolarmente forte, tale da innescare una tempesta citochinica così intensa da inondare di fluidi i polmoni dei soggetti infettati, ostruendo le vie aeree respiratorie. Molti studiosi ritengono che paradossalmente gli anziani e i bambini siano stati meno colpiti dagli esiti più gravi causati dal virus H1N1 proprio per il fatto di avere un sistema immunitario più debole e meno reattivo all’infezione. Inoltre, si ipotizza che la bassa mortalità tra le persone anziane sia dipesa dal fatto che erano state già a contatto con un ceppo influenzale molto simile, nel corso dell’Ottocento.

L’influenza spagnola in Italia 

Anche in Italia la “spagnola” esordì con una prima ondata nella primavera del 1918 (durò poco più di due mesi), che non ebbe caratteristiche particolarmente virulente, così come invece accadde con la seconda ondata, che si manifestò in autunno. Gli Italiani vittime dell’epidemia furono circa 600.000, e il numero complessivo di malati oscilla tra i cinque e i sei milioni. Secondo l’Istituto Centrale di Statistica, la regione che ebbe in assoluto il numero maggiore di morti fu la Lombardia (36.653), seguita dalla Sicilia (29.966). Le regioni con i più alti tassi di mortalità per “spagnola” furono Lazio, Sardegna e Basilicata. Quanto alla professione, gli italiani più colpiti furono quelli che per ragioni di lavoro erano più facilmente a contatto con persone contagiate: infermieri, negozianti, autisti. La malaria, la tubercolosi, le malattie croniche di cuore furono tra i fattori più importanti che predisponevano a un esito infausto.

La censura in vigore durante la guerra fu severa e i giornali, spesso praticando un’attenta autocensura, contribuirono all’oscuramento del fenomeno. Ci fu, inoltre, la tendenza a ridimensionare le morti dovute alla malattia, a fronte delle centinaia di migliaia di vittime del conflitto, che assumevano una valenza “patriottica”. Infine, fu fonte di imbarazzo e di frustrazione, per gli scienziati e i medici impegnati nelle strutture sanitarie, l’impotenza di fronte al morbo, per il quale non erano in grado di dare risposte certe.

Laura Spinney, 1918. L’influenza spagnola. La pandemia che cambiò il mondo.

https://www.storicang.it/a/spagnola-grande-pandemia-1918_14762 

https://www.storicang.it 

https://it.wikipedia.org/wiki/Influenza_spagnola 

https://www.triesteallnews.it/2020/05/01/coronavirus-e-come-la-spagnola-il-mistero-delle-svalbard/ 

https://www.pharmastar.it/news/primo-piano/covid-19-e-influenza-spagnola-del-1918-analogie-differenze-e-lezioni-del-passato-valide-anche-per-il-presente-31859 

https://www.epicentro.iss.it/focus/flu_aviaria/editorialescienze 

https://www.infezmed.it/media/journal/Vol_15_4_2007_8.pdf 

https://www.pathologica.it/article/view/31 

https://it.euronews.com/2020/06/03/come-fini-la-pandemia-di-influenza-spagnola-e-quali-lezioni-1918-coronavirus-covid19 

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Epidemie: tra misure anticontagio, lazzaretti e fake news

