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La strategia bellica e l’esercito di Napoleone

La strategia bellica e l’esercito di Napoleone

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

La strategia bellica e l’esercito di Napoleone

“Ero solito dire di lui che la sua presenza sul campo di battaglia rappresentava una differenza di 40.000 uomini in più”. 

(Sir Arthur Wellesley, I duca di Wellington)

 

Capacità di adattarsi alle situazioni concrete

Napoleone non fu uno spirito teorico, ma pratico. Egli seppe con grandissima abilità sviluppare e attuare concretamente idee sulla strategia e sulla tattica bellica ricavate da teorici precedenti. All’inizio della sua carriera fu più dai libri che dall’esperienza diretta che Napoleone trasse le sue più importanti idee strategiche, che poi modificò alla luce delle sue successive esperienze personali, mostrando una grande capacità di adattarsi alle situazioni concrete.

Colpire al cuore

Nel momento in cui si profilava una probabile situazione di conflitto tra la Francia e un’altra potenza, Napoleone si muoveva con grande celerità e decisione, al fine di distruggere l’esercito nemico. La vittoria non era legata tanto al numero di nemici uccisi quanto alla capacità di colpire in modo decisivo l’esercito nemico e di infrangerne la possibilità di opporre resistenza.

Nel 1797 Napoleone dichiarò:In Europa vi sono molti bravi generali ma essi guardano troppe cose tutte in una volta, mentre io vedo una cosa sola e cioè la parte più forte dell’esercito nemico. Io cerco di annientarla, pensando che le questioni meno importanti si sistemeranno da sole. 

Obiettivo della guerra è la distruzione dell’esercito nemico, possibilmente con una campagna rapida e una battaglia decisiva. Lento e scientifico nella fase ideativa dei suoi piani di guerra, Napoleone era invece risoluto ed energico nella fase esecutiva. Pretendeva rapidità e disciplina dai suoi soldati ed effettuava manovre di sconcertante velocità e imprevedibilità per i suoi avversari.

Dispersione e concentramento

Napoleone seppe fondere dispersione e concentramento delle truppe in un’unica operazione bellica, traendo il massimo vantaggio da entrambi e riuscì spesso a sorprendere i suoi nemici. 

L’obiettivo fondamentale era quello di radunare il maggior numero possibile di uomini sul campo di battaglia prescelto. Le marce e le manovre avevano l’obiettivo di ottenere una situazione tattica favorevole. Per Napoleone era indispensabile concentrare al massimo grado le truppe nel momento dello scontro, ma il decentramento prima dell’azione era altrettanto importante. Di conseguenza, Napoleone posizionava il maggior numero di unità a distanza di marcia dal luogo stabilito per la battaglia.

Il fronte che l’armata napoleonica occupava era molto esteso. In tal modo lo schieramento non permetteva al nemico di capire da quale parte sarebbe iniziato l’attacco principale. Inoltre, un fronte ampio consentiva a Napoleone di intrappolare il nemico nell’area in cui egli aveva deciso di concentrare le sue truppe. Infine, il nemico era costretto a sua volta a dispiegare tutte le sue forze per coprire l’intera linea del fronte e questo rendeva più facile colpirlo in modo decisivo. 

La dispersione iniziale lasciava il posto al concentramento delle forze graduato in base a quanto si avvicinava il momento dello scontro. In questo modo Napoleone riuscì a fondere il combattimento con la manovra, eliminando la tradizionale distinzione tra il compiere le manovre e l’ingaggiare la battaglia. Egli fuse la marcia, il combattimento e l’inseguimento in un’unica azione continua. 

La strategia napoleonica

La strategia di battaglia napoleonica è di massima riconducibile principalmente a due schemi: in attacco operò con le manoeuvre sur les derriéres, in difesa con la posizione centrale.

La manoeuvre sur les derriéres (accerchiamento strategico) consisteva in una minaccia diretta alle retrovie nemiche attuata sfruttando la copertura fornita dagli ostacoli naturali dello scenario geografico nel quale si svolgeva di volta in volta la campagna: in Italia il Po, a Ulm i monti del Giura e la Selva Nera.

Mentre il nemico veniva attaccato con un’azione dimostrativa frontale messa in atto da una quota minima di tutta l’armata, il grosso delle truppe si muoveva al riparo dello schermo strategico e attaccava il nemico alle spalle.

Esso era così costretto a combattere in condizioni di inferiorità, perché i rifornimenti erano tagliati e non aveva via di ritirata.

Solo un’esecuzione coraggiosa, un movimento rapido e un uso aggressivo delle forze bloccanti e della cavalleria rendevano possibile il successo di questo schema d’azione.

Con la posizione centrale Napoleone, che spesso si trovò a combattere in condizioni di inferiorità numerica, mirava ad affrontare con la sua armata le armate nemiche separatamente, in successione, prima che potessero ricongiungersi. 

Spostandosi rapidamente nella posizione centrale, Napoleone concentrava la maggior parte delle sue forze contro l’esercito nemico più forte e cercava un rapido scontro decisivo, mentre un contingente secondario tratteneva l’altro esercito nemico il più a lungo possibile. 

