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Migrazioni nella storia

Migrazioni nella storia

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

Migrazioni nella storia

 

 

> Le migrazioni dall’antichità all’età moderna

 

> La grande migrazione europea tra ‘800 e ‘900

 

> Migrazioni: dal secondo dopoguerra a oggi

 

> L’emigrazione italiana

 

> Migrazioni italiane: dalla grande migrazione al Ventennio

 

> Migrazioni italiane nel secondo dopoguerra

 

> L’Italia da paese di emigranti a paese di immigrati

 

> Peculiarità delle migrazioni contemporanee

 


Materiali utili

https://www.ibs.it/libri/autori/Massimo%20Livi%20Bacci 

http://www.viv-it.org/schede/1-popolo-che-si-muove-realtà-e-stereotipi 

https://www.altreitalie.it/pubblicazioni/i_libri_di_altreitalie/ 

https://www.altreitalie.it/le_migrazioni_italiane_in_rete/film_e_documentari/filmografia_italiana_sullemigrazione.kl 

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https://www.altreitalie.it/le_migrazioni_italiane_in_rete/siti_per_paese/italia.kl 

http://www.delpt.unina.it/stof/24_pdf/24_4.pdf 

http://www.integrazionemigranti.gov.it/Attualita/Notizie/Pagine/Noi-Italia-2019,-i-numeri-Istat-immigrazione.aspx 

https://www.ilsole24ore.com/art/i-paesi-piu-intolleranti-quelli-meno-migranti-italia-inclusa-ABDLgvWB 

https://www.ilsole24ore.com/art/perche-migranti-scappano-casa-loro-ACPcrai 

https://www.ispionline.it/it/ricerca/migrazioni 

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/le-migrazioni-intra-africane-unintroduzione-23497 

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Peculiarità delle migrazioni contemporanee

Peculiarità delle migrazioni contemporanee

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

Peculiarità delle migrazioni contemporanee

 

L’emigrazione di grandi masse di popolazione è una costante della storia umana. Tuttavia, fino all’età moderna compresa si spostavano in genere intere comunità organizzate, promosse e guidate dalle autorità. Anche la tratta di milioni di neri dall’Africa verso l’America, una migrazione forzata e violenta, fu gestita e pilotata dall’alto, dalle grandi compagnie commerciali europee e dai sovrani delle regioni costiere africane.
Con lo sviluppo del capitalismo e della rivoluzione industriale, invece, a muoversi non furono più comunità strutturate, ma enormi masse di individui. La mobilità e le migrazioni sono divenute un fenomeno storico estremamente diffuso e ampio con lo sviluppo capitalistico, di cui hanno sempre accompagnato, pur in misura diversificata, le diverse fasi.

 

Rivoluzione industriale, globalizzazione e migrazioni

La rivoluzione agraria e la rivoluzione industriale in Gran Bretagna, a partire dalla fine del XVIII secolo, innescarono una forte ondata migratoria interna e internazionale. La privatizzazione delle terre, la meccanizzazione del lavoro nei campi e la nascita del sistema industriale determinarono massicci spostamenti di contadini dalle campagne alle città. Nel corso dell’Ottocento le migrazioni si diressero verso  i paesi extraeuropei, in particolare gli Stati Uniti.
I flussi migratori e la globalizzazione dei mercati sono due fenomeni economici fortemente intrecciati. La globalizzazione dell’economia mondiale, con l’espansione degli scambi commerciali, la crescita degli investimenti esteri, la liberalizzazione dei movimenti di capitale, unitamente allo sviluppo della tecnologia e delle telecomunicazioni sono e furono la spinta propulsiva per lo spostamento di milioni di persone verso aree che presentano migliori condizioni di vita e maggiori opportunità di lavoro. Le motivazioni economiche sono il fattore principale delle grandi migrazioni contemporanee, tuttavia spesso alla base dei movimenti migratori vi sono anche cause politiche, religiose, etniche, ecc.

 

Migrazioni e sviluppo economico e demografico
L’immigrazione recente e attuale è relativamente modesta, nonostante la percezione comune, secondo la quale il mondo occidentale sta per essere travolto dall’ondata migratoria. L’Europa occidentale ha “esportato” tra il 1870 e il 1913 circa 15 milioni di persone: è lo stesso numero di immigrati che essa ha assorbito dal 1960 al 2000, ma con una popolazione europea più che raddoppiata. Allo stesso modo, il Nord America accoglieva un milione di immigrati all’anno nel decennio precedente la Prima guerra mondiale, e lo stesso numero oggi, quando la popolazione americana è triplicata.
Tutto questo avviene in un contesto demografico in cui la forte crescita della popolazione nel Sud del mondo, sia pure in attenuazione, e il declino demografico del Nord del mondo (soprattutto in Giappone, in Italia e nel resto dell’Europa mediterranea, in Germania, in Russia e in tutta l’Europa orientale). Lungi dal risolvere i problemi demografici dei paesi africani, le migrazioni in entrata sono di fatto necessarie per i paesi europei.

