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M. Buber Neumann, Ravensbrück

M. Buber Neumann, Ravensbrück

M. Buber Neumann, Ravensbrück – Capitolo sesto

> Margarete Buber Neumann, Prigioniera di Stalin e di Hitler

 

Sabato 2 agosto 1940 inizia il viaggio verso il campo di Ravensbrück. Le prigioniere scendono dal treno accolte dalle urla dei sorveglianti e dai latrati dei cani. Il piazzale del campo appare curato con precisione e ordine maniacali. Il centro di detenzione è occultato dietro aiuole e abeti. Una colonna di prigioniere perfettamente allineate marcia verso il piazzale. All’improvviso suona una sirena, che dà il segnale del rancio. A Ravensbrück vigono una burocrazia e un ordine di stampo prussiano. Dopo l’immatricolazione le donne sono condotte alle docce, poi all’esame dei capelli alla ricerca dei pidocchi. L’ufficiale medico SS dottor Sonntag passa in rassegna le prigioniere nude. Poi vanno alla loro baracca, dove le accoglie la capoblocco Mina Rupp. Oltre i vestiti, alle prigioniere vengono consegnati una scodella, un piatto, una tazza di alluminio, le posate, un barattolo per lo spazzolino, uno strofinaccio, un asciugamano e persino gli arnesi per pulire le scarpe. Viene distribuito il rancio, che a Margarete sembra ricco, se paragonato a quel che mangiava a Karaganda. Il suono della sirena chiama le detenute all’appello, che dura molto a lungo. Nell’attesa, una detenuta racconta a Magarete della tragica sorte di una zingara, che si è gettato sul reticolato ad alta tensione del campo, dopo aver appreso della morte del marito. L’arredamento della baracca, se paragonato a quello di Burma, è molto buono, con latrina, lavatoio, tavoli, sgabelli, armadietti e cuccette a due piani (che in seguito aumenteranno a sette). Al suo interno però vige un ordine maniacale che costringe le prigioniere a una vera e propria tortura. Le prigioniere sono tenute a rigovernare perfettamente il pagliericcio e gli indumenti, pena gravi conseguenze come la sosta in piedi senza cibo, la cella di rigore o persino 25 colpi di bastone. Le prigioniere devono poi imparare a presentarsi sempre alle SS ritte sull’attenti, scandendo la propria condanna, nome e numero di matricola. Un giorno la portaordini, la capoblocco e un’altra prigioniera, militanti staliniste, interrogano Margarete, accusandola di essere “una trockista”. Comincia così la sua “messa al bando”. [“Un nuovo inferno”.]

Le polacche della baracca propongono a Margarete di “raccomandarla” come capoblocco e nonostante la sua ritrosia, alla fine la convincono. Tuttavia, quando viene convocata dall’ispettrice generale SS, viene nominata capocamerata di un altro blocco, quello delle asociali. Nel nuovo ambiente regna il caos e le asociali si mostrano tutt’altro che facili da controllare. Le condizioni delle asociali nel campo nazista sono peggiori di quelle dei campi siberiani. Spesso le asociali (prostitute e criminali) litigano tra di loro, mentono e la delazione è all’ordine del giorno. Mantenere l’ordine, per Margarete, si rivela particolarmente difficile e il metodo della collaborazione e del dialogo, che vorrebbe applicare, ha scarso successo. [“Tra prostitute e criminali”.]

Per Margarete l’appello, sentito all’inizio come una tortura, rappresentava ora l’unica occasione di riposo e le dava l’opportunità di contemplare il bel panorama circostante. Mentre inizialmente le attività lavorative hanno una prevalente funzione “rieducativa”, il lavoro dei detenuti assume un ruolo fondamentale sul piano produttivo, in particolare per l’industria bellica tedesca. Ai prigionieri era possibile fare acquisti nello spaccio, grazie al denaro inviato dai parenti, e questa era un’ottima occasione di guadagno per le SS. I prigionieri potevano poi scrivere brevi lettere, e compito di Margarete, nella sua camerata, è di controllarne e censurarne il contenuto. La domenica gli altoparlanti trasmettevano concerti di musica classica, dopo le marce e i canti militari. Una domenica, mentre Margarete passeggia, una delle leader del gruppo delle staliniste cecoslovacche del campo, la apostrofa con tono minaccioso. Else Krug, una prostituta esperta in pratiche sadiche, racconta alcuni aneddoti sconvolgenti. La donna, che era responsabile della squadra della cucina, aveva sottratto alimenti, che poi distribuiva alle compagne. Scoperta, era stata condannata al bunker e poi alla cella d’isolamento. Il comandante del campo Kögel le aveva proposto di collaborare all’esecuzione delle punizioni, che prevedevano bastonature, in cambio della fine dell’isolamento e di un trattamento di favore. Aveva rifiutato con fermezza e il comandante si era successivamente vendicato, inserendola in un trasporto di malate destinate alle camere a gas. L’area del campo di Ravensbrück, situata in una conca, era circondata da acquitrini e paludi. [“La vita nel campo continua”.]

Una zingara riesce a fuggire dal campo ma presto viene inseguita dalle SS con i cani. Dopo l’appello le prigioniere sono costrette ad attendere in piedi per ore, finché le SS tornano con la ragazza, catturata, picchiata e azzannata dai cani. Il comandante Kögel ricaccia la poveretta nel blocco di punizione, la lascia nelle mani delle altre prigioniere, imbestialite nei suoi confronti, e in seguito mostra come esempio il suo corpo, ridotto a un mucchietto sanguinolento. Tra il 1940 e il 1941 a Ravensbrück vi sono quasi cinquanta decessi e negli anni successivi le “morti per cause naturali” superano gli ottanta casi al giorno, senza contare le internate uccise mediante impiccagione, iniezioni letali o nelle camere a gas. Margarete si sofferma sui mutamenti indotti su un essere umano in campo di concentramento. In molti casi le sofferenze inflitte non favorivano una maggiore solidarietà ma anzi l’apatia e l’interesse esclusivo per la propria sopravvivenza e per l’acquisizione di “privilegi”. Spesso l’acquisizione di incarichi nell’ambito della cosiddetta “autoamministrazione”, concessa dalle SS, anziché dare l’occasione per rendere più sopportabili le condizioni di vita delle compagne, stimolava piuttosto l’arroganza e il desiderio di sopraffazione. Dall’inizio del 1942, le capoblocco ebbero il compito di predisporre le apposite liste delle prigioniere “malate”, inabili al lavoro o considerate in qualche modo segnate da tare fisiche o psichiche, che venivano inviate alle camere a gas. [“Preda e cacciatori”.]

