Crea sito
Medici e medicina durante il fascismo

Medici e medicina durante il fascismo

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

Medici e medicina durante il fascismo

Sintesi e rielaborazione dal libro omonimo di Giorgio Cosmacini

 

Il duce medico d’Italia 

La propaganda del regime fascista fece uso frequente e insistito di metafore mediche. Mussolini fu definito “medico d’Italia” e spesso il duce stesso fece ricorso ad espressioni di ambito medico: “io che ho il polso della nazione…”, “applicheremo i metodi più drastici anche al paziente più ribelle”, “le leggi sono come le medicine: date a un organismo che è ancora capace di qualche reazione, giovano; date a un organismo vicino alla decomposizione, ne affrettano la fine”. 

Il corpo del duce

Il corpo del duce era oggetto di culto e di esaltazione. Se ne esaltava la “maschia romanità”, “le spalle larghe” la testa ”imperiale dai lineamenti profondi”, la “fronte cesarea”, gli “occhi d’acciaio”, la “voce metallica”. Enrico Ferri, anch’egli ex socialista, che aveva aderito al fascismo, esaltava di Mussolini la “faccia napoleonica”, l’”ampia fronte prominente”, la “mandibola quadrata” e persino il turgore della “tiroide”. 

 

Malaria, tubercolosi, sifilide

Malaria
Nel dicembre 1923, poco dopo la presa del potere, fu approvato il Testo Unico delle “leggi sulla bonificazione delle paludi e dei terreni paludosi” (Legge Serpieri). Serpieri fu l’ispiratore della politica antimalarica del regime, ideatore del concetto di “bonifica integrale”. Egli attribuì al Testo unico il merito di aver associato all’idea della “grande bonifica” territoriale quella della “piccola bonifica” realizzata con il concorso dei privati. Il 18 maggio 1924 fu poi varato il decreto legislativo “Provvedimenti sulle trasformazioni fondiarie di pubblico interesse” (n. 753). Esso fissava lo schema generale delle grandi opere di trasformazione fondiaria e prevedeva che il Ministero potesse procedere all’esproprio dei terreni a fronte di proprietari che non agissero secondo il piano generale di trasformazione.
La Legge Mussolini (n. 3134) del 24 dicembre 1928 rilanciò la “bonifica integrale”, prevedendo una serie di interventi da realizzarsi in quattordici anni per una spesa di circa sette miliardi di lire. L’ambizioso progetto era orientato in direzione autarchica. Esso mirava ad accrescere la produzione agraria nazionale e si proponeva l’obiettivo “del ripopolamento o dell’accrescimento della razza”. Nel “discorso dell’Ascensione” del 26 maggio 1927 e in altre occasioni Mussolini aveva asserito la necessità di “ruralizzare l’Italia” per fortificare la stirpe, sostenendo tra l’altro che “le industrie sane sono quelle che trovano da lavorare nell’agricoltura e nel mare”.
Bonifica rurale, “battaglia del grano” e crescita demografica (definita “razziale”) convergevano e, anche grazie al notevole aiuto finanziario della Rockefeller Foundation, fu realizzata una massiccia serie di interventi di bonifica, nella pianura padana (in particolare ferrarese), in Toscana, nelle isole e soprattutto nelle Puglie, nel basso Volturno e nell’Agro Pontino. Qui la fondazione di Littoria (dicembre 1932), di Sabaudia (agosto 1933) e poi di Pontinia e di Aprilia ebbe un notevole impatto sull’opinione pubblica e rappresentò uno dei maggiori successi del fascismo. La mortalità per malaria scese da oltre 4000 decessi nel 1922 a meno di 1000 nel terzo quinquennio del regime, tuttavia si può presumere che in parte questo successo fosse dovuto agli esiti a distanza della “medicina sociale” prefascista. Inoltre, il medico fascista Cesare Coruzzi, nonostante la sua adesione al regime, nel 1935 riconosce che la bonifica integrale “è stata eseguita, e non totalmente, su meno di un sesto del preventivato”.
Tubercolosi
La Legge n. 1276 del 13 giugno 1927 impegnava le province d’Italia a istituire Consorzi antitubercolari destinati a disciplinare la lotta contro la malattia, ad assistere i malati, a tutelare i sani. Inoltre, con decreto n. 2055 del 27 ottobre 1927 il regime diede il via all’assicurazione obbligatoria che fissava per gli assicurati di invalidità e vecchiaia un ulteriore contributo finalizzato a garantire la cura per loro e per i loro famigliari, qualora si ammalassero di tubercolosi, da parte della Cassa nazionale per le assicurazioni sociali. Mussolini escluse tuttavia che la lotta alla tubercolosi potesse gravare sul bilancio pubblico, a carico dello Stato.
La politica antitubercolare del regime si basò pressoché esclusivamente sui sanatori (gli ospedali destinati ai malati di tubercolosi) e sui dispensari (per la prevenzione e la diagnosi precoce). L’ospedalizzazione antitubercolare portò all’istituzione di circa sessanta sanatori per complessivi 18000 posti letto mentre nel 1940 si contavano circa 500 dispensari. Tra il 1922 e il 1940 la mortalità per tubercolosi si dimezzò, da 59.887 a 33.250 decessi annui. Fu invece trascurata la prevenzione primaria, finalizzata a ridurre l’incidenza della malattia e che richiedeva il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione. Inoltre, negli anni Trenta non esistevano ancora farmaci specifici contro i bacilli della malattia.
Sifilide
La terza piaga endemica era la sifilide. Il regime varò una serie di misure che miravano al controllo sanitario della prostituzione, quella delle “case chiuse” e quella dei marciapiedi. Il Testo unico del 6 novembre 1926 previde un’azione moralizzatrice che consentiva però di frequentare il marciapiede alle prostitute provviste di “tessera sanitaria” vidimata a seguito di visite trisettimanali eseguite nei “dispensari dermoceltici”. Nel 1930 il nuovo Codice di procedura penale varato dal ministro di Grazia e Giustizia Alfredo Rocco prevedeva all’articolo 554 il reato di contagio di malattia venerea, punito con la reclusione da uno a tre anni ove il malato (la malata) occultasse la sua condizione. In questo campo la propaganda di regime vantò una presunta, costante diminuzione, basata sulla “profilassi della prostituzione” oltre che di cure specifiche più efficaci. Tuttavia i dati reali sull’incidenza della sifilide sembrano essere ben maggiori dalle statistiche ufficiali, a giudicare dalla relazione tenuta da Agostino Crosti, professore di clinica dermosifilopatica, al XXX Congresso della Società italiana di dermatologia e sifilografia (12-14 ottobre 1936), secondo il quale vi sarebbero “700-800 mila contagiati da sifilide nel Regno” con un’elevata mortalità.

 

Corporativismo

I medici delle mutue
Nel 1935 furono soppressi gli ordini provinciali dei medici chirurghi, dei veterinari e dei farmacisti. I medici, inquadrati a livello locale nei sindacati fascisti, lo furono a livello nazionale nella Corporazione fascista dei professionisti e degli artisti. Il medico delle mutue fu visto come strumento dei fascistizzazione della famiglia.e della società.  Per il prevalere di interessi categoria burocratici e amministrativi, il regime rinunciò alla prospettiva della unificazione delle mutue, di cui il commissario straordinario Raffaele Bastianelli, insediato al vertice del Sindacato medico proclamava nel 1938 l’inutilità. Il sistema tendeva a produrre prestazioni, più che salute, tema che resta attuale. Solo con la legge n. 138 dell’11 gennaio 1943 si tentò di fondere le varie gestioni in un solo ente e fu creato l’Ente Mutualità, poi Istituto Nazionale delle Assicurazioni (INAM).
I medici delle cattedre
Il regime, talvolta cadendo nel ridicolo, rivendicò per gli Italiani il ruolo di precorritori di grandi scoperte scientifiche. Per il fascismo la scienza non è sovranazionale, deve avere il marchio nazionale, certificato dal regime. La medicina diviene nazionale, italica, corporativa. Questa visione fu accolta dai medici delle cattedre e nel 1925 il Manifesto degli intellettuali fascisti di Giovanni Gentile raccolse raccolse le firme di molti medici. Tra di essi anche quelle di Mario Donati e Carlo Foà, la cui adesione al regime non eviterà loro nel 1938 di essere vittime delle leggi razziali. L’8 ottobre 1931 fu imposto a tutti i docenti universitari di giurare fedeltà al regime e ben pochi furono coloro che rifiutarono di farlo. Tra i pochi, ci furono due soli medici titolari di docenza universitaria: il medico legale Mario Carrara e Bartolo Nigrisoli, clinico chirurgo a Bologna.
I medici delle ricerche
In un’ottica nazionalistica il CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) assunse il dichiarato compito di coordinare le attività nazionali nei vari rami della scienza e delle sue applicazioni in campo economico, operando come consulente del Duce, occupandosi anche di rivendicare i presunti mancati riconoscimenti internazionali alla scienza e alla medicina italica. Nei primi anni Trenta, quando l’alleanza con il Reich era ancora lontana, il regime fascista prese le distanze dal razzismo nazista e sostenne un’eugenetica italiana, positiva, tesa a migliorare la “stirpe”, la razza italica, contrapposta all’eugenetica tedesca, negativa, che poneva la razza nordica sopra tutte le altre. Nel 1935 la voce Razza dell’Enciclopedia italiana, firmata da Nicola Pende, fondatore della biologia politica, attestava queste posizioni. Tuttavia la sostituzione del concetto di razza a quello di popolazione sfociò ben presto in una dottrina sociopolitica che giustificava l’antisemitismo.