Epidemie: tra misure anticontagio, lazzaretti e fake news

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

Epidemie: tra misure anticontagio, lazzaretti e fake news

>>> Le epidemie nella storia. Dalla peste al coronavirus

Prevenzione e misure anticontagio

La messa al bando
Una delle misure messe in atto da tutti gli Stati per proteggersi dalle pestilenze era la messa al bando di una città, di un paese dove si sospettava l’esistenza di un focolaio di contagio, con l’interruzione di ogni rapporto commerciale e di comunicazione. La messa al bando era strettamente correlata a un’altra misura di protezione: l’istituzione di cordoni sanitari in terra o in mare per evitare il contagio. I paesi dell’Impero Ottomano e dell’Africa venivano spesso banditi perché ritenuti pericolosi.
Per diffondere il messaggio del rischio di contagio e della necessità di interrompere viaggi verso località o paesi, le autorità civili o sanitarie usavano persone chiamate “banditori” che avevano il compito di diffonderlo tra la popolazione, per lo più analfabeta. L’ordine trasmesso attraverso il banditore veniva chiamato Bando, Editto, Ordinanza o Decreto.
La disinfezione delle lettere
La posta è stata considerata per secoli un pericoloso veicolo di contagio. Si riteneva che la carta potesse assorbire e e trasmettere il contagio, perciò la disinfezione della posta (lettere, manoscritti, dispacci, giornali) fu una delle più comuni misure preventive. Lungo i percorsi dei flussi postali si trovavano le stazioni di disinfezione, dove un certo numero di addetti, forniti di guanti e grembiuli di tela cerata, prendevano con lunghe pinze le lettere, le ponevano su un tavolo, le aprivano e le disinfettavano.
Fuoco e aceto
Le modalità di disinfezione sono state varie, a seconda delle zone e delle epoche. Una delle più usate è stata quella di passare la carta sopra le fiamme prodotte da legni odorosi e da sostanze aromatiche, mediante una canna. Con questo metodo però si correva il rischio di bruciare la carta. Un secondo metodo era quello di immergere o di spruzzare le lettere con aceto, ma con certi inchiostri si correva il rischio di rendere illeggibili i manoscritti. Entrambe le modalità di disinfezione richiedevano l’apertura delle lettere, perciò davano la possibilità di violare il segreto epistolare.
La punizione dei trasgressori
Le leggi in materia di sanità erano estremamente rigide e chi era giudicato colpevole di averle violate veniva duramente punito, spesso con la pena di morte, con mutilazioni o torture. Tra le trasgressioni più frequenti e giudicate gravi vi era quella di oltrepassare i limiti prescritti del cordone sanitario. Non erano rari i casi di delazione motivata più da propositi di vendetta personale piuttosto che da legittima paura.
Documenti sanitari per viaggiatori
In tempi di contagio scattavano misure restrittive finalizzate a proteggere le comunità ancora indenni. Gli arrivi di persone, merci ed animali erano visti con occhio spaventato e tutti cercavano di proteggersi da questi possibili veicoli di infezione. Due tipi di documento dovevano certificare lo stato di buona salute dei viaggiatori, la Fede di sanità e la Patente di sanità.
La Fede di sanità
Una delle misure di prevenzione più antiche e più diffuse fu l’istituzione della Fede di sanità, un attestato  che certificava lo stato di salute del paese di provenienza del viaggiatore e quindi, presumibilmente, del viaggiatore stesso. La Fede di sanità era un vero e proprio Passaporto Sanitario, che le autorità consideravano particolarmente importante e che curavano con attenzione per evitare frodi. Le Fedi dovevano riportare le caratteristiche somatiche della persona cui erano rilasciate, insieme a ogni altro elemento utile per una sicura identificazione. Se il percorso era lungo, il viaggiatore incontrava sicuramente per strada qualche controllo sanitario dove si disinfettava il documento e si aggiungeva qualche annotazione che serviva principalmente per confermare i luoghi dove il viaggiatore era transitato.
La Patente di sanità
La Patente di sanità era un analogo documento, rilasciato dall’autorità di un porto, che accompagnava ogni imbarcazione nel suo viaggio. Alcune Patenti erano prestampate per un uso specifico: alcune per il trasporto del sale, altre per accompagnare le barche da pesca, altre ancora accompagnavano i passeggeri imbarcati o le merci che riempivano la stiva o gli animali. Le Patenti dovevano recare il bollo delle autorità che le rilasciava. Tutti i magistrati di sanità si impegnavano ad annotare l’eventuale presenza di malattie contagiose sulle Patenti, che venivano accuratamente controllate dai funzionari e dai medici deputati al controllo sanitario.

 