La sveglia si svolgeva in una situazione caotica, determinata in gran parte dal pochissimo tempo a disposizione delle detenute per rifare i letti, lavarsi, vestirsi, riordinare l’armadietto e fare colazione. Il tutto accompagnato dalle urla della capoblocco SS Drechsel. Una prigioniera dichiara di essere stata derubata e di sapere chi è la colpevole, per cui le due donne vengono messe a confronto. Margarete cerca di prendere le difese dell’anziana prigioniera accusata, irritando la SS Drechsel. Viene convocata dall’ispettrice generale Langefeld e, imprevedibilmente, nominata capoblocco delle Testimoni di Geova. La precedente capoblocco, Käthe Knoll, si era mostrata particolarmente crudele con loro e l’ispettrice Langefeld, che ammirava i ferrei princìpi e l’inattaccabile fede religiosa delle Testimoni, aspettava l’occasione per sostituirla. La scelta era caduta su Margarete. Nella baracca delle Testimoni di Geova regnano un silenzio e un ordine assoluti, accompagnati da una straordinaria autodisciplina e gentilezza. [“Capoblocco delle Testimoni di Geova”.]

La baracca ospita 275 Testimoni di Geova e quella adiacente altre 300. Ovunque regnano un ordine e una pulizia maniacali, sia per quanto riguarda il vestiario sia per quanto riguarda il mobilio. Persino le travi della baracca vengono spolverate e i tavoli e il pavimento sono tirati a lucido. Latrina e lavatoio sono perfettamente puliti e nei due dormitori le cuccette sono tenute in un ordine impeccabile, contrassegnate da una targhetta con nome e numero dell’occupante. Sulla porta è appesa una legenda con la posizione dei letti, e via di seguito. Per Margarete è facile mantenere la disciplina, poiché sono le prigioniere stesse ad autoimporsela. Cerca, piuttosto, per quel che le è possibile, di rendere più vivibile la permanenza nel campo. Nonostante Margarete non condivida la loro fede fanatica e dogmatica, tra lei e le Testimoni di Geova si crea un clima di grande fiducia e rispetto reciproco. Le loro convinzioni le sembrano assurde e lontane dalla realtà, ma la loro coerenza e il loro comportamento la inducono ad apprezzarle. Esse erano perseguitate dai nazisti perché convinte che ogni organizzazione statale fosse “opera del diavolo” e che il nazismo ne fosse la massima, estrema manifestazione. D’altronde le Testimoni erano inizialmente molto apprezzate dai funzionari SS, in quanto indomite lavoratrici, schiave affidabili al loro servizio. Per essere rilasciate, sarebbe loro bastato firmare una dichiarazione di abiura, ma poche avevano firmato, prima del 1942, mentre successivamente erano aumentate perché fatte oggetto di brutali persecuzioni. Per le Testimoni leggere la Bibbia è una necessità vitale e Margarete permette loro di farlo con maggiore facilità. [“Un regno all’insegna dell’ordine”.]

Grazie a una serie di stratagemmi, le Testimoni di Geova possono leggere la Bibbia ma anche godere di alcuni privilegi, come cucinare o scaldare il cibo o il caffè sulla stufa. Inoltre, Margarete escogita un sistema per lasciare a riposare nella baracca le malate che non avendo febbre alta sarebbero tenute a lavorare. Per evitare di essere scoperte, una “sentinella” ha il compito di segnalare l’arrivo di un’ispezione, peraltro segnalata in anticipo da Marianne Korn, la Testimone di Geova segretaria dell’ispettrice generale. Durante le ispezioni, guidate dal comandante Kögel delle SS, i visitatori ammirano il perfetto ordine e la pulizia della baracca. Una volta per un pelo le detenute malate nascoste non vengono scoperte. [“Ispezione”.]

Mentre l’ispettrice generale Langefeld proteggeva le Testimoni di Geova, la seconda ispettrice generale Zimmer era la loro peggior nemica. I motivi più diversi avevano spinto queste 500 donne a diventare Testimoni di Geova. Margarete sostiene che queste donne, con alle spalle numerosi fallimenti, esprimevano il loro senso di rancore verso la vita, ritagliandosi un ruolo di martiri della fede. Anna Lück, una donna quasi sessantenne con un’avanzata tubercolosi ghiandolare, che passa la maggior parte del giorno stesa nel suo giaciglio, un giorno viene notata e inserita dall’ufficiale medico SS in una lista per la camera a gas. Per salvarla, Margarete la convince a «firmare» il suo ripensamento di fede e una delle Testimoni, per questo, la aggredisce verbalmente. Margarete reagisce duramente, accusando le Testimoni non essere affatto cristiane, perché sono pronte a sacrificare la vita di una loro compagna. Il gruppo delle Testimoni più “estremiste” decide che, per motivi religiosi, non mangerà più il sanguinaccio, ma le SS approfittano di tale decisione per togliere loro anche la margarina. Inoltre, L’ispettrice Zimmer decide di far entrare nel loro blocco un centinaio di asociali, tra cui numerosi “gioiellini”, incontinenti, epilettiche e afflitte da manie e tic. Paradossalmente, dopo un primo momento di sconcerto, le Testimoni ne approfittano per fare proselitismo e le SS immediatamente allontanano le asociali dal blocco. [“Martiri contemporanee”.]