 

Immigrazioni e sviluppo economico

Che nei paesi poveri l’emigrazione sia causata dall’assenza di sviluppo e che, sostenendo questo, si attenui la pressione migratoria è un luogo comune errato, come dimostra l’esperienza delle migrazioni europee tra Ottocento e Novecento. Questo punto di vista male interpreta la natura del processo di sviluppo: lo sviluppo capitalistico-industriale distrugge e destabilizza la società rurale e nel breve e medio periodo accentua le pressioni migratorie anziché ridurle.
Lo sviluppo economico inevitabilmente distrugge la stabilità dei sistemi economici e sociali attraverso tre processi che si rafforzano reciprocamente: la sostituzione del capitale al lavoro, la privatizzazione e il consolidamento delle proprietà agricole, la creazione di mercati. La distruzione dell’economia contadina tradizionale crea masse di persone sradicate socialmente, i cui legami economici con la terra, la comunità e le tradizioni si sono indeboliti. Questi contadini sradicati sono il serbatoio per le migrazioni interne e internazionali. Una prima fase di sviluppo dei paesi africani più poveri sta provocando squilibri simili a quelli che avvennero nel mondo rurale europeo, generando condizioni e aspettative favorevoli all’emigrazione.

 

Dinamiche demografiche

Nelle società industriali odierne le dinamiche demografiche sono mutate: oggi il calo della popolazione è provocato dal calo della natalità e più veloce è il calo della popolazione, più rapido risulterà il suo invecchiamento. Nel 2010 l’Europa (Russia compresa) contava 733 milioni di abitanti. Nel 2030, nell’ipotesi di assenza di migrazioni, ne conterebbe 700, con una forte flessione di giovani e un forte aumento degli anziani. I giovani tra i 20 e i 40 anni scenderebbero da 208 a 154 milioni (-26%). Gli anziani oltre i 65 anni, invece, crescerebbero da 119 a 163 milioni (+37%).
La forte depressione della popolazione giovane e di quella in età lavorativa, susciterà un “vuoto” che genererà inevitabilmente un’ulteriore, intensa migrazione sul continente. La potenziale depressione demografica è particolarmente marcata in Italia (che ha il più alto numero di anziani al mondo, assieme al Giappone), in Spagna, in Germania, in Russia, in Polonia e in gran parte dell’Europa dell’est. In questo contesto, le forze di lavoro scenderebbero da 226 milioni nel 2005 a 160 nel 2050. La demografia depressa del continente rende inevitabile un aumento dell’immigrazione, che ha sia una funzione di rimpiazzo generazionale, sia una funzione di risposta alle esigenze del mercato del lavoro.
 

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L’Italia da paese di emigranti a paese di immigrati

L’Italia da paese di emigranti a paese di immigrati

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

L’Italia da paese di emigranti a paese di immigrati

 

Negli ultimi decenni, mentre dall’Italia continua un esodo in varie direzioni, in particolare di giovani lavoratori altamente qualificati, si è manifestato un flusso migratorio in direzione opposta. Verso l’Italia e verso altri paesi europei sono infatti confluiti consistenti flussi migratori, in particolare dall’Europa Orientale, dall’Africa settentrionale, dall’Africa sub-sahariana, dalla Cina e dall’India.
Dal 1973 il saldo migratorio è positivo e l’Italia diviene, da paese di emigranti, paese di immigrati. Fin dagli anni Settanta iniziarono ad arrivare immigrati “economici” in cerca di lavoro e rifugiati politici dal Cile e dall’Iran.
Il flusso migratorio divenne più consistente dagli anni ’80. Superata nel 1987 la soglia del mezzo milione di soggiornanti, da fenomeno episodico l’immigrazione divenne una realtà socialmente ed economicamente rilevante.
Con la crisi e il crollo dell’URSS e dei regimi filosovietici del Patto di Varsavia e con la caduta del Muro di Berlino molti cittadini dell’Europa Orientale emigrarono verso i paesi dell’Europa Occidentale, Italia compresa. L’Italia fu direttamente coinvolta nel crollo del regime albanese di Enver Hoxha, con il conseguente afflusso di Albanesi che sbarcavano sulle coste della Puglia. Inoltre, costituì una delle mete dei profughi dell’ex Iugoslavia, che si diressero verso Trieste.
Nel 2010 era notevolmente cresciuto il numero di immigrati provenienti dai Paesi dell’Europa Centro-Orientale (sia Ue sia non Ue): in testa la Romania con quasi un milione di residenti (9,1% in più rispetto all’anno precedente, 21,2% sul totale degli stranieri), seguita da Moldavia (+24,0%), Federazione Russa (+18,3%), Ucraina (+15,3%) e Bulgaria (+11,1%). Anche i cittadini dei Paesi del Sud Est asiatico fecero registrare incrementi importanti: Pakistan (+16,7%), India (+14,3%), Bangladesh (+11,5%), Filippine (+8,6%), Sri-Lanka (+7,6%).
Dopo l’incremento dovuto alle regolarizzazioni (picco negli anni 2003-2004) e all’allargamento dell’Unione europea, culminato nel 2007 con l’adesione di Romania e Bulgaria, il flusso migratorio dall’estero ha avuto un lento declino. La crisi economica dell’ultimo decennio ha segnato una graduale diminuzione dei flussi fino al 2013.
Dal 2014 a oggi, invece, le immigrazioni presentano un trend in aumento riconducibile ai flussi sempre più numerosi provenienti dai Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Le composizioni dei flussi in ingresso per cittadinanza negli ultimi due decenni sono cambiate: se dalla fine degli anni Novanta al 2006 erano più consistenti i flussi di immigrati albanesi, marocchini e serbi, dal 2007 a oggi gli immigrati rumeni sono i più numerosi. Inoltre, dal 2014 sono diventati sempre più consistenti i flussi di immigrati nigeriani, senegalesi, gambiani e maliani.

