Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

Populismo – populismi

I partiti populisti intercettano un disagio autentico e coloro che li votano sono spinti da ragioni, non agiscono solo in base alle proprie emozioni. Il problema principale è dato dal deficit rappresentativo della democrazia contemporanea.

 

Origini e storia

Il populismo in Russia

L’esordio del populismo (narodnicestvo) può essere fatto risalire alle riflessioni sviluppate dopo il 1848 da intellettuali radicali russi come Michail A. Bakunin, Nikolaj G. Černiševskij e soprattutto Aleksandr I. Herzen. 

Esso si sviluppò in Russia in particolare dopo l’abolizione della servitù della gleba (1861), proclamata dallo zar Alessandro II con l’“editto di emancipazione”, che deluse in gran parte le speranze di un miglioramento delle condizioni della popolazione contadina. Il populismo, che era un movimento costituito principalmente da intellettuali, si opponeva radicalmente al regime zarista e prospettava un mutamento rivoluzionario che facesse leva sul “popolo”, che coincideva con la popolazione contadina.

La principale organizzazione populista, Zemlja i Volija (Terra e libertà), puntò a stabilire una connessione tra i moti studenteschi e le proteste delle campagne, ma subì una dura repressione, già tra il 1862 e il 1863. Nel movimento emersero allora posizioni “nichiliste” che vedevano nella propaganda terroristica lo strumento adeguato per risvegliare la coscienza del popolo. Bersaglio principale era lo zar, che fu infatti oggetto di un fallito attentato terroristico il 4 aprile 1866. Anche negli anni seguenti l’azione terroristica rimase la principale opzione del movimento, fin quando la dura repressione del regime zarista indusse a un ripensamento autocritico. I populisti organizzarono nel 1874 la cosiddetta “andata al popolo”, che vide migliaia di studenti abbandonare le città e le università per andare nelle campagne, ma anche in questo caso il risultato fu la dura repressione del movimento e l’arresto di gran parte degli attivisti.

Zemlja i Volja, ricostituita nel 1877, si scisse due anni dopo in due gruppi: Narodnaja Volja (Volontà del popolo), che perseguiva un programma politico relativo alla libertà e alla Costituzione attraverso il terrorismo, e Cërnyi Peredel (Distribuzione delle terre nere), che sottolineava le rivendicazioni sociali. Nel marzo del 1881 Narodnaja Volja (Volontà del popolo) realizzò un attentato terroristico che provocò la morte dello zar Alessandro II e che innescò la dura repressione del regime. Ne seguì un declino del movimento populista russo, che però continuò a esercitare anche in seguito una sua influenza.

Per i populisti (narodniki) la rivoluzione sociale doveva far leva sui contadini, la parte più povera e più numerosa della popolazione. L’obiettivo dei populisti non consisteva in una modernizzazione delle campagne né in una trasformazione capitalistica dell’economia russa da cui sarebbero nate le condizioni di una futura società socialista, come nella visione di Marx. Essi ritenevano che in Russia fosse possibile “saltare” lo sviluppo capitalistico, passando direttamente al socialismo, a partire dalle forme di proprietà comune della terra (obsčina) ancora presenti nei villaggi agricoli russi e dalla valorizzazione del mir, l’assemblea dei capifamiglia, alla quale dovevano essere affidate funzioni di autogoverno. 

Lenin polemizzò con il populismo russo in alcuni dei suoi primi scritti, a partire da Che cosa sono gli «amici del popolo» (1894). Ne Lo sviluppo del capitalismo in Russia (1896-99) il leader bolscevico sosteneva che in realtà il capitalismo si stava già sviluppando rapidamente in Russia, anche nelle campagne. Grandi masse di contadini, ex servi della gleba liberati, si spostavano verso i centri urbani, per lavorare come operai nei distretti industriali e minerari. Gli operai sarebbero diventati i protagonisti del processo rivoluzionario ed era perciò utopistica, oltre che reazionaria, l’intenzione dei populisti russi di difendere un modo di produzione arcaico e arretrato. Lenin considerava inevitabile lo sviluppo capitalistico, anche se questo non eliminava la necessità di un’alleanza tra la classe operaia, ancora numericamente minoritaria, e i contadini.