Nell’ottobre del 1940 Margarete fa conoscenza con Milena Jesenská, giornalista ceca, figlia di Jan Jesenski, celebre medico e professore universitario praghese, sentimentalmente legata a Franz Kafka dal 1920 al 1922. Tra le due donne nasce un intenso rapporto di amicizia e una forte intesa “spirituale”. Milena, nonostante sia malata e sofferente, mostra sempre una grande dignità ed è sempre disponibile ad aiutare le compagne, mettendo spesso a rischio la propria vita. Dopo l’adesione al Partito comunista all’inizio degli anni ’30, nel 1936 ne era stata espulsa per la sua libertà di pensiero. Le comuniste cecoslovacche del campo la rispettano, ma le chiedono di prendere le distanze dalla trockista tedesca Grete Buber. Milena sceglie l’amicizia con Margarete, ma ne pagherà le conseguenze diventando vittima delle angherie delle compagne, anche perché non manca, quando ancora la salute glielo consente, di contestare le loro teorie. Lavorando nell’infermeria del campo, Milena salva molte prigioniere dalla morte, falsificando gli esiti dei loro esami medici. Milena propone a Margarete di scrivere un libro “sui campi di concentramento di entrambe le dittature”. Nell’estate del 1941 si verificano casi di paralisi sempre più frequenti e il dottor Sonntag impone la quarantena, temendo che si tratti di poliomielite. Le condizioni di quarantena, con la sospensione dei controlli da parte delle SS, favoriscono gli incontri clandestini tra Margarete e Milena, che possono parlare a lungo di cultura, arte, letteratura senza essere disturbate. Giunge al campo un medico specialista in poliomielite ed emerge che in realtà la paralisi è dovuta a una psicosi di massa. Una “terapia” a base di scariche elettriche fa ben presto “guarire” la maggior parte delle malate, a parte quelle affette dalla sifilide o da altre gravi patologie. [“Milena”.]

A Ravensbrück gli arrivi di deportate si susseguono con ritmo crescente e vengono costruite nuove baracche. Tra gli arrivi, numerose sono le donne polacche, molte delle quali destinate ad essere eliminate. Nei primi tempi l’esecuzione delle condannate a morte veniva eseguita durante l’appello serale. Nell’inverno del 1941 fa la sua comparsa a Ravensbrück una «commissione medica», che procede a selezionare le detenute malate da eliminare. A Ravensbrück vengono portati anche dei bambini, che conducono una misera vita. Una sera Margarete scorge un gruppo di piccoli prigionieri affamati e stracciati che marciano in direzione della cucina, per poter ricevere un cucchiaio di miele. Con la guerra tra Germania e Unione Sovietica, giungono prigioniere russe. La comunista ceca Palecková, che aveva redarguito a suo tempo Margarete, tacciandola di “trotzkismo”, accoglie le nuove arrivate ma ne resta profondamente delusa, perché si rivelano “un’orda di teppiste indisciplinate che commetteva furti, molte delle quali si dichiaravano apertamente contro il regime staliniano”. Poco tempo dopo la donna dà segni di squilibrio psichico, viene rinchiusa e di lì a poco muore. All’inizio del 1942 un migliaio di donne vengono inviate ad Auschwitz. Le Testimoni di Geova rifiutano di svolgere le attività a loro giudizio legate alla guerra, come l’allevamento dei conigli d’angora, il cui pelo sarebbe stato usato per scopi bellici. Le dure ritorsioni delle SS le riducono allo stremo, ma non le piegano, anche se una parte di loro non condivide questa condotta suicida. Il nuovo responsabile della sicurezza Redwitz introduce nel campo la «polizia interna». Nel tardo pomeriggio di un’afosa giornata dell’estate 1942 torna dal lavoro un gruppo di anziane ebree, con la pelle ustionata dal sole. La capoblocco le porta in infermeria ma vengono brutalmente cacciate. In assenza di cure adeguate, alcune delle prigioniere sono alla fine ricoverate e muoiono per le ustioni riportate. I successori del medico SS Sonntag, il dottor Schiedlausky, il dottor Rosenthal, la dottoressa Oberhäuser, affiancati dalla capo-infermiera SS, si rivelano ben peggiori di lui, per la crudeltà con cui trattano le malate. Inoltre, molte di esse vengono sadicamente eliminate “nello stanzino”. Anche i neonati, frutto della “vergogna razziale”, vengono soppressi. Il dottor Rosenthal, in collaborazione con l’infermiera deportata Gerda Quernheim, con la quale ha una relazione, oltre a eliminare i bambini si dedicava con sadismo e crudeltà ad assassinare le prigioniere, che torturava a morte. Nel lager vengono svolti “esperimenti” dal luminare tedesco Gebhardt, come quello di un trapianto muscolare e osseo sulle gambe di un gruppo di prigioniere polacche. [“Nostra compagna morte”.]

Nell’estate del 1942 inizia un’intensa attività di espansione del lager, con la costruzione di molte nuove baracche, che vengono fatte erigere dagli uomini. Aumenta però anche, esponenzialmente, il numero delle detenute nel campo, e le condizioni abitative e di vita peggiorano notevolmente. Ne risente fortemente anche l’ordine interno e spesso vi sono ruberie e violenze. Alle prigioniere viene concesso di poter ricevere pacchetti da casa, ma sono poche a poterne beneficiare. Ne deriva, peraltro, una sorta di “mercato nero”, di cui le SS approfittano appropriandosi spesso dei pacchetti con i beni inviati alle prigioniere. Durante i lavori di costruzione delle baracche, le donne riescono in qualche modo a comunicare con i detenuti al lavoro e a procurare loro un po’ di cibo. L’ispettrice generale Mandel si accorge di questi traffici e ritiene Margarete responsabile. Poco tempo dopo la convoca e le ordina di trasferirsi al blocco numero 9, quello delle ebree, ma Margarete le chiede di non essere più capoblocco. Così, salutate le Testimoni di Geova, Margarete si trova come semplice detenuta tra le politiche. Tra di loro numerose sono le comuniste, che continuano a illudersi sulla realtà dell’Unione Sovietica e sulle prospettive, che ritengono imminenti, di una rivoluzione socialista. Nell’autunno del 1942 si intensificano gli allarmi aerei. [“Il lager si espande”.]