 

L’immigrazione in Italia oggi

Secondo dati ISTAT al 1° gennaio 2018 risiedono in Italia 5,1 milioni di cittadini stranieri, l’8,5% del totale dei residenti. Rispetto a un anno prima aumentano di 97 mila unità (+1,9%).
La comunità straniera più numerosa è quella proveniente dalla Romania con il 23,1% di tutti gli stranieri presenti sul territorio, seguita dall’Albania (8,6%) e dal Marocco (8,1%).
https://www.tuttitalia.it/statistiche/cittadini-stranieri-2018/
http://noi-italia.istat.it/index.php?id=3&tx_usercento_centofe%5Bcategoria%5D=4&tx_usercento_centofe%5Baction%5D=show&tx_usercento_centofe%5Bcontroller%5D=Categoria&cHash=015f1be0ca6693e56b80c16b4e35ea54
http://www.comuni-italiani.it/statistiche/stranieri/
Diminuiscono le nascite di bimbi stranieri (68 mila). Aumentano le iscrizioni dall’estero (301 mila) mentre restano pressoché stabili le cancellazioni per l’estero (41 mila). Nel 2017 147 mila cittadini stranieri hanno acquisito la cittadinanza italiana (-37,5% rispetto al 2016).
Nello stesso anno, si registrano 262.770 nuovi ingressi di cittadini non comunitari (all’inizio del 2018 sono regolarmente presenti 3.714.934) nel nostro Paese (+15,8%), che riprendono ad aumentare dopo il trend decrescente osservato negli anni tra il 2010 e il 2016. I permessi di soggiorno, sostanzialmente stabili rispetto al 2017, sono rilasciati soprattutto per motivi di lavoro e per motivi di famiglia.
Il grado di istruzione degli stranieri è ancora inferiore a quello degli italiani: tra gli stranieri di 15-64 anni, oltre la metà ha conseguito al massimo la licenza media (circa 4 su 10 gli italiani), il 34,7% ha un diploma di scuola superiore e l’11,0% una laurea (mentre sono laureati il 17,8% degli italiani di 15-64 anni).
Storicamente gli stranieri sul territorio italiano si sono concentrati soprattutto nelle ripartizioni del Centro-Nord. Nel 2017 tuttavia essi sono cresciuti di più nel Mezzogiorno (+ 4,5%) e nel Centro (+1,9%), che nel Nord (+1,2%). Il fenomeno è in parte dovuto agli sbarchi (pur diminuiti nel corso dell’anno).
Il numero dei nati si conferma più elevato nel Nord e nel Centro, a causa della maggiore presenza complessiva di cittadini stranieri. Al 1° gennaio 2018 quasi l’86% dei cittadini non comunitari regolarmente presenti hanno un permesso rilasciato o rinnovato nel Centro-Nord, mentre nel Mezzogiorno sono solo il 14,3%. Le incidenze più alte di permessi di soggiorno si riscontrano in Lombardia, Emilia-Romagna, Lazio e Veneto.
L’incidenza percentuale dei lavoratori stranieri sul totale degli occupati è pari al 10,5%, e differenze significative emergono sul piano dei comparti produttivi. Nel caso degli “Altri servizi collettivi e personali”, infatti, tale incidenza è pari al 37,3%; in “Alberghi e ristoranti” al 18,5%; in “Agricoltura” al 16,9%; nelle “Costruzioni” al 16,6%.
Più del 70% dei cittadini stranieri è impiegato con una posizione di operaio. Dal punto di vista dell’istruzione, dal Rapporto emerge come il 47,5% dei cittadini non UE laureati in una disciplina STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics) sia impiegato con una qualifica low skill, a fronte dell’1,8% degli italiani e del 21,9% dei comunitari.
http://www.lavoro.gov.it/documenti-e-norme/studi-e-statistiche/
 