Il populismo negli Stati Uniti

Negli ultimi decenni dell’Ottocento si sviluppò negli Stati Uniti un movimento populista che aveva anch’esso (come quello russo) come riferimento principale un “popolo” rurale, ma erano notevoli le differenze, non solo per la sua base sociale, ma anche per quanto riguardava l’azione politica, le modalità organizzative e gli obiettivi. 

Mentre infatti in Russia i contadini erano la grande maggioranza della popolazione, negli Stati Uniti essi ne costituivano una parte numericamente molto meno rilevante, in una società fortemente industrializzata. Il farmer americano, inoltre, diversamente dal mužik russo, era portatore dei valori di imprenditorialità dei pionieri che avevano colonizzato la frontiera. Perciò il movimento populista americano non si contrapponeva radicalmente al capitalismo in sé, ma rivolgeva la sua critica contro le concentrazioni monopolistiche. 

Il populismo americano si sviluppò negli anni Settanta, dopo la Guerra di secessione, quando il forte processo di sviluppo dell’economia americana fece emergere grandi gruppi industriali e finanziari, a danno dei piccoli produttori. Mentre tendeva a scomparire l’azienda personale, soppiantata dalla società per azioni, dopo il completamento della ‘colonizzazione’ verso Ovest, si esauriva il mito della “Frontiera” e l’epopea dei pionieri. Nacquero in quegli anni associazioni regionali che si proponevano di difendere gli interessi dei farmers, contro il prevalere di cartelli e grandi gruppi in alcuni settori strategici per il settore agricolo, come le ferrovie. Da tali strutture ebbe origine in Kansas nel 1890 un People’s Party e in altri Stati del Nord nacquero organizzazioni simili, che parteciparono alle consultazioni elettorali, in qualche caso con buoni risultati.

Nel 1892 il People’s Party candidò alla presidenza degli Stati Uniti l’ex generale dell’esercito confederato James Waever. Riuscì a conquistare diversi stati dell’Ovest e del Centro degli Stati Uniti, spezzando temporaneamente il dualismo dei partiti repubblicano e democratico. 

Il programma del People’s Party prevedeva: la nazionalizzazione delle ferrovie, la distribuzione ai coloni di terreni assegnati alle grandi società, il ritorno del conio di monete d’argento e oro, l’introduzione di una tassazione progressiva, l’introduzione di vincoli relativi alle attività creditizie. Nel populismo americano si esprimevano i tratti di un’ideologia “progressista”, accompagnata però da una esplicita critica all’industrialismo e da componenti come il nativismo, l’antisemitismo e l’ossessione per le cospirazioni, che sarebbero stati ripresi negli anni Venti del Novecento dal Ku Klux Klan. 

Il People’s Party non riuscì comunque a insidiare i due partiti tradizionali. Il tripartitismo non si ripetè alle elezioni presidenziali del 1896, anno in cui i populisti si allearono con il Partito Democratico a sostegno di William Jennings Bryan, che però fu battuto dal repubblicano McKinley. La sconfitta del candidato democratico favorì la successiva uscita di scena del People’s Party. 

Il movimento populista lasciò però una traccia profonda nella storia politica americana, a partire dall’idea che la democrazia americana fosse stata tradita da una classe politica corrotta e sottomessa allo strapotere delle corporations e che la parte sana dell’America fosse nelle comunità agricole e non nelle metropoli.

Sviluppi del populismo negli Stati Uniti

Questi motivi furono in parte presenti nel Progressive Party o “Bull Moose Party“, nato da una scissione del Partito repubblicano e fondato da Theodore Roosevelt, presidente repubblicano dal 1901 al 1909. Roosevelt aveva vinto le primarie repubblicane per la candidatura alle Presidenziali del 1912 ma il partito decise di ripresentare William Howard Taft, così decise di candidarsi con il Progressive Party. Il nuovo partito ottenne il 27,4% dei consensi (vincendo in 6 Stati e ottenendo 88 voti elettorali), superando i Repubblicani (fermi al 23,2% e 8 voti) ma non i Democratici, che videro il proprio candidato, Woodrow Wilson presidente degli Stati Uniti (con il 41,8%).

