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Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

Razzismo fascista e leggi razziali

L’antisemitismo

In Europa negli anni Venti e Trenta del Novecento l’antisemitismo era largamente diffuso. Al tradizionale antigiudaismo cristiano si erano aggiunti il razzismo “scientifico” e il nazionalismo che miravano a rendere le nazioni più omogenee dal punto di vista etnico-religioso. 

Inoltre, la grave crisi economica conseguente al crollo di Wall Street del 1929 che colpì anche l’Europa, come era accaduto anche in epoche precedenti, avevano fatto degli Ebrei un facile capro espiatorio su cui riversare il malcontento della popolazione.

Il riacutizzarsi dell’antisemitismo divenne prerogativa dei movimenti reazionari che si erano affermati in parte dell’Europa, primo fra tutti il Nazismo in Germania. Il Fascismo italiano non fece eccezione ed ebbe fin dalle sue origini una radicata componente antisemita che emerse fin dai primi anni Trenta e che si accentuò dopo la guerra d’Etiopia.

La nascita dell’impero e il razzismo

La conquista dell’Etiopia (1936) e la creazione dell’impero segnarono una svolta in direzione razzista e antisemita. La propaganda di regime diffuse stereotipi razzisti, secondo i quali l’Italia stava portando la civiltà a popoli e razze inferiori. La conquista dell’impero segnò il momento di massima adesione degli italiani al Fascismo. Il regime dispiegò un grande apparato propagandistico per rivendicare il diritto di popoli “giovani”, come quello italiano, di conquistare “un posto al sole” e successivamente, dopo le sanzioni della Società delle Nazioni,  per sostenere la politica autarchica. Inoltre, la conquista dell’impero rendeva necessaria, per Mussolini, una “chiara, severa coscienza razziale”.

Evitare gli incroci razziali

Il primo provvedimento in tal senso fu finalizzato a evitare gli “incroci razziali” fra italiani ed “indigeni” approvato con il RDL 740 del 19 aprile 1937, Sanzioni per rapporti di indole coniugale tra cittadini e sudditi. Nell’articolo unico del decreto era prevista la reclusione da uno a cinque anni per il cittadino italiano colpevole del reato di unirsi con una suddita africana come se fosse una moglie: “Il cittadino italiano che nel territorio del Regno o delle Colonie tiene relazione d’indole coniugale con persona suddita dell’Africa Orientale Italiana o straniera appartenente a popolazione che abbia tradizioni, costumi e concetti giuridici e sociali analoghi a quelli dei sudditi dell’Africa Orientale Italiana è punito con la reclusione da uno a cinque anni”. 

Lo scopo del decreto era quello di separare sessualmente e affettivamente le coppie miste e di impedire, in nome della superiorità razziale degli italiani, contatti intimi con donne africane che sfociassero nella nascita dei cosiddetti “meticci”. Nel giugno del 1939 fu poi approvata una legge che istituì il reato di “lesione di prestigio di razza”. Contestualmente all’azione legislativa, ebbe inizio una campagna propagandistica che, avvalendosi del supporto della stampa e dei mezzi di comunicazione, di testi di carattere “scientifico”, di romanzi, di fumetti diffondeva stereotipi razzisti e presentava le popolazioni africane come razza inferiore da dominare e da civilizzare.

 

L’antisemitismo

Ben presto il razzismo si intrecciò con l’antisemitismo: sui giornali gli Ebrei furono accusati di controllare la finanza internazionale e di essere i fautori delle sanzioni economiche decise dalla Società delle nazioni contro l’Italia durante l’impresa etiopica. Inoltre, presentati come insidioso pericolo per la purezza della razza italica, il regime descriveva gli Ebrei come elementi infidi e pericolosi, estranei al corpo della nazione.