Poi attaccava immediatamente l’altro esercito prima che avesse la meglio sulla sua forza di contenimento.

Per confondere e ingannare i nemici e per permettere movimenti rapidi, Napoleone disperdeva le sue forze su un fronte molto ampio e le riuniva solo all’ultimo momento, concentrando rapidamente una forza militare decisiva in un punto critico dello schieramento nemico: la cosiddetta “concentrazione sul campo di battaglia”.

Il fattore tempo e la mobilità

Napoleone considerava il fattore tempo e la rapida mobilità delle truppe come elementi essenziali. Prima dell’azione militare Napoleone studiava con cura puntigliosa tutti gli aspetti della battaglia, considerando i possibili imprevisti, e le opzioni alternative. L’attuazione del piano di battaglia doveva invece essere il più rapido possibile e la mobilità delle truppe ne costituiva un cardine fondamentale.

Tra i fattori che rendevano possibile la rapidità di manovra dell’esercito napoleonico vi erano:

  • L’organizzazione dell’esercito in corpi d’armata;
  • La cieca obbedienza e l’entusiasmo dei soldati che l’imperatore sapeva motivare;
  • Il sistema meritocratico di scelta degli ufficiali e dei generali.
  • Lo sfruttamento delle risorse locali;
  • Lo studio del territorio e degli itinerari più brevi
  • Il pronto e preciso calcolo della velocità di marcia e dello spiegamento delle truppe; 

Le Divisioni e i Corpi d’Armata

Napoleone ereditò dai suoi predecessori un esercito profondamente rinnovato, che egli continuò a potenziare fino a ottenere la formazione più idonea con cui attuare i suoi principi di guerra mobile. Uno degli elementi più importanti del successo napoleonico fu la creazione dei corpi d’armata, unità militari in grado di operare del tutto autonomamente, come piccoli eserciti.

Una delle maggiori innovazioni dell’esercito francese in epoca rivoluzionaria era stata l’adozione delle divisioni, veri e propri eserciti in miniatura che prevedevano la presenza di fanteria, artiglieria e cavalleria. Questo permetteva alle divisioni di resistere agli attacchi di un esercito di dimensioni maggiori fino all’arrivo dei rinforzi.

Nel corso della campagna militare del 1800 il generale Moreau, al comando dell’Armata del Reno, per realizzare una più efficace gestione delle sue undici divisioni, decise di raggrupparle in quattro corpi d’armata, che conservavano le caratteristiche di autonomia d’azione e la composizione multiarma, tipiche della divisione. Napoleone comprese le potenzialità dell’intuizione di Moreau e nel 1804 fece dei Corpi d’armata un’istituzione definitiva.

Un Corpo d’armata francese era di norma costituito da tre o quattro divisioni di fanteria, da una divisione di cavalleria leggera e da varie batterie d’artiglieria. Ne facevano parte anche unità di specialisti del genio e i pontonieri, formalmente aggregati all’artiglieria. Inoltre essa era dotata di servizi medici e di rifornimenti propri, in modo da poter combattere e spostarsi senza il bisogno di dipendere dal comando centrale.

Le dimensioni delle divisioni furono ridotte in media a 10.000 uomini e ciò ne diminuì nettamente la capacità di operare in modo autonomo dal resto dell’armata, ma il loro ruolo originario fu assunto dal corpo d’armata, con una maggiore consistenza. 

Con questo nuovo sistema il Generale in Capo impartiva gli ordini ai vari Generali di Corpo d’Armata, che potevano gestire con facilità le truppe sotto il proprio controllo. Al comando di un Corpo d’armata era posto un ufficiale di alto grado, un militare di carriera esperto al quale era conferito il titolo di Maresciallo.

Ciascun corpo d’armata era nelle condizioni di impegnare a lungo una forza nemica anche molto superiore, mentre le formazioni più vicine potevano giungere in suo aiuto. Questo permetteva all’esercito di muoversi in gruppi divisi tra loro con un notevole vantaggio per la velocità di movimento. L’apparente dispersione delle forze era sempre sotto controllo, dato che l’intero esercito seguiva un’unica regia delle operazioni, benché attuata da formazioni divise, tanto da poter realizzare un concentramento rapido delle truppe appena la situazione lo richiedesse. 

La cieca obbedienza e l’entusiasmo dei soldati che l’imperatore sapeva motivare

Napoleone poté contare sulla pressoché assoluta obbedienza dei suoi soldati, dei quali egli cercò sempre di guadagnarsi con ogni mezzo la fedeltà e la fiducia. Non ci sono dubbi sul fatto che egli riuscisse a conquistarli e a ispirarli con le proprie parole e con il proprio comportamento. Napoleone era sempre presente sui campi di battaglia e riscuoteva un enorme rispetto che spesso era accompagnato da una sorta di venerazione. Era riuscito a crearsi l’immagine di grande, invincibile condottiero, capace di capire i sacrifici dei soldati e di premiarne il coraggio in battaglia. I suoi uomini l’amavano, per il suo almeno apparente interessamento alla loro carriera e al loro benessere. I soldati francesi si sentivano portatori degli ideali rivoluzionari ma potevano anche trarre vantaggi materiali tramite il saccheggio dei territori conquistati.

