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L’Illuminismo

L’Illuminismo

L’Illuminismo

La luce della ragione

L’illuminismo è un movimento culturale che nel corso del Settecento coinvolge tutte le nazioni europee, dal Portogallo alla Russia, e tocca tutti i settori della cultura: dalla filosofia alla religione, dall’economia alla politica, dal diritto alla letteratura. Esso è generalmente caratterizzato da una grande fiducia nel progresso della civiltà e dalla convinzione che, grazie all’intelligenza (ragione), sia possibile migliorare le condizioni spirituali e materiali della civiltà umana, liberandola dai vincoli della tradizione, della superstizione e della tirannide. Per indicare tale movimento nel Settecento si usarono espressioni come età dei lumi in italiano, in francese âge des lumières, in inglese Enlightenment, in tedesco Aufklärung. Il termine Illuminismo infatti contiene in sé la parola “lume”, cioè luce: si tratta della luce della ragione, grazie alla quale rischiarare ogni ambito del sapere disperdendo il buio dell’ignoranza.

“Sapere Aude!”

KantIl filosofo Immanuel Kant (1724-1808) ha descritto in poche righe il significato dell’Illuminismo:

L’Illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stesso è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! È questo il motto dell’Illuminismo.

Kant sostiene che l’uso della propria intelligenza fa diventare adulto un uomo, lo rende autonomo, indipendente. Il minorenne (chi, cioè, si trova nello stato di minorità) non è ancora in grado di fare questo e ha bisogno della guida di qualcuno. Allo stesso modo l’uomo che si fa guidare dalle opinioni degli altri è come un minorenne: diventa adulto quando riesce a liberarsi di questa guida e a giudicare le cose grazie alla sua sola intelligenza.

L’Illuminismo, pur non essendo l’unica manifestazione del pensiero e della cultura del Settecento, tuttavia ne costituì l’espressione più rilevante. Esso, pur con una notevole varietà di posizioni, rappresentò un clima culturale e uno stile di pensiero che accomunò scienziati, filosofi, letterati e uomini politici, uniti dall’intento di studiare i fenomeni del mondo umano, sociale e naturale con metodi razionali, rifiutando dogmi e pregiudizi.

Contro il principio di autorità

L’Illuminismo sottopose a critica, in nome della ragione, ogni forma di opinione e conoscenza ricevuta dalla tradizione. Gli illuministi si proponevano di liberare l’umanità dagli errori, dai pregiudizi e dalle superstizioni, di esaminare criticamente ogni aspetto della vita civile, rifiutando le autorità basate sulla tradizione.

Per gli Illuministi intelletto e ragione sono i presupposti della conoscenza scientifica, basata sull’esperienza e sulla razionalità. La conoscenza scientifica aveva fatto importanti progressi già nel Seicento, attraverso l’opera di grandi pensatori come Galileo Galilei (1564-1642) e René Descartes, detto Cartesio (1596-1650).

Galileo e Cartesio

Galileo aveva affermato che conoscere significa soprattutto fare esperienza. Il metodo sperimentale adottato da Galileo si basava su tre elementi:

  • osservazione di un fenomeno (il movimento dei pianeti, il comportamento dell’organismo colpito da una malattia, l’andamento delle correnti marine, ecc…);
  • formulazione di un’ipotesi logica circa il suo funzionamento;
  • verifica di tali ipotesi attraverso opportuni esperimenti che dovevano avvalersi di una precisa misurazione matematica.

L’Illuminismo fu influenzato anche dal razionalismo di Cartesio, di cui riprendeva l’esigenza di “chiarezza e distinzione” delle idee, estendendo il criterio dell’evidenza a tutti i campi del sapere, in contrasto con il tradizionale principio d’autorità. Cartesio aveva affermato che la ragione (cioè la razionalità) è la più importante tra le facoltà dell’uomo, quella che lo distingue da tutti gli altri esseri viventi. Nessuno strumento di conoscenza è potente come la ragione, ma ogni conoscenza vera comincia proprio mettendo in dubbio le proprie certezze rimettendole in discussione. 

L’affermazione di queste idee mise in crisi il principio di autorità, per cui una cosa doveva essere giudicata vera o giusta perché ritenuta tale da un’autorità scientifica, religiosa o politica. Gli illuministi pensarono che la venerazione acritica per l’autorità fosse sbagliata: Conoscere significava invece mettere in discussione ogni presunta verità, riesaminandola in base ai metodi della conoscenza scientifica. Pertanto i principi religiosi, le certezze morali, le teorie scientifiche, le norme giuridiche, gli usi e costumi tradizionali furono tutti sottoposti al vaglio della ragione.

Illuminismo, religione e tolleranza

VoltaireNel corso del Seicento l’Europa era stata attraversata da violente guerre di religione: non solo i principi cattolici e protestanti avevano duramente combattuto tra loro, ma spesso si era giunti a un tale livello di violenza che si erano verificati veri e propri massacri nei confronti di chi non praticasse la propria religione. Anche per questa ragione la critica illuminista contro la religione tradizionale fu tanto forte.

Da un lato si mise in discussione il potere politico esercitato dalle autorità religiose (il potere temporale del Papa) e il potere religioso esercitato dalle autorità civili (quello dei sovrani che si consideravano re per diritto divino). Secondo gli illuministi la sfera religiosa e quella politica dovevano essere nettamente separate. Dall’altro lato si criticavano i principi stessi della religione cristiana e delle altre religioni, in base alla loro evidente irrazionalità: essi potevano essere considerati validi come leggende o come simboli, ma non come verità.