La retorica e i temi del populismo tornarono sulla scena politica statunitense durante la Grande Depressione, seguita al crollo della Borsa di Wall Street del 1929. Sorsero diversi movimenti di contestazione nei confronti dell’establishment, come quello di Francis E. Townsend, che propose l’istituzione di una pensione mensile di 200 dollari a favore dei poveri. Notevole successo ottennero gli slogan di Huey Pierce Jr. Long, che proponeva di dotare ogni famiglia americana di 5.000 dollari tassando i ricchi. I suoi discorsi erano caratterizzati da continui attacchi nei confronti di Wall Street e delle grandi compagnie, oltre che del sostegno a una politica di segregazione degli afroamericani. Nel ’35 Long fu assassinato e il suo movimento politico, Share Our Wealth (“Condividiamo la nostra ricchezza”), scomparve insieme a lui.

Circa trent’anni dopo un nuovo leader populista sfidò il tradizionale bipartitismo statunitense. Il governatore dell’Alabama George Wallace, di fronte alla legislazione per i diritti civili, si fece paladino della segregazione razziale negli Stati del Sud. Nei suoi discorsi non mancavano, inoltre, attacchi rivolti contro l’establishment di Washington, i “burocrati”, le banche, i ricchi. Presentatosi candidato alle elezioni presidenziali del 1968 al di fuori dei due principali schieramenti politici, Wallace riuscì a vincere in cinque Stati del Sud.

Nel 1992 il miliardario e uomo d’affari texano Ross Perot con la sua organizzazione United We Stand America (poi trasformata in Reform Party) ottenne il 19 % dei consensi popolari. Perot fece leva sull’immagine di imprenditore dotato di buon senso ed estraneo ai giochi della politica. Al centro delle sue invettive anti-establishment vi erano i giornalisti, i politici, gli alti burocrati e le lobby economiche. Il suo stile di comunicazione era incentrato sul mito di un rapporto diretto con il popolo. Nelle file del suo Reform Party Donald Trump si sarebbe poi presentato nel 1999 come candidato alla Casa Bianca.

Il caso Donald Trump

Rispetto a figure politiche come Long, Wallace e Perot, Donald Trump ha goduto del decisivo vantaggio, nel novembre 2016, di presentarsi alle elezioni come candidato del Partito Repubblicano. I classici messaggi della retorica populistica, incentrati sull’ostilità verso le forme tradizionali della politica rappresentativa, sulla denuncia di un “tradimento” da parte delle minoranze al potere e sulla distinzione tra ciò che è considerato “sano” (il popolo) e ciò che è invece considerato “corrotto” o “alieno” (le élites governanti, le minoranze “non americane”) uniti alla forza di uno dei due grandi partiti politici statunitensi gli hanno consentito di prevalere.

Trump, un miliardario che ha costruito il proprio successo nel mercato newyorkese degli immobili di lusso, dopo spericolate operazioni finanziarie che lo hanno portato sull’orlo della bancarotta, si è procurato la celebrità grazie alla partecipazione dal 2004 a uno show televisivo nazionale (The Apprentice), diventando il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America. 

Fin dagli esordi in campagna elettorale, Trump ha fatto leva sul suo essere un outsider della politica americana: ciò gli ha consentito di presentarsi come il più fiero avversario dell’establishment politico, tanto di quello democratico quanto di quello repubblicano. Nella stessa prospettiva, egli ha esibito il proprio disinteresse per il politically correct: non ha esitato, infatti, ad attaccare frontalmente non solo tutti i suoi avversari, ma anche i giornalisti che gli facevano domande scomode, non senza frequenti cadute di stile, talvolta a sfondo sessista. 

Infine, ha ripetutamente affermato di voler difendere a tutti i costi gli interessi americani, con lo slogan «Make America Great Again» («Rifacciamo grande l’America»). Ha dichiarato di voler rilanciare l’economia nazionale ripristinando forme di protezionismo, soprattutto nei confronti della Cina. Si è presentato, infine, come paladino degli Americani, del loro lavoro, della loro sicurezza, pronto a erigere un muro per fermare l’immigrazione dal Messico e a mettere in atto misure draconiane nei confronti degli islamici.

Hillary Clinton ha impostato la propria campagna elettorale con l’obiettivo di conquistare l’elettorato repubblicano moderato, a fronte delle posizioni estreme del suo avversario. Nel confronto elettorale, tuttavia, Trump è riuscito efficacemente a orientare contro la candidata democratica i sentimenti anti-establishment diffusi nell’elettorato americano, lasciando invece che la propria candidatura fosse percepita come una sfida a entrambi i partiti. Da questo punto di vista, egli è stato paradossalmente favorito dalle divisioni interne al GOP (Grand Old Party, cioè il Partito repubblicano) e dall’ostilità di alcuni suoi autorevoli esponenti, come Mitt Romney e George W. Bush.