L’Italia nel contesto europeo

Al 1° gennaio 2017, data più recente della disponibilità dei dati a livello europeo, l’incidenza degli stranieri in Italia è pari all’8,3%, dato leggermente superiore alla media Ue. Al quattordicesimo posto nella graduatoria decrescente dei 28 paesi, l’Italia segue la Germania (11,2%), la Spagna (9,5%) e il Regno Unito (9,2%). Precede invece la Francia (6,9%). Meno del 15 % degli immigrati diretti verso l’Europa ha origine dai paesi meno sviluppi dell’Africa e del Medio – oriente, una percentuale molto simile proviene dai paese dell’area asiatica e del Pacifico mentre la parte più consistente, per oltre il 50 %, proviene dai paesi dell’Europa centro-orientale.

 

Una ripresa delle emigrazioni Italiane?

Da quando il numero degli immigrati ha superato quello degli emigrati, si è pensato che l’emigrazione italiana fosse finita: in realtà migliaia di persone continuavano a spostarsi, sia all’interno del Paese secondo l’asse Sud-Nord, sia verso l’estero.
Nel 2017, più della metà dei cittadini italiani che si sono trasferiti all’estero (52,6%) erano in possesso di un titolo di studio medio-alto: circa 33 mila diplomati e 28 mila laureati. Rispetto all’anno precedente il numero di diplomati emigrati è sostanzialmente stabile mentre quello dei laureati mostra un incremento del 3,9%. Tuttavia l’aumento è molto più consistente se si amplia lo spettro temporale: rispetto al 2013, gli emigrati diplomati aumentano del 32,9% e i laureati del 41,8%.

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 Migrazioni italiane nel secondo dopoguerra

 Migrazioni italiane nel secondo dopoguerra

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

Migrazioni italiane nel secondo dopoguerra

 

Dal secondo dopoguerra fino a tutti gli anni Sessanta, accanto alle tradizionali mete oltreoceano, ripresero quota le destinazioni europee.

 

Profughi di guerra e decolonizzazione

La conclusione della Seconda guerra mondiale si accompagnò a un’ondata di profughi italiani, che giunsero dall’Istria e dalla Dalmazia. Sulla consistenza dell’esodo le stime non sono concordi e variano da un minimo di 200 mila a un massimo di 350 mila persone. Negli anni Cinquanta interessò anche l’Italia l’esodo dovuto ai processi di decolonizzazione, con l’arrivo di migliaia di uomini e donne che nel corso dell’Ottocento e della prima metà del Novecento si erano insediati nei Paesi dell’Africa settentrionale e soprattutto in Tunisia.

 

Nuove migrazioni economiche

Nell’immediato secondo dopoguerra, le difficoltà economiche dei paesi europei e la perdurante chiusura delle frontiere statunitensi orientarono le migrazioni verso altre destinazioni. In America Meridionale i paesi privilegiati delle migrazioni italiane furono di nuovo l’Argentina e successivamente il Venezuela, in America Settentrionale il Canada, infine l’Australia, che era stata fino ad allora una destinazione del tutto secondaria.
Inoltre, il governo italiano siglò accordi bilaterali con i paesi di destinazione dei migranti per regolarne i flussi secondo le esigenze del mercato del lavoro, nella ricerca di maggiori tutele e garanzie.
L’Argentina
L’Argentina fu il primo paese verso cui si diresse l’esodo transoceanico, grazie ad uno dei primi accordi bilaterali. Fra il 1946 e il 1950 giunsero quasi 300 mila italiani, seguiti da oltre 100 mila negli anni successivi. Dal 1957, tuttavia, gli arrivi diminuirono progressivamente, accompagnati da un numero elevato di rientri, per esaurirsi del tutto alla fine del decennio.
Il Venezuela
Sempre più promettente apparve, invece, il Venezuela, grazie al forte sviluppo della sua economia petrolifera e mineraria, soprattutto dopo gli accordi del 1951 fra il suo governo e il CIME, Comitato intergovernativo per l’emigrazione europea, che fino al 1956 permise l’arrivo di 167.000 italiani, seguiti da altri 5.000 nel 1957. Il Venezuela divenne una meta preferita alla stessa Argentina, tanto che entro il 1960 il numero totale di arrivi toccò le 236.000 unità.
Il Canada
Il Canada elaborò fin dal 1947 un programma di immigrazione, privilegiando quella europea, soprattutto dall’area centro-settentrionale, continuando invece a limitare quella asiatica. Funzionari canadesi raggiunsero l’Europa per selezionare i futuri immigrati sotto la supervisione dell’Organizzazione internazionale per i rifugiati. Gli italiani furono il gruppo che approfittò maggiormente di questa possibilità.
L’Australia
L’Australia fu una delle nuove mete dell’emigrazione italiana di questi anni grazie agli accordi bilaterali del 1951, che favorirono l’ingresso di 20.000 immigrati l’anno in cinque anni. Tra il 1947 e il 1961 oltre 200.000 italiani giunsero in Australia e vi restarono, costituendo oltre il 20% dell’immigrazione totale del periodo.