Gli Illuministi criticavano le religioni rivelate e volevano abolire i privilegi ingiustificati della nobiltà e della Chiesa. Essi rifiutarono i dogmi, i pregiudizi e il fanatismo, ispirandosi al principio di tolleranza, combatterono le credenze religiose consolidate, i riti, le superstizioni ed ebbero una visione laica della vita e dello Stato. Alcuni di essi spingevano la loro critica fino all’ateismo e al materialismo, negando l’esistenza di qualsiasi divinità, mentre altri credevano nell’esistenza di un Essere supremo, razionale, una sorta di architetto dell’universo, che ogni uomo può conoscere mediante la ragione, osservando l’ordine naturale, non attraverso una rivelazione. Perciò tutte le religioni avevano per loro uguale dignità perché espressione di un comune sentire religioso, che rende uguali tutti gli uomini (deismo). I deisti respingevano ogni forma di violenza religiosa e promuovevano la tolleranza tra religioni diverse e la fratellanza tra gli uomini.

La diffusione dell’Illuminismo

Patria degli illuministi fu la Francia e tra gli esponenti più rappresentativi e noti dell’Illuminismo vi fu Voltaire, autore di saggi, satire e narrazioni brevi e che intrattenne una voluminosa corrispondenza con scrittori e sovrani europei. Montesquieu, un altro esponente di rilievo del movimento, pubblicò scritti satirici contro le istituzioni e il suo monumentale saggio Lo spirito delle leggi (1748). Le opere di Jean-Jacques Rousseau, in particolare Il contratto sociale (1762), l’Emilio (1762) e le Confessioni (1782), esercitarono una profonda influenza sulle teorie politiche e pedagogiche, ispirando il romanticismo ottocentesco.

L’illuminismo fu un movimento cosmopolita: pensatori di nazionalità diverse furono accomunati da una forte unità d’intenti e mantennero stretti contatti epistolari fra loro. Furono illuministi Gotthold Lessing e Johann Gottfried Herder in Germania, David Hume in Scozia, i fratelli Verri e Cesare Beccaria in Italia, Benjamin Franklin e Thomas Jefferson nelle colonie americane.

Salotti, caffè ed Encyclopédie

DiderotI centri propulsori delle idee illuministe furono i salotti (promossi da gentildonne) e le accademie, (associazioni di studiosi volte a promuovere gli studi). Durante la prima metà del XVIII secolo molti tra i principali esponenti dell’illuminismo furono perseguitati per i loro scritti dalla censura governativa e dagli attacchi della Chiesa, mentre negli ultimi decenni del secolo l’Illuminismo si affermò in tutta Europa e le sue idee si diffusero, quasi come una moda, non solo tra la borghesia, ma persino tra i nobili e il clero, creando un’opinione pubblica fiduciosa nel progresso.

Gli strumenti utilizzati per divulgarle furono: la stampa periodica tra cui le gazzette (bollettini di notizie); i giornali culturali e letterari (a Milano: “Il caffè”, 1764-66); la crescente produzione e diffusione di libri di carattere tecnico e scientifico. In Francia fu pubblicata, tra il 1751 e il 1772, l’Encyclopédie, o Dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri, che esercitò un grande influsso sulla cultura europea. Diretta da Jean Le Rond D’Alembert e da Denis Diderot, essa si propose di offrire un inventario “critico” delle conoscenze umane per propagare la cultura, “rischiarare” le coscienze e combattere l’intolleranza e le superstizioni. L’opera, cui collaborarono molti scienziati e filosofi, era al tempo stesso grande sintesi del sapere e mezzo per diffondere le idee degli illuministi.

Il dispotismo illuminato

Le nuove idee illuministe influenzarono alcuni sovrani, come Federico II di Prussia, Caterina la Grande di Russia e Giuseppe II d’Austria, e li spinsero a un’azione riformatrice. I monarchi europei eliminarono o ridussero i privilegi della nobiltà e della Chiesa, diedero maggior efficienza al governo attraverso l’accentramento e l’uniformazione dell’amministrazione pubblica, resero più umana la giustizia; diedero impulso all’attività economica. Voltaire e altri philosophes, attratti dal mito del filosofo-re che illumina il popolo dall’alto, guardarono con favore alla politica del cosiddetto dispotismo illuminato.

In Lombardia la politica di Maria Teresa d’Austria prima e di Giuseppe II poi, mirarono a rendere più snella ed efficiente l’amministrazione centrale, a migliorare l’efficienza del sistema finanziario, a ridimensionare i privilegi della Chiesa. Tuttavia l’azione riformatrice di questi sovrani spesso non riuscì a determinare un efficace rinnovamento dello Stato e della società. Anche in Francia, patria dell’Illuminismo, la Rivoluzione francese pose fine a questo periodo di diffusione pacifica delle nuove idee, che aveva lasciato inalterate le strutture portanti dell’Antico regime.

Massoneria

Massoneria nell’Enciclopedia Treccani.

La Massoneria è un’associazione segreta le cui origini risalgono allo spirito solidaristico delle corporazioni artigiane medievali. Essa si riallaccia alle corporazioni di mestiere medievali dei muratori, di cui riprende i riti e i giuramenti per custodire segreti professionali.

