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I Curdi in Siria: il Rojava

I Curdi in Siria: il Rojava

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

I Curdi in Siria: il Rojava

 

La Siria dal “mandato” francese a Bashshār al-Asad

Durante la Prima guerra mondiale la Siria si ribellò all’Impero ottomano, reclamando l’indipendenza. Finita la guerra, la Siria dovette sottostare a un Mandato francese assegnato dalla Lega delle Nazioni. Il 17 aprile 1936 fu firmato un trattato franco-siriano che riconosceva l’indipendenza della Siria. Il trattato tuttavia non fu ratificato e la Siria era ancora sotto il controllo francese allo scoppio della Seconda guerra mondiale. Finita la guerra, dopo una fase di duri scontri la Francia riconobbe l’indipendenza del paese (1º gennaio 1946). Dopo l’indipendenza si ebbe un periodo di instabilità, con ben tredici colpi di Stato. L’orientamento nazionalista e panarabo indusse la Siria a far parte dell’effimera Repubblica Araba Unita (1º febbraio 1958 – 28 settembre 1961), con l’Egitto del colonnello Nasser. In seguito a un colpo di Stato, l’8 marzo 1963 s’impadronì del potere in Siria il partito Baʿth, che abbandonò la linea panaraba e si avvicinò all’URSS.
Nel 1970 prese la guida del paese il generale Hāfiẓ al-Asad, che fu eletto presidente della Repubblica e instaurò un regime autoritario. Tra il 1971 e il 1977 al-Asad partecipò al tentativo di fondare una Federazione delle Repubbliche Arabe con Egitto e Libia e nel 1976 intervenne nella guerra civile libanese imponendo una sorta di protettorato siriano sul Libano, durato fino al 2005.
Quando scoppiò la guerra Iran-Iraq (1980-1988) la Siria prese posizione a favore dell’Iran. Dopo l’invasione irachena del Kuwait, al-Asad si schierò con la coalizione guidata dagli USA contro Saddam Hussein.
Nel giugno 2000 al-Asad morì, e il 17 luglio gli succedette il figlio Bashshār al-Asad. Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 i rapporti con l’Occidente si incrinarono e Bashār si oppose all’invasione americana dell’Iraq (2003).

 

Crisi del regime di al-Asad

Nel 2011 in Siria si svolsero grandi manifestazioni popolari che chiedevano maggiore libertà e democrazia. I manifestanti chiesero la caduta del regime e il governo represse duramente le manifestazioni. Scoppiò così la guerra civile, nella quale la guida del movimento insurrezionale fu assunta dall’Esercito siriano libero (ESL). Intanto, diversi gruppi armati si inserirono nel conflitto, in particolare le milizie curde dell’Ypg e i miliziani dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante. La Russia intervenne a favore del governo di al-Asad, mentre una coalizione a guida statunitense fornì sostegno alle milizie curde dell’Ypg, che combattevano contro le forze dello Stato Islamico. La guerra suddivise il paese in quattro aree principali: quella sud-occidentale controllata dal governo, quella nord-occidentale dai ribelli sostenuti dalla Turchia in funzione anti-curda, quella nord-orientale sotto il controllo dei Curdi dell’Ypg, quella sud-orientale sotto il controllo dello Stato Islamico. Soltanto nella Siria occidentale rimasero alcune aree sotto il controllo dell’Esercito siriano libero.

 

Il Rojava

Nell’estate 2012, sedici mesi dopo lo scoppio delle rivolte in Siria, il governo di Baššār al-Asad, sotto scacco ad Aleppo, ritirò l’esercito dalle aree a maggioranza curda del Nord e del Nord-Est del paese. Approfittando della situazione, il Partito dell’unione democratica (Pyd) sostenuto dalla sua ala militare, le Unità di protezione popolare (Ypg), assunse il controllo di tre enclave vitali abitate da Curdi: Ğazīra, Kobani e ‘Afrīn. Alla fine del 2013, il partito costituì l’amministrazione autonoma curda del Rojava (Kurdistan occidentale). Con l’istituzione del Rojava, la comunità curda siriana era per la prima volta in grado di affermare i propri diritti, controllare il territorio e godere di maggiore indipendenza politica da Damasco. Nella sua ascesa al potere, il Pyd beneficiò dell’addestramento e delle armi fornite dal Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk). Mentre il partito amministrava la giustizia e le istituzioni locali nel Rojava, il suo braccio armato divenne una pedina fondamentale nella guerra allo Stato Islamico. Le Forze democratiche siriane (Fds), create nell’ottobre 2015 e dominate dalle milizie Ypg, divennero una forza militare preziosa per l’Occidente e ottennero un riconoscimento internazionale nonché il sostegno militare degli Stati Uniti.
Il 17 marzo del 2016 fu istituita la Federazione democratica del Rojava – Siria del Nord, una regione che comprende anche arabi e altre minoranze e che il Pyd propone come modello nazionale per una Siria federale.