Margarete viene aggregata alla “colonna giardini” e con le altre detenute si reca a curare i giardini antistanti gli alloggiamenti delle sorveglianti e delle villette del comandante e degli ufficiali delle SS. Il lavoro è faticoso, perché richiede di dissodare il terreno e di spalare il fertilizzante melmoso proveniente dalla zona paludosa del campo. Tuttavia Margarete vi si trova bene, anche perché il giardiniere Loebel (un SS) si mostra tollerante e umano. Margarete viene poi trasferita alla “squadra Siemens”, come segretaria e traduttrice dell’ingegner Grade, capo reparto delle baracche Siemens. Nei capannoni dell’azienda Siemens le detenute-operaie producevano bobine e relais, dopo aver preliminarmente sostenuto un test attitudinale. Le prigioniere avevano un foglio di paga e il loro salario era pari a quello di un normale operaio, ma veniva interamente versato all’amministrazione del campo. Le operaie che non si mostrassero all’altezza erano severamente punite. La Buber sostiene che “.Le dittature di Stalin e Hitler hanno provato che l’industria moderna può riportare risultati eccellenti attingendo all’enorme serbatoio di schiavi: basta solo non indietreggiare di fronte all’usura del materiale umano e ai costi passivi. Al pari di quelli sovietici, i campi di concentramento tedeschi miravano ad isolare i nemici dello stato ed entrambi i sistemi – nel loro disprezzo per la vita umana – hanno fatto ricorso allo sfruttamento della massa schiavizzata ogniqualvolta hanno dovuto affrontare situazioni d’emergenza”. Nell’autunno del 1942, nel nuovo convoglio diretto ad Auschwitz vengono inserite tutte le Testimoni di Geova “estremiste”. Mentre si sta recando in infermeria Margarete riconosce un gruppo di Testimoni di ritorno da quel campo. Una di loro le racconta che ad Auschwitz vi è sempre nell’aria il puzzo di carne umana bruciata, di persone, bambini ebrei compresi, che vengono bruciati. Margarete sul momento non le crede. Dopo qualche giorno le donne vengono fatte salire su un autocarro che le conduce fuori dal campo, poi le divise e i loro numeri di matricola e il triangolo viola ricompaiono nel magazzino del vestiario. Sono state giustiziate per renitenza al lavoro. [“Al lavoro per il Reich”.]

M. Buber Neumann, Ravensbrück

M. Buber Neumann, Consegnati ai nazisti

M. Buber Neumann, Consegnati ai nazisti – Capitolo quinto

> Margarete Buber Neumann, Prigioniera di Stalin e di Hitler

 

Il treno si ferma alla stazione di Brest-Litovsk e i prigionieri sono costretti ad attraversare il ponte ferroviario nelle mani delle SS. Betty non si sente bene, viene messa vicino alla stufa e viene assistita dagli altri prigionieri. Ascoltando i racconti degli uomini Margarete comprende che molti hanno avuto una sorte più dura della sua: erano stati picchiati e condannati a pene tra i dieci e i quindici anni. Quasi tutti i prigionieri erano stati membri del Partito comunista tedesco o austriaco, ora accaniti oppositori del regime di Stalin, con qualche simpatia per il nazionalsocialismo. Margarete riporta la storia di Hamilton Gold. [“Il ponte di Brest-Litovsk”.]

I prigionieri in treno raggiungono Lublino dove vengono rinchiusi nel carcere che si trova al centro del ghetto. Tra le compagne di cella c’è una giovane bionda che è stata reclusa con Hilde Duty, amica di Margarete. Durante un interrogatorio Margarete viene accusata di aver celato a sua vera identità, di compagna di Heinz Neumann. Il funzionario della Gestapo è a conoscenza di molte informazioni, probabilmente rivelate da spie. Nel carcere c’è una certa tolleranza, frutto del sotterraneo contrasto tra il personale carcerario polacco e gli uomini della Gestapo. Le prigioniere di una cella accanto confidano di poter espatriare in Unione Sovietica e quando Margarete racconta loro l’esperienza da lei vissuta in Russia la isolano. L’ufficiale SS concede ai prigionieri di far visita ai coniugi estradati. Una cinquantina di uomini dichiarano che le mogli si trovano tra le prigioniere, anche se in realtà c’è solo una coppia. L’SS allora pone come condizione che gli uomini prendano tra le braccia le compagne e le bacino. Così, per evitare conseguenze, appena entrati gli uomini abbracciano una donna sussurrandole di fingere di essere la loro moglie. A differenza delle compagne, Margarete resta in cella, mentre le altre sono trasferite. Poi anche lei viene prelevata e assieme ad altri prigionieri condotta alla stazione di Lublino, per poi raggiungere Varsavia in treno. Il treno si arresta poi a Schwiebus, dove i prigionieri vengono collocati in una locanda, in buone condizioni. Il terzo giorno giungono i capi delle SS, che preannunciano loro un periodo di “rieducazione” e intonano l’inno nazionale facendo il saluto hitleriano, imitati da quasi tutti i prigionieri. Ancora, i prigionieri si chiedono quale futuro li attenda. [“Nelle mani della Gestapo”.]

L’ 8 marzo 1940 due autocarri prelevano i prigionieri e li conducono a Berlino, dove vengono rinchiusi nell’Alex, un carcere di transito, in cui le persone arrestate dalla Gestapo e le criminali comuni, dopo alcuni interrogatori, venivano inviate al carcere giudiziario di Moabit oppure rimesse in libertà. Qui le condizioni di vita sono discrete, se paragonate a quelle della Butirka e della Siberia. Sono in cella le donne implicate nel «processo di Adlershof», accusate di diffusione di volantini di propaganda comunista, antimilitaristi. Una delle donne, Melitta, tradisce i compagni, ma ugualmente viene condannata a quindici anni di carcere. [“1940: Berlino, Alexanderplatz”.]

Entrano in cella anche donne arrestate per reati relativamente “lievi”, come una accusata di aver usato fogli del ‘Völkischer Beobachter’ con le foto del Führer e di Göring per foderare le cassette del carbone o un’altra, denunciata per aver scambiato le interiora del suo banco di vendita con frutta. Vi sono insomma, nella prigione, anche persone arrestate che contano di essere rilasciate in breve tempo. Le arrestate chiedevano di nominare un avvocato difensore, cosa che veniva loro negata, ma nel penitenziario sovietico questa era una pretesa neppure immaginata. La Gestapo si accaniva in particolare conto ebrei, zingari e uomini che si erano macchiati di «reati contro la razza». Margarete viene accusata di essere un’agente della polizia segreta russa o un’emissaria del Comintern in Germania e viene condannata alla detenzione in campo di concentramento. Il funzionario Krohn organizza un colloquio tra Margarete e la sua sorella minore. Poi fa conoscenza con Lotte Henschel che, in origine membro del Partito socialista operaio, in carcere si era avvicinata alle detenute comuniste. Margarete le racconta la sua storia e lei la accusa di toglierle così la sua unica speranza. [“Condannata al campo di concentramento”.]

