L’età dell’ imperialismo

L’età dell’ imperialismo

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

L’età dell’imperialismo

L’imperialismo non è una novità dell’Ottocento ma risale agli albori della civiltà: esempi classici furono l’impero di Alessandro Magno e quello romano. Tra il XV e il XIX secolo, inoltre, in seguito alle esplorazioni geografiche, molti stati europei fondarono imperi coloniali in Asia, Africa e America. Dopo la metà dell’Ottocento, tuttavia, l’imperialismo si trasformò in vero dominio coloniale, su gran parte dell’Africa, dell’Asia e dell’area del Pacifico da parte delle potenze europee, degli Stati Uniti e del Giappone.

 

La grande depressione

Mentre dal 1849 al 1873 si era verificato un forte sviluppo economico promosso da una borghesia ancora fedele ai principi del liberismo, dal 1873 al 1895 il mondo industrializzato entrò in una crisi di sovrapproduzione: l’offerta crescente delle merci non era assorbita dalla domanda dei mercati interni. Questo periodo è stato definito “grande depressione”.

Dopo il 1896 la crisi fu superata attraverso tre fattori: una crescente concentrazione economica, la conquista imperialista delle colonie e dei loro mercati, il passaggio da una politica economica liberista a una protezionista.

I monopoli e i cartelli

Uno dei tratti più caratteristici del capitalismo nella seconda metà dell’Ottocento fu costituito dall’immenso incremento dell’industria e dal rapidissimo processo di concentrazione economica.

La dimensione delle aziende crebbe notevolmente, in particolare nei settori dell’industria pesante, che richiedeva un elevato impiego di macchine e di nuove tecnologie produttive molto costose. I nuovi macchinari, sempre più efficienti, permisero di produrre grandi quantità di merce, ma solo le imprese maggiori erano in grado di acquistarli.

La concorrenza tra le imprese si fece più aspra e nei settori che necessitavano di capitali molto ingenti (acciaierie, miniere, ferrovie, industria elettrica) le piccole imprese non sopravvissero: alcune fallirono, altre si fusero tra loro per formarne una più grande o furono assorbite da aziende maggiori. Nacquero i trust e i cartelli: il primo termine indica coalizioni di imprese che si fondono insieme sotto un’unica direzione, al fine di ridurre i costi di produzione, battere la concorrenza e controllare il mercato; il secondo indica accordi tra imprese dello stesso settore per controllare i prezzi e la ripartizione delle quote di mercato, allo scopo dominarlo in forma monopolistica. Alcuni settori produttivi (acciaierie, miniere, ferrovie, industria elettrica) furono così controllati da poche grandi imprese.

Tutto ciò contrastava con la teoria della libera concorrenza e favoriva la nascita di grandi gruppi industriali che furono denominati oligopoli: poche imprese si accordavano tra loro per controllare il mercato. la situazione di monopolio è quella in cui c’è un solo venditore, a fronte di molti compratori, che può decidere a quale prezzo vendere. In taluni casi, una grande impresa poteva giungere a controllare da sola l’intera produzione in un determinato settore. Contro lo strapotere dei grandi gruppi economici furono varate in alcuni paesi leggi antimonopolistiche.

I monopoli e i cartelli spesso tenevano artificialmente alti i prezzi delle merci. Inoltre, i grandi gruppi potevano (e possono) far leva sulla propria ricchezza e influenza per condizionare la politica dei paesi e ottenendo vantaggi da parte dei governi.

Nuove potenze si affacciano

Con la Seconda rivoluzione industriale finì il primato inglese in campo industriale, con lo sviluppo di nuovi paesi, in primo luogo della Germania la cui crescita accelerò notevolmente dopo l’unificazione politica, realizzata nel 1870. Alla fine dell’Ottocento, inoltre, la crescita impetuosa dell’economia statunitense lasciò già intravedere la perdita del primato dell’Europa nell’economia mondiale a vantaggio degli Stati Uniti.

L’imperialismo

Il termine “imperialismo” indica in generale la tendenza all’espansione territoriale di uno Stato a spese di altri, sui quali stabilire il proprio dominio e costruire in tal modo un impero. In un senso più specifico, il periodo che va dal 1880 alla Prima guerra mondiale è stato definito “età dell’imperialismo” ed è caratterizzato dalla rapida conquista di nuovi territori e di nuovi mercati da parte delle grandi potenze europee e dallo svilupparsi di ideologie nazionaliste e razziste che ne giustificavano il dominio.