I liberi muratori (free-masons e francs-macons) nella seconda metà del Seicento accettarono l’adesione alle logge di membri estranei al mestiere, che appartenevano a classi colte ed elevate. La prima loggia di questo tipo fu fondata a Londra nel 1717, ma in seguito esse si diffusero in Europa. 

Alla Massoneria aderirono molti esponenti dell’Illuminismo e parecchi uomini d’eccezione, come Mozart, Goethe, Federico II di Prussia, Voltaire. Nell’800, in Italia, molti patrioti come Garibaldi, Mazzini, Crispi.

Tra gli elementi strutturali e simbolici caratteristici della Massoneria vi sono:

  • l’articolazione in tre gradi gerarchici, apprendista, compagno, maestro;
  • l’obbligo del segreto;
  • il martello, il filo a piombo, la squadra, il compasso;.
  • la professione di fede cristiana unita alla tolleranza religiosa;
  • la fratellanza e la solidarietà;
  • la diffusione di ideali umanitari e progressisti.
L’Illuminismo in Italia

L’Illuminismo in Italia

L’Illuminismo in Italia

 

L’illuminismo italiano ha come riferimento principale il pensiero illuministico francese di Montesquieu, Voltaire, Rousseau e Diderot.

beccariaCentro vitale dell’Illuminismo fu Milano, con la rivista Il Caffè, fondata dai fratelli Pietro Verri e Alessandro Verri, che diedero vita anche all’Accademia dei Pugni, fondata nel 1761.

A Milano visse e operò il più celebre filosofo illuminista italiano, Cesare Beccaria, autore del trattato giuridico Dei delitti e delle pene (1763), che ebbe molta influenza anche su sovrani stranieri e indusse Pietro Leopoldo di Toscana ad abolire nel 1786 entrambe la tortura e la pena di morte.

Assieme all’Accademia dei Pugni, la città di Milano vide l’operato dell’Accademia dei trasformati, che era caratterizzata da una componente in prevalenza aristocratica e assumeva posizioni più moderate tentando di conciliare le nuove idee illuministiche con le tradizioni classiche.

L’illuminismo italiano fu sempre prudente e mirò principalmente a uno svecchiamento della cultura. I nostri illuministi, nonostante indubbie esitazioni, diedero comunque un contributo interessante al dibattito europeo, arricchendo e giustificando il pensiero laico italiano.

Il veneziano Francesco Algarotti (1712-1764) è un esempio notevole di cosmopolitismo illuministico. Grande successo internazionale ebbe il suo Newtonianismo per le dame (1737), un’esposizione salottiera della scienza newtoniana in forma dialogica, dove una marchesa “si converte” dalla fisica di Cartesio a quella di Newton. Scrive saggi su diversi argomenti ma il suo libro più bello è Viaggi di Russia, vero reportage giornalistico, curioso e intelligente, scritto in una lingua facile e ordinata. Saverio Bettinelli (1718-1808), mantovano, gesuita, propose una polemica letteraria feroce e aggressiva, spesso capziosa e confusa. Girolamo Tiraboschi (1731-1794), bergamasco, gesuita, è autore di un’interessante Storia della letteratura italiana, che segue e in qualche modo sintetizza altre storie letterarie precedenti.

Giuseppe Baretti (1719-1789), torinese, è un esempio di lavoro intellettuale interessato alla formazione di una cultura comune. Fra il 1751 e il 1760 trascorse un primo periodo in Inghilterra. Tornato in Italia attraverso il Portogallo, la Spagna e la Francia, lasciò una vivace testimonianza di quei paesi nelle Lettere familiari a’ suoi tre fratelli, pubblicate nel 1770 e tradotte anche in inglese. Fra il 1762 e il 1765 visse a Venezia e lì pubblicò la rivista “Frusta letteraria” (1763-65), sulle cui pagine, sotto le spoglie di un personaggio fittizio, Aristarco Scannabue, militare in pensione, prese di mira con una violenta polemica il “flagello dei cattivi libri”, che venivano pubblicati in Italia. Per lui la letteratura non è un’operazione salottiera e distaccata dalla concretezza della vita, bensì una comunicazione forte, votata a negare la pedanteria e le convenzioni.

Il sacerdote Antonio Genovesi (1713-1769), figura di grande rilievo dell’illuminismo meridionale, propose un liberismo moderato, che criticava i privilegi feudali e il protezionismo e sostenne l’utilità sociale delle lettere (Vero fine delle lettere e delle scienze, 1753).

L’abate abruzzese Ferdinando Galiani (1728-1787) ebbe un notevole successo con il trattato Della moneta (1751), in cui sottolineò la moderna concezione del valore simbolico del danaro. Entrato nell’amministrazione borbonica, fu inviato a Parigi in qualità di segretario dell’ambasciata napoletana. Pubblicò in francese Dialoghi sul commercio dei grani (1770), in cui contrasta le teorie economiche fisiocratiche, che sostenevano la centralità dell’agricoltura e del libero commercio dei prodotti agricoli. Rientrato a Napoli, rivestì importanti cariche pubbliche.

Gaetano Filangieri (1753-1788) scrisse La scienza della legislazione, opera di grandissimo impegno e intelligenza sul carattere razionale della legislazione.

Tra gli scrittori italiani più rappresentativi dell’Illuminismo italiano si possono annoverare Parini, Alfieri e, nel campo del teatro, Carlo Goldoni.