M. Buber Neumann, Ravensbrück

M. Buber Neumann, Vita quotidiana in Siberia

M. Buber Neumann, Vita quotidiana in Siberia – Capitolo terzo

> Margarete Buber Neumann, Prigioniera di Stalin e di Hitler

 

Margarete, nonostante i suoi compagni di prigionia tentino di dissuaderla, chiede al “nacialnik” (capo) della N.K.V.D. di inoltrare una petizione al Tribunale supremo. Il risultato è che due settimane dopo viene rinchiusa nel blocco di punizione, in condizioni ancora peggiori di prima. La situazione igienica è tremenda e la baracca delle donne una catapecchia fatiscente. Anche qui i criminali comuni si trovano in una situazione privilegiata. Verso le tre del mattino viene suonata la sveglia e le donne escono dalla baracca, ebbre di sonno e intirizzite dal freddo. Nel fetore nauseabondo delle latrine i prigionieri si avvicinano alla marmitta per ricevere la loro misera porzione di una minestra di miglio. Raggiunto un enorme campo i detenuti devono interrare delle piantine di girasole e togliere le erbacce. Margarete si trova in difficoltà nello svolgere il lavoro e viene rimproverata. Poi un prigioniero addetto ad affilare le zappe la aiuta, affilandole la zappa e dandole preziose indicazioni su come lavorare. Poi riceve la desiderata, benché misera, zuppa e stremata si addormenta, sotto il sole cocente. [“Nel blocco di punizione”.]

Margarete viene svegliata da Boris, un giovane comunista lituano, che ha trascorso parecchi anni di carcere nel suo paese, dove si è ammalato di tubercolosi. Trasferito in un sanatorio a spese del Soccorso rosso, era fuggito in Unione Sovietica. Era stato inizialmente accolto con calore, e si era recato in un sanatorio a Yalta, sul Mar Nero. Si era poi recato a Odessa, dove aveva lavorato in un calzaturificio, dove aveva conosciuto una donna, che aveva sposato. Ma dopo un anno Boris era stato arrestato dalla N.K.V.D., accusato di essere una spia e condannato a otto anni di campo di concentramento. Tra Boris e Margarete nasce un rapporto di amicizia e di aiuto reciproco molto intenso, che però si interrompe quando un gruppo di detenuti, di cui Boris fa parte, è costretto a partire per la Siberia centrale. La partenza dell’amico, che le regala un portasigarette intagliato nel legno come ricordo, lascia Margarete senza energie. [“Boris”.]

Dopo la partenza di Boris, Margarete viene assegnata alla colonna per la disinfestazione dalla “brucellosi”, che aveva il compito di spalare il letame dall’impiantito degli ovili. Il soldato di guardia è un kazako, che spesso si mostra umano nei confronti delle prigioniere. Un giorno, a rischio di una dura punizione se scoperto, si reca a cavallo nella cittadina poco distante, per procurare loro pane e zucchero. Un giorno arriva una nuova brigata di cui fa parte una giovane tedesca di nome Olga, che ha conservato tratti tipicamente germanici nonostante la sua famiglia fosse emigrata in Russia molti anni prima. Olga suonava il pianoforte fin da piccola ed era una pianista famosa ma lei e il marito erano stati arrestati con l’accusa di spionaggio. La donna è inadatta al lavoro manuale, goffa e lenta. Fatica terribilmente e al tempo stesso viene insultata e ridicolizzata dalle compagne, con l’eccezione di Margarete, che cerca di prendere le sue difese. Dopo qualche tempo Olga viene trasferita in una sezione per gli invalidi. [“Nel cuore della steppa”.]

Nella colonna lavorano anche due suore, estremamente riservate e remissive, condannate per “agitazione controrivoluzionaria”. Un giorno le due donne cantano antichi inni religiosi e Margarete si avvicina ad ascoltarle, poi a sua volta intona un canto mariano. Nella colonna c’è inoltre Lydia, una giovane dall’abito logoro che racconta i suoi passati successi con gli uomini. La poveretta è ormai priva di denti ed è lo zimbello della colonna. Alcune prigioniere, le protette dei cucinieri, godono di un’alimentazione migliore. Nella colonna lavora anche Alexandra, dapprima inviata in “libero” esilio, essendo evidente la sua innocenza. Essendo un’abile modista, aveva iniziato a confezionare vestiti e cappelli di taglio occidentale per le mogli dei funzionari sovietici e un nuovo berretto di foggia militare per gli uomini Okazaki. Questo le aveva fatto guadagnare molti soldi, ma le era costato la ridicola accusa di aver “preparato una rivolta armata” assieme agli altri esiliati e la condanna a otto anni di campo di concentramento a Burma. Margarete si sofferma sul sistema del lavoro coatto che costituisce un elemento basilare dell’intera struttura economica dell’Unione Sovietica.

In Unione Sovietica il sistema del lavoro coatto costituisce un elemento basilare dell’intera struttura economica. Nelle fasi preliminari del piano quinquennale l’ammontare della forza lavoro destinata ai lavori forzati veniva accuratamente calcolato. Questa politica fu incentivata al punto che nel 1937 agli uffici distaccati della N.K.V.D. furono impartiti ordini precisi sul numero degli arresti e delle condanne da eseguire. L’intera rete dei cosiddetti campi di rieducazione o colonie dipendeva dall’ente denominato GULAG, cioè dalla direzione suprema dei campi. Pur costituendo una sezione della N.K.V.D., il GULAG era a stretto contatto con la Commissione statale di pianificazione. L’amministrazione suprema stipulava contratti di lavoro con singole fabbriche o complessi industriali, disponendo dei suoi schiavi come di merce inanimata. Questo serbatoio di deportati contribuì ad erigere l’industria sovietica, alla bonifica di immense lande desertiche, all’estrazione delle ricchezze minerarie e a collegare il paese con una poderosa rete ferroviaria e fluviale; l’apporto di questi disgraziati al presunto balzo economico del gigante sovietico è ancor oggi incalcolabile. E’ immenso. Il GULAG – questo enorme centro di smistamento di materiale umano diseredato – provvedeva ad un’adeguata ripartizione dei compiti. Gli anni della grande epurazione misero a disposizione del GULAG un’ingente massa di lavoratori schiavizzati, ciononostante la domanda sembrava incolmabile. Pur elevato, il numero dei condannati ai lavori forzati si rivelò ancora insufficiente. Per questo i deportati in «libero esilio», i coloni «volontari» ed altri simili sventurati – che si differenziavano poco o nulla dallo status di prigioniero – provvidero a colmare questi vuoti.”