Il sistema meritocratico di scelta degli ufficiali e dei generali.

Napoleone ereditò dalla Rivoluzione un sistema di promozioni che lasciava aperte le possibilità di carriera a chi aveva veramente capacità e talento. Con tale sistema si potevano selezionare coloro che mostrassero sul campo le propria predisposizione al comando e il proprio valore. Lo stesso Bonaparte, del resto, aveva potuto farsi strada proprio grazie a questo modello. 

Lo sfruttamento delle risorse locali

Napoleone ereditò dalla Rivoluzione anche l’idea di sfruttare le risorse dei territori occupati. Tale scelta si rivelò vincente, soprattutto perché permetteva di non appesantire l’esercito con la fila interminabile dei convogli di rifornimenti che ne avrebbe rallentato la velocità e la flessibilità di manovra.

Lo studio del territorio e delle strade più brevi

Nell’attuazione delle sue campagna militari Napoleone studiava lo spazio geografico “concreto” con grande attenzione alle caratteristiche del territorio. La rapidità di movimento delle sue truppe fu dovuta anche all’individuazione degli itinerari e delle strade più brevi per raggiungere i punti prestabiliti, nonché al preciso calcolo della velocità di marcia e di spiegamento delle truppe.

http://www.warfare.it/tattiche/battaglia_napoleonica.html 

http://napoleon.altervista.org/Regolamento.htm 

Artiglieria, fanteria, cavalleria

L’artiglieria

Napoleone, cresciuto militarmente come artigliere, era pienamente consapevole dell’importanza fondamentale dell’artiglieria. D’altra parte già nel 1793 aveva partecipato in modo determinante, con il grado di maggiore di artiglieria, all’assedio di Tolone. 

Durante le guerre napoleoniche i cannoni assunsero sempre maggior importanza sul campo di battaglia e l’artiglieria francese era indubbiamente tra le migliori d’Europa.

Generalmente un intenso fuoco di artiglieria dava il via alle battaglie. Obiettivo degli artiglieri erano le grandi formazioni di fanteria o di cavalleria che cercavano di colpire trasversalmente, in modo che i proiettili compissero il percorso più lungo possibile attraverso le unità. In tal modo un solo proiettile poteva falciare molti sodati. 

L’artiglieria francese era stata profondamente rinnovata dal generale Jean-Baptiste de Gribeauval (1715-1789), che aveva ammodernato l’arma (munizioni, trasporti, calibri e struttura stessa del cannone) e avviato la produzione di cannoni da 4, 8 e 12 libbre, rispettivamente leggeri, medi e pesanti. Napoleone ordinò la creazione di nuovi pezzi da 6 libbre che avrebbero dovuto rimpiazzare i cannoni da 8 e da 4, svolgendo le funzioni sia dell’artiglieria leggera che media. Tuttavia il loro impiego in misura significativa poté iniziare solo dal 1812.

La fanteria

Normalmente, le fanterie ben addestrate venivano schierate in linea, con una profondità di tre o quattro ranghi, per sfruttare al meglio il volume di fuoco dei moschetti. La mancanza di disciplina e l’inesperienza delle loro truppe aveva indotto i generali della Francia rivoluzionaria a utilizzare un tipo di formazione diverso: la colonna.

La fanteria napoleonica era suddivisa in due principali corpi, la fanteria di linea (Infanterie de Ligne) e la fanteria leggera (Infanterie Légère). La componente maggiore della fanteria francese era rappresentata dai fanti di linea, o Fucilieri. Questi venivano organizzati in battaglioni di circa 4-8 compagnie, alle quali veniva aggiunta una compagnia di fanteria pesante (Granatieri) e una di fanteria leggera (Volteggiatori). Tre o quattro battaglioni erano infine raggruppati in reggimenti di linea, nei quali un battaglione costituiva la riserva.

Dopo il fuoco dell’artiglieria, mentre il rullio dei tamburi scandiva il ritmo di marcia, davanti alla linea di fanteria agivano gli schermagliatori che sparavano contro le truppe nemiche, cercando in particolare di colpire gli ufficiali. La fanteria di linea marciava il più possibile in colonna e poi, a distanza di sicurezza dietro la protezione fornita dagli schermagliatori, si dispiegava in linea. Poi avanzava verso il nemico, contro il quale scaricava i moschetti a distanza ravvicinata. Le formazioni di fanteria si alternavano sulla linea di fuoco, fin quando un’unità riceveva l’ordine di inastare la baionetta.

I successi della fanteria napoleonica furono dovuti principalmente agli schemi di battaglia, al grande impeto dimostrato negli scontri e soprattutto alla velocità di marcia che permetteva alle truppe di occupare rapidamente le posizioni migliori in battaglia. Caratterizzata da grande combattività e vigore negli assalti la fanteria napoleonica era temuta per la sua irruenza offensiva e gli avversari parlavano di “furia francese”.

