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Riforma cattolica o Controriforma?

Riforma cattolica o Controriforma?

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

Riforma cattolica o Controriforma?

 
Al concetto di Controriforma, elaborato da una parte degli storici per sottolineare il carattere repressivo della risposta della Chiesa alla Riforma protestante, gli storici cattolici hanno opposto quello di Riforma cattolica, per evidenziare lo sforzo di rinnovamento e di rigenerazione della Chiesa nei primi decenni del 1500. Tuttavia, il sostanziale fallimento di quel moto di rinnovamento interno e la diffusione del luteranesimo determinarono una radicalizzazione dello scontro e la reazione intransigente della Chiesa acuì acuì la divisione con i Protestanti.
La Chiesa cattolica reagì alla Riforma con una certa lentezza, sia perché era travagliata al suo interno da posizioni diverse rispetto alla necessità di una riforma ecclesiastica sia per l’assenza di una chiara dottrina su alcuni dei punti in questione. All’interno della Chiesa, ad esempio, il movimento per la Riforma cattolica era fautore di un profondo rinnovamento disciplinare e morale del clero.

 

I nuovi ordini religiosi

La prima metà del ‘500 vide la nascita di nuovi ordini religiosi, maschili e femminili, come i cappuccini (1525), i teatini (1524), i barnabiti (1530), le orsoline (1535), i somaschi (1532), i gesuiti (1540) e successivamente nacquero anche gli oratoriani (1552) e gli scolopi. Predicazione, attività missionaria, assistenza ai malati e ai poveri e insegnamento rappresentarono le principali attività di questi ordini, tra cui emerse per importanza la Compagnia di Gesù fondata da Ignazio di Loyola, che si diffuse in tutto il mondo, fornendo alle principali corti europee consiglieri e confessori. I gesuiti si impegnarono in particolare sul fronte dell’educazione e dell’istruzione che, accanto alla disciplina e al principio d’autorità, introduceva elementi di introspezione e l’uso del gioco e del teatro come strumenti didattici. Ai tre voti tradizionali della professione monacale (povertà, castità e obbedienza), Ignazio aggiunse il voto di obbedienza al Papa fino al sacrificio della vita. L’ordine riuscì a riconquistare territori protestanti e ad arginare l’eresia in Francia, Spagna e Italia. Dopo il Concilio di Trento gli ordini religiosi diventarono le milizie della Controriforma. La spinta luterana alla lettura personale delle Scritture spinse all’alfabetizzazione di massa i fedeli protestanti, influendo positivamente sull’istruzione nel suo complesso. Al contrario nel mondo cattolico la lettura personale della Bibbia fu scoraggiata a favore del linguaggio delle immagini che adornavano le chiese e che poteva essere compreso dagli analfabeti.

 

Verso il Concilio

Papa Paolo III (Alessandro Farnese, 1534-1549) avviò un processo di rinnovamento della Chiesa cattolica, per reagire all’avanzata del protestantesimo. Tale processo, che vide anche l’immissione nel collegio dei cardinali di esponenti riformatori, si concretizzò, nel riconoscimento dei nuovi ordini religiosi e nell’approvazione della loro “regola”. Il Papa inoltre annunciò la convocazione di un concilio (1535) che tuttavia fu più volte rinviato. A premere per la convocazione di un concilio era stato soprattutto Carlo V, già al tempo di Clemente VII: per il suo disegno imperiale la pacificazione della Germania e la riforma della Chiesa risultavano essenziali. Il Papa e la Curia si opposero e ne differirono la convocazione, mentre vi furono tentativi di riforma senza concilio, che videro l’elaborazione del Consilium de emendanda ecclesia (1537). La Pace di Crépy (1544), che impegnava Carlo V e Francesco I a favorire la convocazione di un concilio e a rispettarne le decisioni, indusse Paolo III alla sua effettiva organizzazione. Esso finalmente ebbe inizio a Trento nel 1545 e proseguì con interruzioni fino al 1563, sotto il pontificato di cinque papi (Paolo III, Giulio III , Marcello II, Paolo IV e Pio IV). Inizialmente indetto per tentare una mediazione tra cattolici e protestanti, esso divenne uno strumento per combattere la Riforma protestante e si concluse con la riaffermazione dei princìpi della dottrina cattolica. Intanto il Papa adottò anche misure repressive, come l’istituzione nel 1542 della Suprema sacra congregazione del Santo Uffizio dell’Inquisizione generale romana, derivante dal Tribunale dell’Inquisizione, che si occupava di combattere le eresie.

 

Il Concilio di Trento

Nel 1537 papa Paolo III tentò una convocazione del concilio prima a Mantova e poi a Vicenza, ma l’ipotesi fu presto accantonata. Si tentò allora la strada dei colloqui religiosi con i protestanti: il più importante di essi, quello di Ratisbona del 1541, che vide la partecipazione del cardinale Gasparo Contarini, il più attivo fautore della riconciliazione, fallì.

La prima fase (Trento e Bologna, 1545-48)

Nel 1542, anno della morte di Contarini, fu emanata la prima convocazione a Trento, sede di un principato vescovile facente parte del Sacro Romano Impero di Carlo V. Ma non se ne fece nulla fino al dicembre 1545. Il concilio vedeva alla sua apertura la partecipazione di soli 31 vescovi, quasi tutti italiani e la guerra di Carlo V contro la Lega di Smalcalda, iniziata nell’aprile 1546, impedì la partecipazione all’assemblea di delegati protestanti.
Furono adottate alcune prime importanti deliberazioni, in contrasto con la concezione protestante: fondamenti della fede erano, con pari importanza, la Scrittura e la Tradizione ecclesiastica; il Peccato originale veniva completamente mondato dal battesimo. Mentre era in corso la guerra e le truppe protestanti minacciavano di invadere i territori trentino-tirolesi, si svolse il dibattito sulla questione teologica della giustificazione. Il Concilio sancì la cooperazione tra la grazia giustificante e i meriti nel procurare la salvezza all’uomo, approvando il decreto “De giustificatione”, nel quale si affermava che la salvezza non si ottiene senza le opere meritorie. Il Concilio condannò così le tesi luterane sulla giustificazione: Lutero affermava che bastava la sola fede e che solo essa e non le “opere” salvano l’uomo peccatore. Furono inoltre approvati il decreto sull’obbligo della residenza dei vescovi nelle proprie diocesi e il decreto sui sacramenti, fissati nel numero di sette, in contrasto con la dottrina protestante, che ne ammetteva solo due, il Battesimo e l’eucarestia. In seguito a un’epidemia di tifo, nell’ottava sessione dell’11 marzo 1547 si decise il trasferimento a Bologna. Si trattò di un ottimo pretesto per spostare l’assemblea in una città sotto il controllo politico diretto del papa, facente parte dello Stato della Chiesa, e limitare così l’influenza dell’imperatore, che protestò vivamente. Sfumata la possibilità di far partecipare al concilio i protestanti, auspicata da Carlo V, a causa dell’opposizione imperiale il concilio fu di fatto sospeso dal 1548 al 1551.