Della colonna fa parte una giovane zingara, Sina, dallo spirito libero, che sogna di poter andare a vivere in un “tabor”, un campo nomadi.una notte la ragazza riesce a fuggire, assieme a una compagna. Fuggire da Karaganda è un’impresa pressoché impossibile, anche se qualche caso si verifica. Non esistono per le detenute domenica o giorno libero. L’esenzione dal lavoro c’è solo in occasione delle feste sovietiche di maggio e di novembre o quando vi sono tempeste di sabbia, in estate, o bufere di neve, in inverno. [“Bestie da lavoro”.]

Una sera un carro conduce le prigioniere alla nuova sezione «El Marje», adagiata tra le colline antistanti gli Urali. Il paesaggio è molto bello ma non c’è tempo per goderne, a causa del continuo massacrante lavoro. Un giorno Margarete e una compagna, Tamara, si svegliano con la febbre alta e vengono esonerate dal lavoro. Tamara ha studiato medicina, ma la sua passione è la poesia, che compone lei stessa. Proprio per una poesia, intitolata “Inno alla libertà”, è stata condannata a otto anni di blocco di punizione. Margarete assume l’incarico di procurarsi l’acqua per ripulire gli ovili e per farlo deve recarsi con due buoi nella steppa. Aggiogati con difficoltà i due buoi, Vassja e Mishka, si dedica così a questo lavoro. Le prigioniere riescono a procurarsi della pasta, a cuocerla e mangiarla. Poi la brigata femminile viene trasferita in una nuova sezione che fabbrica mattoni. Qui, assieme a una giovane musulmana, Margarete ha il compito di rigirare i mattoni, lasciati seccare al sole. Margarete e la giovane vedono due pastori, che stanno passando lì vicino. La ragazza si mette a cantare e i pastori le rispondono con lo stesso canto. Poi uno dei due pastori si avvicina e offre loro un po’ della sua prelibata minestra di sorgo, insaporita con midollo di montone. [“Autunno”.]

Una sera Margarete viene prelevata singolarmente, con un autocarro, destinazione Burma. Nella baracca alla quale è destinata spadroneggiano i criminali comuni e le loro donne, che si aggirano nello stanzone seminude e piene di tatuaggi. Mentre Margarete sta lavorando Shura, una criminale comune, la aggredisce e ne nasce una violenta zuffa, seguita da una seconda aggressione da parte di Tanja, la migliore amica di Shura. Bloccata dalle “politiche” Tanja minaccia Greta di ammazzarla, così per lungo tempo le amiche la scortano quando esce. Poi un giorno Tanja dichiara di voler mettere fine alla loro inimicizia. Nina la spia finisce in ospedale per le botte poi viene trasferita. Tasso incontra Margarete e la invita a scrivere una lettera da far pervenire alla madre. [“Ritorno a Burma”.]

Un giorno Margarete si ammala e viene ricoverata nell’ospedale del campo, in condizioni che sembrano disperate, con una febbre altissima e in stato di semi incoscienza. L’ospedale è sovraffollato e ci sono brande persino nei corridoi ma almeno ogni malato ha il suo letto, benché pieno di pidocchi. Il medico dell’ospedale è un gentile prigioniero polacco. Tasso Salpeter va a trovare Margarete, che viene dimessa dopo una ventina di giorni con l’indicazione di non sottoporla a lavori faticosi. Viene assegnata alla colonna della “dispensa delle verdure” e diventa la vivandiera della sua camerata. Riesce a rubare patate e verdure, che arricchiscono la dieta delle prigioniere. Un giorno però inciampa e si rompe il metatarso. Nonostante il dolore nel camminare, riesce in qualche modo ugualmente a recarsi al lavoro. [“In ospedale”.]

A Burma la stagione migliore per i prigionieri è l’inverno, perché le giornate, e di conseguenza l’orario di lavoro, sono più corti. Vi sono poi giornate in cui la bassissima temperatura o una bufera di neve impediscono di uscire a lavorare. Le prigioniere riposano di più e sono di buon umore. Alcune di loro cantano, come una cantante d’opera di Leningrado, o come una giovane bionda che intona una triste melodia popolare. C’è poi anche la danzatrice Tamara, amica di Margarete, che si esibisce in una danza cosacca. Si mormora che nello stanzone c’è una spia dell’N.K.V.D. In inverno arrivano anche pacchetti da chi ha famigliari o amici. A un’anziana tolstojana giunge un pacchettino accompagnato da una lettera, da parte della sua nipotina. Al campo giungono molti nuovi detenuti, quasi tutti criminali comuni. Molte delle criminali comuni non vanno al lavoro e spesso cantano canzoni che esaltano la loro vita da fuorilegge e prendono di mira le autorità. Aleksej Michailovic, un altro tolstojano sessantenne ha il compito di controllare che nessuno si avvicini e passi del cibo ai reclusi, ma in realtà li aiuta. L’uomo è molto malridotto, ma racconta a Margarete di aver viaggiato molto e di aver visitato anche Potsdam, la sua città natale. È stato arrestato per aver cercato di proteggere i contadini che non volevano entrare nelle cooperative. Quando fuori infuria la bufera, le prigioniere cantano, in particolare un brano che parla dei “bjesprisornis”, le migliaia di orfani lasciati dalla guerra, dalla rivoluzione e dalla povertà. Una delle nuove racconta di provenire da una sezione per minori e descrive in quali tremende condizioni si trovino. [“Inverno siberiano”.]

