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Carl Marx, Un delinquente produce…

Carl Marx, Un delinquente produce…

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

Carl Marx, Un delinquente produce… (Elogio del crimine)

Un filosofo produce idee, un poeta poesie, un pastore prediche, un professore manuali ecc. Un delinquente produce delitti. Se si esamina più da vicino la connessione che esiste tra quest’ultima branca di produzione e l’insieme della società, ci si ravvede da tanti pregiudizi. Il delinquente non produce soltanto delitti, ma anche il diritto criminale, e con ciò anche il professore che tiene lezioni sul delitto criminale, e inoltre l’inevitabile manuale, in cui questo stesso professore getta i suoi discorsi in quanto “merce” sul mercato generale.

Con ciò si verifica un aumento della ricchezza nazionale, senza contare il piacere personale, come [afferma] un testimonio competente, il professor Roscher, che la composizione del manuale procura al suo stesso autore. Il delinquente produce inoltre tutta la polizia e la giustizia criminale, gli sbirri, i giudici, i boia, i giurati ecc.; e tutte queste differenti branche di attività, che formano altrettante categorie della divisione sociale del lavoro, sviluppano differenti facoltà dello spirito umano, creano nuovi bisogni e nuovi modi di soddisfarli. La sola tortura ha dato occasione alle più ingegnose invenzioni meccaniche e ha impiegato, nella produzione dei suoi strumenti, una massa di onesti artefici.

Il delinquente produce un’impressione, sia morale sia tragica, a seconda dei casi, e rende così un “servizio” al moto dei sentimenti morali ed estetici del pubblico. Egli non produce soltanto manuali di diritto criminale, non produce soltanto codici penali, ma anche arte, bella letteratura, romanzi e perfino tragedia, come dimostrano non solo La colpa del Müllner e I masnadieri dello Schiller, ma anche l’Edipo [di Sofocle] e il Riccardo III [di Shakespeare].

Il delinquente rompe la monotonia e la banale sicurezza della vita borghese. Egli preserva cosi questa vita dalla stagnazione e suscita quell’inquieta tensione e quella mobilità, senza la quale anche lo stimolo della concorrenza si smorzerebbe. Egli sprona così le forze produttive. Mentre il delitto sottrae una parte della popolazione in soprannumero al mercato del lavoro, diminuendo in questo modo la concorrenza tra gli operai e impedendo, in una certa misura, la diminuzione del salario al di sotto del minimo indispensabile, la lotta contro il delitto assorbe un’altra parte della stessa popolazione […].

Le influenze del delinquente sullo sviluppo della forza produttiva possono essere indicate fino nei dettagli. Le serrature sarebbero mai giunte alla loro perfezione attuale se non vi fossero stati ladri? La fabbricazione delle banconote sarebbe mai giunta alla perfezione odierna se non vi fossero stati falsari? Il microscopio avrebbe mai trovato impiego nelle comuni sfere commerciali (vedi il Babbage) senza la frode nel commercio? La chimica pratica non deve forse altrettanto alla falsificazione delle merci e allo sforzo di scoprirla quanto all’onesta sollecitudine per il progresso della produzione?

Il delitto, con i mezzi sempre nuovi con cui dà l’assalto alla proprietà, chiama in vita sempre nuovi modi di difesa e così esercita un’influenza altrettanto produttiva quanto quella degli scioperi (‘strikes’) sull’invenzione delle macchine. E abbandoniamo la sfera del delitto privato: senza delitti nazionali sarebbe mai sorto il mercato mondiale? O anche solo le nazioni? E dal tempo di Adamo l’albero del peccato non è forse in pari tempo l’albero della conoscenza?

Il Mandeville, nella sua Fable of the Bees (1705), aveva già mostrato la produttività di tutte le possibili occupazioni ecc., e soprattutto la tendenza di tutta questa argomentazione: “Ciò che in questo mondo chiamiamo il male, tanto quello morale quanto quello naturale, è il grande principio che fa di noi degli esseri sociali, è la solida base, la vita e il sostegno di tutti i mestieri e di tutte le occupazioni senza eccezione […]; è in esso che dobbiamo cercare la vera origine di tutte le arti e di tutte le scienze; e […] nel momento in cui il male venisse a mancare, la società sarebbe necessariamente devastata se non interamente dissolta”. Sennonché il Mandeville era, naturalmente, infinitamente più audace e più onesto degli apologeti filistei della società borghese.

K. Marx, Teorie del plusvalore, Il capitale

 

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Il nazionalismo

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nazionalismo itIl nazionalismo

 

Il nazionalismo è una tendenza ideologica e politica che enfatizza l’idea di nazione e di nazionalità, nata tra Settecento e Ottocento. Nel corso del XVIII secolo si iniziò a designare con il termine di “nazione” l’insieme della popolazione di un territorio,

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Anarchismo

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L’anarchismo è un movimento che si propone un radicale abbattimento, anche violento, di ogni forma di Stato, una progressiva liberazione dell’individuo dai vincoli di sudditanza impostigli dalle istituzioni politiche, giuridiche ed economiche della società, così da creare un ordine spontaneo nascente dall’autonoma attività di ciascuno, libero da costrizioni esterne.