Nuove teorie politiche, giuridiche, economiche

Nuove teorie politiche, giuridiche, economiche

Nuove teorie politiche, giuridiche, economiche

Illuminismo

 

Nuove teorie politiche

L’Illuminismo si diffuse in tutta Europa e la Francia ne fu il centro propulsore ma la società e la cultura inglesi ebbero un ruolo fondamentale nelle sue origini. In Inghilterra era radicata la filosofia dell’empirismo di Bacone, di Locke e di Newton, secondo cui l’esperienza è alla base della conoscenza scientifica, mentre sul piano politico si erano affermati i principi del contrattualismo, secondo cui Stato e società nascono da un accordo (contratto) tra individui liberi, e del giusnaturalismo, secondo cui il diritto naturale precede la nascita dello Stato, le cui leggi sono legittime solo se fondate su di esso.

L’illuminismo sviluppò teorie già emerse nel corso del Seicento: giusnaturalismo, contrattualismo e liberalismo.

Il GIUSNATURALISMO è la teoria per cui esistono dei diritti che sono propri della natura umana, come la vita, la libertà, l’uguaglianza, la proprietà, la resistenza all’oppressione e la ricerca della felicità. Tali diritti naturali devono porsi alla base di qualsiasi legge, che non può in nessun modo violarli ma deve, al contrario, salvaguardarli.

Il CONTRATTUALISMO è una concezione per cui lo Stato non è un patrimonio personale del Sovrano ma nasce da un contratto tra il sovrano e il popolo in cui è il popolo a delegare il potere: il vero sovrano, dunque, è il popolo.

Denis Diderot nell’Encyclopedie scrive:

Il governo, benché ereditario e posto nelle mani di uno solo, non è un bene particolare ma un bene pubblico, che, per conseguenza non può essere mai sottratto al popolo, al quale soltanto appartiene in piena proprietà […] Non è lo Stato che appartiene al principe, ma il principe che appartiene allo Stato.

Il LIBERALISMO è la concezione secondo cui lo Stato esiste allo scopo di salvaguardare la libertà dell’uomo da tutte le forme di potere oppressivo e tirannico e per garantire ai cittadini l’esercizio dei propri diritti.

La Dichiarazione di Indipendenza americana (4 luglio 1776) accoglierà queste idee che, per la prima volta, trovano con la Rivoluzione americana una concreta applicazione politica.

Charles-Louis de Montesquieu
Montesquieu

Charles-Louis de Montesquieu

Uno dei maggiori pensatori politici dell’illuminismo è Charles-Louis de Montesquieu, che nella sua opera più famosa, lo Spirito delle leggi (1748), individua la “natura” e lo “spirito” di tre diversi assetti politici: il dispotismo si basa sulla paura, la monarchia sull’onore, la repubblica sulla virtù.

La preferenza per la repubblica rispetto alle altre forme di governo, la persuasione che la libertà politica rappresenti il nucleo dello Stato di diritto, la convinzione che la vita associata debba essere fondata sulla libertà esercitata nel contesto delle leggi portano Montesquieu alla formulazione della famosa teoria della separazione dei poteri. La divisione del potere statale in legislativo, esecutivo e giudiziario permette un maggior controllo sul potere stesso.  Montesquieu sostiene che per evitare che il potere si trasformi in tirannide occorre che le sue tre principali funzioni: legislativa, esecutiva e giudiziaria, siano separate e assegnate a organi diversi (parlamento, re, giudici).

Potere legislativo, esecutivo e giudiziario

  • Potere legislativo: il potere degli organi che discutono e approvano le leggi;
  • Potere esecutivo: il potere degli organi che applicano le leggi (garantire l’ordine mediante la polizia, gestire le forze armate, regolare la pubblica amministrazione, ecc.);
  • Potere giudiziario: il potere degli organi che giudicano ed eventualmente puniscono chi trasgredisce le leggi.

Nel moderno stato costituzionale questi tre poteri sono rigorosamente separati, affidati rispettivamente al parlamento, al governo e alla magistratura, e controbilanciati in modo che nessuno si imponga sull’altro.

Un buon esempio del modo critico in cui gli illuministi guardavano le istituzioni del proprio tempo è rappresentato dalle Lettere persiane del francese C.L. de Montesquieu (1689 – 1755), in cui vengono messi in rilievo gli aspetti irrazionali del potere di quelle che a quell’epoca i francesi consideravano le massime cariche sul piano politico e religioso: il re e il papa.

 

Nuove teorie giuridiche

Beccaria

Cesare Beccaria

Anche sul piano del diritto, l’illuminismo introdusse grandi novità. Cesare Beccaria, uno dei maggiori esponenti dell’illuminismo milanese, scrisse il saggio Dei delitti e delle pene (1764) in cui rifletteva, in termini rigorosamente giuridici e non religiosi o morali, su che cosa sia un delitto e su come esso debba essere punito.

In precedenza il delitto era considerato un peccato e la pena la punizione per quel peccato, perciò il colpevole di un delitto doveva essere condannato non perché avesse infranto le leggi, ma perché malvagio. Secondo Beccaria il delitto è invece un’infrazione alla legge e la pena non è la punizione per un peccato ma una difesa della società contro il pericolo costituito da chi va contro le sue leggi.

Beccaria ritiene che la pena debba essere proporzionata al delitto: la violenza e la crudeltà nel punirlo non sono mai servite a eliminarlo. Inoltre, perché una pena sia efficace e serva a scoraggiare un criminale essa deve in primo luogo comportare un male superiore al bene tratto dal delitto e in secondo luogo deve essere certa.