 

La seconda fase (1551-52)

Il concilio fu riconvocato da papa Giulio III per il 1° maggio 1551 a Trento. Il più importante tra i decreti approvati fu quello sull’eucarestia, che confermava la dottrina della transustanziazione contro quella della consustanziazione protestante. Questa fase del concilio vide l’effimera partecipazione di una delegazione protestante. Nel marzo 1552 Maurizio di Sassonia, postosi alla guida dei principi protestanti e alleatosi con la Francia, riprese le ostilità contro Carlo V. L’imperatore fu colto di sorpresa dall’offensiva e dovette fuggire in tutta fretta da Innsbruck, dove si trovava per seguire da vicino l’evoluzione del concilio. Di fronte al precipitare della situazione politico-militare, il 28 aprile il concilio fu sospeso a tempo indeterminato. Nelle sessioni successive si riaffermò l’importanza dei sacramenti della penitenza (o confessione) e dell’unzione degli infermi, rifiutati da Lutero ma considerati dalla Chiesa cattolica istituiti direttamente da Cristo. Nell’aprile del 1552 il concilio venne di nuovo sospeso a causa delle guerre che vedevano l’Impero scontrarsi contro la Francia e i principi protestanti.
Alla morte di Giulio III nel 1555 si susseguirono i pontefici Marcello II (al soglio pontificio per solo 23 giorni) e Paolo IV. La Pace di Augusta (1555) aveva intanto fatto svanire la speranza di ricondurre i protestanti tedeschi in seno alla Chiesa cattolica. Per diversi anni non si parlò più di concilio, soprattutto per la fiera ostilità di papa Paolo IV, fieramente “rigorista” e antispagnolo, che deprecava l’ipotesi di un concilio in territorio protestante. Paolo IV compì alcune scelte di rilievo, molte di carattere repressivo, come il rafforzamento dell’Inquisizione, di cui estese le competenze all’ambito della morale e alla repressione degli abusi ecclesiastici. Furono inquisiti per eresia anche cardinali riformatori, come Giovanni di Morone che, liberato solo alla morte del Papa, diede un importante contributo al concilio di Trento. Inoltre Paolo IV istituì  nel 1559 l’Indice dei libri proibiti, un elenco di pubblicazioni proibite. In politica estera il Papa cercò un’intesa con la Francia in chiave antiasburgica, che però si rivelò fallimentare. La Francia fu duramente sconfitta e costretta a firmare il trattato di Cateau-Cambrésis (1559), che segnò l’inizio della dominazione asburgica in Italia.Alla morte di Paolo IV salì al soglio pontificio Pio IV (1559), che riconvocò il Concilio per il 18 gennaio 1562, in un contesto ormai profondamente diverso. Carlo V aveva abdicato e l’impero asburgico era stato diviso tra i domini spagnoli di Filippo II e quelli tedeschi del nuovo imperatore Ferdinando. Inoltre, la frattura tra l’Europa protestante e quella cattolica appariva ormai insanabile.

 

La terza e ultima fase (1562-63)

Il Concilio si riaprì dunque a Trento il 18 gennaio 1562, dove si sviluppò un grave contrasto sulla natura dell’obbligo di residenza dei vescovi. Una parte del Concilio, infatti, sosteneva che esso fosse sancito de iure divino, al di là dell’autorità papale. Nel marzo 1563 morirono entrambi i cardinali legati (inviati del Papa), che furono sostituiti da Giovanni Morone, precedentemente perseguitato per eresia da Paolo IV ma assolto da Pio IV, e da Bernardo Navagero, ex ambasciatore veneziano a Roma ed elevato al rango cardinalizio da Pio IV. In particolare l’azione di Morone diede nuovo slancio ai lavori dell’assemblea, che approvò importanti decreti sia sul piano dottrinario sia sul piano organizzativo.
Sul piano dottrinario-dogmatico il Concilio:
  • ribadì la validità dei sette sacramenti e la necessità delle opere per raggiungere la salvezza;
  • riaffermò la sacralità del matrimonio, considerato indissolubile, e stabilì le norme per un suo eventuale annullamento;
  • riaffermò la dottrina cattolica sul Purgatorio, sulla pratica delle indulgenze, sul culto della Vergine e dei santi, delle reliquie e delle immagini sacre;
  • ribadita la distinzione tra sacerdoti e laici, riaffermò il valore del sacramento dell’ordine, ritenuto come istituito da Gesù, e la legittimità delle gerarchie ecclesiastiche, costituite in primo luogo dal Papa, successore di Pietro, e dai vescovi e cardinali;
  • confermò e rese vincolante il celibato ecclesiastico.
Sul piano organizzativo il Concilio:
  • deliberò che ogni parroco dovesse tenere un registro dei battesimi, delle cresime, dei matrimoni e delle sepolture;
  • ribadì l’obbligo della residenza per i vescovi (che potevano però esserne dispensati dal Papa).
  • deliberò che i vescovi espletassero la visita pastorale nelle parrocchie della diocesi ogni anno, completandola ogni due anni.
  • decise l’istituzione dei seminari per la formazione del clero in ogni diocesi e le modalità di ammissione dei candidati al sacerdozio.
  • deliberò sui doveri dei cardinali, dei vescovi e dei preti, sull’organizzazione delle diocesi e delle province ecclesiastiche, sulla regolamentazione degli ordini religiosi;
Il concilio fu sciolto nel dicembre 1563. Papa Pio IV ne confermò i decreti con la bolla Benedictus Deus nel 1564 e istituì poi la Congregazione del Concilio, che aveva il compito di vigilare sulla loro osservanza. Nel novembre 1564 promulgò inoltre la Professione tridentina della fede (Professio fidei tridentina), breve compendio dei risultati dogmatici del Concilio, obbligatoria per vescovi, superiori degli ordini religiosi e teologi. Toccò poi al suo successore, l’ultraconservatore papa Pio V, far pubblicare i decreti e inviarne la stampa a tutti i vescovi, nonché pubblicare il Catechismo Romano, una summa della dottrina tridentina a uso dei parroci.
Nel 1571 Pio V sottrasse all’Inquisizione il compito di aggiornare l’elenco dei libri proibiti, creando un apposito organismo, la Congregazione per la riforma dell’Indice dei libri proibiti, che lo esercitò per oltre tre secoli. La Congregazione si occupava di valutare tutti i libri di più o meno recente pubblicazione, di redigere un Indice dei libri proibiti aggiornato e di sorvegliarne l’applicazione.
La Congregazione del Sant’Uffizio, che coordinava i lavori dell’Inquisizione, fu il principale strumento di repressione e di lotta contro le eresie e contro l’avanzare delle dottrine luterana e calvinista. L’Inquisizione istruì numerosi processi per eresia, spesso estorcendo le confessioni con la tortura. A chi veniva condannato per eresia spettava il carcere o, nei casi più gravi, il rogo. La proclamazione solenne della sentenza era un evento pubblico (chiamato in Spagna e nei suoi domini (acto de fe, “atto di fede”). Esso si svolgeva sulla pubblica piazza con la partecipazione di autorità ecclesiastiche e civili e poteva essere seguito dall’abiura o dalla condanna per chi rifiutasse l’atto di abiura. Un autodafé (dal portoghese auto da fé) prevedeva una messa, preghiere, una processione pubblica dei colpevoli e la lettura della loro sentenza. Il condannato che non aveva mostrato di pentirsi (pertinace) o che era già stato in precedenza condannato dall’Inquisizione (relapso) era destinato ad essere arso vivo.
La repressione ecclesiastica colpì non solo gli eretici ma anche coloro che erano accusati di stregoneria: intellettuali dissidenti, donne che curavano le malattie mediante erbe medicinali, studiosi dediti all’alchimia. Vittime della “caccia alle streghe” furono in prevalenza le donne, considerate dai trattati ecclesiastica facile preda del demonio. Tra Cinquecento e Seicento la persecuzione contro la stregoneria fu sempre più accanita in tutta Europa, anche in ambito protestante: furono celebrati circa 20.000 processi.