Quarantene, lazzaretti, presunte cure e speculazioni

La quarantena
Se le imbarcazioni provenivano da porti considerati sospetti o se durante la navigazione l’imbarcazione era stata attaccata da pirati, l’equipaggio, i passeggeri e il carico venivano messi in quarantena (o contumacia), erano cioè obbligati a permanere in un luogo per un periodo prescritto, a fini sanitari. Alla fine del periodo di quarantena il medico visitava nuovamente l’equipaggio e i passeggeri per accertarne la buona salute, prima di autorizzare il proseguimento del viaggio. Il periodo di quarantena inizialmente durava quaranta giorni, perché il quarantesimo era considerato l’ultimo giorno nel quale poteva manifestarsi una malattia contagiosa. Il periodo di quarantena aveva il duplice scopo di tutelare la salute della popolazione, impedendo il contagio, e dall’altro di evitare la completa paralisi delle attività commerciali e produttive, che faceva seguito alla messa al bando.
Nel ’700/’800 un viaggio per le Americhe o per il Nord Europa poteva durare a lungo, perciò l’equipaggio che tornava al porto di partenza dopo diversi mesi, doveva sottoporsi a una contumacia di un mese. Insieme agli uomini, anche le merci e gli animali dovevano restare in quarantena. Le spese della quarantena di chi viaggiava via terra erano a carico del viaggiatore, mentre quelle di chi si muoveva per mare erano a carico del proprietario delle imbarcazioni. Oltre alla quarantena nei lazzaretti, in tempo di epidemia le persone potevano essere sottoposte all’obbligo di non lasciare la propria abitazione.
I lazzaretti
I lazzaretti erano ospedali dove un tempo si curavano i lebbrosi. Il termine indicava anche i luoghi recintati presso i porti marittimi dove le navi, i naviganti e le loro merci venivano sottoposti ai periodi di quarantena in tempi di sospetta pestilenza. A metà del 1300 la Repubblica Serenissima di Venezia introdusse il primo lazzaretto e le prime misure di quarantena. Il lazzaretto era dotato di un Regolamento, che tra l’altro prevedeva una distinzione in tre categorie, a seconda del prezzo pagato dal malato. Sotto la guida di un Direttore, operavano la figura del medico, del cappellano, del custode, del curato, del capitano e delle guardie. Il nome viene dall’isola veneziana di Santa Maria di Nazareth, su cui sorse, appunto, un posto di quarantena chiamato nazaretto, che per sovrapposizione col nome del personaggio evangelico di Lazzaro, mendicante lebbroso, mutò in “lazzaretto”.
I medici e il costume di de L’Orme
La spaventosa contagiosità della peste non risparmiava nessuno che avesse rapporto con gli appestati, cosicché morivano di peste o di altre epidemie anche molti medici che, ovviamente, erano particolarmente esposti al contagio. Durante i periodi di peste il medico adottava misure di protezione individuale, tra cui la maschera con il caratteristico becco adunco e un vestiario che copriva la maggior parte del corpo.
Nel 1619 il medico francese Charles de L’Orme predispose un costume per proteggersi dal contagio mentre visitava i pazienti colpiti dalla peste. Costituito da una lunga veste e da pantaloni di pelle, entrambi coperti di cera, da guanti, stivali e cappello, una cappa di pelle scura e una maschera assicurate con lacci di cuoio coprivano il capo e il viso. Si impediva così qualsiasi contatto della pelle con l’aria esterna, satura dei nocivi miasmi provenienti dai corpi infetti. La maschera di cuoio era caratterizzata da un lungo becco ricurvo, imbottito con cotone idrofilo e erbe aromatiche, che fungeva da filtro. I profumi più utilizzati erano la canfora, intrugli floreali, menta, chiodi di garofano e mirra. Per la protezione degli occhi la maschera era dotata di lenti in vetro. Completava la dotazione un bastone di legno, utilizzato per sollevare le lenzuola e l’abbigliamento dei pazienti infetti, evitando così ogni contatto diretto. Il costume ideato da de L’Orme ebbe immediato successo e fu adottato dai medici della peste in tutta Europa.

 

Rimedi e sedicenti esperti
L’uomo ha sempre cercato qualche rimedio contro le malattie pestilenziali e nei trattati medici si trovano molti trattamenti che venivano proposti, pur in assenza di una reale conoscenza delle malattie. Tra questi il salasso, lo sfregamento del malato, il trattamento evacuante. Mille altri rimedi più o meno codificati arricchivano l’armamentario terapeutico dei medici nel corso delle epidemie. Vi era poi una medicina popolare prodiga di rimedi basati sulla superstizione e sulla magia.
Nelle descrizioni delle peste compare (come oggi) la famigerata figura del sedicente esperto improvvisato, che pur non avendo alcuna formazione scientifica approfitta del momento di panico per attirare l’attenzione millantando conoscenze che non ha. Lo storico Procopio di Cesarea (circa 490-560), nella descrizione della “peste di Giustiniano” polemizza duramente con gli pseudoesperti: “Di solito, a tutti i flagelli mandati dal Cielo gli uomini cercano di dare delle spiegazioni, con molta presunzione: tali sono le varie ipotesi che con vani sproloqui amano avanzare coloro che si dicono esperti in materia, su fenomeni assolutamente incomprensibili per l’uomo, inventando strane teorie di scienza naturale, sebbene sappiano benissimo di dire cose senza alcun senso; però si considerano paghi se riescono a convincere chi capita loro a tiro, sbalordendolo con gran discorsi” (Le guerre persiane , II, 22, trad. M. Craveri). Boccaccio constata l’impotenza dei medici e osserva ironicamente che “oltre al numero degli scienziati, così di femine come d’uomini senza avere alcuna dottrina di medicina avuta giammai, era il numero divenuto grandissimo” (Introduzione , par. 13).
Le speculazioni sulla malattia
Nelle pestilenze alcuni sfruttavano le condizioni di bisogno e le paure della gente per fare denaro, altri ne approfittavano per derubare i malati. Nel 1348 a Firenze i servitori si facevano assumere a peso d’oro non per sfamare, pulire o medicare gli ammalati, ma semplicemente per porgere loro degli oggetti o guardarli morire, come narra Boccaccio: “l’avarizia de’ serventi, li quali da grossi salari e sconvenevoli tratti servieno, […] li qual niuna altra cosa servieno che di porgere alcune cose dagl’infermi addomandate o di riguardare quando morieno”; Introduzione , par. 28). Quanto agli sciacallaggi, Manzoni descrive quelli compiuti non solo dai monatti, ufficialmente incaricati dal comune di rimuovere i cadaveri, ma anche quello del Griso, il capo dei bravi di don Rodrigo, che prima fa portare via a tradimento il suo padrone, poi fruga nei suoi vestiti alla ricerca di qualche spicciolo e così contrae anche lui la peste che lo uccide il giorno dopo.