Le due teorie più rivoluzionarie espresse nel libro sono quelle contro la tortura e contro la pena di morte. La tortura era praticata allo scopo di far confessare il proprio delitto al presunto colpevole. Beccaria ne dichiarò l’assurdità per due ragioni:

In primo luogo perché le pene sono giustificate solo quando si sia dimostrata la colpevolezza del reo: la tortura, invece, è una punizione che precede la dimostrazione della colpevolezza, quindi non è razionale.

In secondo luogo perché la tortura non prova nulla se non il grado di resistenza fisica di un individuo: un colpevole particolarmente capace di sopportare il dolore sarà favorito rispetto a un innocente più debole che, pur di far cessare la tortura, confesserà anche quello che non ha commesso.

Quanto alla pena di morte, Beccaria ritiene che vada abolita perché nessun cittadino può aver delegato allo Stato, che è stato costituito dagli uomini per garantire i propri diritti naturali, un diritto fondamentale come quello alla vita.

Beccaria inoltre sostiene che non è l’intensità della pena a scoraggiare chi volesse commettere un crimine, ma la sua estensione: una pena che si prolunghi nel tempo è più efficace di una breve per impaurire un criminale e trattenerlo dal commettere un delitto. Ecco dunque che Beccaria propone di sostituire la pena di morte con la condanna perpetua ai lavori forzati, che priva il criminale della libertà e lo costringe a ricompensare con le sue fatiche la società che ha offeso.

 

Nuove teorie economiche: il liberismo.

Smith

Adam Smith

Nella nuova società dominata dalla mentalità della borghesia, si passò da una concezione statica della ricchezza a una concezione dinamica: la ricchezza non è più vista come mero accumulo di beni e di denaro ma come denaro impiegato in attività che generino altro denaro. Il capitale è appunto denaro non viene dissipato nell’acquisto di beni di lusso ma investito in attività produttive.

Nella nascente società capitalistica si affermò il liberismo, una teoria economica secondo la qualeil commercio e l’industria sono favoriti dalla libera circolazione delle merci e dall’assenza si dazi doganali che la ostacolino. Il libero scambio e la libera circolazione delle merci favoriranno la diminuzione dei loro prezzi, con vantaggio per chi le acquista.

Secondo i liberisti, inoltre, lo Stato e le istituzioni non devono intervenire nelle attività economiche: il mercato funziona in base a leggi razionali (come quella della domanda e dell’offerta) ed è in grado di regolamentarsi da solo.

Uno dei maggiori teorici del liberismo fu l’inglese Adam Smith, considerato il padre dell’economia politica classica. La sua opera più importante è l’Indagine sulla natura e sulle cause della ricchezza delle nazioni (1776), in cui sostiene che il benessere dell’individuo coincide con quello della società: l’individuo che persegue il proprio interesse finisce per assicurare l’interesse della società. Non bisogna temere che la ricerca del proprio interesse da parte degli individui possa danneggiare la società, perché al contrario essa la rafforza.

Andando nettamente contro la mentalità tradizionale che lo disprezzava, Adam Smith sostenne che il lavoro è la fonte principale di ogni ricchezza: se alcune forme di lavoro consumano ricchezza e sono improduttive (per esempio il lavoro del servitore), ce ne sono altre che aumentano la ricchezza e sono quindi produttive (il lavoro dell’operaio, del contadino, dell’artigiano). Scrive:

Vi è una specie di lavoro che accresce il valore dell’oggetto al quale è destinato; ve ne è un’altra che non ha questo effetto. La prima, in quanto produce valore, può essere detta lavoro produttivo; l’altra lavoro improduttivo. Così il lavoro di un operaio generalmente aggiunge al valore dei materiali che lavora quello del suo mantenimento e del profitto del suo padrone. Il lavoro di un servitore, invece, non incrementa il valore di nulla. Sebbene il datore anticipi il salario all’operaio, quest’ultimo in realtà non gli costa nulla, poiché il valore del suo salario viene ricuperato, con un profitto. Mentre il mantenimento di un servitore non viene mai ricuperato. Si diventa ricchi assumendo una quantità di operai, ma si diventa poveri mantenendo una quantità di servitori.

Smith elaborò la teoria della divisione del lavoro, secondo cui la produttività dell’operaio di fabbrica è nettamente superiore alla produzione artigianale. Essa si basa sulla divisione del ciclo produttivo in operazioni distinte da assegnare a gruppi di operai che vi si specializzano, senza la necessità di conoscere gli altri elementi del ciclo produttivo. Mentre l’artigiano conosceva e partecipava a tutto il ciclo della produzione, nella fabbrica moderna l’operaio svolge una sola operazione semplice e ripetitiva.