La cavalleria

Dopo la crisi da essa subita in epoca rivoluzionaria, Napoleone riorganizzò la cavalleria, rendendola una delle più forti d’Europa. Bonaparte riorganizzò la cavalleria in divisioni capaci di operare in modo autonomo. Esse potevano così agire come supporto alla fanteria ma anche come unità principale supportata dalle altre armi. La cavalleria della Grande Armée fu affidata al comando di Gioacchino Murat. 

La cavalleria francese era composta da reggimenti leggeri (Ussari, Cacciatori a cavallo, Lancieri), medi (Dragoni) e pesanti (Corazzieri e Carabinieri). Un reggimento di cavalleria era composto da 800-1200 uomini ed era strutturato su tre o quattro squadroni di due compagnie ciascuno, più elementi di supporto. Ogni reggimento contava una o più compagnie d’élite, formate dai veterani del reggimento. Questa regola non valeva per gli appartenenti alla cavalleria pesante, Corazzieri e Carabinieri, i quali godevano tutti dello status di truppe d’élite.

La cavalleria, inferiore alle altre armi sotto altri punti di vista, era nettamente superiore sul piano della mobilità. Questa qualità aumentava l’imprevedibilità dell’azione e la velocità moltiplicata per la massa provocava una forza d’urto micidiale.

Durante uno scontro tra cavallerie pesanti, il fragore del cozzo tra le formazioni si sentiva per tutto il campo di battaglia. I cavalli procedevano, prima al passo, poi al trotto, e infine al galoppo per gli ultimi duecento metri, divorati in pochi secondi: era uno spettacolo tremendo, un’onda imponente e luccicante di sciabole che faceva tremare e rimbombare la terra, una massa d’urto devastante.

La Guardia Imperiale

La Guardia Imperiale nacque durante la rivoluzione francese come Guardia del Direttorio, poi si trasformò in Guardia consolare. Quando il 10 maggio 1804 Napoleone divenne Imperatore la Guardia consolare si trasformò in Guardia Imperiale e fu poco a poco ingrossata. Nel 1809 la Guardia Imperiale era composta dalla Vecchia Guardia, dalla Media Guardia e dalla Giovane Guardia divenendo una sorta di esercito privato all’interno dell’esercito nazionale. La Guardia Imperiale era caratterizzata da devozione e fedeltà assoluta a Napoleone e i quadrati di quest’ultima si posero a estrema difesa dell’Imperatore il giorno della Battaglia di Waterloo.

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I cento giorni, Waterloo, Sant’Elena

I cento giorni, Waterloo, Sant’Elena

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi
Le valutazioni sulle cause della sconfitta di Napoleone a Waterloo sono diverse e controverse. In primo luogo va considerata, comunque, la netta superiorità numerica degli alleati, che alla fine dello scontro riuscirono a unire le loro forze. Certamente l’arrivo dei Prussiani di Blücher fu decisivo. Tuttavia vi sono anche altri aspetti messi in rilievo dagli storici che si sono occupati di studiare la battaglia. Un secondo fattore fu costituito dalla strenua resistenza delle truppe di Wellington. Inoltre, i luogotenenti di Napoleone commisero alcuni errori, in particolare il maresciallo Grouchy, che tardò a intervenire in aiuto a Mont-Saint-Jean. Secondo alcuni studiosi, lo stesso Napoleone non ebbe la lucidità dei tempi migliori, probabilmente anche per problemi di salute e/o per la tensione determinata in lui dalla consapevolezza che quella era la sua ultima possibilità. Infine, sembra che anche le condizioni meteorologiche pessime abbiano influito sull’esito della battaglia: le insistenti piogge, infatti, avevano trasformato il terreno in un pantano, che rese nettamente meno efficace l’azione dell’artiglieria francese.

Napoleone

I cento giorni, la battaglia di Waterloo, l’esilio a Sant’Elena

http://www.raistoria.rai.it/articoli/i-cento-giorni-di-napoleone/12469/default.aspx 

 

La fuga dall’isola d’Elba e la settima coalizione

L’espressione “cento giorni” (in francese Cent-Jours) indica il periodo compreso tra il ritorno di Napoleone Bonaparte a Parigi (20 marzo 1815) dall’esilio all’isola d’Elba e la restaurazione della dinastia dei Borbone sotto re Luigi XVIII (8 luglio dello stesso anno). 

Napoleone aveva ancora molti convinti sostenitori in Francia, in particolare nell’esercito, mentre il regime di Luigi XVIII era già impopolare, a causa della parziale restaurazione dell’antico regime.  Inoltre, all’inizio del 1815 sembrò che le potenze vincitrici, riunitesi al Congresso di Vienna per ridisegnare l’assetto geopolitico dell’Europa, fossero divise e in conflitto tra di loro. Infine, ad accelerare la scelta di Napoleone di tornare in Francia fu probabilmente la notizia che, proprio a Vienna si proponesse di allontanarlo dall’isola d’Elba, ritenuta da alcuni troppo vicina al continente. 