A partire dal 1880 le nazioni più industrializzate come Inghilterra, Francia, Stati Uniti, Giappone imposero il loro dominio sui continenti più arretrati, ma ricchi di materie prime: Africa, parte dell’Asia, America centro-meridionale, Australia, Canada. Anche nei secoli precedenti alcuni Stati avevano imposto il loro controllo su territori extra-europei, ma si era trattato spesso di un colonialismo di tipo mercantile, che mirava al controllo di porti, scali e punti strategici. Negli ultimi due decenni dell’Ottocento le grandi potenze procedettero invece alla conquista vera e propria di interi continenti e alla creazione di immensi imperi coloniali.

Cause e interpretazioni dell’imperialismo

All’origine dell’imperialismo vi furono ragioni economiche, politiche e ideologiche. Sul piano economico uno Stato imperialista cercava di dominare altri paesi per reperire materie prime e forza lavoro a basso costo, mercati dove vendere i propri prodotti e dove investire i propri capitali. Per il liberale britannico John A. Hobson, autore nel 1902 del saggio Imperialism, le politiche imperialiste erano dovute alla ricerca di nuovi spazi, dove investire i capitali in eccedenza. Per Rosa Luxemburg, Lenin e altri pensatori marxisti l’imperialismo è un’espressione intrinseca del capitalismo nella sua fase monopolistica. Secondo Lenin l’imperialismo è il capitalismo “giunto a quella fase di sviluppo, in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l’esportazione di capitale ha acquistato grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell’intera superficie terrestre tra i più grandi Paesi capitalistici. (Lenin, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, 1917). 

Diversa l’interpretazione di Schumpeter, secondo il quale l’imperialismo sarebbe un residuo del passato, mentre il capitalismo sarebbe per principio ostile alla guerra, all’espansione, alla diplomazia segreta, agli armamenti e quindi antimperialistico (Joseph Schumpeter, Sociologia dell’imperialismo, 1919). Più recentemente, E. Hobsbawm interpretò l’imperialismo come “il sottoprodotto di un’economia internazionale basata sulla rivalità di varie economie industriali concorrenti, intensificata dalle tensioni economiche degli anni 1880”. (Eric Hobsbwam, “L’età degli imperi”, 1987),

Gli imperialismi hanno spesso addotto motivazioni ideologiche per giustificare la propria politica di dominio: l’espansione europea ottocentesca, fu propagandata come missione civilizzatrice dei popoli più avanzati nei confronti di quelli quelli più arretrati. Si pensi alla celebre poesia di Rudyard Kipling, The White Man’s Burden (Il fardello dell’uomo bianco, 1899).

I principali domini coloniali.

Nel corso dell’Ottocento, la Gran Bretagna ampliò i suoi possedimenti coloniali fino all’occupazione di quasi tre quarti delle terre emerse (in Africa, Asia, India, Australia e Nuova Zelanda), sottraendo la direzione politica delle colonie alle compagnie private e attribuendola direttamente allo Stato.

L’altra grande protagonista ottocentesca della storia coloniale fu la Francia che, durante il dominio di Napoleone III, creò un nuovo impero coloniale, rigidamente controllato dalla madrepatria, partendo dalla conquista dell’Algeria nel 1830, proseguendo con l’espansione verso il Senegal, il Marocco e l’Africa centro-orientale, per finire negli anni Sessanta con la conquista dell’Indocina e delle isole della Polinesia.

Gli ultimi trent’anni dell’Ottocento videro il consolidamento degli imperi britannico e francese e l’ascesa di nuovi attori quali la Germania, che conquistò l’Africa centro-meridionale (dal Camerun all’attuale Namibia) e l’Italia che ottenne, nell’Africa orientale, l’Eritrea e la Somalia e poi, nel Novecento, la Libia (1911-12) e l’Etiopia (1935). La Russia zarista si mosse in direzione della Siberia, dell’Afghanistan e dei Balcani. Tra Otto e Novecento anche gli USA si orientarono verso l’America Latina e l’Oceano Pacifico e il Giappone verso il Pacifico e la Cina.

La decolonizzazione.