Cesare Beccaria, Tortura e pena di morte

Cesare Beccaria, Tortura e pena di morte

Cesare Beccaria, Tortura e pena di morte

Da Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene
Cesare Beccaria espone le proprie tesi contro la tortura e contro la pena di morte nel suo saggio “Dei delitti e delle pene”, pubblicato nel 1764, che incontrò un notevole successo ed ebbe vasta popolarità in tutta Europa. In Francia fu molto apprezzato dai philosophes dell’Encyclopédie e fu tradotto in francese, con le note di Denis Diderot. Contro la pena di morte Beccaria argomenta che lo Stato, per punire un delitto, ne compierebbe uno a sua volta. Infatti il contratto sociale con cui i cittadini cedono allo Stato una parte delle proprie libertà, non può comprendere il permesso di ucciderli, privandoli del massimo dei beni, la vita. Inoltre, non è tanto l’intensità della pena (che sarebbe massima con la pena di morte) quanto la certezza e la durata di essa a costituire un deterrente contro i delitti. La tortura viene considerata uno strumento disumano in quanto si ricorre ad essa prima di dimostrare la colpevolezza dell’imputato, e inutile nel processo, per determinarne o meno la colpevolezza, sia perché le persone deboli potrebbero essere inclini a confessare anche il falso, per sfuggire alla sofferenza, mentre le persone più dure potrebbero sopportare il dolore ed essere considerate innocenti.

Della Pena di Morte

Questa inutile prodigalità di supplicj, che non ha mai resi migliori gli uomini, mi ha spinto ad esaminare se la Morte sia veramente utile, e giusta, in un Governo bene organizzato. Qual può essere il diritto, che si attribuiscono gli uomini di trucidare i loro simili? Non certamente quello da cui risulta la sovranità, e le Leggi.

Esse non sono, che una somma di minime porzioni della privata libertà di ciascuno: Esse rappresentano la volontà generale, che è l’aggregato delle particolari. Chi è mai colui, che abbia voluto lasciare ad altri uomini l’arbitrio di ucciderlo? Come mai nel minimo sacrificio della libertà di ciascuno vi può essere quello del massimo tra tutti i beni, la vita? E se ciò fu fatto, come si accorda un tal principio coll’altro, che l’uomo non è padrone di uccidersi, e doveva esserlo, se ha potuto dare altrui questo diritto o alla società intera?

Non è dunque la pena di Morte un Diritto, mentre ho dimostrato, che tale essere non può; ma è una guerra della Nazione con un [pag. 62] Cittadino, perchè giudica necessaria o utile la distruzione del suo essere: Ma se dimostrerò non essere la Morte nè utilem, nè necessaria, avrò vinto la causa dell’umanità.

La Morte di un Cittadino non può credersi necessaria, che per due motivi. Il primo quando anche privo di libertà egli abbia ancora tali relazioni, e tal potenza, che interessi la sicurezza della Nazione; quando la sua esistenza possa produrre una rivoluzione pericolosa nella forma di governo stabilita. La Morte di qualche Cittadino divien dunque necessaria quando la Nazione ricupera, o perde la sua libertà, o nel tempo dell’Anarchia, quando i disordini stessi tengon luogo di Leggi; ma durante il tranquillo regno delle Leggi, in una forma di Governo, per la quale i voti della Nazione siano riuniti, ben munita, al di fuori, e al di dentro dalla forza, e dalla opinione, forse più efficace della forza medesima, dove il comando non è, che presso il vero Sovrano, dove le ricchezze comprano piaceri, e non autorità, io non veggo necessità alcuna di distruggere un Cittadino, se non quando la di lui Morte fosse il vero ed unico freno per distogliere gli altri dal commettere delitti, secondo motivo, per cui può credersi giusta, e necessaria la pena di morte. […]

Non è l’intensione della pena, che fa il maggior effetto sull’animo umano, ma l’estensione di essa; perchè la nostra sensibilità è più facilmente, e stabilmente mossa da minime, ma replicate impressioni, che da un forte, ma passeggiero movimento. L’impero dell’abitudine è universale sopra ogni essere che sente, e come l’uomo parla, e cammina, e procacciasi i suoi bisogni col di lei ajuto, così l’idee morali non si stampano nella mente, che per durevoli ed iterate percosse. Non è il terribile ma passaggiero spettacolo della Morte di uno scellerato, ma il lungo e stentato esempio di un uomo privo di libertà, che, divenuto bestia di servigio, ricompensa colle sue fatiche quella Società, che ha offesa, che è il freno più forte contro i delitti. Quell’efficace, perché spessissimo ripetuto ritorno sopra di noi medesimi, [pag. 64] io stesso sarò ridotto a così lunga, e misera condizione se commetterò simili misfatti, è assai più possente, che non l’idea della Morte, che gli uomini veggon sempre in una oscura lontananza.

La pena di Morte fa un’impressione, che colla sua forza non supplisce alla pronta dimenticanza naturale all’uomo, anche nelle cose più essenziali, ed accelerata dalle passioni. […]

Ma colui, che si vede avanti agli occhi un gran numero d’anni, o anche tutto il corso della vita, che passerebbe nella schiavitù, e nel dolore in faccia a’ suoi concittadini, co’ quali vive libero, e sociabile, schiavo di quelle Leggi, dalle quali era protetto, fa un utile paragone di tutto ciò coll’incertezza dell’esito de’ suoi delitti, colla brevità del tempo, di cui ne goderebbe i frutti. L’esempio continuo di quelli, che attualmente vede vittime della propria inavvedutezza gli fa una impressione assai più forte, che non lo spettacolo di un supplicio, che lo indurisce più che non lo corregge.