 

L’emigrazione intracontinentale

Sul piano quantitativo l’emigrazione in Europa nel periodo compreso fra il 1876 e il 1975 ha raccolto il 52,1% dell’esodo totale di migranti, con oltre 13 milioni di partenze.
Nel secondo dopoguerra, il 48% degli emigranti italiani si diresse in Svizzera e quasi il 30% in Francia. Solo nel decennio successivo riprese l’emigrazione verso la Germania, che assorbì il 26% dell’esodo, ma che assunse fra il 1966 e il 1975 il secondo posto, con il 36%, dopo la Svizzera, che continuò ad attrarre oltre il 47% dell’emigrazione italiana in Europa. Nonostante i numerosi rientri (intorno all’80%) l’esodo di questi anni ha sedimentato nel tempo cospicue comunità, soprattutto in Belgio, in Svizzera e in Germania.
La Francia
Fra le destinazioni Oltralpe dell’esodo italiano un ruolo importante fu rivestito dalla Francia, che ha assorbito nel tempo circa 4 milioni di immigrati. Non mancarono qui, come altrove, episodi di xenofobia che si verificarono in particolare negli anni Ottanta dell’Ottocento, quando alla crescita della presenza degli italiani si accompagnarono frequenti crisi economiche, come testimonia l’eccidio di Aigues Mortes del 1893 [https://ilmanifesto.it/aigues-mortes-una-strage-razzista/ https://it.wikipedia.org/wiki/Massacro_di_Aigues-Mortes ].
La Svizzera
La Svizzera è stata il paese europeo che nel secolo scorso ha conosciuto il tasso d’immigrazione più alto del continente europeo, assorbendo quasi la metà dell’emigrazione italiana del secondo dopoguerra. In settant’anni ha raddoppiato la sua popolazione, passando da quattro milioni agli oltre otto milioni odierni.
Nel 1948 la Svizzera firmò un accordo di reclutamento di manodopera straniera che divenne un modello per i successivi e cambiò per sempre la sua storia e quella del suo principale fornitore di donne e uomini, l’Italia. In Svizzera sono giunti oltre cinque milioni di Italiani, la metà nel secondo dopoguerra. Ancora oggi, quella in Svizzera è la terza comunità italiana nel mondo. Concepita come temporanea, dopo qualche decennio divenne stanziale e contribuì alla crescita dell’economia elvetica.
La Germania
Il governo della Repubblica italiana e il governo della Repubblica federale tedesca firmarono, il 20 dicembre 1955, un accordo per il reclutamento e il collocamento di manodopera italiana nella Germania federale, che produsse l’espatrio organizzato di quasi mezzo milione di persone. Il flusso emigratorio fu influenzato, a sua volta, dalla progressiva entrata in vigore della libera circolazione dei lavoratori all’interno della Comunità economica europea, e dall’andamento economico delle nazioni coinvolte. La prima fase dell’emigrazione diretta verso la Germania federale fu definita “assistita” poiché pianificata a livello istituzionale e organizzata attraverso i Centri di emigrazione. La seconda fase dell’emigrazione fu caratterizzata della libera circolazione dei lavoratori e da forme di reclutamento indipendenti dalla mediazione dei Centri di emigrazione.