La competizione imperialistica in Africa e nell’Asia mediorientale diede luogo ad aspre tensioni e a incidenti militari e diplomatici, il cui aggravarsi fu una delle principali cause della Prima guerra mondiale. Alla fine della guerra, la Germania sconfitta perse una parte dei propri possedimenti coloniali. Conclusa la Seconda guerra mondiale anche gli altri imperi coloniali si dissolsero: Germania, Italia e Giappone ne furono private in quanto potenze sconfitte, ma neppure Francia e Gran Bretagna riuscirono a conservarli a lungo. Iniziò infatti il processo di decolonizzazione, che portò negli anni Sessanta e Settanta, al tramonto del colonialismo e alla creazione di un grande numero di nuovi stati nazionali. Il dominio occidentale proseguì, tuttavia, attraverso forme meno dirette di influenza economica, politica e militare nei confronti dei paesi del Terzo Mondo.

Index Storiaestorie

Index Cinema e storia

Index Tematiche

Link utili

L’ emigrazione italiana

L’ emigrazione italiana

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi
Emigrazione italiana 1876 – 1976

Regioni a maggiore emigrazione

emigrazione italiana

 

 

America 1904: italiani arrestati per omicidio

Noi italiani eravamo allora il 4,7% della popolazione.

(fonte: Colajanni Napoleone, La criminalità italiana negli Stati Uniti d’America, Bollettino dell’Emigrazione, n. 4, Ministero degli esteri, Roma 1910)

 

 

 

 

Usa 1908: immigrati in cella per reati gravi

(fonte: Colajanni Napoleone, La criminalità italiana negli Stati Uniti d’America, Bollettino dell’Emigrazione, n. 4, Ministero degli esteri, Roma 1910)

stranieri_carcere

 

 

 

 

Assassini dopo due bicchieri

Scriveva il New York Times il 14-5-1909: “L’Italia è prima in Europa con i suoi crimini violenti. […] Il criminale italiano è una persona tesa, eccitabile, è di temperamento agitato quando è sobrio e ubriaco furioso dopo un paio di bicchieri. Quando è ubriaco arriva lo stiletto. […] Di regola, i criminali italiani non sono ladri o rapinatori – sono accoltellatori e assassini”. Uno stereotipo odioso. Ma è vero che nel 1881, ad esempio, furono compiuti in Italia 16,8 omicidi ogni 100.000 abitanti. Una media spaventosamente più alta di quella di oggi: 1,34. La violenza era particolarmente radicata in Sicilia (46,9 omicidi ogni 100.000 abitanti) e in Sardegna (32,5) ma anche molte aree dell’Italia centro-settentrionale erano sconvolte da un numero impressionante di omicidi: 10,6 ogni 100.000 in Toscana (con una punta di 12,8 a Lucca), 12 in Emilia, 10,5 in Piemonte.

 

saccovanzettiSacco e Vanzetti, i capri espiatori

Nella foto, gli anarchici Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. Pugliese il primo, piemontese il secondo, furono arrestati il 5 maggio 1920 con l’accusa di avere commesso una sanguinosa rapina. Le prove, in realtà, erano piuttosto fragili per non dire inesistenti e il loro processo, parte di una durissima campagna repressiva contro la “sovversione” voluta dal presidente Woodrow Wilson e venato di una profonda xenofobia, scatenò reazioni in tutto il mondo. Al punto di far dire a Vanzetti subito dopo la lettura della sentenza di condanna a morte “Mai vivendo l’intera esistenza avremmo potuto sperare di fare cosi tanto per la tolleranza, la giustizia, la mutua comprensione tra gli uomini”. Furono giustiziati il 23 agosto 1927. Per essere riabilitati avrebbero dovuto attendere il 1977.

Una bomba a Wall Street

Il 16 settembre 1920 scoppia una bomba a Wall Street, che produce una spaventosa esplosione, 39 morti e 200 feriti. È il più sanguinoso attentato mai avvenuto a New York, prima dell’11 settembre 2001. Si pensa che a commetterlo sia stato l’italiano Mario Buda, che intanto è fuggito. Lui, considerato l’inventore dell’autobomba, negherà ogni addebito fino alla morte, nel 1963.