Non è utile la pena di Morte per l’esempio di atrocità, che dà agli uomini. Se le passioni, o la necessità della guerra hanno insegnato a spargere il sangue umano, le Leggi moderatrici della condotta degli uomini non dovrebbono aumentare il fiero esempio tanto più funesto, quanto la Morte legale è data con istudio, e con formalità. Parmi un assurdo, che le Leggi, che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano, e puniscono l’omicidio, ne commettono uno esse medesime, e per allontanare i Cittadini dall’assassinio, ordinino un pubblico assassinio. […]

  1. Individua le tesi di Beccaria e le argomentazioni con cui le sostiene; esprimi poi la tua opinione con argomentazioni ulteriori a sostegno o a confutazione delle sue.

 

Contro la tortura

torturaUna crudeltà consacrata dall’uso nella maggior parte delle nazioni è la tortura del reo mentre si forma il processo, o per costringerlo a confessare un delitto, o per le contradizioni nelle quali incorre, o per la scoperta dei complici, o per non so quale metafisica ed incomprensibile purgazione d’infamia, o finalmente per altri delitti di cui potrebbe esser reo, ma dei quali non è accusato.

Un uomo non può chiamarsi reo prima della sentenza del giudice, né la società può togliergli la pubblica protezione, se non quando sia deciso ch’egli abbia violati i patti coi quali gli fu accordata. Quale è dunque quel diritto, se non quello della forza, che dia la podestà ad un giudice di dare una pena ad un cittadino, mentre si dubita se sia reo o innocente? Non è nuovo questo dilemma: o il delitto è certo o incerto; se certo, non gli conviene altra pena che quella stabilita dalle leggi, ed inutili sono i tormenti, perché inutile è la confessione del reo; se è incerto, […] non devesi tormentare un innocente, perché tale è secondo le leggi un uomo i di cui delitti non sono provati. Ma io aggiungo di più, ch’ […] un voler confondere tutt’i rapporti l’esigere che un uomo sia nello stesso tempo accusatore ed accusato, che il dolore divenga il crogiuolo della verità, quasi che il criterio di essa risieda nei muscoli e nelle fibre di un miserabile. Questo è il mezzo sicuro di assolvere i robusti scellerati e di condannare i deboli innocenti. Ecco i fatali inconvenienti di questo preteso criterio di verità, ma criterio degno di un cannibale, che i Romani, barbari anch’essi per più d’un titolo, riserbavano ai soli schiavi, vittime di una feroce e troppo lodata virtù.

Qual è il fine politico delle pene? Il terrore degli altri uomini. Ma quale giudizio dovremo noi dare delle segrete e private carnificine, che la tirannia dell’uso esercita su i rei e sugl’innocenti? […]

Un altro ridicolo motivo della tortura è la purgazione dell’infamia, cioè un uomo giudicato infame dalle leggi deve confermare la sua deposizione collo slogamento delle sue ossa. Quest’abuso non dovrebbe esser tollerato nel decimottavo secolo. Si crede che il dolore, che è una sensazione, purghi l’infamia, che è un mero rapporto morale. […] Ma l’infamia è un sentimento non soggetto né alle leggi né alla ragione, ma alla opinione comune. La tortura medesima cagiona una reale infamia a chi ne è la vittima. Dunque con questo metodo si toglierà l’infamia dando l’infamia.

Rousseau, L’origine della disuguaglianza.

Rousseau, L’origine della disuguaglianza.


Jean-Jacques Rousseau, L’origine della disuguaglianza.

L’affermarsi della proprietà privata è stato, secondo Rousseau, un lento processo che, dall’originario stato di natura, ha portato il genere umano alla fondazione della società civile. Questo passaggio è stato preceduto e preparato da un’evoluzione nei rapporti tra gli uomini, innescata in particolare dallo sviluppo della crescente divisione del lavoro, che indusse gli uomini ad avvalersi del lavoro dei propri simili. Fu così che mentre in precedenza gli uomini erano liberi, buoni e felici, mossi dall’interesse personale essi divennero malvagi, bugiardi ed egoisti, divenendo schiavi e rendendo schiavi i propri simili.

Il primo uomo che, avendo recinto un terreno, ebbe l’idea di proclamare questo è mio, e trovò altri così ingenui da credergli, costui è stato il vero fondatore della Rousseausocietà civile. Quanti delitti, quante guerre, quanti assassinii, quante miserie, quanti orrori avrebbe risparmiato al genere umano colui che, strappando i pali o colmando il fosso, avrebbe gridato ai suoi simili: “Guardatevi dall’ascoltare questo impostore; se dimenticherete che i frutti sono di tutti e che la terra non è di nessuno, sarete perduti!”. Ma è molto probabile che ormai le cose fossero già giunte al punto da non poter più durare come erano prima; infatti questa idea di proprietà, dipendendo da molte idee precedenti formatesi evidentemente in momenti successivi, non si è formata di colpo nella mente umana: è stato necessario compiere molti progressi, acquistare molte capacità e molti lumi, trasmetterli e accrescerli di età in età, prima di giungere a questo termine ultimo dello stato di natura. Riprendiamo dunque le cose dall’inizio, cercando di abbracciare con un unico sguardo questa lenta successione di avvenimenti e di conoscenze nel loro ordine più naturale. […]