In dicembre del 1939 Margarete viene impiegata nell’ufficio amministrativo e lì ritrova molte compagne, tra cui Tasso Salpeter, Grete Sonntag e Stefanie Brun, che le procurano cibo prelibato. Un giorno viene convocata dal “nacialnik” (capo), il quale le comunica che sarà trasportata al centro di raccolta di Karaganda. Tutte le compagne sono convinte che finalmente Margarete sarà rimessa in libertà e ne sono felici per lei. Si salutano tra abbracci e pianti strazianti. Le donne della sua baracca le donano un sacchetto di pane, un sacchetto di aringhe e sessanta rubli. Il mattino seguente si trova ad attendere la partenza assieme a un ufficiale usbeco ma vengono a prelevarli solo la sera, assieme a tre anziani, destinati a una sezione per invalidi. Dopo Grete, anche Stefanie va a salutarla per l’ultima volta. [“Un punto di svolta”.]

M. Buber Neumann, Ravensbrück

M. Buber Neumann, I dannati della terra

M. Buber Neumann, I dannati della terra – Capitolo secondo.

> Margarete Buber Neumann, Prigioniera di Stalin e di Hitler

 

Margarete viene più volte interrogata ed è sul punto di firmare il verbale d’interrogatorio, che le sembra sostanzialmente corretto, ma poi segue il consiglio dell’amica Basso, che l’ha esortata a non firmare, avvertendola che i verbali vengono manomessi. Assieme alla sua compagna Käthe Schulz impara a memoria una poesia che resti indissolubilmente legata alla comune prigionia nella Butirka. Il gruppo della cella 31 viene smembrato e Margarete finisce nella cella numero 23. Qui conosce Gertrud Tiefenau, che si trova in prigione da un anno e mezzo in condizioni di estrema miseria e con pochi vestiti. Le ripetute e talvolta aggressive proteste della donna non sortiscono risultati positivi ma anzi la reclusione in cella d’isolamento. [“Gli interrogatori”.]

Una sera dopo le dieci Margarete viene convocata, assieme ad altre detenute, e le viene comunicato il verdetto di condanna a cinque anni in Siberia. Le condannate vengono poi rinchiuse in una cella al piano terreno della «torre di Pugacëv». Qui, con grande soddisfazione, riescono a lavarsi grazie a una conduttura d’acqua presente nella cella. Una notte vengono fatte uscire all’aperto, mentre sta cadendo la neve. All’improvviso odono il pianto di un neonato, proveniente dal piano superiore della torre. [“Il verdetto”.]

Iniziano i preparativi per il viaggio verso la Siberia. Salite su un “corvo nero” le donne incontrano alcuni detenuti, poi vengono fatte salire su un vagone, dove i prigionieri sono stipati in poco spazio. Qui due prigionieri tedeschi raccontano le loro traversie, seguite alla condanna per “trozkismo”. Vengono formati i gruppi di detenuti per le diverse destinazioni. Il gruppo di sedici donne di cui Margarete fa parte deve stiparsi in un unico scompartimento. Il trasporto in Siberia dura intere settimane, con soltanto due soste. I detenuti soffrono la fame e la sete, inoltre si trovano in condizioni igieniche precarie. Una giovane racconta a Margarete di essere stata costretta, durante un interrogatorio, a firmare un verbale di delazione. Giunti a Sysran, esausti e sudici, i prigionieri vengono fatti scendere e, a bordo di un autocarro vengono condotti a una prigione sovraffollata e piena di topi. Dopo tre giorni, a piedi fanno ritorno al treno, e lì apprendono qual è la loro destinazione, Karaganda, a migliaia di chilometri da Mosca. [“Il trasporto”.]

Arrivate a Karaganda, le donne vengono fatte entrare in un freddo stanzone per lavarsi e i loro vestiti vengono prelevati per la disinfestazione. Vengono poi sistemate in una baracca d’argilla, con una stufa rotta e un sudicio pavimento argilloso. Con scarso successo le detenute cercano di far funzionare la stufa. L’alimentazione nel campo è peggiore di quella della Butirka, nonostante i prigionieri siano costretti a pesanti lavori. Le donne quando escono a raccogliere la neve per lavarsi, civettano con gli uomini al lavoro. Questi, benché malridotti e scheletriti, si rianimano. Margarete e la compagna Grete Sonntag chiedono di poter lavorare al lavatoio. Qui, l’uomo che porta loro d’acqua prima fornisce consigli su come procedere, poi offre loro due fette di pane imburrato e due cetrioli acidi, chiedendo poi in cambio prestazioni sessuali. Le due donne si negano e lui lascia perdere. Due settimane dopo il gruppo viene trasferito nel punto di raccolta del campo, dove le cimici assillano le prigioniere. Qui i criminali comuni spadroneggiano, rubano e disprezzano i criminali “politici”. Margarete viene derubata e chiede di poter riavere almeno i suoi documenti, che le vengono poi restituiti da un giovane elegantemente vestito. L’ordinamento del campo vieta i rapporti tra uomini e donne, ma per alcuni questo divieto non vale. [“Arrivo a Karaganda”.]

Margarete viene destinata alla sezione Burma, assieme ad altre compagne. Costrette a passare la notte nel lavatoio, anche se nella giornata seguente il sole splende, le donne si sentono molto depresse. Margarete e Grete chiedono di poter lavorare al carico e scarico merci e riescono a rubare una piccolissima quantità di zucchero. Grete, nonostante le remore del responsabile che assegna i lavori ai prigionieri, viene avviata a lavorare nella conceria del campo, che in breve tempo trasforma in una sezione modello. [“Alla fine del mondo”.]