 

Imperialismo

La medicina italiana fu coinvolta nell’avventura coloniale. La guerra d’Etiopia ebbe conseguenze sul tenore di vita degli Italiani e richiese grande attenzione sul piano sanitario, per le ostili condizioni climatiche e per le malattie presenti. 
Così, la fisiologia della nutrizione di Filippo Bottazzi e Sabato Visco si sposò con il “senso del limite” interpretato a rovescio, applicato non agli iperconsumi dei ricchi ma ai sottoconsumi dei poveri. Essa giustificava aforismi come “Noi non amiamo la vita comoda” e politiche economico-sociali caratterizzate dal “tirare la cinghia”. 
Aldo Castellani, illustre infettivologo, senatore del regno e accademico pontificio, curante di Mussolini, scopritore del Trypanosoma (agente patogeno della malattia del sonno) e della Spirocheta partenuis (agente patogeno della framboesia) fu incaricato dal Duce di coordinare l’organizzazione medica della spedizione. Egli riferisce un bilancio a suo dire positivo, di “soli” 599 morti per malattia a fronte di 1099 morti sul campo.  Diversa appare la testimonianza di un medico in grigio-verde che parla di truppe decimate da tifo, vaiolo, dissenteria, malaria, malattia del sonno, febbre gialla, sifilide, blenorragia.  Il reportage di un giornalista inglese fu screditato facendo credere che gli effetti dell’iprite sugli Etiopi fossero invece piaghe dovute alla lebbra. Infine, nel massacro coloniale si sviluppò la chirurgia maxillo-facciale nel tentativo di riparare agli effetti devastanti dell’esplosione delle pallottole dum-dum sul volto degli indigeni.

 

Eugenetica e leggi razziali

Nel 1938 Mussolini si legò più strettamente alla Germania nazista. Pubblicato, con il titolo Il fascismo e i problemi della razza, su “Il Giornale d’Italia” del 14 luglio 1938, il Manifesto degli scienziati razzisti anticipò di poche settimane la promulgazione della legislazione razziale fascista (settembre-ottobre 1938). Il manifesto fu pubblicato nuovamente sul quindicinale Difesa della razza, diretto da uno dei giornalisti più attivi nella polemica antisemita, Telesio Interlandi. Firmato da alcuni dei principali scienziati italiani, esso divenne la base ideologica e pseudo-scientifica della politica razzista dell’Italia fascista. Tra i firmatari del Manifesto figurano Nicola Pende, patologo medico, Franco Savorgnan, demografo e presidente dell’Istituto Centrale di Statistica, Sabato Visco, fisiologo, Edoardo Zavattari, zoologo, Arturo Donaggio, clinico neuropsichiatra. La distanza tra l’eugenetica tedesca e quella italiana quasi scompaiono: gli italiani sono definiti, nella loro maggioranza, di origine ariana e gli Ebrei non appartengono alla “razza italiana”. Il 5 settembre il regime approvò le Leggi razziali, che escludevano gli Ebrei dalle funzioni pubbliche e dalla scuola. Tra questi ben 99 professori universitari, tra i quali il fisico Enrico Fermi la cui moglie era ebrea e, tra i medici, Giuseppe Levi e Mario Donati, quest’ultimo nonostante la sua adesione al regime.

 

Sintesi e rielaborazione da: 

Giorgio Cosmacini, Medici e medicina durante il fascismo, Edizioni Pantarei, Milano, 2019

Index Storiaestorie

Index Cinema e storia

Index Tematiche

Link utili

La politica demografica del Fascismo 

La politica demografica del Fascismo 

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

La politica demografica del Fascismo: “Il numero è la forza dei popoli”.

La politica demografica fascista si inserisce nel quadro del progetto totalitario mussoliniano che ha come obiettivo centrale quello di riportare l’Italia ai fasti della Roma imperiale, restituendole un ruolo centrale tra le grandi potenze. Essa è quindi strettamente connessa alla politica imperialista e razzista, alla creazione delle organizzazioni giovanili, al controllo della scuola, delle attività culturali e sportive, all’educazione fisica e paramilitare dei giovani. 

Il numero è la forza dei popoli

Per Mussolini un popolo forte sul piano demografico potrà esserlo anche sul piano delle relazioni internazionali. 

Nel famoso Discorso dell’Ascensione del 26 marzo 1926 Mussolini dichiara:

Qualche inintelligente dice: siamo in troppi. Gli intelligenti rispondono: Siamo in pochi. Il numero è la forza dei popoli che dispongono della terra necessaria: e ciò non occorre nemmeno dimostrarlo. Ma è anche la forza dei popoli che non dispongono della terra necessaria, se sanno tendere mente e muscoli per conquistarla. Conquistarsela in Patria, utilizzando ogni palmo libero, bonificando e coltivando a regola d’arte o conquistarsela fuori, dove che sia il soverchio e il vacante”.

In un discorso tenuto a Cuneo il 24 agosto del 1933 proclama:

Bisogna essere forti prima di tutto nel numero, poiché se le culle sono vuote la nazione invecchia e decade”.

Nella prefazione al libro di Riccardo Korherr Regresso delle nascite: morte dei popoli, risalente al 1928 Mussolini dichiara:

[…] Si tratta di vedere se l’anima dell’Italia fascista è o non è irreparabilmente impestata di edonismo, borghesismo, filisteismo. Il coefficiente di natalità non è soltanto l’indice della progrediente potenza della patria […], ma è anche quello che distinguerà dagli altri popoli, europei, il popolo fascista, in quanto indicherà la sua vitalità e la sua volontà di tramandare questa vitalità nei secoli. […] Ora una Nazione esiste non solo come storia o come territorio, ma come masse umane che si riproducono di generazione in generazione. Caso contrario è la servitù o la fine. Fascisti Italiani: Hegel, il filosofo dello Stato, ha detto: Non è un uomo chi non è padre! In una Italia tutta bonificata, coltivata, irrigata, disciplinata: cioè fascista, c’è posto e pane ancora per dieci milioni di uomini. Sessanta milioni di italiani faranno sentire il peso della loro massa e della loro forza nella storia del mondo.

La politica natalista.

La politica demografica fascista si propose, di conseguenza, di mettere in atto molteplici iniziative a favore della natalità e della famiglia. Il fascismo esaltò un modello di famiglia fondata sull’identità di paternità-maternità che aveva come scopo la procreazione, intesa come obbligo sociale volto a rendere grande la nazione. 
La donna “angelo del focolare

In quest’ottica la donna fu ridotta a “macchina riproduttiva della razza”, mentre l’emancipazione della donna era vista negativamente, poiché la allontanava dal suo ruolo essenziale di madre. La propaganda di regime alimentò l’immagine della donna moglie e madre che si prende cura dei figli, angelo del focolare, florida e feconda. Quest’immagine della donna-madre dedita alla famiglia, trovò il pieno appoggio della Chiesa cattolica e viceversa il regime vide nella religione cattolica uno strumento utile a diffondere tra le donne una morale fatta di rassegnazione, spirito di sacrificio, umiltà.

La propaganda creò anche una serie di stereotipi e modelli negativi (la donna che lavora, la donna spendacciona, la donna longilinea) spesso biasimati con sarcasmo dalla stampa e dagli altri mezzi di comunicazione. Le donne che si dedicavano al lavoro e allo studio furono guardate con sospetto. Il regime ostacolò il loro accesso agli istituti di istruzione superiore e all’Università e vietò quello a determinate professioni considerate prettamente maschili. 

L’uomo virile e guerriero

Anche per l’uomo valeva, ovviamente, il dovere di generare figli per la patria. Tuttavia, nella costruzione dell’immagine dell’uomo, al quale per legge spettava il ruolo di capofamiglia, il fascismo esaltò l’aspetto virile, guerriero, la cura e l’esercizio del corpo, lo spirito di disciplina e al tempo stesso l’agonismo. La virilità fu vista come la caratteristica essenziale dell’identità maschile e ogni manifestazione diversa, come l’omosessualità, fu condannata. 