Così Napoleone, domenica 26 febbraio 1815, s’imbarcò su una piccola nave denominata Inconstant, si allontanò dall’Isola d’Elba e sbarcò il 1° marzo nel golfo di Juan, nei pressi di Cannes. Lo accompagnava un piccolo esercito di poco più di un migliaio di uomini, imbarcato su una flottiglia.

Giunto in Francia Napoleone emanò due proclami, uno al Popolo di Francia e uno all’esercito, nel secondo dei quali, tra l’altro, era scritto: “La vittoria marcerà al passo di carica; l’aquila coi colori nazionali volerà di torre in torre sino alle torri di Nôtre-Dame.”.

Le truppe comandate dai generali Marchand e Devilliers si unirono a quelle dell’Imperatore, inalberando l’Aquila Imperiale, e sostituendo la coccarda tricolore a quella del Re. Il 7 marzo Napoleone entrò a Grenoble, il 10 marzo entrò in Lione, il 14 marzo era sulla strada di Digione. L’imperatore marciava verso Parigi, e lungo la strada le sue truppe crescevano sempre più.

Luigi XVIII ordinò al maresciallo Ney, l’eroe di tante campagne napoleoniche, di muovere contro Napoleone e di fermarlo. Ney acconsentì, dichiarando che, se necessario, avrebbe ricondotto il fuggitivo “in una gabbia di ferro”. Ma quando Ney incontrò il suo imperatore, scordando le promesse fatte, passò dalla sua parte.

Il 18 Marzo Napoleone entrò a Parigi alla testa di circa 100.000 uomini, mentre il re e la sua corte fuggivano.

Le potenze del Congresso di Vienna il 13 marzo lo dichiararono “fuorilegge”. Il 25 marzo Inghilterra, Russia, Austria e Prussia diedero vita alla Settima coalizione, a cui in seguito di unirono quasi tutti gli Stati d’Europa, con l’intento di sconfiggere definitivamente Napoleone. 

La settima coalizione armò un milione di uomini contro circa 270 mila francesi. Gli Inglesi la finanziarono con sei milioni di sterline. Ogni tentativo di mediazione fu respinto e a Napoleone non restò che tentare di evitare l’accerchiamento della Francia con un fulmineo attacco preventivo, così l’8 aprile 1815 ordinò la mobilitazione generale.

 

La battaglia di Waterloo

A Napoleone si prospettarono due possibilità: 

  1. una tattica difensiva realizzata attestando le truppe tra i fiumi Senna e Marna, preparandosi a difendersi su due fronti; 
  2. attaccare immediatamente le forze alleate in Olanda, pur in condizioni di inferiorità numerica, cercando di incunearsi tra i due eserciti e sconfiggendoli separatamente. 

Napoleone e il suo Stato maggiore scelsero questa seconda opzione. L’imperatore sperava di poter infliggere una rapida e schiacciante sconfitta agli eserciti nemici colti di sorpresa in Belgio. Con una vittoria di prestigio avrebbe ridato fiducia ai Francesi e forse scosso la solidarietà tra i coalizzati, guadagnandosi, inoltre, l’appoggio della popolazione belga.

Il 16 giugno l’Armata francese colse due vittorie negli scontri di Quatre-Bras e Ligny ma il 18 giugno 1815 Napoleone fu sconfitto nella decisiva battaglia di Waterloo.

La battaglia di Waterloo (detta inizialmente dai Francesi battaglia di Mont Saint-Jean e dai Prussiani battaglia di Belle-Alliance) si svolse il 18 giugno 1815 fra le truppe di Napoleone e gli eserciti britannico del Duca di Wellington e prussiano del feldmaresciallo Gebhard Leberecht von Blücher. 

L’Armée du Nord schierò sul campo di Waterloo tutta la sua forza, pari a circa 72.000 uomini con 256 cannoni. Il duca di Wellington aveva a Waterloo circa 70.000 uomini a cui si aggiunsero, nel corso della giornata, i 70.000 Prussiani di Blücher. L’armata alleata disponeva complessivamente di circa 200 cannoni.

La battaglia in realtà ebbe luogo nel territorio del villaggio di Mont-Saint-Jean, situato alcuni chilometri a sud della cittadina di Waterloo, nella quale si trovava il quartier generale del Duca di Wellington. Due giorni prima di Waterloo i Francesi avevano sconfitto i Prussiani nella battaglia di Ligny, ma Wellington, informato che il generale Blücher era riuscito a riorganizzare il suo esercito e si accingeva a marciare in suo aiuto, decise di affrontare le truppe di Napoleone. 

Il generale britannico schierò i suoi uomini in difesa lungo la scarpata di Mont-Saint-Jean, confidando nell’arrivo dei Prussiani. Napoleone sferrò una serie di sanguinosi attacchi contro le linee britanniche e nel tardo pomeriggio sembrò vicino alla vittoria, ma l’ostinata resistenza del nemico e l’arrivo delle truppe prussiane decisero alla fine la battaglia a favore dei coalizzati. Per Napoleone era la fine.