 

Le migrazioni interne

Il quindicennio 1951-1965 fu quello della grande migrazione interna: in questa fase le regioni del “triangolo industriale” assorbirono un flusso migratorio di 113 mila unità annue. Al censimento del 1961, l’11,4% della popolazione italiana (in valore assoluto, circa 6 milioni) risiedeva in una regione diversa da quella di nascita. Questo valore era del 4% nel 1901, del 4,8 nel 1911, del 4,9 nel 1921, del 7,5 nel 1931, dell’8,3 nel 1951.
I saldi anagrafici attestanti spostamenti dal Sud al Nord della penisola rallentarono bruscamente a metà degli anni ’60, per risalire dal 1967 alla prima metà degli anni ’70.
Due fenomeni concomitanti, l’abbandono delle campagne e delle montagne e l’esodo dal Sud, contribuirono all’esplosione demografica di alcune città: Milano passò da 1.274.245 abitanti del 1951 a 1.681.045 del 1967; negli stessi anni Torino passò da 719.300 abitanti a 1.124.714, mentre i comuni della cosiddetta «cintura» incrementavano dell’80% la loro popolazione. Nel corso degli anni Cinquanta la Puglia da sola fornì il 20% degli immigrati a Torino. Seguivano la Sicilia (con l’11%), la Calabria e la Campania (7%). Il decennio successivo rafforzò ulteriormente questa tendenza.

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Migrazioni italiane: dalla grande migrazione al Ventennio

Migrazioni italiane: dalla grande migrazione al Ventennio

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi
Migrazioni preunitarie di Italiani
 
Le migrazioni di Italiani hanno radici antiche. Nel Medioevo le «colonie» genovesi e veneziane erano eredi di antiche comunità che risalivano talvolta all’età delle Crociate, distribuite nelle principali città greche, dell’Asia Minore e in altre parti dell’impero d’Oriente, formate da mercanti, artigiani e banchieri. Le più note sono quelle nell’Egeo, a Salonicco, Chio e Creta, e in Asia Minore, a Costantinopoli e Smirne. Gli «italo-levantini» si potevano rintracciare anche in Siria, Palestina ed Egitto, fino al Marocco.
A partire dal Seicento, mercanti e banchieri italiani si diressero in tutta Europa. Vi furono insediamenti mercantili che a Londra e a Parigi diedero rispettivamente il nome a Lombard Street e a Rue de Lombards. Gli architetti e gli artigiani italiani parteciparono alla vita culturale e alla costruzione delle grandi città europee, anche con opere di ingegneria militare, infatti fino alla seconda metà del Seicento costruirono fortezze sia in Europa che nell’America spagnola. Nella Vienna del Seicento era all’opera la più folta comunità di artisti italiani dell’Europa del tempo. Oltre agli stuccatori, le attività edilizie attiravano architetti, impresari edili e altri artigiani. Assieme alla lingua italiana essi imposero lo stile barocco, il teatro moderno, la musica. In Germania, intere dinastie di decoratori e stuccatori si avvicendarono nel corso del Settecento, contribuendo alla realizzazione di saloni e cappelle a Stoccarda e a Würzburg. Nella Russia degli zar architetti ticinesi e lombardi tracciarono le muraglie del Cremlino.
All’inizio del XIX secolo si emigrava dalle Alpi, avvalendosi delle competenze nei vari mestieri dell’edilizia, dalla Valsesia e dal Biellese nelle Alpi occidentali, fino alla Carnia in quelle orientali. Nei successivi decenni dell’Ottocento si aggiunsero altri emigranti, espulsi dal settore della tessitura domestica e per la conversione all’edilizia di altri gruppi di artigiani e di venditori ambulanti.
Nella prima metà dell’Ottocento gli esuli politici, i giacobini napoletani del 1799 e i fuorusciti dopo la restaurazione del 1815 e dei moti del 1821, si unirono alla schiera dei migranti. Le rivoluzioni e le guerre del 1848 provocarono il numero più ingente di esuli e di profughi. Gli esuli si diressero in Svizzera, in Francia, in Spagna e nelle Americhe.
 

Migrazioni italiane: dalla grande migrazione al Ventennio

 

La grande migrazione

Dal 1876 alla prima guerra mondiale si verificò la “grande emigrazione” che raggiunse l’acme nel 1913

 

Migrazioni da Nord e da Sud

La grande emigrazione italiana tra Ottocento e Novecento, che coinvolse oltre 15 milioni di persone, si verificò in due fasi distinte: una prima ondata provenne soprattutto dall’Italia settentrionale e si diresse prevalentemente verso l’America meridionale; una seconda ondata, che proveniva in particolare dall’Italia meridionale, si diresse prevalentemente verso l’America settentrionale.
Le migrazioni verso le Americhe non interessarono, come per lo più si pensa, solo il Meridione ma anche molte regioni del Nord, come Veneto, Lombardia, Piemonte e Friuli. Tre regioni in particolare, nel periodo che va dal 1876 al 1900, fornirono da sole il 47 per cento del contingente migratorio: il Veneto (17,9 %), il Friuli Venezia Giulia (16,1 %) e il Piemonte (12,5 %). Complessivamente, nel periodo tra il 1876 e il 1915 l’esodo dal Veneto fu di quasi 2 milioni di individui.
Negli anni che vanno dal 1901 al 1915 il primato migratorio passò alle regioni meridionali, con la Sicilia che diede il maggior contributo, pari al 12,8% con 1.126.513 emigranti, seguita dalla Campania con 955.188 (10,9%).
 