Il modello per eccellenza dell’uomo virile era il Duce. La propaganda ne costruì il mito, persino in riferimento all’aspetto fisico, con particolare riguardo per il volto dai tratti marcati e dalla mascella volitiva, visti come emblema della virilità.

I provvedimenti legislativi

Numerosi furono i provvedimenti legislativi con cui il regime cercò di incrementare il tasso di natalità. Furono attuate misure punitive come la tassa sui celibi, istituita nel 1927 e raddoppiata nel ’28 e nel ’34. 

Viceversa, furono previsti: esenzione dalle tasse o riduzioni fiscali per le famiglie numerose, premi per le madri prolifiche, premi di nuzialità e di natalità a carico dello stato e di enti pubblici.

I celibi furono inoltre discriminati sul lavoro, infatti in caso di assunzione o promozione veniva data la precedenza agli uomini coniugati e fra questi a quelli con figli. Negli impieghi pubblici furono favoriti i coniugati e i padri di numerosa prole e lo stato di coniugato o di vedovo con prole divenne requisito essenziale per la nomina a podestà. Furono previsti poi gli assegni familiari a favore di tutti i lavoratori dipendenti coniugati con prole e prestiti matrimoniali. Dal 1932 il regime introdusse riduzioni sulle tariffe ferroviarie per i viaggi di nozze. 

Il congedo di maternità e la cassa di maternità per le lavoratrici dell’industria, anteriori all’ascesa del fascismo, furono estesi alle lavoratrici del commercio e il periodo di congedo obbligatorio fu prolungato a un mese prima e uno dopo il parto. 

Le famiglie con molti figli ebbero la precedenza nell’assegnazione delle case popolari e l’indennità di disoccupazione fu rapportata al numero dei figli a carico.

Il regime mise in atto una campagna contro la propaganda e l’utilizzo di mezzi contraccettivi e contro l’aborto. Quest’ultimo, illegale anche secondo il precedente Codice penale Zanardelli, fu incluso dal Codice Rocco tra i crimini contro l’integrità della stirpe.

La organizzazioni. 

L’ONMI. 
A sostegno delle politiche della natalità il regime creò l’ONMI (Opera nazionale maternità e infanzia), con legge 10 dicembre 1925, modificata nel ’33, poi nel ’34 per promuovere “la difesa e il miglioramento fisico e morale della razza”. 

L’Istituzione, completamente controllata dal regime che la pose alle dipendenze del Ministero degli interni e dei prefetti, aveva in particolare l’obiettivo di tutelare la maternità e l’infanzia. Nel ’37 fu riorganizzata con l’ingresso di rappresentanti dell’Ufficio centrale demografico e dell’Unione fascista per le famiglie numerose, e con la creazione della nuova carica di ispettore provinciale per la verifica del suo funzionamento a livello locale. 

L’ONMI aveva uffici in ogni provincia per coordinare e controllare tutte le iniziative a favore della maternità e suo compito primario era quello dell’assistenza alle donne incinta, alle puerpere e ai neonati fino al terzo anno di età. Essa svolgeva, in particolare, attività di educazione sul piano dell’igiene, dell’alimentazione, della prevenzione e profilassi di malattie come la tubercolosi e la sifilide. Essa realizzava corsi di formazione per medici e ostetriche. Nonostante le resistenze dei medici, il regime attribuì a queste ultime un ruolo centrale. Fu costituito l’albo nazionale delle ostetriche, cui si accedeva tramite il conseguimento di un diploma e i loro compiti furono estesi, oltre che alla fase del parto, ai primi tre anni di vita del bambino. 

Dal 1932 l’ONMI creò le Case della madre e del bambino, consultori forniti di personale sanitario con il compito di offrire assistenza nonché interventi terapeutici e sanitari a favore della maternità e dell’infanzia. Essa, infine, organizzava ogni anno la Giornata della madre e del fanciullo, istituita nel 1933, che si svolgeva alla vigilia di Natale. In tale occasione erano previste la  proiezione di documentari dell’ONMI, l’assegnazione di premi di fecondità, celebrazioni in chiesa e l’inaugurazione di istituzioni dell’ONMI. 

L’UCD e l’UFFN

Nel 1937 fu creato l’Ufficio centrale demografico (che l’anno successivo assunse la denominazione di Direzione generale per la demografia e la razza) dipendente dal ministero degli Interni con funzione di coordinamento e incoraggiamento delle politiche demografiche.

Fu inoltre istituita l’Unione fascista famiglie numerose (UFFN) che si proponeva  di offrire una serie di benefici, inizialmente riservati ai soli dipendenti pubblici e successivamente estesi a tutti i capofamiglia con più di sette figli conviventi.

L’esito della battaglia natalista.

L’intensa battaglia demografica e natalista del regime fascista non ottenne i risultati sperati, poiché il tasso di natalità continuò la sua tendenza strutturale a calare, secondo un trend che ha caratterizzato tutti i paesi dell’Europa occidentale. Essa ha piuttosto contribuito fortemente alla creazione di rapporti di genere codificati sul piano legislativo e radicati nella mentalità. Questi sarebbero stati messi in discussione solo dopo decenni, per effetto dei processi di sviluppo economico e di modernizzazione che hanno trasformato il paese. 

Solo nel 1975 fu modificato il diritto di famiglia fascista, con il passaggio dalla potestà del marito alla potestà (ora “responsabilità genitoriale”) condivisa dai coniugi. Nello stesso anno fu abolito il divieto alla propaganda e all’uso di mezzi contraccettivi e l’aborto non fu più reato contro la razza.  

Stupro e violenza sessuale solo in anni recentissimi sono diventati reati contro la persona e non contro la moralità.

Bibliografia: 

Gianpiero Dalla Zuanna, Numeri e potere. Statistica e demografia nella cultura italiana fra le due guerre, L’ancora del Mediterraneo, Napoli, 2004. 

Emilio Gentile, Il culto del Littorio, Laterza, Roma-Bari, 1993 

Carl Ipsen, Demografia totalitaria. Il problema della popolazione nell’Italia fascista., Il Mulino, Bologna, 1992. 

Luisa Passerini, Mussolini immaginario. Storia di una biografia 1915-1939., Laterza, Roma-Bari, 1991. 

Luisa Passerini, Costruzione del femminile e del maschile. Dicotomia sociale e androginia simbolica, in AA.VV., Il regime fascista, Laterza, Roma-Bari, 1995. 23 

Chiara Saraceno, Costruzione della maternità e della paternità, in A.VV., Il regime fascista, Laterza, Roma-Bari, 1995. 

R. Korherr, Regresso delle nascite: morte dei popoli, prefazione di Spengler e Mussolini, Libreria del Littorio, Roma 1928.

 

https://www.youtube.com/watch?v=NnMHnP3QOUY 

https://www.youtube.com/watch?v=LQuxKz0owes 

https://www.youtube.com/watch?v=y0r7dOcqLYQ. 

Index Storiaestorie

Index Cinema e storia

Index Tematiche

Link utili

Razzismo fascista e leggi razziali

Razzismo fascista e leggi razziali

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

Razzismo fascista e leggi razziali

L’antisemitismo

In Europa negli anni Venti e Trenta del Novecento l’antisemitismo era largamente diffuso. Al tradizionale antigiudaismo cristiano si erano aggiunti il razzismo “scientifico” e il nazionalismo che miravano a rendere le nazioni più omogenee dal punto di vista etnico-religioso. 

Inoltre, la grave crisi economica conseguente al crollo di Wall Street del 1929 che colpì anche l’Europa, come era accaduto anche in epoche precedenti, avevano fatto degli Ebrei un facile capro espiatorio su cui riversare il malcontento della popolazione.

Il riacutizzarsi dell’antisemitismo divenne prerogativa dei movimenti reazionari che si erano affermati in parte dell’Europa, primo fra tutti il Nazismo in Germania. Il Fascismo italiano non fece eccezione ed ebbe fin dalle sue origini una radicata componente antisemita che emerse fin dai primi anni Trenta e che si accentuò dopo la guerra d’Etiopia.

La nascita dell’impero e il razzismo

La conquista dell’Etiopia (1936) e la creazione dell’impero segnarono una svolta in direzione razzista e antisemita. La propaganda di regime diffuse stereotipi razzisti, secondo i quali l’Italia stava portando la civiltà a popoli e razze inferiori. La conquista dell’impero segnò il momento di massima adesione degli italiani al Fascismo. Il regime dispiegò un grande apparato propagandistico per rivendicare il diritto di popoli “giovani”, come quello italiano, di conquistare “un posto al sole” e successivamente, dopo le sanzioni della Società delle Nazioni,  per sostenere la politica autarchica. Inoltre, la conquista dell’impero rendeva necessaria, per Mussolini, una “chiara, severa coscienza razziale”.