 

Il problematico futuro del Rojava

L’esistenza del Rojava è osteggiata sia dal regime di Bashar al-Assad, sia dalle forze ribelli dell’opposizione. Tra l’altro, il Rojava è abitato non solo da Curdi ma anche da Arabi e da altre minoranze. Di conseguenza non è sempre facile la convivenza tra le diverse sue componenti. Inoltre, gli stretti legami del Pyd con il Pkk contribuiscono all’ostilità della Turchia nei confronti di uno Stato curdo accusato di proteggere i “terroristi” del Pkk. Va poi considerato che lo stesso Pdk iracheno mira a contrastare il potere del Pkk in Siria e in Iraq, anche a costo di diventare uno strumento dell’offensiva politica e militare di Ankara. L’Upk iracheno, invece, ha rafforzato la sua alleanza con il Pkk. Infine, gli Stati Uniti hanno fornito sostegno militare alle forze curde in lotta contro lo Stato Islamico, ma non hanno assunto impegni politici a favore delle richieste dei Curdi. L’appoggio statunitense ai Curdi del Rojava è strettamente legato al loro utilizzo militare. Una volta sconfitto lo Stato Islamico, gli Stati Uniti hanno dato priorità al rapporto con Ankara, alleato Nato. Per i Curdi fare affidamento sull’appoggio degli Stati Uniti, come mostrano le più recenti vicende, è molto pericoloso.

 

Ramoscello d’ulivo e Primavera di pace

Già all’inizio del 2018, la Turchia ha attuato l’operazione militare denominata Operazione ramoscello d’ulivo contro il Rojava, che ha portato alla caduta del cantone di Afrin.
In agosto del 2019 Stati Uniti e Turchia hanno firmato un accordo per “stabilizzare” il confine meridionale turco, che prevedeva la creazione di una “zona cuscinetto” che avrebbe dovuto dividere le forze turche da quelle curde. L’accordo prevedeva che i Curdi siriani si ritirassero dagli avamposti di confine. In cambio, il governo statunitense garantì ai Curdi protezione e sicurezza. Alla fine di agosto i Curdi avevano iniziato a ritirarsi. Ma gli Stati Uniti di Trump hanno fatto marcia indietro, annunciando il ritiro dei propri soldati (qualche centinaia) dalle zone curde del nord della Siria.
Così, il 9 ottobre 2019 le forze armate turche, in collaborazione con milizie dell’opposizione siriana, hanno incominciato un’offensiva denominata Primavera di pace nel territorio settentrionale della Federazione, con l’obiettivo di costituire una zona-cuscinetto larga 30 chilometri tra la Turchia e la Siria. Il 17 ottobre la Turchia si è impegnata a interrompere i combattimenti per cinque giorni, a condizione che i Curdi, fino a ieri alleati di Washington e ora abbandonati a se stessi, depongano le armi pesanti e abbandonino la zona cuscinetto profonda trenta chilometri voluta da Ankara. In sostanza questo era fin dall’inizio l’obiettivo della guerra scatenata da Erdoğan. Per l’ennesima volta le aspirazioni indipendentiste o autonomiste dei Curdi sembrano destinate alla sconfitta. Come è più volte accaduto nella loro storia i Curdi sono stati utilizzati strumentalmente come pedine. Inoltre, i partiti curdi hanno ottenuto un arsenale militare ragguardevole, ma spesso si sono divisi se non combattuti. Nessuna delle potenze regionali e della coalizione anti-ISIS sembra veramente intenzionata a consentire che i Curdi costituiscano una solida entità statale autonoma e tantomeno indipendente.
Da Limes

L’accordo di Soči tra Turchia e Russia del 22 ottobre rappresenta il completamento, per quanto probabilmente temporaneo, del processo che ha ridisegnato gli equilibri nella Siria nord-orientale. Un processo innescato il 6 ottobre dal ritiro dei soldati americani dal confine turco-siriano deciso da Trump. L’intesa raggiunta da Erdoğan e Putin, come già l’accordo di Ankara tra Turchia e Stati Uniti del 17 ottobre, legittima la presenza militare turca nell’area delimitata dagli assi di Tall Abyad e Ras-al Ayn e dall’autostrada M4. Si tratta di meno di un terzo della “zona di sicurezza” oggetto dell’operazione Fonte di pace, iniziata il 9 ottobre e di fatto conclusa dopo l’accordo di Soči. A liberare dalle milizie curde il resto dei territori compresi nella “zona di sicurezza” – nei quali sono tornate le forze del regime – saranno la polizia militare russa e la guardia di frontiera siriana. Il termine per il ritiro dei combattenti del Pkk/Ypg è domenica 27 ottobre a mezzogiorno. A quel punto, i soldati turchi potranno iniziare a pattugliare insieme a quelli russi le aree comprese tra Kobani e Tall Abyad e tra Ras al-Ayn e il confine iracheno fino a una profondità di dieci chilometri (esclusa la città di Qamishli). L’incognita principale riguarda la reazione delle milizie curde, che Trump sta invitando a trasferirsi a Deir ez-Zor. Nel caso in cui il Pkk/Ypg non si ritirasse o “indossasse le uniformi del regime”, la Turchia ha minacciato di riprendere le operazioni militari. […]