 

L’esilio a Sant’Elena

Dopo aver cercato di fuggire negli Stati Uniti, l’ex imperatore decise di chiedere asilo all’Inghilterra. Il 15 luglio 1815 a Rochefort Napoleone si consegnò a bordo del Bellerophon, che lo trasportò a Plymouth. Vista l’esperienza dell’Elba, gli Inglesi scelsero però di riservargli una destinazione di massima sicurezza: fu trasferito, infatti, in esilio all’isola di Sant’Elena, situata a 1900 km ad ovest dell’Africa, in pieno Atlantico meridionale, dove giunse il 16 ottobre 1815. Qui rimase fino alla morte componendo una vastissima raccolta di memorie.

Installatosi il 10 dicembre 1815 a Longwood House, un’abitazione strettamente sorvegliata, Napoleone entrò spesso in conflitto con Hudson Lowe, il governatore dell’isola. 

Il 15 aprile 1821, Napoleone fece testamento e il 5 maggio 1821 morì, probabilmente a causa di un tumore allo stomaco. Nel suo testamento aveva chiesto di essere sepolto in Francia, ma gli Inglesi ordinarono che fosse sepolto a Sant’Elena. Nel 1840 i resti di Napoleone furono riportati in Francia e oggi sono conservati in un grande sarcofago nel palazzo de Les Invalides, a Parigi.

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Link utili

Bibliografia

Jacques Bainville, Napoleone, Milano, Baldini Castoldi Dalai Editore, 2006.
Emmanuel de Las Cases, Memoriale di Sant’Elena, BUR Rizzoli, 2004.
Georges Lefebvre, Napoleone, Bari, Editori Laterza, 2009.
Luigi Mascilli Migliorini, Napoleone, Roma, ed. Salerno.
Evgenij Tàrle, Napoleone, Mursia, 2014.
Jean Tulard, Napoleone, Milano, Rusconi libri, 1994.
Alessandro Barbero, La battaglia. Storia di Waterloo, Laterza, 2003.
Georges Blond, Vivere e morire per Napoleone, vol. II, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 1998.
David G. Chandler, Waterloo – I cento giorni, in BUR Storia, 1ª ed., Milano, Rizzoli, 2008.

Sesta coalizione, Lipsia, l’Elba

Sesta coalizione, Lipsia, l’Elba

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

Napoleone

Sesta coalizione, battaglia di Lipsia, esilio all’Elba

 
 
La maggior parte degli stati europei diede vita alla sesta coalizione contro Napoleone, che fu sconfitto nella battaglia di Lipsia ed esiliato all’isola d’Elba.

 

La sesta coalizione 

Dopo la disastrosa campagna di Russia, che aveva provocato la distruzione della Grande Armata, le potenze continentali ripetutamente battute da Napoleone videro finalmente la possibilità di sconfiggere l’Imperatore. Dopo complesse manovre diplomatiche, riuscirono a unirsi in un’alleanza guidata dallo zar Alessandro, collegata alla Gran Bretagna che non aveva mai cessato la lotta antifrancese.

L’alleanza era di fatto iniziata con la defezione della Prussia nella fase finale della campagna di Russia e con la decisione del re Federico Guglielmo III di affiancarsi, con il suo esercito ricostituito e rafforzato, all’esercito dello zar che, inseguendo i resti della Grande Armata, era entrato in Polonia. 

Napoleone, dopo aver abbandonato i resti del suo esercito ed essere rientrato a Parigi, cercò di organizzare nuove forze e tentò di sconfiggere la nuova alleanza. L’imperatore vinse ancora, contro le forze russo-prussiane, le battaglie non decisive di Lützen (2 maggio 1813) e di Bautzen (21 maggio 1813).

Dopo il breve armistizio di Pleiswitz e l’apertura di infruttuosi negoziati che diedero tempo ai coalizzati di potenziare le loro forze e che indussero anche l’Impero austriaco a entrare in guerra, a fianco di Prussia, Russia e Svezia, contro la Francia, la guerra riprese. 

In agosto, la maggior parte degli Stati Europei, compresi quelli precedentemente alleati dell’Impero francese, era schierata a fianco dell’alleanza anglo-russa: l’Austria, la Prussia, la Svezia, il Regno di Napoli, la Spagna, il Portogallo, la Confederazione del Reno si unirono e attaccarono la Francia.

 

La battaglia di Lipsia

La vittoria di Napoleone nella battaglia di Dresda (27 agosto) venne vanificata dalle ripetute sconfitte dei suoi luogotenenti. L’imperatore, in netta inferiorità numerica e con truppe inesperte, combatté in Sassonia la grande battaglia di Lipsia, che terminò con la disastrosa sconfitta dei Francesi. La battaglia di Lipsia (16-19 ottobre 1813), definita anche come la battaglia delle nazioni, fu lo scontro più grande, in termini di forze impegnate e di perdite subite dalle due parti, verificatosi durante le guerre napoleoniche. La battaglia, combattuta con grande accanimento dalle due parti, vide la partecipazione contemporanea sul campo degli eserciti delle potenze europee continentali anti-francesi (Russia, Prussia, Austria e Svezia). Il suo esito fu determinato soprattutto dalla netta superiorità numerica dei coalizzati.