Evitare gli incroci razziali

Il primo provvedimento in tal senso fu finalizzato a evitare gli “incroci razziali” fra italiani ed “indigeni” approvato con il RDL 740 del 19 aprile 1937, Sanzioni per rapporti di indole coniugale tra cittadini e sudditi. Nell’articolo unico del decreto era prevista la reclusione da uno a cinque anni per il cittadino italiano colpevole del reato di unirsi con una suddita africana come se fosse una moglie: “Il cittadino italiano che nel territorio del Regno o delle Colonie tiene relazione d’indole coniugale con persona suddita dell’Africa Orientale Italiana o straniera appartenente a popolazione che abbia tradizioni, costumi e concetti giuridici e sociali analoghi a quelli dei sudditi dell’Africa Orientale Italiana è punito con la reclusione da uno a cinque anni”. 

Lo scopo del decreto era quello di separare sessualmente e affettivamente le coppie miste e di impedire, in nome della superiorità razziale degli italiani, contatti intimi con donne africane che sfociassero nella nascita dei cosiddetti “meticci”. Nel giugno del 1939 fu poi approvata una legge che istituì il reato di “lesione di prestigio di razza”. Contestualmente all’azione legislativa, ebbe inizio una campagna propagandistica che, avvalendosi del supporto della stampa e dei mezzi di comunicazione, di testi di carattere “scientifico”, di romanzi, di fumetti diffondeva stereotipi razzisti e presentava le popolazioni africane come razza inferiore da dominare e da civilizzare.

 

L’antisemitismo

Ben presto il razzismo si intrecciò con l’antisemitismo: sui giornali gli Ebrei furono accusati di controllare la finanza internazionale e di essere i fautori delle sanzioni economiche decise dalla Società delle nazioni contro l’Italia durante l’impresa etiopica. Inoltre, presentati come insidioso pericolo per la purezza della razza italica, il regime descriveva gli Ebrei come elementi infidi e pericolosi, estranei al corpo della nazione.

Il manifesto degli scienziati razzisti

manifesto razzismo
Pubblicato, con il titolo Il fascismo e i problemi della razza, su “Il Giornale d’Italia” del 14 luglio 1938, il Manifesto degli scienziati razzisti anticipò di poche settimane la promulgazione della legislazione razziale fascista (settembre-ottobre 1938). Il manifesto fu pubblicato nuovamente sul quindicinale Difesa della razza, diretto da uno dei giornalisti più attivi nella polemica antisemita, Telesio Interlandi. Firmato da alcuni dei principali scienziati italiani, esso divenne la base ideologica e pseudo-scientifica della politica razzista dell’Italia fascista. 

Nel Manifesto degli scienziati razzisti si sosteneva, tra l’altro, che:

Le razze umane esistono. La esistenza delle razze umane …è …una realtà fenomenica, materiale, percepibile con i nostri sensi. Esistono grandi razze e piccole razze. Il concetto di razza è concetto puramente biologico…quindi è basato su altre considerazioni che non i concetti di popolo e di nazione… alla base delle differenze di popolo e di nazione stanno delle differenze di razza…  La popolazione dell’Italia attuale è nella maggioranza di origine ariana e la sua civiltà ariana…. È una leggenda l’apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici… Esiste ormai una pura “razza italiana”… È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti… Tutta l’opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo… La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose. È necessario fare una netta distinzione fra i Mediterranei d’Europa (Occidentali) da una parte gli Orientali e gli Africani dall’altra. Gli ebrei non appartengono alla razza italiana…Gli ebrei rappresentano l’unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli Italiani. I caratteri fisici e psicologici puramente europei degli Italiani non devono essere alterati in nessun modo. L’unione è ammissibile solo nell’ambito delle razze europee…”.

La copertina dei primi tre numeri della Difesa della razza presenta i profili di tre razze: ariana, semitica e nera o camitica. La testa ariana ha le sembianze di una statua romana, quella semitica è una sorta di bassorilievo con tratti caricaturali, quella camitica è la fotografia della testa di un nero, che presenta fattezze “primitive”. Una spada separa il busto ariano da quello dell’ebreo, il più vicino, e da quello del nero.

Nell’agosto del 1938 fu disposto un censimento della popolazione ebraica esistente in Italia, realizzato dalla neonata Direzione generale per la demografia e la razza (Demorazza), istituita dal Ministero dell’Interno. Il censimento rivelò che sul territorio nazionale vivevano 48 032 ebrei italiani e 10 380 ebrei stranieri, per un totale di poco più di 58 000 persone, cioè l’1 per mille della popolazione complessiva. 

 

La legislazione antiebraica

“una chiara, severa coscienza razziale”

Oggi molti storici (come Enzo Collotti) mettono in discussione la tesi secondo cui Mussolini e il regime vararono la legislazione antisemita solo in seguito all’alleanza con la Germania hitleriana e per acquiescenza nei suoi confronti (come ha sostenuto Renzo De Felice). Il razzismo e le leggi razziali furono una decisione deliberata, che faceva parte di un preciso disegno politico.

Del resto, il duce in un comizio a Trieste il 18 settembre 1938 rivendicò l’originalità del razzismo fascista: 

Nei riguardi della politica interna il problema di scottante attualità è quello razziale. Anche in questo campo noi adotteremo le soluzioni necessarie. Coloro i quali fanno credere che noi abbiamo obbedito ad imitazioni, o peggio, a suggestioni, sono dei poveri deficienti, ai quali non sappiamo se dirigere il nostro disprezzo o la nostra pietà. Il problema razziale non è scoppiato all’improvviso, come pensano coloro i quali sono abituati ai bruschi risvegli, perché sono abituati ai lunghi sonni poltroni. È in relazione con la conquista dell’Impero, poiché la storia ci insegna che gli Imperi si conquistano con le armi, ma si tengono col prestigio. E per il prestigio occorre una chiara, severa coscienza razziale, che stabilisca non soltanto delle differenze, ma delle superiorità nettissime. Il problema ebraico non è dunque che un aspetto di questo fenomeno”.

L’avvio della legislazione antisemita

Due settimane prima erano stati varati, con l’avallo del re, i primi due decreti-legge che avviavano la legislazione antisemita.

Il Regio decreto-legge 5 settembre 1938, n. 1390 (Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista) prevedeva che l’insegnamento nelle scuole fosse interdetto alle persone di razza ebraica, anche se siano state comprese in graduatorie di concorso anteriormente al presente decreto”. Di conseguenza, gli insegnanti di razza ebraica furono sospesi dal servizio, così come i presidi e direttori scolastici, gli aiuti e assistenti universitari e il personale di vigilanza nelle scuole elementari. Anche i liberi docenti di razza ebraica erano sospesi dalla libera docenza. Gli Ebrei erano poi esclusi dalle Accademie, dagli Istituti e dalle Associazioni di scienze, lettere ed artiGli studenti ebrei erano esclusi dalle scuole “di qualsiasi ordine e grado, ai cui studi sia riconosciuto effetto legale”. Erano ammessi in via transitoria a proseguire gli studi universitari gli studenti di razza ebraica già iscritti a istituti di istruzione superiore nei precedenti anni accademici. Il decreto definiva di razza ebraica “colui che è nato da genitori entrambi di razza ebraica, anche se egli professi religione diversa da quella ebraica”.

Il Regio decreto-legge 7 settembre 1938, n. 1381 (Provvedimenti nei confronti degli ebrei stranieri) prevedeva il divieto per gli stranieri ebrei “di fissare stabile dimora nel Regno, in Libia e nei Possedimenti dell’Egeo”. Inoltre il decreto revocava la concessione della cittadinanza italiana agli ebrei cui fosse stata concessa dopo il 1° gennaio 1919. Essi erano pertanto tenuti a lasciare il territorio italiano entro sei mesi, pena l’espulsione.

Il 6 ottobre 1938 il Gran Consiglio del Fascismo approvò la “Dichiarazione sulla razza”, quando già era stata avviata la legislazione antisemita, e il successivo 17 novembre 1938 la dichiarazione divenne norma giuridica con il regio decreto legge n. 1728Provvedimenti per la difesa della razza italiana.

Il Regio decreto-Legge 17 novembre 1938

Il Regio decreto-Legge 17 novembre 1938, n. 1728 (Provvedimenti per la difesa della razza italiana) fu la principale norma legislativa antiebraica. I primi articoli vietavano il matrimonio “del cittadino italiano di razza ariana con persona appartenente ad altra razza”. La parte restante del decreto riguardava specificamente gli Ebrei. Esso vietava il possesso di aziende di rilievo per la difesa nazionale e con più di 99 dipendenti, il possesso di immobili superiori a determinate dimensioni e l’impiego di domestici italiani. Gli Ebrei, inoltre, non potevano più prestare servizio nelle amministrazioni pubbliche civili e militari, una proibizione che progressivamente fu estesa anche alle attività e agli impieghi privati. 