Margarete inizia a lavorare come addetta alla statistica nell’ufficio di Konstantin Konstantinovic. Qui i detenuti, che sono tutti “politici”, la accolgono con calore. Tutti sono denutriti e in cattive condizioni. Il lavoro di Margarete consiste nell’aggiornare le statistiche relative ai detenuti al lavoro con i trattori. Il guadagno poteva teoricamente essere relativamente alto, ma poi di fatto si riduceva a pochi copechi al mese. La fame è una costante, anche se Margarete appartiene a una categoria relativamente privilegiata. I prodotti delle coltivazioni non sono mai destinati ai prigionieri. Nella capanna di argilla dal soffitto basso, piena di cimici enormi, Margarete dorme su una porta scardinata, senza coperta, sacco, paglia o cuscino. All’interno le donne che ne hanno la possibilità mantengono una “ndevalnaja”, anziana detenuta che le ricompensa con piccoli favori e lavoretti. Un vano della baracca è riservato alle donne con figli piccoli. Recatasi dal barbiere, Margarete riceve da questi la proposta di diventare la sua compagna e lei promette che ci penserà e che gli darà una risposta. Un operaio dell’officina riparazioni comincia a parlare con Margarete e le fa alcuni regali, una latta per il cibo, una piccola gavetta e un coltello. Comincia poi a parlarle con entusiasmo del movimento di resistenza kazako e della speranza che scoppi la guerra tra Germania e Russia. [“Il mio primo lavoro”.]

M. Buber Neumann, Ravensbrück

M. Buber Neumann, Prologo alla tragedia

Prologo alla tragedia – Capitolo primo.

> Margarete Buber Neumann, Prigioniera di Stalin e di Hitler

 

La notte tra il 27 e il 28 aprile Heinz Neumann, compagno di Margarete Buber Neumann, viene arrestato nel cuore della notte da agenti della NKVD. Il 30 aprile Margarete si reca inutilmente a cercarlo presso la Lubianka. [“Si vive più felici”]

Margarete, come molte mogli, si reca quotidianamente a cercare il marito, finché un giorno le dicono che si trova rinchiuso alla Lubianka, e lei versa 50 rubli per lui. Margarete continua a intrattenere rapporti con amici, che però via via vengono arrestati. Non tutte le donne erano solidali con i rispettivi mariti, infatti alcune li tradivano, giurando fedeltà a Stalin. [“I dimenticati”]

Già molto tempo prima dell’arresto, all’inizio del 1932, Heinz Neumann aveva subito un progressivo processo di emarginazione, per presunte “deviazioni politiche”. Il controllo da parte della NKVD si era fatto sempre più stringente. [“I reietti”]

Margarete vive in condizioni di miseria. Tornata alla Lubianka le dicono che suo marito non è lì e affiora in lei il dubbio che sia stato giustiziato. Tenta di espatriare ma il permesso le viene negato, così non le resta che attendere con rassegnazione l’inevitabile arresto. [“Viva fino a nuovo ordine”]

Dopo l’arresto Margarete viene condotta alla Lubianka. Qui, dopo un’umiliante perquisizione corporale, viene rinchiusa in una cella assieme ad altre donne arrestate, tra cui una giovane studentessa e un’anziana socialrivoluzionaria. Viene poi prelevata e caricata su un “corvo nero”, un furgone mimetizzato. [“In stato d’arresto”]

Trasferita alla Butirka, Margarete viene rinchiusa nella sovraffollata cella numero 31 (ospita 110 detenute, mentre sarebbe destinata a ospitarne 25). Le condizioni della cella sono tremende, ma le donne riescono in qualche modo a sopravvivere, grazie alla solidarietà e allo spirito di iniziativa. Riescono infatti a ricavare aghi dai fiammiferi e a cucire vestiti. [“Cella numero 31”.]

Le detenute russe rifiutano ogni critica al regime e proclamano la loro devozione al Partito. Un caso emblematico è quello di Katja Semjonova che, pur non essendo membro del Partito, lo difende da qualsiasi accusa e pur dichiarando se stessa innocente e di essere vittima di una “congiura trockista”, non è disposta a credere all’innocenza delle altre recluse. Dichiara che gli arresti dovrebbero essere più numerosi e che non è importante se qualche innocente viene arrestato, perché “Non si fa una frittata senza rompere le uova!”. Margarete riporta un analogo caso di accecamento ideologico, quello dell’operaio comunista tedesco Erich Schmidt, costretto a emigrare in Russia dopo l’ascesa di Hitler. Condannato al lager in Siberia, tentò più volte di dimostrare la propria fedeltà al partito e aprì gli occhi solo molti anni dopo, quando corse il rischio di essere nuovamente arrestato. [“Gli accecati”.]

La capo-cella georgiana Tasso Salpeter racconta a Margarete di essere stata la moglie di una guardia del corpo di Stalin. Dopo l’arresto di Jagoda, commissario del popolo per le questioni interne e capo della G.P.U., il marito ne aveva ereditato l’appartamento. Poco tempo dopo la coppia era stata arrestata e la donna, nei ripetuti interrogatori, era stata accusata di aver preteso la rimozione di un ritratto di Stalin da una stanza. Lei aveva negato, fin quando era stato condotto il marito, in pietose condizioni, che aveva riconosciuto l’accusa. Di tanto in tanto le recluse sono costrette a subire la temuta perquisizione (obysk). Quando questa veniva annunciata, esse si liberavano in gran fretta degli oggetti proibiti che in qualche modo si erano procurate. Franziska Levent-Levith era stata arrestata assieme al marito, che faceva parte del servizio segreto russo, poco dopo il rientro in Russia dall’Inghilterra. Tra lo sconcerto delle altre detenute dichiara di essere vittima di una macchinazione. [“Destini femminili”.]

Margarete trascorre un mese alla Butirka senza sapere di che cosa sia accusata e impara a sopravvivere nelle dure condizioni di reclusione. Un momento molto atteso da tutte le detenute era quello degli acquisti di generi alimentari e di biancheria, una parte dei quali veniva distribuito a chi era senza denaro. Alla Butirka Margarete festeggia il suo primo compleanno da reclusa, e le altre detenute, su iniziativa della cappella Tasso, le organizzano un “banchetto”. Tuttavia vengono sorprese e punite dalla sorvegliante con il divieto della passeggiata per otto giorni. Gli interrogatori si susseguono e le donne concordano un metodo per comunicarsi l’entità delle condanne. Un giorno giunge una giovane prigioniera che dopo aver trascorso un periodo in Siberia era stata liberata per buona condotta ma poi in seguito era stata di nuovo arrestata perché aveva cercato di espatriare. La donna, un’insegnante, viene prelevata e, irriconoscibile, riportata dopo due settimane trascorse in cella d’isolamento. [“Giorno di compleanno”.]