Il populismo in America Latina

Anche l’America Latina, a partire dagli anni Trenta del Novecento, vede l’affermarsi di movimenti e soprattutto di leader populisti, pur con tratti “ideologici” talvolta significativamente diversi.

I regimi instaurati da Getulio Vargas in Brasile (1939-1945 e 1951-1954), da Lázaro Cárdenas in Messico (1934-1940) e da Juan Domingo Perón in Argentina (1946-1955) ne costituiscono le incarnazioni più caratteristiche. 

L’esempio più noto è quello di Juan Domingo Perón, a capo del governo in Argentina tra il 1946 e il 1955. Il governo di Peron, ispirato per diversi aspetti dal fascismo italiano, fu una miscela di autoritarismo, nazionalismo, corporativismo, interventismo statale e politiche redistributive a favore dei ceti popolari. Il tutto nel quadro di una forte personalizzazione della leadership, di un diffuso culto del capo, capace di identificarsi immediatamente con le masse e di mobilitarne le energie contro le tradizionali élites del potere, al di là dei partiti e delle istituzioni.

A caratterizzare l’ideologia populista latinoamericana sono la marcata tendenza nazionalista, identitaria e la posizione centrale che assegna alla minaccia rappresentata dal “nemico interno”, che quasi sempre coincide con l’“oligarchia” e talvolta con l’“intellettuale” e il “comunista”, portatori di valori estranei e cosmopoliti. 

Dopo gli anni Sessanta il termine in America Latina ha cominciato a essere rivendicato come bandiera ideologica da forze politiche di orientamento eterogeneo. Per esempio, è stato definito “populista” anche un leader come Carlos Menem, il cui programma politico, fedelmente allineato al neoliberismo, era agli antipodi rispetto al ‘nazionalismo’ economico e al corporativismo di Perón. 

Il populismo in Europa

L’idea del popolo come comunità organica e portatrice di valori ‘puri’, la diffidenza nei confronti delle istituzioni rappresentative, la convinzione che il leader carismatico possa interpretare le istanze sociali molto meglio di organizzazioni e di politici professionisti, l’ostilità verso il conflitto di classe e verso le diverse manifestazioni delle “parti”, la critica all’“oligarchia”, sono presenti in molti movimenti e partiti sviluppatisi in Europa prima e dopo la Seconda guerra mondiale. 

Tratti propri del populismo furono presenti nel Fascismo e nel Nazismo, i quali con diverse accentuazioni si fecero portatori di un’ideologia che vedeva nel “popolo” una comunità omogenea, che si identifica misticamente con il capo (il Duce o il Führer), una comunità nazionale dalla quale vanno eliminati i corpi estranei (il parlamentarismo, i comunisti, il pluralismo, gli Ebrei, le élite, ecc.). Un elemento centrale fu anche quello della contrapposizione tra i giovani, indicati come portatori del “nuovo” e i vecchi come espressione di un passato da distruggere.

Nell’immediato dopoguerra in Italia nacque il Fronte dell’Uomo qualunque, movimento fondato dal giornalista satirico e commediografo Guglielmo Giannini. A contrassegnare il “qualunquismo” era innanzitutto l’idea che nella storia dell’umanità si riproponga costantemente una netta contrapposizione tra la “Folla”, ossia la pacifica e laboriosa moltitudine degli individui, e i “Capi”, il tirannico gruppo dei politici di professione. Il “qualunquismo” di Giannini non si limitava a criticare un determinato ceto politico, ma la politica stessa, perché riteneva che la distinzione tra governanti e governati dovesse essere superata, e perché giudicava inutili, tirannici e parassitari tutti i “Capi”. La democrazia parlamentare non sarebbe altro che la dittatura esercitata da dirigenti e funzionari dei partiti. L’Uomo qualunque era liberista in campo economico, proclamava di voler sostituire le elezioni con un sorteggio e assegnare la funzione di governo non a uomini politici, ma a un “buon ragioniere”, estratto a sorte e in carica per un periodo molto limitato. 