Il decreto considerava di “razza” ebraica coloro che avessero:

  • entrambi i genitori di “razza” e di religione ebraica;
  • un solo genitore di “razza” ebraica e l’altro di nazionalità straniera;
  • un solo genitore di “razza” o di religione ebraica e l’altro di nazionalità italiana;
  • madre di “razza” ebraica, in caso di padre ignoto.

Non era invece considerato di “razza” ebraica chi fosse nato da genitori entrambi di nazionalità italiana, di cui uno solo di “razza” ebraica, ma non di religione ebraica.

Erano in tutto o in parte esclusi dalle disposizioni antisemite alcune categorie:

  • i componenti delle famiglie dei caduti nelle guerre libica, mondiale, etiopica, spagnola e dei caduti per la causa fascista;
  • i mutilati, gli invalidi, i volontari e i decorati al valore;
  • gli iscritti al Partito Nazionale Fascista dal 1919 fino al secondo semestre del 1924;
  • i legionari fiumani.
180 leggi antisemite

In tutto il regime fascista varò 180 leggi che privarono gli ebrei italiani dei diritti più elementari, così migliaia di persone si ritrovarono di fatto escluse dalla vita della nazione.

Non potevano avere alle proprie dipendenze persone di “razza” ebraica:
  • le Amministrazioni civili e militari dello Stato;
  • il Partito Nazionale Fascista;
  • le Province, i Comuni e gli Enti pubblici;
  • le Amministrazioni delle aziende municipalizzate e delle aziende collegate agli Enti pubblici;
  • le Amministrazioni di imprese private di assicurazione.
Le leggi razziali vietarono, tra l’altro, agli Ebrei di svolgere professioni come: 

notaio, giornalista, avvocato, architetto, medico, farmacista, veterinario, ingegnere, ostetrica, procuratore, patrocinatore legale, ragioniere, ottico, chimico, saltimbanco girovago, agronomo, geometra, perito agrario, perito industriale, tassista, pilota di aereo, attore, regista, scenografo, musicista, direttore d’orchestra, fotografo, tipografo, mediatore, piazzista, commerciante ambulante, affittacamere, guida turistica, interprete. 

Gli Ebrei inoltre non potevano:

essere iscritti al Partito nazionale fascista, far parte di associazioni culturali e sportive, entrare nelle biblioteche, lavorare nelle società private di carattere pubblico, come le banche e le assicurazioni, prestare servizio militare, comparire sugli elenchi telefonici, pubblicare necrologi, vendere oggetti d’arte, vendere oggetti sacri, gestire agenzie d’affari, vendere gioielli, vendere libri, penne, matite, quaderni,  gestire scuole di ballo, gestire agenzie di viaggio, gareggiare nelle manifestazioni sportive, frequentare luoghi di villeggiatura considerati di lusso, vendere alcolici, avere il porto d’armi, ecc.

I testi redatti, curati o commentati da autori ebrei, anche se scritti in collaborazione con “ariani”, non potevano essere adottati nelle scuole. Le carte geografiche murali di autori ebrei erano vietate. Le strade, le scuole e gli istituti non potevano avere nomi ebraici. Non dovevano più essere pubblicati e diffusi i loro libri, rappresentate le loro opere teatrali, suonate le loro musiche, proiettati i loro film.

La reazione alle leggi antiebraiche

Si assistette a una vera e propria ghettizzazione da cui furono esclusi solo quegli ebrei che avevano ottenuto la cosiddetta “discriminazione” per particolari benemerenze acquisite (onorificenze di guerra, adesione al fascismo fin dalle origini ecc.). 

La società italiana finì con l’adeguarsi alle leggi razziali senza grandi resistenze e furono pochi gli Italiani che cercarono di contrastarle. I provvedimenti furono spesso applicati con rigore da funzionari e impiegati e tra la popolazione prevalse l’indifferenza, perché queste norme non colpivano i non-ebrei nelle loro abitudini e nei loro interessi. Anzi in molti casi eliminavano potenziali concorrenti sul piano professionale, negli impieghi pubblici e privati. 

Anche la Chiesa cattolica non si oppose con decisione alle leggi razziali e Papa Pio XI si limitò a protestare per il divieto dei matrimoni misti, accettati dal diritto canonico e previsti dal Concordato del 1929. 

Nonostante la durezza delle limitazioni imposte, gli Ebrei tendevano a considerare le restrizioni come provvisorie e solo pochi decisero di emigrare. Questo non solo per le oggettive difficoltà che l’emigrazione comportava ma anche perché essi si sentivano italiani e consideravano l’Italia la loro patria.

La politica della RSI

Dopo la caduta del regime fascista, il 23 settembre 1943 Mussolini diede vita in Italia settentrionale alla Repubblica sociale italiana (RSI), il nuovo Stato fascista repubblicano schierato a fianco della Germania nazista. Con la collaborazione dei fascisti, gli occupanti tedeschi attuarono anche in Italia il progetto di annientamento degli Ebrei. Numerosi furono così gli arresti, le uccisioni e le deportazioni verso i campi di sterminio, che cessarono solo con la Liberazione.

La politica antiebraica fu un fondamento del manifesto programmatico del Partito repubblicano fascista, la Carta di Verona, che al punto 7 dichiarava che “gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica”.

Il 24 novembre 1943 il governo della RSI approvò un primo provvedimento legislativo sui beni degli Ebrei che disponeva la denuncia da parte dei possessori e il sequestro ad opera dei capi delle province (prefetti) dei beni artistici, archeologici, storici e bibliografici appartenenti “a persone di razza ebraica o ad istituzioni israelitiche”. 

Il 30 novembre 1943 il ministro dell’Interno della RSI diramò l’ordinanza di polizia n. 5 secondo le cui disposizioni i beni mobili e immobili degli Ebrei dovevano “essere sottoposti ad immediato sequestro, in attesa di essere confiscati nell’interesse della Repubblica sociale italiana, la quale li destinerà a beneficio degli indigenti sinistrati dalle incursioni aeree nemiche”. Successivamente tale disposizione fu estesa a “tutte le Comunità israelitiche” che dovevano essere sciolte e i loro beni dovevano essere sequestrati. Come da disposizioni successive, ovviamente, al sequestro doveva seguire la confisca da parte delle autorità (decreto del 4 gennaio 1944).

L’ordinanza di polizia n. 5 disponeva inoltre l’arresto di “tutti gli ebrei, […] a qualunque nazionalità appartengano” e il loro internamento “in campi di concentramento provinciali in attesa di essere riuniti in campi di concentramento speciali appositamente attrezzati”. 

Dal 1° dicembre 1943 i prefetti della RSI cominciarono ad allestire i campi di internamento provinciali e i questori iniziarono a effettuare gli arresti. Gli Ebrei arrestati furono raggruppati in carceri o campi di concentramento per poi essere deportati dai Tedeschi ad Auschwitz-Birkenau. Dal 1944 gli Ebrei di nazionalità inglese o di altro Stato “nemico” o “neutrale” furono deportati nel campo di Bergen Belsen. 

Inizialmente i convogli partirono dalle località degli arresti, mentre dal febbraio 1944 partirono dai campi di concentramento di Fossoli di Carpi e dall’agosto 1944 di Bolzano-Gries. Nel Litorale adriatico gli Ebrei arrestati dai tedeschi furono concentrati a Trieste, prima nel carcere del Coroneo e poi nel campo della Risiera di San Sabba, e da lì deportati ad Auschwitz.

Bibliografia

E. Collotti, Il fascismo e gli ebrei. Le leggi razziali in Italia, Laterza, Roma-Bari 2006

M. Sarfatti, Gli ebrei nell’Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione, Einaudi, Torino 2007

M. Avagliano e M. Palmieri, Di pura razza italiana. L’Italia «ariana» di fronte alle leggi razziali, Baldini & Castoldi, Milano 2013 

R. Calimani, Storia degli ebrei italiani. Vol. 3: Nel XIX e nel XX secolo, Mondadori, Milano 2015

Valeria Galimi, Alessandra Minerbi, Liliana Picciotto, Michele Sarfatti (a cura di), Dalle leggi antiebraiche alla shoah. Sette anni di storia italiana 1938-1945, Skira, Milano 2004.