http://www.ereticopedia.org/concilio-di-trento

http://www.treccani.it/enciclopedia/concilio-di-trento/

https://it.wikipedia.org/wiki/Concilio_di_Trento

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Riforma protestante e guerre europee

Riforma protestante e guerre europee

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

Riforma protestante e guerre europee.

Alla fine del 1517 Martin Lutero, un monaco agostiniano tedesco del convento di Erfurt, in Turingia, rese note novantacinque tesi contro la pratica ecclesiale delle indulgenze. Irruppe così nella storia europea la Riforma protestante, con la sua carica di fede e passione, che avrebbe destato (sia pure con ritardo) l’equivalente nel campo cattolico. Nello stesso arco di anni si ebbe l’unione personale, per via dinastica, delle corone spagnola e imperiale sul capo di Carlo d’Asburgo. Ne risultò un insieme politico che andava dal mondo tedesco all’Italia, dai Paesi Bassi fiamminghi alla penisola iberica. Esso, pur frammentato e variegato, era visto come una temibile minaccia dalla Francia, dal Papato, da Venezia e dai prìncipi tedeschi, avversi a ogni ipotesi di centralizzazione. Così, il ciclo di guerre franco-spagnole, iniziato in Italia, divenne un ciclo di guerre europee. La Francia cattolica trovò una sponda antimperiale nei Turchi islamici e nei prìncipi luterani tedeschi, inoltre ebbe appoggi nella Roma dei papi. L’impero cattolico lottò contro la Francia e i Turchi ed alternò conflitti e alleanze di fatto con i prìncipi luterani, così come alternò intese e conflitti con i papi. In questo contesto la Riforma protestante fu avversata, ma anche usata da molti prìncipi tedeschi e perfino, a tratti, non combattuta a dovere dai papi. Così si radicò e fu legittimata dai poteri europei, e divenne un punto di non ritorno delle coscienze e del gioco politico. Alla fine del lungo ciclo di guerre, le due corone asburgiche furono separate: l’Impero non era riuscito a centralizzare la Germania, dove l’assolutismo cominciò a radicarsi nei principati territoriali. La Spagna restò la maggiore potenza europea, pur con le sue debolezze, la Francia uscì dai conflitti perdente ma intatta, l’Inghilterra intanto si consolidava e l’Italia vedeva riaffermata la propria frammentazione politica.

 

La Riforma protestante

 
I movimenti di riforma della Chiesa

Il verbo reformare e i sostantivi reformator e reformatio compaiono già nel latino classico e indicano un’azione di trasformazione e di innovazione ma anche di ristabilimento della forma originaria. 

Negli ultimi secoli del Medioevo la nozione e il termine di riforma della Chiesa e della società cristiana compaiono con crescente frequenza, in particolare negli scritti dell’abate Gioacchino da Fiore e poi dei francescani. Nella seconda metà del Quattrocento si erano moltiplicate le richieste di trasformazione religiosa, soprattutto nel senso di un ritorno alla purezza evangelica. I papi venivano considerati veri prìncipi secolari più che pastori. Si percepiva il clero come immerso nelle cose materiali e lontano dal voto di povertà. 

La Chiesa agli inizi del XVI secolo attraversava una fase di crisi morale e spirituale. Gli interessi economici e politici prevalevano su quelli religiosi. Molti papi e vescovi del XVI secolo si occupavano più di questioni politiche e militari che di vita spirituale. Nonostante i tentativi di riforma, permanevano la corruzione e le pratiche della simonia, del concubinato e del nepotismo. Accanto alle esenzioni fiscali del clero, il fiscalismo papale, con le tasse o la vendita delle indulgenze era causa di forte malcontento. 

I papi s’impegnarono a trasformare Roma nella capitale della cristianità, ma per fare ciò avevano bisogno di molto denaro per finanziare le opere di architetti e artisti, in particolare per la costruzione della nuova Basilica di San Pietro. Una parte del denaro di cui la Chiesa aveva bisogno doveva provenire dalla vendita delle indulgenze, una pratica vigente fin dal secolo undicesimo. Ma il fatto che le indulgenze fossero concesse in cambio di denaro suscitava scandalo. Molti religiosi dell’epoca contrastavano la pratica della vendita delle indulgenze e la corruzione della Chiesa. 

La rapida diffusione della Riforma in Germania e in tutta Europa si svolse nel quadro di un vasto movimento culturale che ricollocava i testi originali delle Sacre Scritture e gli studi biblici al centro della vita religiosa. Nel 1516, un anno prima dell’affissione delle Tesi di Lutero sulle indulgenze, l’umanista Erasmo da Rotterdam aveva pubblicato la prima edizione critica del Nuovo Testamento greco e la sua nuova traduzione latina. Il lavoro filologico e le opere di critica morale di Erasmo ebbero un’influenza decisiva nella formazione dei giovani intellettuali (chierici e laici) che a partire dal 1520 si schierarono dalla parte di Lutero o che diedero avvio alla riforma nelle principali città libere dell’area svizzera e renana (Zwingli, Butzer (o Bucero), Ecolampadio, Calvino). Fu Lutero a innescare nel 1517 la cosiddetta «Riforma protestante», cioè la rivoluzione che avrebbe spaccato la cristianità, muovendo da una critica radicale della prassi e della dottrina ecclesiastica. L’ansia per la discordia crescente nell’ambito della Chiesa indusse Erasmo a dissociarsi dalle posizioni del monaco tedesco.