L’Union et fraternité française (Uff), movimento fondato dal cartolaio Pierre Poujade nella Francia degli anni Cinquanta, collocava i classici motivi della retorica populista, ovvero la contrapposizione fra il “popolo” e le élite economiche, intellettuali, politiche, burocratiche, in una prospettiva fortemente nazionalista, in cui il “popolo” era concepito come come comunità organica, come etnia. Caratterizzarono il movimento anche la protesta fiscale contro lo Stato, l’opposizione al Mercato Comune Europeo, il giudizio negativo sui conflitti di classe, l’esaltazione del “buonsenso” dell’uomo della strada, il disprezzo verso la democrazia parlamentare, l’idea che a esprimere i bisogni ‘reali’ del popolo debba essere un outsider e non un professionista della politica.

Dopo il successo ottenuto alle elezioni politiche del 1956, il movimento entrò in crisi e si estinse già nel 1958. Dalle fila dell’Uff uscì però Jean-Marie Le Pen, portavoce dei deputati poujadisti a soli ventisette anni. Le Pen negli anni Ottanta trasformò il Front National (una formazione neofascista) nell’esempio più noto del ‘nuovo populismo’ europeo, raccogliendo l’11,2% dei voti nelle elezioni europee del 1984. 

Populismo/Populismi

La canzone El pueblo unido jamás será vencido (1970) di Sergio Ortega, cantata dagli Inti Illimani, dopo la tragica fine del governo di Salvador Allende in Cile si trasformò nella bandiera della protesta contro la repressione del regime militare di Augusto Pinochet. 

Nel suo ritornello vi è la struttura elementare della retorica populista: 

  • l’idea che il soggetto principale dell’azione politica sia il “popolo” (e non dunque una classe, una razza, una nazione); 
  • l’idea che l’esito della lotta dipenda dall’“unità” di quel popolo, che va conquistata e difesa da ogni tentativo di intaccarla; 
  • l’idea che il popolo si trovi contrapposto a un avversario in una lotta frontale. 

Ma quella struttura elementare può essere declinata in direzioni molto diverse, perché ciascuno dei tre elementi che la compongono, il “popolo”, la sua “unità” e il conflitto in cui è impegnato, può assumere aspetti molto diversi.

Il termine populismo presenta contorni vaghi e i tratti che accomunano movimenti, partiti e leader populisti sono molto sfumati, come mostra la sua attribuzione a fenomeni politici diversi, tra cui si possono comprendere il fascismo e il nazismo ma anche lo stalinismo e il maoismo.

Tra i tanti esempi, alcuni dei quali già citati, si possono elencare i seguenti: i governi di Alberto Fujimori in Perù (1990-2000), di Hugo Chávez in Venezuela (1999-2013), di Carlos Menem in Argentina (1989-1999), di Luis Inázio Lula da Silva e ora quello di Jair Messias Bolsonaro in Brasile (2003-2011); il regime di Gheddafi in Libia (1969-2011) e quello di Slobodan Milosevic in Serbia (1989-2000); formazioni politiche come il Partito della Libertà di Jörg Heider in Austria, il Vlaams Blok in Belgio, i Republikaner tedeschi negli anni Ottanta, il British National Party (Bnp), l’United Kingdom Independence Party (Ukip), il Partito liberal-democratico di Russia guidato da Vladimir Zirinovskij, il Reform Party di Ross Perot negli Stati Uniti e ancora, su un versante del tutto diverso, Syriza di Alexis Tsipras in Grecia e Podemos di Pablo Iglesias in Spagna. 

L’ampiezza dei confini del “populismo” emerge anche nel contesto italiano. Negli anni Settanta furono presenti aspetti del populismo nei gruppi di estrema sinistra fautori del maoismo e in altri che teorizzarono l’incontro tra marxismo e cattolicesimo. Tracce di populismo, con diverse declinazioni, sono presenti nel Partito socialista di Bettino Craxi, nel Partito radicale di Marco Pannella, nella Rete dei primi anni Novanta, nell’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro, nella parabola politica di Silvio Berlusconi e di Matteo Renzi, nel Movimento 5 Stelle e nella Lega.

 

Caratteri del “populismo”

Non è semplice indicare quali siano i tratti che accomunano le diverse manifestazioni del populismo. La parola «populismo» appartiene al linguaggio della polemica politica, con implicazioni prevalentemente negative, almeno in Europa e negli Stati Uniti, con un significato simile a quello di «demagogia». Vi è però anche un uso più positivo, per esempio in America Latina, che indica una visione più autenticamente «democratica» e «popolare» della politica e della società. Il suo principio di fondo è che si debba restituire il potere al «popolo», defraudato e oppresso da esigue ma onnipotenti oligarchie. Si tratta di un’idea elementare ma molto forte. Essendo essa anche estremamente vaga, può ben adattarsi ai più diversi orientamenti ideologici e/o programmatici.