M. Sarfatti, Le leggi antiebraiche spiegate agli italiani di oggi, Einaudi, Torino 2002.

M. Sarfatti, Gli ebrei nell’Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione, Einaudi, Torino 2000.

Sitografia

https://it.pearson.com/content/dam/region-core/italy/pearson-italy/pdf/storia/ITALY%20-%20DOCENTI%20%20-%20STORIALIVE%20-%202016%20-%20Cultura%20storica%20-%20PDF%20-%20Fascismo%20e%20antisemitismo.pdf 

http://storia.rai.it/articoli/la-dichiarazione-della-razza/10982/Rai%20Storia

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/09/05/leggi-razziali-80-anni-fa-il-primo-dei-decreti-che-anticiparono-lolocausto-cosi-mussolini-privo-gli-ebrei-di-tutti-i-diritti/4603974/ 

https://www.laterza.it/index.php?option=com_content&view=article&id=2054:matteo-stefanori-ordinaria-amministrazione&catid=35:universita 

http://anpi-lissone.over-blog.com/article-12146627.html 

https://it.wikipedia.org/wiki/Leggi_razziali_fasciste

Index Storiaestorie

Index Cinema e storia

Index Tematiche

Link utili

Un popolo di atleti e di soldati. Fascismo sport tempo libero

Un popolo di atleti e di soldati. Fascismo sport tempo libero

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

Un popolo di atleti e di soldati. Fascismo sport tempo libero

Sport e fascismo – La Storia siamo noi

Un popolo di atleti: sport e tempo libero nell’Italia fascista 

Sport e fascismo                                                          

L’interesse dello Stato per l’educazione dei giovani mediante attività sportive finalizzate alla preparazione militare risale alla seconda metà del XIX secolo e si accentua con la Prima guerra mondiale. Esso tuttavia diventa un aspetto centrale della politica dei regimi totalitari, che fecero dello sport un importante mezzo di propaganda per il controllo sociale sul piano interno e per affermare il proprio prestigio e la propria volontà di potenza sul piano internazionale. Il fascismo rielaborò la politica educativa dei precedenti governi liberali e attribuì allo sport un ruolo centrale, poiché esso rispondeva alle esigenze del regime.

L’attività sportiva era infatti:
  • un fondamentale mezzo di propaganda politica
  • uno strumento per forgiare una nuova “razza guerriera
  • un mezzo adatto allo svago e al miglioramento estetico.

L’educazione della collettività e la disciplinata subordinazione degli individui allo Stato era centrale nel pensiero di Mussolini. Le discipline sportive erano funzionali alla creazione dell’uomo nuovo fascista e alla costruzione dello spirito di gruppo. Inoltre, per il fascismo lo sport agonistico costituiva uno strumento essenziale per addestrare adeguatamente gli italiani alla guerra.

Scriveva Mussolini in un articolo dal titolo Lo sport e l’esercito del tempo fascista, comparso su Lo sport fascista:

“L’educazione fisica ha preso oggi un posto preminente nell’addestramento del soldato per elevarne al maggior livello possibile le doti di resistenza, di scatto, di ardimento, di tenacia e di volontà che le nuove esigenze della guerra moderna e l’impiego delle nuove armi richiedono al combattente.” (in Daniele Serapiglia (ed.), Tempolibero, sport e fascismo. BraDypUS. Bologna 2016.)

Gli sport di squadra (come il calcio, il rugby e la pallacanestro) erano considerati i più adatti al raggiungimento di questi obiettivi, perciò essi furono favoriti a scapito di altri, come il ciclismo, visto come sport individualista. La collaborazione in campo, i ruoli ben definiti, il rispetto delle gerarchie (capitano e allenatore) e del regolamento rendevano questi sport adatti ad educare alla vita del regime.

Il controllo del tempo libero.

Per i regimi totalitari fu importante anche l’organizzazione del tempo libero. Uno degli strumenti più importanti per coinvolgere la popolazione e plasmarne il pensiero fu la creazione di organizzazioni di massa. Per questo il fascismo investì notevoli risorse nella creazione di organizzazioni sportive e del tempo libero.

Nel decennio successivo alla presa del potere, il regime riordinò le istituzioni sportive lungo tre direttrici:

  • la fondazione di organizzazioni di massa che dovevano gestire le attività ginnico-sportive e del tempo libero (come l’Opera nazionale balilla e l’Opera nazionale dopolavoro);
  • la soppressione dell’associazionismo sportivo socialista e il ridimensionamento di quello cattolico;
  • la riorganizzazione del CONI (Comitato Olimpico Nazionale Italiano), sottoposto a stretto controllo politico.

Relativamente a quest’ultimo, fu avviata un’opera di fascistizzazione, con l’elezione alla sua presidenza di Lando Ferretti, intensificata dal «Foglio d’ordini» n. 16 del 4 dicembre 1926, con cui il segretario del Partito nazionale fascista (PNF), Augusto Turati, dispose che il CONI fosse considerato come un “organo alle dipendenze del Partito”. Inoltre, nel 1927 fu promulgato un nuovo statuto che ne completò l’uniformazione ai principi del regime.

Nel 1925 il fascismo istituì per i lavoratori l’Opera Nazionale Dopolavoro (OND) che aveva il compito di curare: “l’elevazione morale e fisica del popolo, attraverso lo sport, l’escursionismo, il turismo, l’educazione artistica, la cultura popolare, l’assistenza sociale, igienica, sanitaria, e il perfezionamento professionale”. 

L’Opera Nazionale Dopolavoro aveva il compito di fornire ai lavoratori momenti di svago organizzati dallo Stato. In tal modo i lavoratori sarebbero stati occupati in attività ricreative che li avrebbero distolti dall’ozio e soprattutto dal pericolo di occuparsi di politica, magari subendo l’influenza di qualche “sovversivo”.

Nel 1928 la Carta dello sport distinse tra sport agonistici, di spettanza del CONI, e di sport amatoriali di cui doveva occuparsi Opera nazionale dopolavoro. Al CONI era delegata la gestione degli sport agonistici: atletica leggera e pesante, ginnastica, ciclismo, canottaggio, pugilato, nuoto, calcio, tennis, rugby, sport invernali, pallacanestro, tiro a segno, lotta giapponese. All’OND era demandata, invece, la gestione di: bocce, tamburello, tiro alla fune, volata, canottaggio a sedile fisso e palla a volo.

L’educazione fisica

L’educazione fisica, alla quale furono dedicate due ore settimanali di insegnamento, era considerata una disciplina importante e gli insegnanti di ginnastica iniziarono a far parte del Consiglio dei professori.

L’Opera Nazionale Balilla, fondata nel 1926, provvide all’insegnamento dell’educazione fisica nelle scuole elementari e medie, sostituendo l’ENEF (Ente Nazionale Educazione Fisica).

Allo scopo di formare insegnanti preparati, fu creata l’Accademia fascista maschile di educazione fisica, inoltre lo Stato provvide alla costruzione di numerose nuove palestre.

Sport e propaganda

Durante il Ventennio il fascismo si avvalse dei mezzi di comunicazione (radio, stampa, cinegiornali) e delle organizzazioni di massa (ONB, GIL, OND) per veicolare lo sport tra la popolazione. I Balilla e gli Avanguardisti erano impegnati in molti raduni collettivi, in cui confluivano giovani da tutta Italia, conclusi dal discorso finale in genere tenuto dal duce o da un alto dirigente del PNF.

Nel 1929 fu istituito il “Concorso Dux”, una manifestazione di saggi ginnici, che ogni anno si svolgeva a Roma nei “Campi Dux”, al quale partecipavano i migliori avanguardisti. 

Il fascismo si servì inoltre delle vittorie italiane in campo sportivo per rafforzare lo spirito nazionalistico. Alcuni dei maggiori campioni utilizzati a scopi propagandistici dal regime furono il pugile Primo Carnera, campione dei pesi massimi nel 1933, i ciclisti Binda e Guerra, i calciatori Meazza e Piola, i campioni automobilistici Nuvolari e Ascari. Lo sport, accanto alle imprese aeree come quelle di Italo Balbo, proponeva all’estero un’immagine dinamica, giovane e finalmente virile e moderna dell’Italia.

Le donne e lo sport

L’attività sportiva fu rivolta anche alle donne, ma per loro l’obiettivo principale era quello di creare organismi sani, pronti donare al paese una prole numerosa. Erano perciò riservate a loro, oltre a specifiche esercitazioni ginniche, sport ritenuti “minori”, come la pallavolo o il tamburello. Inoltre, l’educazione fisica delle ragazze creò forti tensioni con la Chiesa Cattolica, che non vedeva di buon occhio le pubbliche sfilate di centinaia di giovani in succinte tenute sportive.

Le discipline sportive

Il regime vide con particolare favore gli sport di squadra, che insegnavano il rispetto della disciplina e che erano funzionali a un addestramento di tipo militare. Tra questi, il tiro a segno, la ginnastica, la scherma l’atletica leggera e l’atletica pesante, il rugby e il canottaggio. Un ruolo importante occupavano inoltre attività sportive come l’automobilismo e il motociclismo. Il regime seppe poi abilmente sfruttare a fini propagandistici anche altre discipline sportive, come il calcio e il ciclismo, che riscuotevano largamente il favore degli italiani.