Il manifesto degli scienziati razzisti

manifesto razzismo
Pubblicato, con il titolo Il fascismo e i problemi della razza, su “Il Giornale d’Italia” del 14 luglio 1938, il Manifesto degli scienziati razzisti anticipò di poche settimane la promulgazione della legislazione razziale fascista (settembre-ottobre 1938). Il manifesto fu pubblicato nuovamente sul quindicinale Difesa della razza, diretto da uno dei giornalisti più attivi nella polemica antisemita, Telesio Interlandi. Firmato da alcuni dei principali scienziati italiani, esso divenne la base ideologica e pseudo-scientifica della politica razzista dell’Italia fascista. 

Nel Manifesto degli scienziati razzisti si sosteneva, tra l’altro, che:

Le razze umane esistono. La esistenza delle razze umane …è …una realtà fenomenica, materiale, percepibile con i nostri sensi. Esistono grandi razze e piccole razze. Il concetto di razza è concetto puramente biologico…quindi è basato su altre considerazioni che non i concetti di popolo e di nazione… alla base delle differenze di popolo e di nazione stanno delle differenze di razza…  La popolazione dell’Italia attuale è nella maggioranza di origine ariana e la sua civiltà ariana…. È una leggenda l’apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici… Esiste ormai una pura “razza italiana”… È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti… Tutta l’opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo… La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose. È necessario fare una netta distinzione fra i Mediterranei d’Europa (Occidentali) da una parte gli Orientali e gli Africani dall’altra. Gli ebrei non appartengono alla razza italiana…Gli ebrei rappresentano l’unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli Italiani. I caratteri fisici e psicologici puramente europei degli Italiani non devono essere alterati in nessun modo. L’unione è ammissibile solo nell’ambito delle razze europee…”.

La copertina dei primi tre numeri della Difesa della razza presenta i profili di tre razze: ariana, semitica e nera o camitica. La testa ariana ha le sembianze di una statua romana, quella semitica è una sorta di bassorilievo con tratti caricaturali, quella camitica è la fotografia della testa di un nero, che presenta fattezze “primitive”. Una spada separa il busto ariano da quello dell’ebreo, il più vicino, e da quello del nero.

Nell’agosto del 1938 fu disposto un censimento della popolazione ebraica esistente in Italia, realizzato dalla neonata Direzione generale per la demografia e la razza (Demorazza), istituita dal Ministero dell’Interno. Il censimento rivelò che sul territorio nazionale vivevano 48 032 ebrei italiani e 10 380 ebrei stranieri, per un totale di poco più di 58 000 persone, cioè l’1 per mille della popolazione complessiva. 

 

La legislazione antiebraica

“una chiara, severa coscienza razziale”

Oggi molti storici (come Enzo Collotti) mettono in discussione la tesi secondo cui Mussolini e il regime vararono la legislazione antisemita solo in seguito all’alleanza con la Germania hitleriana e per acquiescenza nei suoi confronti (come ha sostenuto Renzo De Felice). Il razzismo e le leggi razziali furono una decisione deliberata, che faceva parte di un preciso disegno politico.

Del resto, il duce in un comizio a Trieste il 18 settembre 1938 rivendicò l’originalità del razzismo fascista: 

Nei riguardi della politica interna il problema di scottante attualità è quello razziale. Anche in questo campo noi adotteremo le soluzioni necessarie. Coloro i quali fanno credere che noi abbiamo obbedito ad imitazioni, o peggio, a suggestioni, sono dei poveri deficienti, ai quali non sappiamo se dirigere il nostro disprezzo o la nostra pietà. Il problema razziale non è scoppiato all’improvviso, come pensano coloro i quali sono abituati ai bruschi risvegli, perché sono abituati ai lunghi sonni poltroni. È in relazione con la conquista dell’Impero, poiché la storia ci insegna che gli Imperi si conquistano con le armi, ma si tengono col prestigio. E per il prestigio occorre una chiara, severa coscienza razziale, che stabilisca non soltanto delle differenze, ma delle superiorità nettissime. Il problema ebraico non è dunque che un aspetto di questo fenomeno”.

L’avvio della legislazione antisemita

Due settimane prima erano stati varati, con l’avallo del re, i primi due decreti-legge che avviavano la legislazione antisemita.