Gli avvenimenti del secolo XVI che vengono designati come “Riforma protestante” fanno dunque parte di una vicenda ecclesiastica e culturale di lunga durata e le tesi di Lutero si potevano inizialmente inserire nel precedente filone di critiche alla Chiesa di Roma. Tuttavia, nei secoli precedenti i movimenti riformatori avevano avuto esiti diversi. Essi furono per lo più reinseriti nell’ordinamento tradizionale della Chiesa, mediante la fondazione di nuovi ordini religiosi, oppure furono emarginati e repressi come eresie (valdesi, lollardi, hussiti).

La Riforma protestante invece, anch’essa nata come movimento dissenziente, riuscì ad affermarsi e a diffondersi in alcune aree d’Europa perché, diversamente dai movimenti eretici medievali, ebbe l’appoggio politico, economico e militare di molti prìncipi che ne fecero la religione di Stato. Il particolare momento storico in cui Lutero predicò, fu fondamentale per la nascita delle Chiese protestanti in Europa.

 
La vendita delle indulgenze

Il sistema delle indulgenze consisteva nella remissione da parte della Chiesa delle pene che attendevano il peccatore nell’aldilà, per le anime condannate al Purgatorio. Le indulgenze si contavano in giorni e mesi e valevano tanto per i vivi quanto per i morti: si poteva comprare un’indulgenza per sé o per togliere qualche anno di Purgatorio a un parente defunto. Inizialmente l’indulgenza veniva data in occasioni speciali, come il Giubileo, oppure a chi avesse combattuto gli infedeli durante le crociate. In seguito le indulgenze furono concesse anche a chi versava alla Chiesa una somma di denaro.

Dal 1513 Alberto di Hohenzollern, giovane figlio cadetto dell’elettore di Brandeburgo, volle diventare anche arcivescovo di Magonza, (era infatti già arcivescovo di Magdeburgo e vescovo di Halberstadt) e come tale principe elettore dell’Impero. Roma accettò il cumulo dei benefici ecclesiastici (di per sé proibito) in cambio di una tassa di diecimila ducati. Il Papa propose di cedergli, per finanziarsi, la metà dei proventi dell’indulgenza per la costruzione della basilica di San Pietro. Per pagare, Alberto ottenne un prestito dalla banca Fugger e si impegnò a far predicare l’indulgenza per otto anni, con il permesso di trattenere per sé la metà degli introiti. I fiduciari dei Fugger accompagnavano i predicatori per incassare sul posto la loro parte e il frate domenicano Johann Tetzel, brillante predicatore, fu incaricato da Alberto di predicare nelle sue diocesi. Tetzel sosteneva che, per l’acquisto dell’indulgenza a favore dei defunti, fosse sufficiente l’offerta in danaro (riassunta nella filastrocca “Sobald der Gülden im Becken klingt im huy die Seel im Himmel springt” ovvero “quando cade il soldin nella cassetta/l’anima vola al cielo benedetta”).

 
Martin Lutero
Riforma

Martin Lutero

Questo ennesimo episodio di corruzione e mercimonio suscitò un forte malcontento. La storiografia protestante pone abitualmente la data iniziale della Riforma nella vigilia (31 ottobre) della festa di Ognissanti del 1517, quando Martin Lutero, monaco dell’ordine agostiniano e docente di teologia dell’Università di Wittenberg, affisse 95 tesi col titolo De indulgentiarum virtute, in vista di una discussione pubblica. 

Lutero inviò ad Alberto di Hohenzollern, suo vescovo, il testo delle sue 95 tesi, nelle quali, tra l’altro, negava l’efficacia di tali pratiche in suffragio delle anime dei defunti oltre ad attaccare la ricchezza e la corruzione del clero. 

https://dizionaripiu.zanichelli.it/storiadigitale/media/docs/0229.pdf  

Lutero, verosimilmente, non mirava a una rottura dell’unità della Chiesa, ma le dispute universitarie che si svilupparono sulla questione delle indulgenze misero in evidenza un contrasto radicale. L’intero edificio giuridico e dottrinale del potere ecclesiastico fu sottoposto a critica, mettendo in discussione persino l’autorità del Papato. Lutero affermò che la Chiesa non poteva cancellare i peccati, riscattando le colpe delle anime nel Purgatorio, e che quindi le indulgenze non avevano alcun valore.

Entro la fine del 1517 le 95 tesi furono stampate e iniziarono a circolare, tradotte in tedesco, per tutta la Germania. Nel corso dei tre anni successivi Leone X inviò senza successo in Germania alcuni suoi rappresentanti, con lo scopo di trovare un’intesa con Lutero e fargli rinnegare alcune delle sue affermazioni più controverse. Da dibattito sulle indulgenze, la discussione si spostò anzi sull’autorità del Papa. Lutero affermava che secondo la Bibbia nessuno aveva il diritto esclusivo di interpretare le sacre scritture, un’affermazione che minava alla base l’esistenza stessa della Chiesa di Roma.

 
La reazione della Chiesa

La gerarchia romana reagì aprendo a carico di Lutero un processo con l’accusa di eresia hussita. Dopo alterne vicende, in giugno del 1520 il Papa emanò la bolla Exsurge Domine che intimava a Lutero di ritrattare le sue posizioni o di presentarsi a Roma per fare altrettanto, pena la scomunica. Intanto la controversia teologica si era trasformata in evento pubblico e tra l’estate e l’autunno dello stesso anno Lutero diede alle stampe una serie di scritti dirompenti: Alla nobiltà cristiana della nazione tedesca sull’emendamento della società cristiana, La cattività babilonese della chiesa e, infine, La libertà del cristiano. Nel primo scritto il teologo di Wittenberg affidava ai laici e alle autorità civili il compito di riforma che la gerarchia ecclesiastica non pareva disposta ad accogliere. Il 10 dicembre 1520 Lutero diede alle fiamme, sulla piazza di Wittenberg, i libri del diritto canonico e la bolla papale. Egli era ormai convinto che l’Anticristo si fosse insediato al vertice della Chiesa. Il 3 gennaio 1521 con la bolla Decet Romanum Pontificem, Leone X scomunicò Martin Lutero.

Nell’aprile del 1521 Lutero si recò alla dieta imperiale di Worms, per difendersi dall’accusa di eresia di fronte a tutti i prìncipi dell’Impero e alla presenza dell’Imperatore Carlo V. 

Di fronte all’imperatore Carlo V, Lutero rifiutò di ritrattare. Posto al bando dell’impero, egli era pronto ad affrontare il martirio, ma fu tratto in salvo da quelle stesse autorità civili alle quali pochi mesi prima aveva indirizzato l’appello della riforma. Sulla via del ritorno da Worms gli uomini del duca di Sassonia Federico il Savio inscenarono un rapimento e diedero asilo al teologo ribelle nella rocca di Wartburg, in Turingia. Qui Lutero tradusse la Bibbia in tedesco, contribuendo in maniera decisiva alla formazione della lingua letteraria e della coscienza nazionale tedesca. Quando, dopo diversi mesi, lasciò il rifugio e ritornò a Wittenberg, la riforma era già in atto: i monaci e le monache lasciavano i conventi, i preti si sposavano, le forme del culto erano innovate. La Riforma non era più solo un fatto religioso: era diventata anche una questione politica.