Espatri per regioni di provenienza (1876-1915)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Destinazione America

Le destinazioni “preferite” dai migranti italiani furono nella prima fase le campagne dell’America Meridionale, in particolare dell’Argentina e del Brasile, ma anche le zone industriali di Usa e Canada. Dopo una fase di rallentamento tra le due guerre, esse ripresero nel secondo dopoguerra. Ci furono poi anche consistenti migrazioni verso molti paesi europei. Dal Veneto gli emigranti andarono prevalentemente in Brasile, mentre i Piemontesi scelsero principalmente l’Argentina. Dalle regioni dell’Italia centrale l’emigrazione si divise equamente tra stati nordeuropei e mete transoceaniche. Tra il 1880 e il 1915 milioni di Italiani iniziarono ad approdare negli Stati Uniti: su 9 milioni di emigrati che si diressero verso mete transoceaniche, 4 milioni scelsero gli USA.

 

Le condizioni dei migranti italiani

Gli immigrati furono per lo più costretti a svolgere i lavori più umili, con retribuzioni e un tenore di vita assai bassi. Ben pochi furono quelli che riuscirono davvero a fare fortuna, superando enormi difficoltà a costo di grandissimi sacrifici. Anche le condizioni di viaggio dei nostri emigranti furono molto dure, poiché su quelle che venivano definite «carrette del mare» venivano sfruttati tutti gli spazi disponibili. Nel 1899 su un piroscafo diretto in Brasile si ebbero 27 morti per asfissia, su un altro 34 vittime per mancanza di viveri, per non parlare delle malattie che si sviluppavano a causa delle precarie condizioni igieniche. I resoconti dell’epoca riferiscono di migliaia di emigranti affetti da malaria, morbillo, infezioni polmonari, tracoma, a cui si aggiungevano alti tassi di mortalità infantile. Solo dopo il 1907 per sbarcare a Ellis Island, il più noto porto dell’emigrazione europea negli Stati Uniti, divenne necessario che i transatlantici rispondessero a precise norme di sicurezza e igiene per le terze classi. Nei primi due decenni del secolo i respinti al momento dello sbarco a causa di malattie furono comunque decine di migliaia.

 

Italiani in Brasile

In Brasile gli Italiani approdarono in massa dopo l’abolizione della schiavitù (1888) e si diressero prevalentemente in due aree, quella degli attuali stati di Săo Paulo e di Santa Catarina e Rio Grande do Sul nell’area più meridionale del Paese. Nell’area paulista gli italiani furono impiegati prevalentemente nelle piantagioni di caffè, dove vennero loro imposti dei rapporti di lavoro che li riducevano a una condizione semiservile. Nella prima fase migratoria (1878-1902) gli immigrati in Brasile provennero prevalentemente dall’Italia Settentrionale (52,9%, con Veneto e Friuli in testa). Da questa percentuale rimanevano tuttavia esclusi gli emigranti trentini che fino al 1918 erano sudditi dell’Impero Austro Ungarico. Dal 1861 al 1890 in Brasile giunse oltre un milione e mezzo di italiani. A partire dagli anni Venti i principali paesi che avevano accolto i grandi flussi migratori italiani imposero restrizioni. In Brasile negli anni Trenta fu istituito un sistema di quote analogo a quello in vigore negli Stati Uniti dal 1921. Si stabilì, inoltre, che nelle imprese le assunzioni fossero riservate per due terzi ai brasiliani.

 

Italiani in Argentina

La presenza di Italiani sul territorio della futura Argentina risale al periodo coloniale. Lombardi e Piemontesi compaiono in alcune delle prime colonie, come Chivilcoy, nella provincia di Buenos Aires o San Carlos nella provincia di Santa Fe, assieme a Tedeschi, Svizzeri e Francesi. La grande emigrazione italiana fu preceduta, intorno alla metà dell’Ottocento, dall’ondata migratoria di centinaia di rifugiati politici, in seguito al fallimento delle insurrezioni per l’Unità nazionale italiana, tra cui lo stesso Giuseppe Garibaldi.
A partire da metà Ottocento l’Argentina fu la seconda destinazione delle migrazioni transoceaniche italiane e fino alla Prima guerra mondiale, accolse circa due milioni di italiani. In Argentina, tra il 1887 e il 1890, entrò in vigore il sistema dei viaggi prepagati, miranti a promuovere l’immigrazione dal Nord Europa per controbilanciare il peso di quella italiana.
 