 

L’ emigrazione italiana

da http://www.orda.it/rizzoli/stella/home.htm

Espatri dalle regioni italiane 1876 – 1900 – Totale espatriati = 5.257.830 
fonte: Centro studi emigrazione – Roma 1978

emigr 1876_1900

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Espatri dalle regioni italiane 1901 – 1915 – Totale espatriati = 8.768.680
fonte: Centro studi emigrazione – Roma 1978
emigr 1901_1915

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Espatri dalle regioni italiane 1916 – 1942 – Totale espatriati = 4.355.240 

fonte: Centro studi emigrazione – Roma 1978

emigr 1916_1942

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Espatri dalle regioni italiane 1946 – 1961 – Totale espatriati = 4.452.200

fonte: Centro studi emigrazione – Roma 1978

emigr 1946_1961

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alpi, 1946: disperati in fila nella neve 

Nella fotografia tratta da una rivista francese del 1946 conservata al “Corriere della Sera”, un gruppo di emigranti italiani percorre in fila indiana un sentiero di alta montagna, già coperto dalla prima neve, per passare in Francia. Spiega la storica italo-francese Simonetta Tombaccini nel saggio La frontière bafouée che nell’immediato dopoguerra le autorità francesi fermavano (poi c’erano quelli che riuscivano a sfuggire ai controlli) almeno un’ottantina di immigrati clandestini al giorno solo sui monti dietro Ventimiglia. Tanto che furono costrette ad aprire un centro d’accoglienza che Nice Matin descriveva così: “Un immondo casermone dove le camere offrono come confort un po’ di paglia umida, vento gelido garantito a tutti i piani, vetri alle finestre serviti come obiettivi a tutte le artiglierie del mondo“. Fonte: “Il Corriere della Sera”

 

Italiani? Di origine abissina

sergi

Nella foto, Giuseppe Sergi, uno dei grandi antropologi italiani (il più famoso fu Cesare Lombroso) di fine Ottocento. Fu lui, con Luigi Pigorini, a teorizzare che l’Italia era stata colonizzata in tempi antichissimi da una popolazione africana, probabilmente abissina.

Furono proprio i loro studi, secondo la studiosa francese Bénedicte Deschamps, a confermare gli xenofobi americani nella loro convinzione che gli italiani fossero una razza “per metà bianca e per metà negra”.

 

Sopra arii, sotto negroidi

Il rapporto della Commissione sull’immigrazione americana, nel Dictionary of Races and Peoples, stabilì a cavallo degli Anni Venti del Novecento, con demente “scientificità”, che “tutti gli abitanti della penisola propriamente detta così come le isole della Sicilia e della Sardegna […] sono italiani del Sud. Anche Genova fa parte dell’Italia del Sud”. La linea di “frontiera” tra “arii” e “negroidi” era, secondo gli xenofobi più convinti, il 45° parallelo nord, posto a metà strada tra il Polo Nord e l’Equatore.

 

da http://www.orda.it/rizzoli/stella/home.htm

 

Index Storiaestorie

Index Cinema e storia

Index Tematiche

Link utili

Giovanni Giolitti dal 1914 al 1921

Giovanni Giolitti dal 1914 al 1921

Giovanni Giolitti dal 1914 al 1921

giovannigiolitti2La posizione neutralista di Giolitti era nota e questi, una volta giunto a Roma, ricevette in segno di solidarietà quasi quattrocento biglietti da visita dei deputati. Che da soli costituivano la maggioranza assoluta della Camera e che sarebbero senza dubbio aumentati il giorno della convocazione dell’Aula.

 

 

(altro…)

Giovanni Giolitti dal 1901 al 1914

Giovanni Giolitti dal 1901 al 1914

Giolitti(Mondovì, 27 ottobre 1842 – Cavour, 17 luglio 1928)

Dopo una breve esperienza come Primo Ministro e la partecipazione al governo Zanardelli (15 febbraio 1901 – 3 novembre 1903) come Ministro degli Interni, il 3 novembre 1903 Giolitti divenne capo del governo. Egli tentò un coinvolgimento del Partito Socialista, rivolgendosi direttamente a un “consigliere” socialista, Filippo Turati, che avrebbe voluto come suo ministro (Turati però rifiutò anche in seguito alle pressioni della corrente massimalista del PSI).

L’età giolittiana e la grande guerra (documentario Luce)

(altro…)