 

La dottrina luterana

Secondo la dottrina cattolica, l’uomo giunge alla salvezza eterna sia per opera della Grazia di Dio, sia delle sue buone opere e azioni. Lutero sostenne, invece, che l’uomo è in grado di salvarsi solo grazie alla sua fede e non alle sue azioni. Solo l’amore di Dio per gli uomini può garantire loro la salvezza. Lutero sosteneva la tesi della «predestinazione» dei destini umani, secondo un disegno imperscrutabile di Dio. Egli escludeva la libertà dell’uomo, sostenendo la teoria del “servo arbitrio”, in contrapposizione con il “libero arbitrio” teorizzato da Erasmo da Rotterdam. Dio salva l’essere umano non in base a eventuali suoi meriti ma perché lo ama, gratuitamente. L’uomo può solo affidarsi all’opera di Dio.

Lutero ridusse da sette a due i sacramenti, gli unici che egli riteneva fondati sulle Sacre Scritture: il battesimo e l’eucarestia. Negava però che l’ostia consacrata si trasformasse in corpo di Cristo (dottrina della transustanziazione). Per i protestanti i sacramenti hanno efficacia in ragione della fede del credente e sono interpretati come atti simbolici, mentre nella dottrina cattolica hanno effetto per il solo fatto di essere celebrati da un sacerdote.

Nella Chiesa cattolica l’interpretazione delle Scritture è riservata al clero. Per Lutero invece ogni fedele è libero di interpretare le Sacre Scritture e tutti i cristiani, se possiedono la fede, sono in un certo senso sacerdoti. Lutero sosteneva il principio del “libero esame”, in base al quale ogni fedele ha il diritto di leggere direttamente la Bibbia, interpretandola secondo la propria coscienza, senza dover seguire interpretazioni ufficiali della Chiesa. Ne derivava il rifiuto del ruolo della Chiesa come mediatrice tra Dio e gli uomini. Nella Chiesa riformata (luterana) non esiste alcuna sostanziale differenza qualitativa tra i “pastori” e gli altri membri della Chiesa. Essi hanno solo il compito di guidare e di educare i fedeli meno colti e meno preparati. Perciò i pastori e le pastore vivono una vita “normale”: essi possono, per esempio, sposarsi.

I promotori della riforma erano per lo più chierici e monaci dotati di solida formazione teologica o, in minor misura, laici colti e devoti. La diffusione delle loro idee avvenne in un ambiente europeo in cui la stampa e la crescente alfabetizzazione avevano enormemente potenziato la comunicazione pubblica.

 

Prìncipi “protestanti”, guerre europee e Riforma

L’Editto imperiale di Worms (25 maggio 1521) enumerava e condannava le dottrine erronee di Lutero, proscriveva i suoi seguaci e protettori e disponeva di bruciare i suoi libri. Tuttavia nel decennio 1520-30 Carlo V fu occupato in molteplici conflitti: da un lato fu impegnato in Italia nella guerra contro Francesco I di Francia per il possesso di Milano; dall’altro dovette fronteggiare l’offensiva dei Turchi ottomani, che nel 1521 avevano conquistato la Serbia nei Balcani. Inoltre, fu impegnato in Spagna a domare la rivolta delle comunità cittadine detta dei “comuneros”, che rivendicavano maggiore autonomia contro il progressivo accentramento assolutistico. Nel frattempo il luteranesimo si diffuse e si consolidò in Germania, con il determinate sostegno dei prìncipi territoriali tedeschi che vedevano nel successo della Riforma l’opportunità di incamerare i beni ecclesiastici, di non pagare più tributi alla Chiesa e di allentare i vincoli di dipendenza dall’imperatore.

 

La rivolta dei cavalieri

La Riforma innescò in Germania una serie di lotte e rivendicazioni che videro protagonisti la piccola nobiltà dei cavalieri e i contadini. I cavalieri tedeschi (Ritter), erano economicamente e socialmente decaduti in seguito all’introduzione dell’artiglieria negli eserciti moderni. Essi avevano in larga parte perso il loro secolare prestigio e la loro principale fonte di reddito, poiché la cavalleria aveva perso importanza nelle guerre. I cavalieri aderirono alla Riforma di Lutero pensando che essa potesse essere l’occasione per ripristinare l’antico ordine feudale e per impossessarsi dei beni della Chiesa, per compensare i benefici che erano stati loro sottratti dal prìncipi. Capeggiati dall’umanista Ulrich von Hutten e dal cavaliere Franz von Sickingen i cavalieri assaltarono nel 1522 le terre dell’elettorato di Treviri, ma nel 1923 l’esercito mercenario dei grandi prìncipi feudali li sconfisse e li disperse.

 

La guerra dei contadini

Fu poi la volta dei contadini, da tempo oppressi e vessati, colpiti da crescenti difficoltà economiche derivanti dallo sviluppo crescente di un’economia di mercato. La guerra dei contadini tedeschi del 1524-26 fu il più vasto movimento di rivolta popolare nella storia delle campagne europee fino agli anni della Rivoluzione francese. I partecipanti furono diverse centinaia di migliaia e le vittime della loro repressione armata furono circa centomila. L’area coinvolta dalla rivolta va dalla Germania centrale e sud-occidentale ad alcune aree francesi, svizzere, austriache e italiane.

La guerra dei contadini cominciò con la sollevazione dei contadini di Stühling nella Selva Nera, nel giugno 1524. Essa inizialmente non aveva alcun rapporto con la religione, mentre era diretta contro le insopportabili prestazioni di servizi e tasse dovute al conte. Alla rivolta si unirono i contadini dei distretti vicini, che nell’agosto 1524 si diressero nella città austriaca di Waldshut, dove il predicatore Balthasar Hubmaier aveva diffuso idee religiose radicali. Qui movimento rurale e cittadino, motivazioni sociali e religiose si unirono. 

Riforma

Thomas Müntzer

All’inizio del 1525 tutta l’Alta Slesia era in fiamme e nella primavera del 1525 i contadini esposero le loro esigenze e aspirazioni nei cosiddetti “12 articoli“. Essi contenevano richieste di carattere religioso e altre di ordine economico-sociale: la libera scelta del parroco e la limitazione delle decime, che dovevano essere amministrate dalla comunità per il mantenimento del parroco e per l’assistenza ai poveri, l’abolizione della schiavitù della gleba, la riduzione delle prestazioni e degli affitti, l’abolizione di tutte le tasse che superassero la consuetudine, la libertà di caccia e di pesca, il possesso in comune dei boschi, la protezione contro l’arresto arbitrario. La guerra dei contadini non era un movimento organizzato ma era piuttosto costituito da una serie di movimenti indipendenti. Quattro furono i centri principali: la Svevia, i paesi austriaci con a capo il Tirolo, la Franconia e la Sassonia-Turingia.

