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Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

Ideologia nazista e “nazismo magico”

Il nazionalsocialismo ebbe origine e si sviluppò nel clima culturale degli anni successivi alla pace di Versailles, caratterizzato da tendenze irrazionalistiche, antilluministiche e antidemocratiche che in Germania trovarono un terreno particolarmente favorevole.

Il nazismo elaborò una sintesi degli eclettici miti politici, sociali, razziali sviluppatisi in quegli anni, volti a distruggere la democrazia e a dar vita a una “visione del mondo” autoritaria, nazionalistica e razzistica. Artefice principale dell’ideologia nazista fu senza dubbio Adolf Hitler, che attraverso numerosi testi politico-propagandistici, primo fra tutti il Mein Kampf, espresse uno stato d’animo largamente diffuso nella società tedesca.

Radici culturali e filosofiche

Il Nazismo non fu un corpo estraneo, una parentesi per la Germania. Esso ebbe le proprie radici nella storia, nella cultura e nella filosofia tedesche. In particolare, le radici profonde dell’ideologia nazista risalgono al Romanticismo tedesco dell’Ottocento e al pensiero di filosofi come Johann Gottlieb Fichte (l’idea della nazione tedesca come etnia, esclusiva portatrice di civiltà), di Friedrich Hegel (il primato dello Stato) e di Friedrich Nietzsche (la critica alla morale biblico-cristiana, il superuomo, la volontà di potenza), pur con notevoli distorsioni, esasperazioni e manipolazioni. L’antisemitismo, tratto caratterizzante del nazismo, era poi particolarmente diffuso nella cultura e nella società tedesche e presente anche nel resto d’Europa.

Inoltre, tra i fondamenti ideologici del nazionalsocialismo vi fu una vera e propria mitologia, una religiosità con i suoi riti e i suoi dogmi, piena di suggestioni mistiche ed esoteriche. La riscoperta dell’antica fede germanica, delle antichissime leggende dei popoli del Nord e dell’adorazione del Sole si univa alla convinzione pseudoscientifica del carattere immutabile delle razze, secondo la quale alcune di esse sarebbero destinate a dominare e altre a soccombere. La fede nel mito ariano si legava al razzismo e all’antisemitismo, riflettendo un clima culturale diffuso in Europa tra Ottocento e Novecento.

Il Völk come entità superiore trascendente

Il filosofo Johann Gottlieb Fichte aveva elaborato una concezione della nazione caratterizzata dal legame spirituale maturato nella storia passata mediante lingua, religione e tradizioni culturali comuni. Gli antenati, con le loro imprese e i loro sacrifici, avrebbero dato vita a un’etnia e avrebbero fondato il diritto di un popolo a vivere unito nella “terra dei padri”. Nel Discorso alla nazione tedesca Fichte aveva sostenuto che i tedeschi, allora soggiogati da Napoleone, avrebbero potuto recuperare la propria identità nazionale, anche perché essi erano i soli a parlare una lingua originaria, autentica e non contaminata. 

Il Völk

Durante il XIX secolo questo riferimento romantico alla nazione tedesca diventò un richiamo al Völk, che  assumeva non il semplice significato di “popolo” ma indicava un’essenza spirituale e assumeva un carattere religioso che attribuiva al popolo tedesco il compito di preservare l’antico spirito germanico e di dominare gli altri popoli. Questa fede pangermanista attribuiva grande importanza alle differenze razziali ed era fortemente antisemita. Sebbene modificate, molte di queste tendenze nazionalpopolari diventeranno parte dell’ideologia nazionalsocialista, arricchite dal nascere nel secondo Ottocento del darwinismo sociale e del razzismo.

Il Völk tedesco, per affermare la propria potenza aveva bisogno di un capo che raccogliesse l’eredità degli antichi germani e che gli facesse assumere il posto centrale che gli spettava nel mondo. Compito primario di questo capo era quello di eliminare i nemici del popolo ariano, principalmente gli ebrei, ritenuti responsabili della decadenza della razza ariana. Al condottiero (Führer) si doveva un’obbedienza assoluta: la sua parola era direttamente legge. 