Italiani negli Stati Uniti

Tra il 1880 e il 1915 milioni di Italiani iniziarono ad approdare negli Stati Uniti: su 9 milioni di emigrati che si diressero verso mete transoceaniche, 4 milioni scelsero gli USA. Va considerato, tuttavia, che circa la metà degli emigrati rimpatriò. Benché tutte le regioni italiane fossero rappresentate, i quattro quinti circa degli immigrati italiani diretti verso gli Stati Uniti provenivano dal Mezzogiorno, in particolare dalla Calabria, dalla Campania, dagli Abruzzi, dal Molise e dalla Sicilia.

 

La xenofobia: Italiani violenti e criminali
Sin dall’Ottocento negli Stati Uniti gruppi come l’American Protective Association, nata nel 1887, e l’American Restriction League, sorta nel 1894, avevano fatto pressioni perché l’immigrazione fosse limitata e accuratamente selezionata, tracciando una linea netta tra la vecchia immigrazione e la nuova.
Tuttavia molti imprenditori fino all’inizio degli anni Venti sostennero la libera immigrazione, perché forniva manodopera a basso costo. Viceversa spesso i sindacati la osteggiarono, per gli stessi motivi. I settori più progressisti, infine, vedevano negli immigrati un arricchimento per la società americana.
Molti Americani erano preoccupati per l’arrivo di queste masse provenienti dai paesi più poveri dell’Europa. Si manifestarono così atteggiamenti xenofobi, ben esemplificati da una vignetta in cui gli Italiani vengono raffigurati come topi, alcuni dei quali portano enormi coltelli in bocca e in testa le scritte mafia, anarchia, socialismo, che scappano dalle stive delle navi, sbarcando in America.
Il nomignolo dagos, con cui venivano designati gli immigrati italiani, evocava il pugnale, cioè la violenza e l’incapacità di controllare l’esplosione della rabbia e della passione. Nel 1891, a New Orleans, in virtù dello stereotipo che dipingeva gli Italiani come assassini, 11 di loro furono linciati da una folla inferocita, dopo che il tribunale dello Stato li aveva assolti dall’accusa di aver ucciso il capo della polizia locale.
Le volte in cui si diede una patina politica alla violenza congenita, di cui l’italiano era giudicato portatore cronico, l’accento cadde sull’anarchismo, sull’estremismo e sull’omicidio politico progettato o effettivamente perpetrato. In conclusione, l’Italiano era valutato come particolarmente propenso alla violenza feroce e alla brutalità più spietata, dettata dal suo sangue di dubbia origine.
 

Migrazioni e criminalità nella storia della Criminologia.

https://www.lavoce.info/archives/55235/igor-e-gli-altri-gli-omicidi-degli-stranieri-in-italia/

 

Tra le due guerre

Negli anni tra le due guerre, l’emigrazione registrò un forte decremento, sia per le restrizioni operate da diversi paesi d’immigrazione, come Stati Uniti e Argentina, sia per la politica antimigratoria del Fascismo.

 

Il rallentamento dei flussi migratori
La fine della Prima guerra mondiale sancì la fine del liberismo migratorio: Stati Uniti, Canada, Brasile e Argentina emanarono norme che preannunciavano l’indirizzo nazionalista a cui si sarebbero ispirate le politiche migratorie degli anni successivi. Attraverso restrizioni all’emigrazione nei principali paesi che avevano accolto i grandi flussi migratori italiani, si concluse l’epoca della grande emigrazione.

 

Il Ventennio
Nel periodo fra le due guerre, a causa delle restrizioni poste all’emigrazione all’estero, le migrazioni interne subirono un costante incremento, pur ostacolate dalle legge del 1931 sulle migrazioni e sulla colonizzazione interna e da quella del 1939, denominata «Provvedimenti contro l’urbanesimo». Una forte migrazione interna fu alimentata dalle bonifiche e dai trapianti di popolazione contadina nelle paludi Pontine, nelle località sarde di Fertilia e di Arborea, coinvolgendo quasi centomila persone, in partenza per lo più da alcune province del Veneto e dal Ferrarese, in attuazione della politica rurale e demografica del regime. Viceversa il Fascismo scoraggiò l’emigrazione verso le città, senza tuttavia conseguire grandi risultati.
In questo periodo, inoltre, ripresero le migrazioni politiche, con circa 60 mila emigrati che si diressero prevalentemente in Francia, nelle Americhe e in Russia, a seconda dell’orientamento politico. Nel 1941, tre anni dopo il varo delle leggi razziali, quasi 6 mila persone, pari al 12% dei 47 mila ebrei italiani, avevano lasciato il Paese.

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