Inizialmente i contadini misero in difficoltà le truppe dei prìncipi, allora impegnati a fianco di Carlo V nella guerra contro la Francia. Fu tuttavia  ben presto evidente che le bande dei contadini non potevano far fronte ai corpi di cavalleria dei prìncipi. Prima di tutte fu soffocata la rivolta in Svevia, poi in Franconia, nel giugno 1525. Specialmente in Turingia la rivolta assunse tratti radicali, sotto la guida di Thomas Müntzer, pastore protestante. Nella libera città di Mühlhausen egli aveva istituito un “regno di Dio” basato sulla comunità dei beni, che metteva in discussione l’ordinamento sociale esistente. Attaccato dall’esercito di Sassonia-Assia, egli si trincerò insieme con i suoi seguaci presso il villaggio di Frankenhausen. Dopo una breve battaglia (15 maggio) i contadini furono messi in fuga e massacrati senza pietà e Thomas Müntzer fu decapitato. In Tirolo la rivolta fu definitivamente vinta solo nel 1526.

Quando apparvero i “12 articoli” dei contadini, Lutero pubblicò, alla fine di aprile del 1525, un “Invito alla Pace” (Ermahnung zum Frieden), nel quale raccomandava un accordo fra i contadini e i signori. Ben presto, tuttavia, la radicalizzazione della guerra lo indusse a scrivere, nei primi giorni di maggio, l’opuscolo “Contro le bande dei contadini assassini e saccheggiatori“, nel quale esortava con violenza le autorità a reprimere i ribelli senza alcuna pietà. Per Lutero la “teologia della liberazione” sociale e politica di Thomas Müntzer era intollerabile e blasfema.

I signori videro in questo suo scritto una giustificazione ai loro atti di crudeltà. Le atrocità commesse dai contadini furono di molto superate dagli atti di vendetta dei signori. La guerra dei contadini ebbe profondi effetti sullo sviluppo economico-sociale e sullo sviluppo politico della Germania, portando i prìncipi territoriali a rafforzarsi, a scapito del potere imperiale.

 

La lotta tra le potenze europee e la Riforma

La prima fase del conflitto tra Francesco I di Francia e Carlo V, durata fino al 1526, aveva visto il re francese sconfitto e fatto prigioniero. Per ottenere la propria liberazione egli era stato costretto a firmare il Trattato di Madrid del 1526, che comportava la rinuncia a tutti i possedimenti francesi in Italia e in Borgogna.

Nel 1526 Papa Clemente VII de Medici, si fece promotore della Lega di Cognac (detta anche Seconda Lega Santa), assieme alla Francia di Francesco I, a Venezia, a Genova, a Firenze e ad altri stati italiani minori, mentre Enrico VIII d’Inghilterra si impegnò alla neutralità.

Intanto, con il sostegno francese, i Turchi di Solimano il Magnifico attaccarono l’Ungheria, dove sconfissero i Magiari a Mohàcs imponendo una divisione del regno e iniziando una secolare lotta contro l’impero asburgico. La Dieta imperiale di Spira, sotto la minaccia turca, prese tempo in attesa di un concilio, di fatto lasciando campo libero alla Riforma in Germania.

Nel 1527 Roma fu messa a sacco dai lanzichenecchi tedeschi luterani e la guerra finì con una completa sconfitta della Francia nell’Italia meridionale e in Lombardia. La pace di Barcellona del 1529 tra Impero e Papato e la seguente pace di Cambrai tra Impero e Francia ne sancirono la fine diplomatica, con la rinuncia a ogni mira da parte francese sull’Italia e da parte imperiale sulla Borgogna. Nel 1530 Carlo fu incoronato imperatore e re d’Italia a Bologna da Clemente VII, e i Medici tornarono al potere a Firenze.

Nella primavera del 1529 si svolse un’altra Dieta imperiale a Spira, che stabilì il divieto di propaganda luterana nei territori dell’impero che erano rimasti fedeli a Roma. Ma i prìncipi e i rappresentanti delle città imperiali che avevano aderito alla Riforma rivendicarono la libertà di predicazione in una “protesta”, da cui trasse origine la denominazione di “protestanti”. 

L’anno seguente (1530), in occasione della Dieta di Augusta, lo schieramento luterano definì pubblicamente i propri articoli di fede nella Confessio Augustana, redatta dal teologo e umanista Filippo Melantone, principale collaboratore di Lutero. Per far fronte alla minaccia di repressione i protestanti organizzarono la Lega di Smalcalda (1531), diretta dal langravio Filippo d’Assia. 

Mentre si trovava a fronteggiare il protestantesimo in Germania, Carlo dovette misurarsi anche con l’Impero ottomano di Solimano II il Magnifico. Nel 1529 la stessa Vienna si trovò minacciata e i Turchi facevano sentire la loro potenza anche per mare. Le flotte dell’ammiraglio Khayr al-Din, detto Barbarossa, frequentemente attaccavano le coste della Spagna e dell’Italia meridionale. L’imperatore guidò una spedizione punitiva, che si concluse vittoriosamente con la conquista di Tunisi nel 1535. Ma nel 1538 una flotta ispano-veneziana fu sconfitta presso il porto greco di Prevesa e nel 1541 una nuova flotta, ispano-genovese, diretta alla presa di Algeri, fu travolta da una tempesta. Per un trentennio gli Ottomani avrebbero dominato il Mediterraneo. 

Tra il 1535 e il 1559 il duello tra l’Impero e la Francia, che spregiudicatamente cercò l’aiuto degli stessi ottomani e dei protestanti, riprese. Dopo che nel 1536 Carlo si era direttamente impadronito di Milano, la guerra con Francesco I si riaccese. Dopo la tregua di Nizza del 1538, nel 1542, la Francia riprese le ostilità, alleandosi con i prìncipi protestanti, la Svezia, la Danimarca, la Scozia e l’Impero ottomano. La pace di Crépy del 1544 lasciò ai Francesi il Piemonte ma li costrinse a lasciar cadere ogni mira su Milano e Napoli. Dopo la morte di Francesco I nel 1547, il conflitto con l’Impero continuò a opera del figlio Enrico II, che riprese l’alleanza con i prìncipi luterani tedeschi e con Solimano. 