Costretto a ripiegare in Francia, con i resti delle sue forze, Napoleone cercò ancora di resistere di fronte agli eserciti alleati che invasero la Francia. L’imperatore combatté una serie di vittoriose battaglie, impiegando con grande abilità le sue limitatissime forze nella campagna di Francia. Egli riuscì a ritardare la vittoria della coalizione antifrancese ma poi, schiacciato dalla preponderanza numerica nemica, dopo aver saputo che il Senato lo aveva destituito, che Talleyrand aveva formato un governo provvisorio, che i suoi marescialli lo avevano abbandonato, cedette e il 6 aprile 1814 firmò l’atto di abdicazione.

 

L’esilio all’isola d’Elba

Con il trattato di Fontainebleau (11 aprile 1814) le potenze alleate riconobbero a Bonaparte, in cambio della sua abdicazione, la sovranità sull’isola d’Elba. Napoleone sarebbe diventato sovrano dell’isola, trasformata in principato, con una rendita annua, versatagli dal nuovo governo francese, mentre la moglie Maria Luisa sarebbe diventata duchessa di Parma con diritto di successione per il figlio

Il 3 maggio la fregata inglese Indomable con a bordo Napoleone e i suoi più stretti collaboratori arrivò a Portoferraio, il capoluogo dell’Isola d’Elba. Lo sbarco avvenne il giorno successivo, il 4 maggio, e quasi immediatamente Napoleone si diede da fare con la sua consueta energia. Diede ordine di avviare una serie di opere pubbliche, fece allargare e costruire nuove strade per collegare le varie parti dell’isola e fece aprire nuove miniere di ferro a Rio nell’Elba.

Napoleone viveva nella Palazzina dei Mulini, un edificio costruito nella parte alta di Portoferraio e nella villa di San Martino, nell’entroterra.

L’imperatore rimase alla guida del piccolo Stato per dieci mesi, dal 14 aprile 1814 al 1º marzo 1815, e pur dedicandosi nel frattempo all’amministrazione dell’isola, preparò il proprio ritorno in Francia.

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L’apogeo dell’impero napoleonico

L’apogeo dell’impero napoleonico

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

L’apogeo dell’impero napoleonico

 

Nel 1810 l’Impero napoleonico aveva raggiunto la sua massima espansione e Napoleone controllava, direttamente o tramite stati-satellite o alleati, a capo dei quali aveva posto i suoi parenti e alcuni suoi generali, gran parte del continente europeo.

 

europa napoleonica

 

 

Il Regno d’Italia era nominalmente governato da Napoleone, ma retto dal viceré Eugenio di Beauharnais (figlio di primo letto di Giuseppina, la moglie di Napoleone). 

Il principato di Lucca e Piombino (dal 1805 al 1814) fu assegnato a Felice Baciocchi, marito di  Elisa, sorella dell’Imperatore. 

Alla sorella Paolina, sposata col principe Camillo Borghese, andò il ducato di Guastalla, poi ceduto al regno d’Italia. 

Il fratello maggiore Giuseppe sedeva sul trono di Spagna. 

Il fratello Luigi ebbe il trono d’Olanda. 

Il fratello Girolamo ebbe il Regno di Vestfalia. 

Il generale Gioacchino Murat, poi maresciallo dell’Impero, marito di Carolina, sorella di Napoleone, ebbe il regno di Napoli. 

Il maresciallo Bernadotte nominato erede del trono di Svezia, che però ben presto tradì Napoleone, entrando nella coalizione che lo avrebbe detronizzato. 

La Confederazione del Reno era di fatto sotto il controllo di Napoleone.

Dopo la pace di Schönbrunn, Napoleone e il ministro degli Esteri austriaco Metternich si erano accordati per un matrimonio di Stato. Infatti, il 14 dicembre 1809, Napoleone divorziò da Giuseppina di Beauharnais, da cui non aveva avuto figli, e il 1º aprile 1810 sposò Maria Luisa figlia dell’imperatore d’Austria Francesco I e nipote di Maria Antonietta, la regina decapitata durante la Rivoluzione. Così, l’anno successivo Napoleone poté avere da Maria Luisa il tanto atteso erede al trono imperiale e l’Austria, fino ad allora acerrima nemica dell’imperatore, entrò nell’orbita dell’influenza francese.

Oltre al Portogallo, che Napoleone riuscì a occupare per un solo anno (1807), restavano indipendenti dal potere imperiale solo l’Inghilterra, l’impero russo e quello ottomano.

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Guerra in Spagna e quinta coalizione

Guerra in Spagna e quinta coalizione

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

Napoleone

Guerra in Spagna e quinta coalizione

 

La guerra in Spagna

Quando il papa rifiutò di aderire all’embargo nei confronti dell’Inghilterra Napoleone fece occupare Roma (febbraio 1808) e il 7 maggio 1809 ordinò l’annessione dello Stato Pontificio all’Impero francese. Il papa scomunicò Napoleone, che lo fece arrestare e condurre prigioniero in Francia.