 

Le interpretazioni della pestilenza

Flagello di Dio o complotto umano ?
Da tempi immemorabili la peste era considerata un flagello divino, perciò essa veniva esorcizzata facendo ricorso ai santi o della Madonna. È per ringraziare la Madonna per aver consentito la fine della peste a Venezia che i veneziani fecero erigere nel 1600 Santa Maria della Salute. Nel Medioevo si affermò la convinzione che la flagellazione fosse un mezzo espiatorio per implorare da Dio la cessazione di morbi come la peste. I flagellanti si diffusero verso la metà del sec. XIII nell’Italia centrale e settentrionale. Folle di uomini, donne, vecchi e giovani si unirono al movimento, abbandonando le proprie case per formare lunghe processioni, che andavano da una città all’altra, fra preghiere e battiture. Represso dalle autorità politiche e religiose, il movimento riprese verso metà del 1300, dopo la grande epidemia di peste che devastò l’Europa. La flagellazione avveniva di regola due volte al giorno e una volte la notte. Per 33 giorni veniva effettuata a torso nudo, tutti i flagellanti in circolo, mentre in coro veniva intonato un cantico. Oltre ad essere interpretate come castigo divino le pestilenze vennero interpretate facendo ricorso all’astrologia (congiunzioni e opposizioni di pianeti) o alla teoria dell’avvelenamento (a ebrei e lebbrosi venne attribuita la responsabilità della peste nera del 1300, agli “untori”, come scrisse Manzoni nei Promessi Sposi, quella del 1630. Tutte queste interpretazioni esprimevano chiaramente una radicata sensazione di impotenza e ineluttabilità.

 

Fake news in the past
Gli uomini di governo erano consapevoli della necessità di avere notizie attendibili sulle condizioni di salute delle popolazioni vicine, perché le informazioni sulla comparsa di qualche focolaio epidemico erano la premessa per adottare misure di prevenzione. Una delle principali fonti di cui le autorità si servivano erano i viaggiatori, che nelle stazioni di posta o nei porti in cui sostavano raccoglievano informazioni. Talvolta, invece, le autorità incaricavano funzionari o a medici di recarsi ufficialmente o in segreto negli Stati confinanti, dove si sospettasse la presenza di qualche malattia contagiosa, per riportare notizie attendibili. Dalla metà del 1500, le autorità si scambiarono informazioni di carattere sanitario. Tuttavia accadeva che non sempre i medici fossero d’accordo sul carattere epidemico di certe malattie o che le autorità dimostrassero incredulità o che intenzionalmente nascondessero alla popolazione la gravità della situazione per non destare allarme. Spesso accadeva che l’allarme della popolazione fosse eccessivo o che, al contrario, non si credesse al pericolo. Accadeva anche che molte voci allarmistiche venissero diffuse di proposito e che le autorità fossero costrette a smentirle.
La necessità di dare un senso a un male che sembrava inspiegabile portava alla diffusione incontrollata di superstizioni, come la credenza secondo cui la peste era dovuta a un particolare allineamento di pianeti, e di notizie false, come l’idea che la malattia fosse stata diffusa artificialmente da alcuni individui. A fare le spese del clima di paranoia erano gli stranieri, ritenuti nemici per eccellenza. Le fake news a sfondo “razzista” esistevano già. Secondo Tucidide (II, 48, 2), all’inizio della pestilenza gli Ateniesi “dissero che i Peloponnesiaci avevano avvelenato i pozzi” (trad. M. Cagnetta), visto che da un anno erano entrati in guerra contro di loro. Quando durante la peste di Milano si diffuse la diceria sugli untori, che diffondevano la malattia spargendo polveri e unguenti, “i forestieri, sospetti per questo solo, e che allora si conoscevan facilmente al vestiario, venivano arrestati nelle strade dal popolo, e condotti alla giustizia” (A. Manzoni, I promessi sposi, cap. XXXI). Spesso l’arresto era una salvezza per loro, poiché poteva anche accadere che fossero linciati dalla folla.

http://www.historiafaentina.it/Storia%20Attuale/faenza_colera.html

https://www.youtube.com/watch?v=HjN9zieXjeg 

https://www.youtube.com/watch?v=RrY_zctpZ5c  

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