Il ciclismo

Il Giro d’Italia si correva già dal 1909 e aveva via via guadagnato sempre più consensi. Il ciclismo non era tra gli sport preferiti, perché la bicicletta era giudicata poco moderna e appartenente al passato. Il ciclismo, inoltre, non era uno sport di squadra e, fondamentalmente individualista, non preparava i giovani a una disciplina militare. Il pubblico che si accalcava per assistere alle gare in bicicletta non poteva essere manovrato e organizzato come dentro gli stadi. Infine, nel mondo del ciclismo il fascismo non aveva fatto particolarmente breccia e non pochi erano gli antifascisti. Tuttavia il fascismo comprese che il ciclismo era amato dagli Italiani, così, anche le gare ciclistiche di rilievo nazionale divennero momenti importanti, da sfruttare sul piano organizzativo e della propaganda. Tra i ciclisti di fama del periodo si possono annoverare Costante Girardengo, Alfredo Binda e successivamente Gino Bartali e Fausto Coppi.

Il calcio

Il football (termine che fin dal 1907 era stato italianizzato in calcio) era praticato in Italia già dalla fine dell’Ottocento, importato dall’Inghilterra. Esso era considerato uno sport troppo britannico, che non piaceva al duce. Così, a metà degli anni ’20 il segretario del PNF Augusto Turati inventò la volata, un nuovo sport “puramente italico“, che però non ebbe alcun successo.

Il crescente interesse popolare per il calcio, convinse Mussolini a sfruttarne le potenzialità, per sviluppare il senso di identità nazionale e per accrescere il consenso nei confronti del regime. La nazionale italiana negli anni Trenta riscosse infatti una serie di grandi successi, tra cui le vittorie nei due mondiali del 1934 e del 1938 e la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Berlino del 1936.

Tra i calciatori ebbero grande notorietà Giuseppe Meazza e Silvio Piola. Giuseppe Meazza  esordì con l’Inter in prima squadra all’età di 17 anni, tanto che i compagni lo ribattezzarono “Balilla”, anche per il suo fisico gracile. Silvio Piola, dopo aver esordito nella Pro Vercelli, giocò per molti anni nella Lazio. Entrambi contribuirono anche, in modo determinante, ai successi della Nazionale.

Il pugilato e la scherma

L’interesse per il pugilato fu legato, in particolare, alla figura e alle vittorie di Primo Carnera, che suscitarono un’ondata di entusiasmo nazionale. Pugile dal fisico imponente, nel 1933 Carnera sfidò a New York il campione del mondo Jack Sharkey, conquistando il titolo di campione dei pesi massimi. Mussolini lo volle subito dopo a Roma, mostrandolo dal balcone di Piazza Venezia in camicia nera e il Minculpop diramò direttive che imponevano di non mostrare foto del campione al tappeto. Tuttavia, Carnera perse il titolo l’anno successivo in un match contro l’americano Max Baer, un pugile ebreo.

La scherma era uno sport poco popolare e quasi nobile, che però affascinava Mussolini, che vi si dedicava. Gli atleti italiani di scherma riscossero molti successi durante il Ventennio. Il fioretto maschile individuale portò all’Italia l’oro e il bronzo sia nel 1932 che nel 1936, mentre in quello a squadre arrivarono rispettivamente un argento e un oro. Similmente andò nella spada, con il record del 1936 in cui tutto il podio maschile fu occupato da atleti italiani.

L’automobilismo

Da un lato il regime esaltava le famiglie numerose che vivevano nelle campagne e la vita rurale. Tuttavia il fascismo, che aveva assorbito al suo interno non pochi esponenti del futurismo, era attratto anche dal mito della modernità e del progresso, di cui l’automobile era una delle espressioni.

Nel 1922 fu costruito il circuito di Monza, il terzo autodromo più antico del mondo, dopo quelli di Brooklands e di Indianapolis. Inoltre Alfa Romeo e Maserati dominavano i vari Gran Premi con le loro vetture. La corsa di maggior successo durante l’epoca fascista fu la Mille Miglia, la cui prima edizione si disputò nel 1927 e che per tutti gli anni ’30 attirò piloti e soprattutto spettatori.

Il campione più memorabile di quell’epoca fu sicuramente Tazio Nuvolari, che aveva iniziato a correre in motocicletta, passando poi alle automobili. Alla fine degli anni ’20 e nel decennio successivo vinse moltissime gare con le Alfa Romeo, acquisendo fama leggendaria. Tra le sue vittorie più memorabili vi furono le Mille Miglia del 1930 e del 1933, il Gran Premio di Tripoli del 1928 e la 24 Ore di Le Mans del 1933.

Le strutture sportive

Il regime fece costruire molti campi sportivi, di piccole e grandi dimensioni, adattati ai nuovi riti e alle coreografie del regime, in cui gli spettatori erano organizzati per livelli gerarchici, per settori e per generazioni.

All’inizio degli anni Trenta furono fatti costruire grandi stadi, nella periferia delle grandi città, come lo stadio Berta a Firenze e lo stadio Mussolini a Torino. Erano strutture moderne, costruite con tecniche all’avanguardia, con lo stile architettonico tipico del Razionalismo italiano e furono fonte di ispirazione all’estero. Influenzarono, tra l’altro, la costruzione dello stadio di Berlino dei giochi olimpici e degli stadi-velodromi di Marsiglia e Bordeaux.

Nel 1933 a Torino fu inaugurato lo Stadio Mussolini, per ospitare i “Giochi Littoriali” dell’anno XI. Eretto in soli 180 giorni, esso diventò “simbolo della potenza costruttiva delle genti fasciste” (Lo stadio Mussolini, Lo sport Fascista, 1933, n. 5). La “Torre di Maratona” doveva ospitare la dicitura “Stadio Mussolini” a grandi lettere, disposte verticalmente ed illuminate di notte: internamente era percorsa da un ascensore, e alla sua sommità erano installati degli altoparlanti. Aveva una capacità di 65 000 posti e misurava 100×198 m. Comprendeva un campo da calcio, una pista per l’atletica a 6 corsie, due pedane per il salto in lungo, quattro pedane per il salto in alto. Era dotato inoltre di una piscina coperta, capace di 800 persone, con una vasca lunga 33 metri e larga 18, dotata di trampolini da 2,5 e 10 metri (https://it.wikipedia.org/wiki/Sport_e_fascismo#Stadio_Mussolini ).

Index Storiaestorie

Index Cinema e storia

Index Tematiche

Link utili

Il duce sportivo

Augusto Turati, segretario del PNF, era automobilista, alpinista, calciatore e schermitore. Italo Balbo, sottosegretario all’Aeronautica, era un grande aviatore. Renato Ricci, vice segretario del PNF e comandante generale delle legioni degli Avanguardisti e dei Balilla, era pilota di idrovolanti e pugile. Giovanni Giuriati, maggiore degli Arditi, era calciatore.

Ma chi, meglio del Duce, poteva rappresentare il nuovo modello di uomo nuovo fascista? In particolare dalla fine degli anni ’20 in poi la propaganda cominciò a pubblicizzare un Mussolini fisicamente dotato, atletico e prestante. Non c’era occasione in cui non lo si fotografasse (salvo censurare le foto mal riuscite): a torso nudo, a lavorare, a correre o a giocare, mettendo in evidenza tutta la sua maschia virilità. Lo si vedeva raccogliere il grano, nuotare, sciare, tirare di scherma, praticare l’equitazione e il tennis, giocare a calcio, guidare un’automobile da corsa o un aereo.

Bibliografia

E. Landoni, “Gli atleti del Duce, la politica sportiva del fascismo, 1919-1939”, Minimes Edizioni, Sesto San Giovanni, 2016.

F. Fabrizio, Sport e fascismo. La politica sportiva del regime 1924 -1936, Guaraldi, 1976

S. Martin, Calcio e fascismo. Lo sport nazionale sotto Mussolini, Mondadori, Milano 2006

M. Canella – S. Giuntini (a cura di), Sport e fascismo, Franco Angeli, Milano 2009

Daniele Serapiglia (ed.), Tempolibero, sport e fascismo. BraDypUS. Bologna 2016

https://www.amazon.it/ 

Risorse on line
  1. Sport e fascismo – La Storia siamo noi
  2. Un popolo di atleti: sport e tempo libero nell’Italia fascista 
  3. http://dlib.coninet.it/ (progetto Biblioteca digitale del CONI)
  4. http://www.novecento.org/dossier/mediterraneo-contemporaneo/calcio-e-moschetto-la-costruzione-dello-sport-nazionale-sotto-il-fascismo/ 
  5. https://it.wikipedia.org/wiki/Sport_e_fascismo

Libro e moschetto, fascista perfetto.  La scuola fascista

Libro e moschetto, fascista perfetto. La scuola fascista

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

Libro e moschetto, fascista perfetto

La scuola fascista

La riforma Gentile

Nel corso del 1923 il Ministro dell’istruzione pubblica, il filosofo Giovanni Gentile, con la collaborazione del pedagogista e filosofo Giuseppe Lombardo Radice realizzò un’organica riforma della scuola, che Mussolini definì “la più fascista”. La riforma innalzò obbligo scolastico a 14 anni e previde la scuola elementare obbligatoria e gratuita dai sei ai dieci anni. Essa era suddivisa in due corsi: inferiore fino alla terza classe, e superiore fino alla quinta, a cui si accedeva superando un apposito esame di Stato.