Il Regio decreto-legge 5 settembre 1938, n. 1390 (Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista) prevedeva che l’insegnamento nelle scuole fosse interdetto alle persone di razza ebraica, anche se siano state comprese in graduatorie di concorso anteriormente al presente decreto”. Di conseguenza, gli insegnanti di razza ebraica furono sospesi dal servizio, così come i presidi e direttori scolastici, gli aiuti e assistenti universitari e il personale di vigilanza nelle scuole elementari. Anche i liberi docenti di razza ebraica erano sospesi dalla libera docenza. Gli Ebrei erano poi esclusi dalle Accademie, dagli Istituti e dalle Associazioni di scienze, lettere ed artiGli studenti ebrei erano esclusi dalle scuole “di qualsiasi ordine e grado, ai cui studi sia riconosciuto effetto legale”. Erano ammessi in via transitoria a proseguire gli studi universitari gli studenti di razza ebraica già iscritti a istituti di istruzione superiore nei precedenti anni accademici. Il decreto definiva di razza ebraica “colui che è nato da genitori entrambi di razza ebraica, anche se egli professi religione diversa da quella ebraica”.

Il Regio decreto-legge 7 settembre 1938, n. 1381 (Provvedimenti nei confronti degli ebrei stranieri) prevedeva il divieto per gli stranieri ebrei “di fissare stabile dimora nel Regno, in Libia e nei Possedimenti dell’Egeo”. Inoltre il decreto revocava la concessione della cittadinanza italiana agli ebrei cui fosse stata concessa dopo il 1° gennaio 1919. Essi erano pertanto tenuti a lasciare il territorio italiano entro sei mesi, pena l’espulsione.

Il 6 ottobre 1938 il Gran Consiglio del Fascismo approvò la “Dichiarazione sulla razza”, quando già era stata avviata la legislazione antisemita, e il successivo 17 novembre 1938 la dichiarazione divenne norma giuridica con il regio decreto legge n. 1728Provvedimenti per la difesa della razza italiana.

Il Regio decreto-Legge 17 novembre 1938

Il Regio decreto-Legge 17 novembre 1938, n. 1728 (Provvedimenti per la difesa della razza italiana) fu la principale norma legislativa antiebraica. I primi articoli vietavano il matrimonio “del cittadino italiano di razza ariana con persona appartenente ad altra razza”. La parte restante del decreto riguardava specificamente gli Ebrei. Esso vietava il possesso di aziende di rilievo per la difesa nazionale e con più di 99 dipendenti, il possesso di immobili superiori a determinate dimensioni e l’impiego di domestici italiani. Gli Ebrei, inoltre, non potevano più prestare servizio nelle amministrazioni pubbliche civili e militari, una proibizione che progressivamente fu estesa anche alle attività e agli impieghi privati. 

Il decreto considerava di “razza” ebraica coloro che avessero:

  • entrambi i genitori di “razza” e di religione ebraica;
  • un solo genitore di “razza” ebraica e l’altro di nazionalità straniera;
  • un solo genitore di “razza” o di religione ebraica e l’altro di nazionalità italiana;
  • madre di “razza” ebraica, in caso di padre ignoto.

Non era invece considerato di “razza” ebraica chi fosse nato da genitori entrambi di nazionalità italiana, di cui uno solo di “razza” ebraica, ma non di religione ebraica.

Erano in tutto o in parte esclusi dalle disposizioni antisemite alcune categorie:

  • i componenti delle famiglie dei caduti nelle guerre libica, mondiale, etiopica, spagnola e dei caduti per la causa fascista;
  • i mutilati, gli invalidi, i volontari e i decorati al valore;
  • gli iscritti al Partito Nazionale Fascista dal 1919 fino al secondo semestre del 1924;
  • i legionari fiumani.
180 leggi antisemite

In tutto il regime fascista varò 180 leggi che privarono gli ebrei italiani dei diritti più elementari, così migliaia di persone si ritrovarono di fatto escluse dalla vita della nazione.