Al di là dei diversi orientamenti che può concretamente assumere, si possono individuare alcuni  aspetti che contraddistinguono il populismo:

  1. La contrapposizione irriducibile fra il «popolo» e le «élites». Queste ultime si sarebbero indebitamente appropriate di un potere che invece spetta al popolo. Il termine popolo in realtà è vago e può assumere diverse sfumature di significato, ma viene per lo più presentato come una comunità omogenea, al di là e al di sopra delle classi sociali e delle minoranze, depositario esclusivo di valori positivi, come l’onestà, la laboriosità, il buon senso e il sentire comuni. Viceversa le élites sarebbero contraddistinte dalla disonestà, dalla corruzione e dalla sete di potere e di dominio. Vi sarebbe così una contrapposizione tra la stragrande maggioranza delle persone e un esiguo numero di oligarchi onnipotenti che ne usurpano i diritti e le prerogative. La politica populista è una politica delle identità, che contrappone un concetto artificiale di popolo a un “nemico” ugualmente artificioso, identificato di volta in volta nelle classi dirigenti, nelle élite tecnocratiche, negli intellettuali o, più in generale, in tutte le forze che si oppongono al programma politico populista.
  2. La netta svalutazione dei meccanismi tradizionali della democrazia rappresentativa e dei suoi principali pilastri: i parlamenti e i partiti. Soprattutto quando i populismi sono movimenti di protesta, quei pilastri vengono abitualmente rappresentati come i luoghi privilegiati della «casta». Essi pertanto impedirebbero, per non meglio precisati interessi, l’espressione autentica della volontà popolare, usurpando un potere che dovrebbero ritornare al popolo e privilegi che dovrebbero essere aboliti.
  3. L’esaltazione delle forme di democrazia «diretta» (plebiscito, referendum). Il «popolo» non sarebbe soltanto di per sé sano, virtuoso, laborioso e dotato di buon senso ma anche in grado di autogovernarsi e di porre quindi fine all’onnipotenza delle vecchie e rapaci élites del potere. Deriva da qui l’insistenza sulla necessità di rafforzare il ricorso ai referendum e alle consultazioni popolari, di sostituire alla «libertà di mandato» dei rappresentanti forme chiare di «mandato imperativo» che trasformino coloro che vengono eletti (o addirittura sorteggiati) dal popolo in semplici «delegati» o «portavoce» sempre revocabili dal popolo stesso.
  4. L’identificazione con un leader dotato di qualità «carismatiche», in relazione diretta con il popolo, capace di interpretarne ed esprimerne la voce e i sentimenti più profondi. Il populismo considera la rappresentanza come mezzo per affermare l’identificazione “emotiva” del popolo in un leader, che ne rappresenterebbe i più genuini interessi. Le elezioni diventano così una strategia per celebrare e consacrare il leader e, tramite lui, il popolo e la nazione. Ne deriva un rapporto non mediato ma diretto tra il leader e il popolo, ma anche il rovesciamento della regola della maggioranza nel dominio della maggioranza, che viene fatta coincidere con il popolo. La competizione politica, le minoranze, le garanzie costituzionali vengono viste come un mezzo che gli “altri” utilizzano per frenare e ostacolare l’azione politica del leader. La demagogia populista è insofferente per la mediazione e il compromesso, insofferente verso le procedure e le istituzioni, mentre il pluralismo viene spesso visto come un ostacolo alla rapidità ed efficacia del processo decisionale.
  5. L’appello costante al popolo come giudice di ultima istanza di una data comunità politica. Il populismo mette in discussione l’idea che i regimi democratici siano, oltre che l’espressione della volontà popolare, anche fondati su precise regole fissate nella costituzione. Il secondo comma dell’art. 1 della Costituzione italiana recita: «la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Quasi tutti i movimenti populisti, a prescindere dai loro diversi orientamenti, mettono in discussione questo principio, ponendo l’accento sulla sovranità del popolo. Per essi la “volontà popolare” deve avere la supremazia sui vincoli istituzionali, percepiti spesso come un inutile intralcio. Il popolo viene poi equiparato alla maggioranza, che è intesa in forte contrasto con le minoranze.
  6. L’assenza di un’elaborazione ideologica organica e l’utilizzo di uno stile comunicativo e di un insieme di strumenti retorici demagogici. Il populismo è privo di una visione ideale organica e fa ricorso senza scrupoli a una modalità comunicativa che fa leva sulla demagogia e sulla manipolazione delle informazioni. Le semplificazioni trovano credito, nella convinzione che le soluzioni più semplici siano le migliori, al di là delle “complicazioni” elaborate dai “tecnici” e dai veterani della politica. Si alimenta così un fiume di pregiudizi, fake news, banalizzazioni di questioni complesse, di cui sono oggi principale veicolo i social. Utilizzati in precedenza anche da Obama, i social sono oggi impiegati in maniera massiccia dalla destra populista, come hanno mostrato le elezioni presidenziali americane del 2016, in cui è stato eletto Donald Trump. Notizie palesemente false, o soltanto verosimili ma non verificate, o parzialmente vere ma amplificate, sono ormai pratica comune sul web. Le pseudo-notizie confermano i pregiudizi, rafforzano le paure e alimentano i preconcetti, in un mondo dove far arrivare il messaggio al giusto destinatario conta più che far arrivare un messaggio giusto, dove proclamare conta più che dimostrare.