Arianesimo e superiorità della razza ariana

Il mito ariano aveva alle spalle una lunga tradizione di pensiero, risalente alle prime ricerche di linguistica comparata del XVIII secolo. In quegli anni, alcuni studiosi, notando analogie tra le lingue europee e il sanscrito, l’antica lingua dell’India, sostennero che ci fosse una matrice comune tra di esse. Si ipotizzò che la lingua originaria dei primi uomini fosse proprio il sanscrito. A fine Settecento, i linguisti inglesi cominciarono a parlare di lingue indoeuropee, mentre gli studiosi tedeschi di lingue indogermaniche. Fu così che si cominciò a pensare che il “primo uomo” fosse nato in India. 

Lo studioso tedesco Friedrich Schlegel propose il termine Ari (dal sanscrito arya = nobile ) per definire i popoli che parlavano quelle lingue affini (Indoeuropee) o meglio per indicare il popolo che avrebbe parlato l’indoeuropeo originario, da cui tutte le altre lingue sarebbero derivate in seguito.

Schlegel sostenne che in tempi più remoti un popolo di eccezionali sacerdoti e guerrieri viveva pacificamente nelle terre himalayane, il popolo degli ariani. Tuttavia, un crimine terribile, misterioso, aveva provocato la trasformazione degli ariani: da pacifici e vegetariani sarebbero diventati carnivori e guerrafondai, abbandonando le loro terre. Alcuni di essi si erano diretti verso Sud, conquistando il subcontinente indiano, mentre altri verso Ovest, fondando una serie di imperi e giungendo fino alle terre della Scandinavia e della Germania.

Queste idee furono diffuse da pubblicisti nazionalisti e si fusero con le teorie razziste, tra cui in particolare quelle di J. A. Gobineau e H. S. Chamberlain, entrambi ammirati da Hitler.

L’arianesimo, dopo la metà dell’Ottocento, sostenne la derivazione degli elementi psichici, sociali e religiosi da fattori di natura biologica (biologismo). Ne seguiva l’idea della naturale superiorità degli indo-germani ariani sui semiti. Gli Europei “autentici” erano di razza ariana, originaria dell’Asia, come sarebbe dimostrato dall’origine indoeuropea delle lingue europee.

La diversità tra ariani ed ebrei si manifesterebbe nei tratti fisici (alti, biondi, con gli occhi azzurri, gli ariani; di carnagione olivastra, scuri di capelli e di occhi, i semiti) e psichici. Gli ariani sarebbero un popolo potente, guerriero, nel quale predomina il più forte; gli ebrei, invece, sarebbero dotati di scarso coraggio, inclini al compromesso, al sotterfugio e all’inganno.

Nel Mein Kampf il razzismo e l’odio antiebraico si basavano soprattutto su ragioni di carattere culturale e naturale. Per Hitler l’ostilità presente in natura tra le diverse specie era simile a quella che opponeva le razze umane e non poteva, pertanto, essere negata, né cancellata, perché era un dato naturale. Chi si opponeva al conflitto naturale tra le razze, come facevano gli ebrei, andava spazzato via, perché mostrava di non possedere forza e potenza. 

La maggior parte dei tedeschi moderni, sosteneva Hitler, discendeva dagli antichi ariani e pertanto aveva ereditato la vivacità d’ingegno degli antenati. Se questo era il gruppo migliore nel genere umano, il peggiore era rappresentato dagli ebrei, i distruttori della cultura. Per Hitler, gli ebrei rappresentavano una seria minaccia per l’umanità poiché possedevano una particolare abilità nel minare alla base e corrompere le culture delle altre razze. Egli paragonava “l’ebreo” a una sorta di germe, a “un bacillo nocivo” che continuava a diffondersi nel corpo della nazione.

Alfred Rosemberg, uno dei principali ideologi del regime nazista (benché malvisto da altri gerarchi), teorizzò che fonte di tutti i valori genuini è l’anima della razza e che il sangue determina le caratteristiche fisiche e morali di un popolo. Quando la connessione tra sangue e carattere viene meno si determina “un caos culturale che porta alla rovina”. A suo giudizio l’impero romano era crollato a causa della commistione delle razze. Era perciò necessario liberare l’anima tedesca dagli influssi estranei, rinnovando le istituzioni, le scienze e le arti contaminate dall’ebraismo.