Non potevano avere alle proprie dipendenze persone di “razza” ebraica:
  • le Amministrazioni civili e militari dello Stato;
  • il Partito Nazionale Fascista;
  • le Province, i Comuni e gli Enti pubblici;
  • le Amministrazioni delle aziende municipalizzate e delle aziende collegate agli Enti pubblici;
  • le Amministrazioni di imprese private di assicurazione.
Le leggi razziali vietarono, tra l’altro, agli Ebrei di svolgere professioni come: 

notaio, giornalista, avvocato, architetto, medico, farmacista, veterinario, ingegnere, ostetrica, procuratore, patrocinatore legale, ragioniere, ottico, chimico, saltimbanco girovago, agronomo, geometra, perito agrario, perito industriale, tassista, pilota di aereo, attore, regista, scenografo, musicista, direttore d’orchestra, fotografo, tipografo, mediatore, piazzista, commerciante ambulante, affittacamere, guida turistica, interprete. 

Gli Ebrei inoltre non potevano:

essere iscritti al Partito nazionale fascista, far parte di associazioni culturali e sportive, entrare nelle biblioteche, lavorare nelle società private di carattere pubblico, come le banche e le assicurazioni, prestare servizio militare, comparire sugli elenchi telefonici, pubblicare necrologi, vendere oggetti d’arte, vendere oggetti sacri, gestire agenzie d’affari, vendere gioielli, vendere libri, penne, matite, quaderni,  gestire scuole di ballo, gestire agenzie di viaggio, gareggiare nelle manifestazioni sportive, frequentare luoghi di villeggiatura considerati di lusso, vendere alcolici, avere il porto d’armi, ecc.

I testi redatti, curati o commentati da autori ebrei, anche se scritti in collaborazione con “ariani”, non potevano essere adottati nelle scuole. Le carte geografiche murali di autori ebrei erano vietate. Le strade, le scuole e gli istituti non potevano avere nomi ebraici. Non dovevano più essere pubblicati e diffusi i loro libri, rappresentate le loro opere teatrali, suonate le loro musiche, proiettati i loro film.

La reazione alle leggi antiebraiche

Si assistette a una vera e propria ghettizzazione da cui furono esclusi solo quegli ebrei che avevano ottenuto la cosiddetta “discriminazione” per particolari benemerenze acquisite (onorificenze di guerra, adesione al fascismo fin dalle origini ecc.). 

La società italiana finì con l’adeguarsi alle leggi razziali senza grandi resistenze e furono pochi gli Italiani che cercarono di contrastarle. I provvedimenti furono spesso applicati con rigore da funzionari e impiegati e tra la popolazione prevalse l’indifferenza, perché queste norme non colpivano i non-ebrei nelle loro abitudini e nei loro interessi. Anzi in molti casi eliminavano potenziali concorrenti sul piano professionale, negli impieghi pubblici e privati. 

Anche la Chiesa cattolica non si oppose con decisione alle leggi razziali e Papa Pio XI si limitò a protestare per il divieto dei matrimoni misti, accettati dal diritto canonico e previsti dal Concordato del 1929. 

Nonostante la durezza delle limitazioni imposte, gli Ebrei tendevano a considerare le restrizioni come provvisorie e solo pochi decisero di emigrare. Questo non solo per le oggettive difficoltà che l’emigrazione comportava ma anche perché essi si sentivano italiani e consideravano l’Italia la loro patria.

La politica della RSI

Dopo la caduta del regime fascista, il 23 settembre 1943 Mussolini diede vita in Italia settentrionale alla Repubblica sociale italiana (RSI), il nuovo Stato fascista repubblicano schierato a fianco della Germania nazista. Con la collaborazione dei fascisti, gli occupanti tedeschi attuarono anche in Italia il progetto di annientamento degli Ebrei. Numerosi furono così gli arresti, le uccisioni e le deportazioni verso i campi di sterminio, che cessarono solo con la Liberazione.

La politica antiebraica fu un fondamento del manifesto programmatico del Partito repubblicano fascista, la Carta di Verona, che al punto 7 dichiarava che “gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica”.