https://www.internazionale.it/reportage/wu-ming-1/2018/10/15/teorie-complotto-qanon 

  1. La proiezione verso un passato mitizzato e la nostalgia per la comunità delle origini. L’idea di una comunità “originaria”, connotata in senso etnico, minacciata da forze estranee e ostili, una marcata xenofobia accompagnata da motivi razzisti e nazionalisti, caratterizza i populismi di “destra”. Ne deriva, tra l’altro, l’atteggiamento di rigida chiusura nei confronti degli stranieri e dei flussi migratori. Anche il richiamo a una più o meno genuina identità religiosa è evidente nei populismi di destra e xenofobi, che fanno un uso strumentale della religione, vista come un criterio per definire l’identità di un popolo.

La forza del populismo

Esauriti gli anni dello sviluppo economico, a fronte di ripetute crisi che hanno scosso il sistema e dello spostamento del baricentro economico verso Oriente, le tradizionali classi dirigenti sono percepite come inadeguate. Il populismo esprime il disagio e il malcontento di ceti impoveriti dalla crisi economica, per lo più appartenenti alla piccola e alla media borghesia ma anche a strati della classe operaia, verso le oligarchie politico-finanziarie. 

Il populismo appare vuoto su un piano razionale, poiché spesso incapace di fornire risposte concrete. Esso però occupa lo spazio lasciato libero dalle precedenti identità politiche, fa leva sulla crisi di rappresentanza dei tradizionali partiti politici e offre un’alternativa, seppur vaga e semplificatoria. Esso dà voce a domande inascoltate che emergono dalla crisi del vecchio ordine e offre ai ceti in crisi un catalizzatore identitario e un nemico, responsabile dei loro problemi. Non va infine dimenticato che il mutamento dei canali della comunicazione politica indebolisce i già fragili rapporti tra i cittadini e i partiti, dando ulteriore spazio alle tendenze populiste.

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Link utili

Populismo – populismi

 

https://www.focus.it/cultura/storia/storia-che-cosa-e-populismo 

https://aulalettere.scuola.zanichelli.it/storia-di-oggi/populismo/ 

https://it.pearson.com/aree-disciplinari/storia/temi-attualita/donald-trump-america-populismo.html

https://journals.openedition.org/qds/365. 

https://www.ispionline.it/it/tag/populismo 

https://www.ilsole24ore.com/art/populisti-lotta-e-governo-sfida-covid-ADlqJkb 

https://www.internazionale.it/reportage/wu-ming-1/2018/10/15/teorie-complotto-qanon 

https://www.centroeinaudi.it/agenda-liberale/articoli/4353-il-populismo-in-america-ieri-e-oggi.html 

https://medium.com/@LLottero/il-populismo-in-america-bd8d32cf5c6e 

https://shortcutsamerica.com/2018/11/05/populismi-americani/ 

https://internauta-online.com/2019/02/usa-il-populismo-di-rivolta-agraria-nella-crisi-di-fine-ottocento/ 

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