Intanto in Germania l’imperatore decise intervenire militarmente e, dopo un lungo periodo di incertezza, nel 1546-47 la guerra di Smalcalda fu vinta dalle forze cattoliche. Tuttavia, l’opposizione della grande nobiltà protestante si rivelò troppo potente e la successiva Pace di Augusta del 1555 portò al riconoscimento giuridico dei protestanti. Ai principi protestanti fu data la libertà di farsi luterani o di rimanere cattolici (ius reformandi), mentre i loro sudditi furono obbligati a seguire la scelta confessionale dei prìncipi territoriali (secondo il principio cuius regio, eius religio). 

Tra l’ottobre del 1555 e il gennaio del 1556, Carlo V abdicò, lasciando la corona d’Austria al fratello Ferdinando I e la corona di Spagna, con i domini italiani, i Paesi Bassi e le colonie americane al figlio Filippo II. La Pace di Cateau-Cambrésis, conclusa nel 1559, sancì l’egemonia spagnola in Italia. Tuttavia il disegno di egemonia imperiale di Carlo V era fallito.

 

Huldrych Zwingli
Riforma

Huldreich Zwingli

A Zurigo, intorno al 1520 intraprese un’intensa attività riformatrice il sacerdote Huldrych Zwingli, di formazione umanistica, che era stato seguace di Erasmo da Rotterdam e conosceva il greco antico e l’ebraico, fondamentali per una lettura in lingua originale dei testi sacri. A Zurigo, cominciò a predicare, commentando il Vangelo in vista di un rinnovamento etico-religioso della vita cristiana, polemizzando contro la curia avida di denaro e, sotto l’aspetto dottrinale, contro il culto dei santi, gli ordini religiosi degenerati, il Purgatorio e per una dottrina religiosa più autentica.

Contemporaneo di Lutero, Zwingli elaborò un progetto di riforma originale e con caratteristiche proprie, diverse da quello luterano, pur muovendo dagli stessi princìpi di fondo: autorità superiore e normativa della Sacra Scrittura, giustificazione per sola grazia mediante la fede, unicità di Gesù Cristo come mediatore tra Dio e gli uomini, rinnovamento della fede, della dottrina, del culto e della vita della Chiesa secondo la Sacra Scrittura. Zwingli proponeva per il cristiano un approccio “senza commenti” (sine glossa) alla Bibbia. Egli riconduceva la possibilità della salvezza dell’uomo all’onnipotenza divina, ammettendo il concetto luterano della predestinazione, ma riconosceva negli uomini illuminati dalla Grazia la dignità attribuita dagli umanisti al genio umano. 

Zwingli era convinto che la riforma dovesse investire non soltanto la Chiesa ma l’intero ordinamento della città e sosteneva il coinvolgimento attivo del cristiano all’interno della società. Egli intraprese pertanto la lotta contro l’arruolamento mercenario delle milizie svizzere, che gli appariva come negazione della libertà cristiana, e ne ottenne l’abolizione nel cantone di Zurigo. Rifiutata l’autorità papale, avviò la riforma ecclesiastica con una serie di dispute pubbliche di fronte al Consiglio cittadino. Così, nel 1523 la città di Zurigo adottò la Riforma nella versione zwingliana.

Oltre che con il cattolicesimo romano, Zwingli si scontrò con gli anabattisti, che negavano valore al battesimo dei bambini, e con Lutero sulla Santa Cena (la comunione eucaristica). 

Il “colloquio di Marburgo” del 1529, che segnò il punto culminante della disputa sui sacramenti, mostrò il distacco fra Zwingli e Lutero. L’incontro fu promosso dal langravio Filippo d’Assia, in vista di un accordo tra i riformatori della Sassonia, della Svizzera e di Strasburgo per unificare le varie tesi sulla dottrina della Santa Cena. Vi parteciparono M. Lutero, F. Melantone, H. Zwingli, G. Ecolampadio e M. Bucero. L’accordo non fu raggiunto perché Zwingli non volle accettare la dottrina luterana della consustanziazione, dottrina luterana secondo la quale nel sacramento dell’Eucarestia la sostanza del corpo e del sangue di Cristo si presenta insieme con la sostanza del pane e del vino, permanendo entrambe quindi senza trasmutazione della seconda nella prima. Secondo Zwingli, invece, nell’Eucarestia la presenza di Cristo nel pane eucaristico aveva un puro valore simbolico e spirituale.

Intanto anche Berna (1528) e Basilea (1529) passavano alla Riforma sull’esempio di Zurigo, mentre i cinque cantoni cattolici insieme con Friburgo e il Vallese si alleavano sotto la protezione di Ferdinando d’Asburgo. I tredici cantoni della Svizzera si divisero tra le due posizioni. Si giunse a un conflitto armato, e Zwingli fu ferito nella battaglia di Kappel (11 ottobre 1531) e ucciso dai cattolici vittoriosi. Dopo la sua morte, la Riforma protestante in Svizzera si attestò soprattutto nelle città a nord delle Alpi e nella zona rurale dei Grigioni, che allora non faceva parte della Confederazione elvetica. In seguito lo zwinglianesimo fu riassorbito dal calvinismo.

 

Gli anabattisti

Zwingli si trovò, come Lutero, a dover combattere contro elementi radicali. Nel “partito” riformatore sorse il dissenso, principalmente a opera di Konrad Grebel e Felix Manz. Essi ritenevano che la riforma della chiesa non dovesse essere affidata alle autorità civili e che i veri cristiani non potessero avvalersi della spada, neppure di quella legale del magistrato. Essi affermarono che il sacramento del battesimo non doveva essere impartito ai neonati ma soltanto agli adulti, responsabili delle proprie decisioni. 

L’anabattismo negava valore e legittimità evangelica al battesimo dei bambini. Perciò gli avversari li chiamarono “anabattisti” (ribattezzatori), perché battezzavano di nuovo, dopo una confessione di fede personale e con immersione totale nell’acqua, coloro che erano già stati battezzati da bambini. Gli anabattisti teorizzavano, una chiesa separata dal mondo e rifiutavano di ricoprire cariche pubbliche, l’attività politica, l’usura e la guerra. Costituirono l’ala radicale della Riforma nel XVI secolo, con larga base popolare.

La reazione dei governanti di Zurigo fu durissima. Dopo aver accolto il programma riformatore di Zwingli, il Consiglio rese obbligatorio il battesimo dei neonati, proibì le riunioni dei dissidenti e infine, nel 1526, comminò la pena di morte agli anabattisti. Gli anabattisti si diffusero in tutta Europa ma furono brutalmente combattuti e repressi, sia dai cattolici sia dai protestanti.

 

Giovanni Calvino
Riforma

Giovanni Calvino

Giovanni Calvino appartiene alla seconda generazione della Riforma protestante. Il suo nome è indissolubilmente legato a quello di Ginevra, la città in cui visse dal 1536 fino alla sua morte, con la parentesi dell’esilio a Strasburgo (1538-41). A Ginevra attuò le sue riforme ed esercitò un magistero spirituale e pastorale di dimensioni europee. Convertitosi alla Riforma intorno al 1534, nel 1536 pubblicò la prima edizione dell’Istituzione della religione cristiana, ampliata nelle edizioni successive, che presentava i contenuti essenziali della fede evangelica.