Il 24 novembre 1943 il governo della RSI approvò un primo provvedimento legislativo sui beni degli Ebrei che disponeva la denuncia da parte dei possessori e il sequestro ad opera dei capi delle province (prefetti) dei beni artistici, archeologici, storici e bibliografici appartenenti “a persone di razza ebraica o ad istituzioni israelitiche”. 

Il 30 novembre 1943 il ministro dell’Interno della RSI diramò l’ordinanza di polizia n. 5 secondo le cui disposizioni i beni mobili e immobili degli Ebrei dovevano “essere sottoposti ad immediato sequestro, in attesa di essere confiscati nell’interesse della Repubblica sociale italiana, la quale li destinerà a beneficio degli indigenti sinistrati dalle incursioni aeree nemiche”. Successivamente tale disposizione fu estesa a “tutte le Comunità israelitiche” che dovevano essere sciolte e i loro beni dovevano essere sequestrati. Come da disposizioni successive, ovviamente, al sequestro doveva seguire la confisca da parte delle autorità (decreto del 4 gennaio 1944).

L’ordinanza di polizia n. 5 disponeva inoltre l’arresto di “tutti gli ebrei, […] a qualunque nazionalità appartengano” e il loro internamento “in campi di concentramento provinciali in attesa di essere riuniti in campi di concentramento speciali appositamente attrezzati”. 

Dal 1° dicembre 1943 i prefetti della RSI cominciarono ad allestire i campi di internamento provinciali e i questori iniziarono a effettuare gli arresti. Gli Ebrei arrestati furono raggruppati in carceri o campi di concentramento per poi essere deportati dai Tedeschi ad Auschwitz-Birkenau. Dal 1944 gli Ebrei di nazionalità inglese o di altro Stato “nemico” o “neutrale” furono deportati nel campo di Bergen Belsen. 

Inizialmente i convogli partirono dalle località degli arresti, mentre dal febbraio 1944 partirono dai campi di concentramento di Fossoli di Carpi e dall’agosto 1944 di Bolzano-Gries. Nel Litorale adriatico gli Ebrei arrestati dai tedeschi furono concentrati a Trieste, prima nel carcere del Coroneo e poi nel campo della Risiera di San Sabba, e da lì deportati ad Auschwitz.

Bibliografia

E. Collotti, Il fascismo e gli ebrei. Le leggi razziali in Italia, Laterza, Roma-Bari 2006

M. Sarfatti, Gli ebrei nell’Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione, Einaudi, Torino 2007

M. Avagliano e M. Palmieri, Di pura razza italiana. L’Italia «ariana» di fronte alle leggi razziali, Baldini & Castoldi, Milano 2013 

R. Calimani, Storia degli ebrei italiani. Vol. 3: Nel XIX e nel XX secolo, Mondadori, Milano 2015

Valeria Galimi, Alessandra Minerbi, Liliana Picciotto, Michele Sarfatti (a cura di), Dalle leggi antiebraiche alla shoah. Sette anni di storia italiana 1938-1945, Skira, Milano 2004.

M. Sarfatti, Le leggi antiebraiche spiegate agli italiani di oggi, Einaudi, Torino 2002.

M. Sarfatti, Gli ebrei nell’Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione, Einaudi, Torino 2000.

Sitografia

https://it.pearson.com/content/dam/region-core/italy/pearson-italy/pdf/storia/ITALY%20-%20DOCENTI%20%20-%20STORIALIVE%20-%202016%20-%20Cultura%20storica%20-%20PDF%20-%20Fascismo%20e%20antisemitismo.pdf 

http://storia.rai.it/articoli/la-dichiarazione-della-razza/10982/Rai%20Storia

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/09/05/leggi-razziali-80-anni-fa-il-primo-dei-decreti-che-anticiparono-lolocausto-cosi-mussolini-privo-gli-ebrei-di-tutti-i-diritti/4603974/ 

https://www.laterza.it/index.php?option=com_content&view=article&id=2054:matteo-stefanori-ordinaria-amministrazione&catid=35:universita 

http://anpi-lissone.over-blog.com/article-12146627.html 

https://it.wikipedia.org/wiki/Leggi_razziali_fasciste

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