Dal Thule Bund al Partito nazionalsocialista (NSDAP)

Sull’onda delle idee nazionalpatriottiche, pangermaniste e razziste che si erano diffuse in Germania nacque nel 1912 l’organizzazione segreta Germanenorden (Ordine teutonico). I suoi membri in parte confluirono nel Thule Bund, società segreta esoterica fondata il 18 agosto 1918 a Monaco da Rudolf von Sebottendorff, che giocò un ruolo fondamentale nella nascita del Nazismo.

La Società Thule si ispirò, tra l’altro, alle teorie del professore di geopolitica Karl Haushofer, convinto assertore del ritorno della grande Germania e dell’espansione ad Est con lo scopo di costituire uno “spazio vitale” che avrebbe poi consentito il dominio sul mondo. 

Sulla Thule ebbe inoltre notevole influenza la concezione mistico-religiosa neopagana dell’ex monaco Jorge Lanz von Liebenfels, che predicava l’esistenza di una razza superiore, gli ariani, dalle caratteristiche semidivine. Lanz sosteneva che in Austria, in Germania e in generale in tutti i paesi del Nord Europa, esistessero individui di razza ariana, dai capelli biondi e dagli occhi azzurri, che avevano il compito di eliminare la razza ebraica. Tra le colpe degli ebrei vi erano, a suo dire, tendenze degenerate quali la compassione per i deboli e gli umili, il femminismo, il socialismo e la democrazia.

Il Thule Bund si ispirò anche al Buddhismo tibetano, deformandone i contenuti, e alle dottrine esoteriche di Helena Petrovna Blavatsky, celebre e discussa medium e occultista fondatrice della Società Teosofica Internazionale. La Blavatsky sosteneva di essere in contatto telepatico con gli antichi “Maestri sconosciuti“, i sopravvissuti di una razza eletta (gli ariani), che sarebbe vissuta tra Tibet e Nepal. In seguito a una spaventosa catastrofe essi si sarebbero rifugiati nelle viscere della terra, dove avrebbero fondato una straordinaria civiltà sotterranea, la mitica Agarthi.

Tra le credenze che influenzarono la Thule e che fecero presa su Himmler e su Hitler stesso vi fu anche la teoria del mondo di ghiaccio, elaborata all’inizio del Novecento da Hans Horbiger, un ingegnere e astronomo dilettante austriaco. In particolare l’idea che la razza nordica avesse avuto origine in un regno di ghiaccio, disseminandosi in seguito in tutto il mondo, a causa di catastrofi naturali.

Il Thule Bund si rifaceva all’antica mitologia germanica, adottando come simboli la svastica e il disco solare raggiante. Il culto solare, già riemerso con il pangermanesimo di fine XIX secolo, si ricollegava alla costruzione di un passato mitico, nel quale il popolo germanico (ritenuto l’unico popolo razzialmente non contaminato), era composto da uomini forti e vitali, contrapposti ai deboli e “molli” romani. 

L’eredità ideologica della società Thule fu raccolta dal Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori.

Il legame del Thule Bund con il nazismo fu anche di carattere pratico. Il fondatore della Thule, Sebottendorff, nel 1918 acquistò il giornale “München Beobachter” che in seguito diventerà il “Völkischer Beobachter” (Osservatore popolare), il quotidiano del partito nazista. Il Thule Bund vide tra i suoi adepti Rudolf Hess, dal 1933 vice di Hitler, e Alfred Rosenberg. 

Nel 1919 un membro della Thule, Anton Drexler, fondò il DAP, Partito tedesco dei lavoratori, al quale Hitler aderì pochi mesi dopo, dal quale sorse il Partito nazionalsocialista (NSDAP), fondato da Hitler a Monaco nel 1920. Il simbolo del partito, la svastica destrogira, fu scelto personalmente da Hitler.

L’Ahnenerbe

L’Ahnenerbe fu un’associazione segreta creata da Heinrich Himmler (il capo delle SS). Tale associazione fu costituita ufficialmente l’1 gennaio 1935 con il nome di Deutsche Ahnenerbe, “Società di studio sulla storia antica dello spirito”, ma presto divenne nota con il nome di “Eredità ancestrale”. 