Nello stesso periodo, approfittando del consenso spagnolo al passaggio delle truppe francesi verso il Portogallo che ancora commerciava con l’Inghilterra, Napoleone penetrò nella penisola iberica. 
La guerriglia spagnola

Nel 1808, sfruttando un contrasto nella famiglia reale spagnola tra il re Carlo IV e il figlio, il principe delle Asturie Ferdinando, Napoleone costrinse entrambi ad abdicare e mise sul trono di Spagna il fratello Giuseppe Bonaparte, mentre al maresciallo e cognato Gioacchino Murat affidò il Regno di Napoli. Giuseppe arrivò a Madrid il 20 luglio 1808. Nel frattempo la Spagna era in rivolta: la popolazione oppose una forte resistenza contro l’occupazione francese, dando vita a una sanguinosa guerriglia che mise in grave difficoltà l’esercito occupante. Oltre alle milizie arruolate dalle giunte locali e ai guerriglieri, vi era in Spagna anche un numeroso esercito regolare, che poteva mettere in pericolo l’armata francese. 

Le truppe francesi avevano invaso e conquistato il Portogallo, ma la situazione divenne presto problematica. I britannici, infatti, fecero sbarcare in Portogallo truppe al comando del generale sir Arthur Wellesley, futuro duca di Wellington, che riuscì a liberare il Portogallo. 

Le vittorie del generale inglese Wellington in Portogallo e la critica situazione in Spagna, dove il fratello Giuseppe era stato costretto ad abbandonare Madrid, costrinsero Napoleone ad assumere personalmente il comando della Grande Armée in Spagna, per riconquistare Madrid e per rendere stabile il dominio francese. 

L’imperatore intervenne con una parte della Grande Armata e il 4 dicembre, dopo una rapida e vittoriosa campagna, entrò a Madrid con le sue truppe. Napoleone non riuscì tuttavia a eliminare la resistenza nazionalistica spagnola né a distruggere il corpo di spedizione britannico in Portogallo, passato al comando del generale John Moore, che riuscì a evacuare la penisola iberica via mare. 

La Spagna rimase quindi una spina nel fianco. L’imperatore, che poco tempo dopo dovette tornare a Parigi a causa delle notizie di una nuova coalizione antifrancese in fase di organizzazione, fu costretto a lasciare nella penisola iberica una consistente parte del suo esercito.

 

La quinta coalizione

Nell’aprile del 1809 si costituì la quinta coalizione antinapoleonica, un’alleanza fra Impero austriaco e Regno Unito più altre potenze minori. Il Regno Unito, che appoggiava le forze antifrancesi in Spagna e in Portogallo, si trovava già da tempo in guerra con la Francia. L’Austria, viste le difficoltà francesi in Spagna, confidò nella possibilità di modificare la situazione sfavorevole creatasi dopo le precedenti sconfitte e si preparò alla guerra.

Lo scontro tra i due eserciti iniziò il 10 aprile 1809 con l’invasione della Baviera, alleata della Francia, da parte dell’esercito austriaco dell’arciduca Carlo d’Asburgo-Teschen. 

Napoleone, nonostante fosse stato colto parzialmente di sorpresa dall’improvviso e anticipato attacco austriaco in Baviera, seppe riprendere rapidamente il controllo della situazione e, con una serie di abili manovre, disgregò e sconfisse progressivamente l’armata comandata dall’arciduca Carlo. Dopo essere stato battuto in una serie di combattimenti iniziali, l’esercito austriaco rischiò di essere accerchiato e distrutto durante la battaglia di Eckmühl, combattuta tra il 21 e il 22 aprile 1809 nei pressi del villaggio omonimo, in Baviera. Gli Austriaci riuscirono a ripiegare a Nord del Danubio, attraverso il ponte di Ratisbona evitando la distruzione. Successivamente Napoleone si diresse su Vienna e la occupò il 12 maggio 1809.

 

La battaglia di Wagram

Dopo un parziale insuccesso nella battaglia di Aspern-Essling (21 – 22 maggio), Napoleone ottenne infine la vittoria decisiva sugli Austriaci nella battaglia di Wagram (5 – 6 luglio 1809).

La battaglia di Wagram, che coinvolse circa 300.000 soldati, fu combattuta a Nord del Danubio, di fronte all’isola di Lobau, nella piana del Marchfeld, attorno al villaggio di Deutsch-Wagram. Napoleone modificò il suo schieramento in piena battaglia e impiegò una grande concentrazione di artiglieria per indebolire le difese nemiche.

Pur con gravi perdite, la battaglia si concluse con una decisiva vittoria delle truppe francesi e l’esercito austriaco fu costretto a ritirarsi.

Dopo pochi giorni venne concluso un armistizio che fu seguito dal trattato di Schönbrunn (14 ottobre 1809) che sancì la sconfitta dell’Austria, costretta a cedere ulteriori territori.

Tra le operazioni minori del conflitto, le truppe britanniche lanciarono una fallimentare invasione dei Paesi Bassi, mentre una rivolta anti-francese nel Tirolo promossa dal leader locale Andreas Hofer fu repressa nel sangue dalle truppe franco-bavaresi.

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