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Socialismo e Comunismo

Socialismo e Comunismo

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

Socialismo e comunismo

 

 

I termini socialismo e comunismo indicano un tipo di società basato sulla proprietà sociale dei mezzi di produzione e sull’uguaglianza effettiva e non solo formale tra gli individui, attraverso l’abolizione delle classi e dei privilegi. 
Il comunismo ha le sue radici nell’antichità, dal mito di un’età dell’oro perduta. Sant’Agostino (354-430) nel De civitate Dei afferma che la società originaria non aveva leggi né proprietà privata. Nel periodo tardo antico e nel Medioevo movimenti di ribellione sociale, correnti ereticali e riformatrici, esponenti religiosi attaccarono la proprietà come un ostacolo alla rigenerazione dell’uomo.
Dal 1830 il termine socialismo fu utilizzato per indicare le idee di gruppi che volevano un nuovo ordine economico e sociale più giusto. I gruppi principali facevano capo a Saint-Simon e Fourier in Francia e a Owen in Inghilterra. 
I maggiori teorici del socialismo e del comunismo sono stati i tedeschi Karl Marx (1818-83) e Friedrich Engels (1820-95). Marx critica le utopie comuniste e socialiste precedenti, sostenendo che le basi materiali della società comunista sono da ricercarsi nel capitalismo stesso, così come la società feudale ha creato i presupposti materiali dello sviluppo della società borghese. 
Nel Manifesto del partito comunista Marx ed Engels riconobbero alla borghesia, demolitrice degli antichi rapporti sociali e artefice di nuove relazioni economiche, un fondamentale ruolo rivoluzionario. Però la borghesia, arrivando a dominare l’intera società secondo la logica del profitto, avrebbe dato luogo a un susseguirsi di crisi sociali di crescente intensità e creato così le condizioni per una presa di coscienza, a lei fatale, da parte del proletariato.
Tre sono i fattori fondamentali che porteranno alla crisi del capitalismo e della borghesia: il crescente processo di concentrazione economica dei mezzi di produzione; il periodico manifestarsi di gravi crisi di sovrapproduzione; lo sviluppo crescente del proletariato, la classe rivoluzionaria che lotterà contro la borghesia fino ad abbatterla. 
Secondo Marx, la nuova società destinata a sostituire quella borghese sarà caratterizzata dalla proprietà sociale dei mezzi di produzione e si svilupperà in due fasi: la società socialista (per cui vige il principio a ciascuno secondo il suo lavoro), che sarà seguita da quella comunista (per cui vige il principio a ciascuno secondo i suoi bisogni, da ciascuno secondo le sue capacità).

Marx, Engels La funzione storica della borghesia

Marx, Engels Comunismo e proletariato

Marx-Engels, Manifesto del Partito Comunista.

 
Nell’ultimo quarto dell’Ottocento si diffusero, soprattutto in Europa, i partiti socialisti di ispirazione marxista. Anche in Italia, venuta meno l’egemonia di Mazzini e, successivamente, quella degli anarchici, nel 1892 nacque il Partito socialista. Fine ultimo di questi partiti era la trasformazione della proprietà privata dei mezzi di produzione in proprietà sociale e individuava nell’azione politica dei lavoratori lo strumento principale della lotta per questo obiettivo. 
Nel 1890 fu fondata la Seconda Internazionale, una federazione dei partiti socialisti dei diversi paesi, ma nel 1914 lo scoppio della Prima guerra mondiale provocò la sua dissoluzione. I termini socialista e socialdemocratico furono usato per lungo tempo in modo pressoché indifferenziato, mentre il termine comunismo fu poco usato e da essi “assorbito”. 
Dopo la Rivoluzione d’Ottobre del 1917 in Russia, invece, la già esistente divisione tra un’ala moderata e una più radicale del movimento operaio e socialista, si tradusse in una differenza di significato più sostanziale: nacquero i partiti comunisti (rivoluzionari), che si proponevano l’abbattimento del capitalismo per via rivoluzionaria, mentre i partiti socialisti e socialdemocratici (riformisti) intendevano per lo più avvalersi di una pacifica azione parlamentare e riformista. 
Dopo la morte di Lenin e l’ascesa al potere di Stalin in URSS, i partiti comunisti “ortodossi” furono indotti a seguire una linea politica legata agli interessi della cosiddetta “patria del socialismo”. Stalin eliminò i propri avversari politici, a partire da Lev Trockij, che sosteneva invece la tesi della “rivoluzione permanente”.
Dopo la morte di Stalin, i partiti comunisti elaborarono posizioni più autonome, finché, con il crollo dell’URSS e la caduta del Muro di Berlino, in molti paesi essi hanno in genere subito una radicale evoluzione, talvolta fino a estinguersi.
A sinistra dei partiti comunisti ortodossi, sono sopravvissuti e ancor oggi presenti gruppi politici comunisti antistalinisti, che però non assumono un peso politico di rilievo.
Infine, sono presenti a tutt’oggi in diversi paesi, in misura più o meno consistente, partiti denominati come socialisti o socialdemocratici. 

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Le Dichiarazioni dei diritti.

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Le costituzioni francesi del 1791 e 1793 hanno una grandissima importanza per tutto il dibattito politico successivo: mettono in atto infatti alcuni principi che stanno alla base del liberalismo. Il liberalismo è una concezione politica che fa valere il principio della libertà individuale e difende i diritti dei cittadini contro tutte le forme di potere oppressivo e tirannico che li vogliano limitare. (altro…)