Finché gli uomini si sono accontentati delle loro rustiche capanne, finché si sono limitati a cucire i loro abiti fatti di pelli con spine o lische, ad adornarsi di piume e di conchiglie, a dipingersi il corpo di diversi colori, a perfezionare o abbellire i loro archi e le loro frecce, a costruire con pietre taglienti qualche canotto da pescatore o qualche rozzo strumento musicale; in breve, finché si sono applicati soltanto a opere che un uomo poteva fare da solo, ad arti che non richiedevano il concorso di molte mani, essi sono vissuti liberi, sani, buoni e felici, nella misura in cui potevano esserlo secondo la loro natura, ed hanno continuato a godere tra loro delle dolcezze di un rapporto indipendente. Ma dal momento in cui un uomo ebbe bisogno dell’aiuto di un altro, non appena ci si accorse che poteva esser utile ad un solo uomo di avere provvigioni per due, l’uguaglianza scomparve, si introdusse la proprietà, il lavoro divenne necessario e le vaste foreste si mutarono in campi ridenti che dovettero essere bagnati dal sudore degli uomini e in cui si vide ben presto la schiavitù e la miseria germogliare e crescere insieme alle messi. […]

Il proprio tornaconto [l’egoistico interesse personale.] richiese di mostrarsi diversi da ciò che si era realmente. Essere e apparire divennero due cose del tutto diverse e da tale distinzione sorsero il fasto imponente, la scaltrezza ingannatrice e tutti i vizi che ne sono il corteggio. Da un altro lato, ecco l’uomo, prima libero e indipendente, ora assoggettato, per così dire, dalla moltitudine dei nuovi bisogni, a tutta la Natura, e soprattutto ai suoi simili, di cui in un certo senso diviene lo schiavo, pur quando ne diventi il padrone; ricco, ha bisogno dei loro servigi, povero, ha bisogno del loro soccorso, e neppure la mediocrità lo pone in condizione di fare a meno di loro. Deve quindi cercare continuamente di interessarli alla sua sorte e fare in modo che essi, in realtà o in apparenza, trovino il loro profitto a lavorare per il suo vantaggio: ciò lo rende astuto e artificioso con gli uni, imperioso e duro con gli altri e lo pone nella necessità di ingannare tutti coloro di cui ha bisogno, quando non può farsi temere da essi e non trova il proprio interesse a servirli utilmente. Infine l’ambizione divorante, la brama di accrescere la propria fortuna personale, meno per una vera necessità che per mettersi al di sopra degli altri, ispira a tutti gli uomini una trista inclinazione a nuocersi reciprocamente, una invidia segreta tanto piú pericolosa in quanto, per riuscire con maggior sicurezza nel suo intento, essa si copre sovente con la maschera della benevolenza; in una parola, si ha da un lato spirito di concorrenza e rivalità e dall’altro contrasto di interessi e sempre il desiderio nascosto di fare il proprio vantaggio a spese altrui. Tutti questi mali sono il primo effetto della proprietà e il corteggio inseparabile della nascente disuguaglianza. […]

Tale fu o dovette essere l’origine della società e delle leggi, che diedero nuovi impedimenti al debole e nuove forze al ricco, distrussero definitivamente la libertà naturale, stabilirono per sempre la legge della proprietà e della disuguaglianza, trasformarono un’abile usurpazione in un diritto irrevocabile e assoggettarono da allora in poi tutto il genere umano, per il vantaggio di qualche ambizioso, al lavoro, alla servitù e alla miseria.

Discorso sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza, Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, vol. XV, pagg. 879-883)

Analisi del testo
  1. Riassumi brevemente con parole tue la tesi sostenuta da Rousseau all’inizio del brano sulle conseguenze della proprietà privata.
  2. Con quale idea è in contrasto la pretesa della proprietà privata?
  3. Fino a quando, secondo Rousseau, gli uomini vissero liberi, buoni e felici?
  4. Che cosa comportò la divisione del lavoro secondo Rousseau?
  5. Perché l’affermarsi della proprietà privata li ha resi schiavi, bugiardi ed egoisti?
Jean-Jacques Rousseau

Jean-Jacques Rousseau (Ginevra 1712 – Ermenonville 1778), esponente di punta dell’Illuminismo, anticipò tuttavia alcuni temi (come il valore del sentimento, la “voce del cuore” che non sbaglia mai e ama solo il bene) che saranno cari al romanticismo. Nel Discorso sull’origine della disuguaglianza (1755) Rousseau descrive lo stato di natura come quella condizione in cui l’uomo è libero e vive in assoluta solitudine, dipendendo solo da se stesso. L’affermarsi della proprietà privata è stato, secondo Rousseau, un lento processo che, dall’originario stato di natura, ha portato il genere umano alla fondazione della società civile. Questo passaggio è stato preceduto e preparato da un’evoluzione nei rapporti tra gli uomini, innescata in particolare dallo sviluppo della crescente divisione del lavoro, che indusse gli uomini ad avvalersi del lavoro dei propri simili. Fu così che mentre in precedenza gli uomini erano liberi, buoni e felici, mossi dall’interesse personale essi divennero malvagi, bugiardi ed egoisti, divenendo schiavi e rendendo schiavi i propri simili. Si è così innescata una guerra di tutti contro tutti, per porre rimedio alla quale è nato un contratto sociale che dichiara a parole di voler proteggere i deboli mentre in realtà conferma la disuguaglianza e l’oppressione sociale. Rousseau non proponeva però un impossibile ritorno allo stato di natura ma piuttosto di liberare l’uomo dalla corruzione della vita sociale e di costituire una società di uomini liberi. Nel Contratto sociale propose la costituzione dello Stato come corpo morale e collettivo composto da tutti i cittadini, in cui ciascun membro esercitasse la propria libertà mediante la volontà generale, cioè la volontà di tutti i singoli cittadini in funzione del bene comune.