La riforma descritta nell’Istituzione, fu poi attuata nella chiesa e nella città di Ginevra. Sul piano politico, Calvino sosteneva che i “santi” hanno il diritto di disobbedire a un potere politico che giudichino corrotto e di dare vita a uno Stato da essi stessi guidato. Nel 1541 egli creò a Ginevra una comunità cittadina in cui il potere politico si fondeva con quello religioso. Fu introdotta una struttura ministeriale collegiale formata da “pastori” (per la predicazione e la celebrazione dei sacramenti), “dottori” (per l’insegnamento catechistico e teologico), “anziani” (per la vigilanza morale e l’esercizio della disciplina), “diaconi” (per l’amministrazione e l’assistenza ai poveri). Questo ordinamento, descritto nelle Ordonnances ecclésiastiques del 1541, ebbe nel “sinodo” il suo organo centrale di governo. Nel complesso l’autorità civile viene subordinata all’autorità ecclesiastica.

Da Ginevra furono bandite tutte le attività considerate immorali, come il gioco d’azzardo, gli spettacoli, i balli, il consumo di alcol e fu imposto un rigido sistema di censura. Calvino realizzò uno Stato confessionale in cui vigeva una forte intolleranza, in cui la partecipazione al culto divenne un obbligo imposto dallo Stato e in cui i trasgressori dell’ordine sociale e religioso venivano allontanati dalla comunità.

Riforma

Michele Serveto

 

Il teologo spagnolo Michele Serveto, che si era recato a Ginevra dopo le persecuzioni cattoliche che lo avevano condannato come eretico, fu fatto arrestare da Calvino, processato e condannato al rogo.

 

 

La teologia calvinista riprendeva alcune tesi fondamentali del luteranesimo: le Sacre scritture come unica regola di fede, la negazione del libero arbitrio, la giustificazione per fede senza le opere. A grandi linee il sistema religioso e la teologia di Calvino possono essere considerati, almeno per ciò che riguarda i sacramenti ed il loro valore religioso, una continuazione ed un perfezionamento dello zwinglianesimo. 

Calvino accentuò il tema della predestinazione: alcuni uomini sono destinati da Dio alla salvezza, altri alla dannazione eterna. L’uomo non può stabilire chi sarà salvato e chi dannato. Sia la fede che le opere sono inutili in sé per conseguire la salvezza, esse sono però “segni” della salvezza ottenuta, riservata a un ristretto gruppo di eletti. Secondo Calvino coloro che sono stati scelti da Dio – i predestinati – rispettano le indicazioni morali della Bibbia e hanno una vita laboriosa e ordinata, nel rispetto dell’onestà e dell’ordine civile. Successo e ricchezza divengono, in quest’ottica, segni della predilezione divina.

Per quanto riguarda i sacramenti, Calvino ammette solo il battesimo e la cena eucaristica, escludendo per questa sia la transustanziazione sia ogni dottrina implicante presenza reale, e considerando il ‘pane’ come un simbolo in cui si realizza l’unione dei fedeli che partecipano al corpo di Cristo. In polemica con gli anabattisti, Calvino sostiene la validità del battesimo dei bambini, segno mediante cui ci si dichiara membri del popolo di Dio.

Il calvinismo si diffuse in Scozia, in Francia, in Germania e nelle colonie inglesi in America.

 
La Chiesa anglicana

Nel 1517 in Inghilterra il re Enrico VIII della dinastia Tudor prese inizialmente posizione a difesa del cattolicesimo, contro la Riforma di Lutero, tanto da ricevere il titolo di Defensor fidei da parte di papa Leone X. Tuttavia il sovrano mirava a esercitare un maggior controllo sul clero, a colpirne le esenzioni fiscali, a limitarne i privilegi giudiziari e a incamerare i beni ecclesiastici. Nel 1527, non avendo avuto eredi maschi dalla moglie Caterina d’Aragona, Enrico decise di sposare una dama di corte, Anna Bolena. Di fronte al rifiuto del Papa di concedergli l’annullamento del precedente matrimonio, egli lo fece dichiarare nullo dai vescovi inglesi, ricevendo così la scomunica papale. Il re decise allora di fondare una chiesa nazionale inglese, separata da quella di Roma, e nel 1534 indusse il Parlamento inglese ad approvare l’Atto di supremazia con il quale il re era proclamato capo supremo della Chiesa d’Inghilterra (detta anglicana).

Riforma

Enrico VIII

Enrico VIII soppresse i monasteri, i cui beni furono in gran parte venduti ai nobili e ai borghesi, trasformò i vescovi in funzionari di nomina regia e rese obbligatorio l’uso della lingua inglese nelle pratiche di culto. Inizialmente, però, la Chiesa anglicana conservò riti, dogmi e strutture gerarchiche della Chiesa cattolica. Solo in seguito furono introdotti elementi propri del luteranesimo, come l’abolizione del celibato dei preti e la riduzione dei sacramenti a due, il battesimo e la comunione.

Il seguito allo “Scisma anglicano” vi furono in Inghilterra sanguinose persecuzioni contro i dissidenti che non aderivano alla Chiesa anglicana. Tra questi Tommaso Moro, filosofo umanista e cancelliere del re, che fu condannato a morte (1535).

Dopo la morte di Enrico VIII, durante il breve regno del figlio Edoardo VI (1547-1553) la Chiesa anglicana diede ulteriore spazio alle idee della riforma. Tuttavia, dopo la morte di Edoardo, salì al trono la sorellastra Maria I d’Inghilterra detta anche Maria la Cattolica (1553 –1558) che tentò di ripristinare il cattolicesimo, perseguitando duramente i sudditi che avevano aderito alla riforma. La regina, che si guadagnò il soprannome di “Maria la sanguinaria”, sposò Filippo II re di Spagna, che appoggiò nella guerra contro Enrico II di Francia, perdendo Calais (1558). In quello stesso anno morì. 

Le succedette la sorellastra Elisabetta I (1558 – 1603), avversa al papato e alla Spagna, favorevole a un’Inghilterra libera e indipendente da autorità esterne. Con l’Atto di Uniformità del 1559 Elisabetta rimise in vigore il Book of Common Prayer, testo di preghiera ufficiale. Fece approvare inoltre un nuovo “Atto di supremazia” e annullò il ritorno al cattolicesimo voluto da Maria Tudor. La regina cercò di realizzare un compromesso religioso che mirava a rafforzare l’autorità dello Stato. Tuttavia continuarono a essere perseguitati i cattolici, in particolare in Irlanda, e soprattutto i calvinisti (chiamati in Inghilterra puritani) Molti di questi avrebbero lasciato l’Inghilterra per emigrare nel Nord America

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Riforma costituzionale


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