L’associazione, benché in apparenza si occupasse di ricerche archeologiche ed antropologiche, era guidata dalla convinzione della grandezza dell’antica civiltà germanica e della necessità di lottare contro il principale nemico di questa grandezza, il popolo ebraico. L’Ahnenerbe si occupava, tra l’altro, dello studio della simbologia germanica e soprattutto delle rune, l’antica scrittura dei popoli del Nord. 

La missione ufficiale dell’Ahnenerbe era duplice: in primo luogo, doveva portare alla luce nuove prove dei talenti e delle gesta degli antenati della Germania, risalendo, se possibile, sino al paleolitico. In secondo luogo, doveva rendere note tali scoperte al pubblico tedesco attraverso articoli, riviste, libri, esposizioni e conferenze scientifiche.

In realtà l’organizzazione era volta alla produzione di miti: i suoi più importanti ricercatori non esitarono a distorcere la verità e a fornire “prove” accuratamente adattate a supporto delle idee razziali di Hitler. 

Himmler ne fece una parte costitutiva delle SS, la finanziò e mise a disposizione dei ricercatori una grande villa in uno dei quartieri più ricchi di Berlino, con laboratori scientifici, biblioteche e laboratori museali.

Himmler era convinto di essere la reincarnazione dell’imperatore di Germania Enrico I l’Uccellatore e aveva creato una sorta di nuova Tavola Rotonda nel Castello di Wewelsburg, in Westfalia, dove si riunivano i dodici “cavalieri” dell’Ordine teutonico, composto da elementi scelti nei ranghi delle SS per rituali occultistici e ricerche misteriosofiche.

La spedizione in Tibet

Nel 1938 Himmler organizzò una spedizione in Tibet, guidata dallo zoologo Ernst Schäfer, per rintracciare le testimonianze dell’origine della razza ariana. Egli intendeva così accrescere il suo prestigio all’interno del regime e rafforzare l’Ahnenerbe da lui fondata. La spedizione aveva un carattere scientifico ma era guidata da premesse di stampo mitologico e simbolico, nelle quali Himmler credeva fermamente. 

Durante la spedizione Schäfer esaminò più di trecento crani di abitanti del Tibet e del Sikkim, registrando minuziosamente le loro caratteristiche fisiche. Determinò che il popolo tibetano si situava in una posizione intermedia tra le popolazioni europee e mongolidi, e che i caratteri europei erano tanto più marcati quanto più lo stato sociale si alzava. Ma un altro dei compiti assegnati a questa spedizione era la ricerca della mitica Agarthi, regno sotterraneo in cui risiederebbe il Re del mondo, entità con cui Hitler sosteneva di mantenere una sorta di contatto telepatico. Lo scoppio della guerra impedì la prosecuzione delle ricerche.

Bibliografia

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Arthur de Gobineau

Il conte Arthur de Gobineau fu il più coerente pensatore razzista dell’Ottocento. Nel Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane egli indica il concetto di razza come criterio per comprendere la dinamica storica generale e le vicende recenti del suo paese (la Francia). Secondo de Gobineau in passato sono esistite tre razze fondamentali (la gialla, la nera e la bianca), ognuna delle quali ha prodotto un proprio tipo specifico di civiltà. Mentre la razza bianca possedeva grandi facoltà creatrici ed era capace di porre un freno ai propri impulsi, i gialli pensavano solo al benessere materiale; i neri, infine, erano dotati di scarsa intelligenza e caratterizzati da un animalesco eccesso di sensualità. La Rivoluzione francese, secondo de Gobineau, era stato il prodotto di un micidiale miscuglio razziale verificatosi nel corso della storia. I pochi bianchi rimasti puri, i nobili, erano caduti vittime di una moltitudine di individui razzialmente ibridi. I borghesi, con la loro sete di denaro, non potevano essere che i discendenti di degenerate unioni tra bianchi e gialli. La plebe parigina e i sanculotti, con il loro bestiale comportamento mostravano che nelle loro vene scorreva ormai in prevalenza sangue di neri, lontanissimi in tutto e per tutto dai veri uomini, i bianchi. Per de Gobineau, la mescolanza delle razze era la grande tragedia del genere umano, il quale (nella sua accezione più forte e più completa) si restringeva solo agli europei di pelle chiara, al punto che la loro estinzione avrebbe significato la fine della civiltà.

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