Una scuola per la classe dirigente

La riforma si proponeva in primo luogo di creare un tipo di scuola capace di formare le classi dirigenti del paese mediante la formazione classica e umanistica, cui venne dato un ruolo centrale nel nuovo ordinamento. In questo quadro, grande rilievo assumeva il Liceo classico, l’unico tipo di scuola secondaria che desse accesso a tutte le facoltà universitarie. Inoltre, alle classi popolari era riservata la “scuola di avviamento professionale” che aveva lo scopo, appunto, di avviare al lavoro. L’accesso al liceo classico e all’istruzione universitaria fu reso molto restrittivo tramite esami sempre più rigorosi, mentre la massa degli studenti confluiva verso le scuole per l’avviamento professionale. Il liceo classico accentuò il suo carattere umanistico e le materie scientifiche furono ridotte, mentre nel liceo scientifico le ore di materie scientifiche rappresentavano solo un terzo del totale, a fronte di due terzi di materie classiche.

La Riforma Gentile, tuttavia, non rispose pienamente all’idea di educazione totalitaria del regime. Molti inoltre ritenevano che fosse troppo elitaria, poco attenta alle esigenze di una formazione tecnico-scientifica e non rispondente alle necessità del mondo economico. Inoltre, anche la Chiesa era critica perché essa prevedeva l’insegnamento della religione cattolica solo nella scuola elementare.

Propaganda ed esigenze di rinnovamento

Il Ministero dell’Educazione Nazionale

Dal 1929 in poi, il sistema dell’istruzione fu rimaneggiato. Il Ministero della Pubblica Istruzione assunse la denominazione di Ministero dell’Educazione Nazionale, allo scopo di renderlo più adatto al progetto di fascistizzare la scuola. Così, la scuola divenne un elemento importante nella costruzione del regime totalitario, che mirava a estendere il controllo dello Stato e del PNF sull’intera società civile.

Libro e moschetto, fascista perfetto

Negli anni Trenta il regime attribuì alla scuola un ruolo fondamentale per la manipolazione ideologica e per la creazione del consenso. Essa divenne una delle fonti primarie di indottrinamento dei giovani, che assunse particolare rilievo con l’istituzione per legge, nel 1929, del testo unico di Stato con cui il regime poteva esercitare un controllo diretto sull’insegnamento. Sempre nel 1929 il fascismo impose ai maestri elementari il giuramento fedeltà, esteso poi agli insegnanti della scuola secondaria e ai docenti universitari.

La scuola, la GIL, i GUF, l’ONB, l’ONMI, i media, l’Accademia, l’Istituto di cultura fascista, l’Istituto Luce, il Ministero della Cultura Popolare formavano l’imponente apparato propagandistico che avrebbe dovuto diffondere i punti cardine dell’ideologia fascista: la religione, il nazionalismo, la famiglia, la subordinazione della donna, la gerarchia, il militarismo, il virilismo, l’attivismo eroico.

In seguito alle pressioni degli industriali affinché la scuola formasse dei giovani con competenze tecniche specifiche, il regime cercò di adeguare la scuola alle esigenze della realtà produttiva e sociale.

Nel 1929, in sostituzione del Ministero dell’Economia Nazionale e della Marina, il Ministero dell’Educazione Nazionale assunse la competenza sugli istituti tecnici industriali, sulle scuole professionali e sugli istituti nautici. Nello stesso anno fu creata una Direzione generale per l’istruzione tecnica e nel 1931 l’istruzione tecnico-professionale fu riordinata per andare incontro alle esigenze dell’economia.

La Carta della scuola

Nel 1936 Giuseppe Bottai assunse la direzione del Ministero, che conservò fino al 1943, sostituendo Cesare De Vecchi. Egli si propose di realizzare una riforma del sistema scolastico che mettesse la scuola al passo con il mondo produttivo e che riducesse il peso preponderante della formazione umanistica. Così, il 15 febbraio 1939 il Gran consiglio del fascismo approvò la Carta della Scuola presentata da Bottai e successivamente fu varata la legge 1º luglio 1940, n. 899, che la attuò parzialmente con l’Istituzione della scuola media.

La Carta della scuola stabiliva l’obbligo di frequentare la scuola materna dall’età di quattro anni e prevedeva la scuola elementare triennale (suddivisa in urbana e rurale) e la Scuola del lavoro biennale, dal 9° all’11° anno, “con esercitazioni pratiche organicamente inserite nei programmi”.

All’età di undici anni i fanciulli potevano così scegliere:

  • Scuola artigiana (triennale): finalizzata a formare lavoratori.
  • Scuola professionale (triennale): finalizzata a preparare “alle esigenze di lavoro proprie dei grandi centri”, si prevedeva che in essa il “lavoro, scientificamente organizzato” vi avesse “parte preponderante”. A integrazione della scuola professionale era prevista la Scuola tecnica, di durata biennale, per formare lavoratori specializzati per le grandi aziende.
  • Scuola media (triennale): comune a quanti intendessero proseguire gli studi nell’ordine superiore, essa doveva fornire i primi fondamenti della cultura umanistica”, secondo un “rigoroso principio di selezione”. E prevedeva l’insegnamento del latino visto come “fattore di formazione morale e mentale”.

La scuola media, avviata nel 1940, era altamente selettiva e accessibile solo attraverso il superamento di appositi esami. Essa permetteva l’accesso ai licei classico e scientifico, all’istituto magistrale e agli istituti tecnico-commerciali, che avrebbero poi permesso di frequentare l’università. Soltanto il liceo classico, come in precedenza, consentiva l’iscrizione a qualsiasi facoltà universitaria.

L’editoria scolastica

L’introduzione del testo unico di Stato fu deliberata con la legge n. 5 del 7 gennaio 1929 ed entrò in vigore con l’anno scolastico 1930-31. La legge prevedeva un solo libro di testo nella scuola elementare per ciascuna delle prime due classi e di due testi separati (libro di lettura e sussidiario) per le tre classi rimanenti. La legge sul testo unico affidava la preparazione dei libri per le scuole a una commissione di intellettuali “di fiducia” nominata dal Ministro della Pubblica Istruzione (poi Ministro della Educazione Nazionale).

I testi scolastici presentavano il Duce come una figura mitica più che reale, come un guerriero, come“uomo della provvidenza”, come un padre. Un altro aspetto fondamentale, oltre alla celebrazione del duce e del fascismo, era la creazione di un forte spirito nazionale.

La storia divenne uno strumento per la creazione di una identità e di una serie di valori condivisi. Il Risorgimento fu privato dei suoi aspetti liberali e democratici, e strumentalizzato a fini nazionalistici. La storia romana veniva presentata come il modello sul quale il duce stava costruendo il nuovo Impero, rinnovandone i fasti.

L’arredo scolastico.

Ogni scuola d’Italia doveva seguire le direttive centrali per quanto riguardava gli arredi. La dotazione prevedeva: il crocifisso posto tra i ritratti del re e del duce, la bandiera, una targa di bronzo in onore del Milite Ignoto, il Bollettino della Vittoria (4 novembre 1918). Nelle aule vi erano poi carte geografiche, ritratti di uomini illustri, pallottolieri, lavagne di ardesia, la cattedra, i banchi, un armadio, illustrazioni varie per la decorazione dell’aula e attrezzi per la ginnastica. Quasi ogni scuola era poi collegata alla radio con un altoparlante attraverso il quale era possibile ascoltare i discorsi del duce. Le aule erano stipate di alunni, spesso più di 40 per classe. I banchi erano in genere a due o tre posti, di legno, con in alto a destra il buco per il calamaio di vetro, che i bidelli provvedevano a riempire d’inchiostro.

I quaderni

Il quaderno era uno strumento importante della vita scolastica. Vi erano il quaderno di bella copia dalle copertine più sobrie, in carta pesante e quello di brutta copia, riconoscibile dalla copertina più illustrata e dalla carta di minor pregio. I soggetti delle illustrazioni erano vari: soldati e legionari romani, imprese in Etiopia, oppure a sfondo patriottico. Non mancavano poi le collezioni di quaderni celebrativi dedicati alla Marina o all’Aviazione italiana.

https://www.youtube.com/watch?v=DsUz9_YhOa8

Index Storiaestorie

Index Cinema e storia

Index Tematiche

Link utili