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L’Iraq, l’Iran e la questione curda

L’Iraq, l’Iran e la questione curda

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

L’Iraq, l’Iran e la questione curda

 

Con il disfacimento dell’Impero ottomano il gioco delle potenze europee in Medio Oriente divenne pressante. Il Trattato di Losanna assegnò la maggior parte del Kurdistan alla Turchia. Tuttavia, un’importante area strategica, quella di Mosul e Kirkuk, ricca di risorse petrolifere, fu assegnata al neonato Iraq, Stato che la Gran Bretagna volle artificiosamente creare. L’Iraq si caratterizzò per una relativa tolleranza nei confronti dei Curdi, ai quali la costituzione del 1925 e quella successiva del 1943 riconoscevano una certa parità di diritti, tra cui l’uso della lingua curda nelle pubblicazioni. In Iran, dopo l’avvento della dinastia Pahlavi, si favorì una relativa pacificazione dell’area curda iraniana.

 

La Repubblica di Mahabad

La carta curda iniziò a essere utilizzata nel contesto più ampio della contrapposizione Est-Ovest. In una piccola regione del Kurdistan iraniano il 22 gennaio 1946 fu fondata Repubblica di Mahabad, con il sostegno dell’URSS. La Repubblica rappresentava un primo tentativo di autonomismo curdo, potenziale nucleo di un Kurdistan indipendente, ma non fu riconosciuta da nessuna delle potenze alleate e durò soltanto undici mesi, fino alla violenta repressione del governo iraniano.

 

I Curdi in Iraq

Nel quadro della politica di contenimento nei confronti dell’Urss il Trattato di Baghdad creò un’alleanza militare filoccidentale tra Turchia, Iran e Pakistan, cui l’Iraq non aderì. Intorno agli anni ’60 l’Iraq assunse un orientamento nazionalista panarabo e filosovietico. Perciò alcuni paesi cercarono di utilizzare il movimento curdo per destabilizzare il regime iracheno. L’Iran sobillò le fazioni curde contro Baghdad. Anche Israele, spaventato dalla politica arabista dell’Iraq, iniziò ad armare il leader curdo Mustafa Barzani clandestinamente. Gli scontri tra Barzani e il regime iracheno continuarono fino al colpo di Stato del 1968 che portò al potere a Baghdad il partito nazionalista Baath. Il nuovo regime concluse un accordo di pace con Barzani l’11 marzo del 1970. Sembrò un successo per i Curdi. Infatti l’accordo prevedeva il riconoscimento del curdo quale seconda lingua ufficiale, l’autonomia delle province a maggioranza curda e la partecipazione dei Curdi al governo centrale. In realtà il regime iracheno non mantenne queste promesse e di lì a poco continuò la repressione.

 

La guerra tra Iraq e Iran

Anche durante la guerra iracheno-iraniana i Curdi furono oggetto di strumentalizzazione. I partiti curdi si ritrovarono schierati su fronti diversi. L’Iraq sostenne la guerriglia nel Kurdistan iraniano, appoggiando il Partito democratico del Kurdistan-Iran (Pdk-Iran), guidato da Abdulrahman Ghassemlu. L’Unione patriottica del Kurdistan, pur combattendo contro l’Iraq, aiutò Saddam a rifornire i guerriglieri del Pdk-Iran, in quanto partito alleato. Viceversa, il regime iraniano aiutò il Partito democratico del Kurdistan-Iraq (Pdk-Iraq), capeggiato da Mas’ud e Idris Barzani (figli di Mustafa Barzani).
Nel 1983 Saddam Hussein, sull’orlo della sconfitta militare nella guerra contro l’Iran, si accordò con l’Upk (Unione patriottica del Kurdistan), facendo diverse concessioni: costituzione di una milizia curda di circa 40 mila uomini, maggiori poteri alla regione autonoma curda, ingresso nel governo di membri dell’Upk e inclusione dell’area di Kirkuk nella regione autonoma del Kurdistan. A metà degli anni Ottanta Saddam Hussein iniziò, tuttavia, una sanguinosa repressione: deportazione in massa della popolazione curda, torture ed uccisioni, “arabizzazione” del Kurdistan iracheno attraverso l’invio nella zona di Kirkuk di Egiziani e Iracheni. Con il cessate-il-fuoco del 20 agosto 1988 tra Iran e Iraq, il regime iracheno ebbe mano libera: l’esercito fu concentrato nel Kurdistan e aerei militari bombardarono con gas letali interi villaggi al confine con la Turchia.

 

La prima guerra del golfo

Dopo la Guerra del Golfo (2 agosto 1990 – 28 febbraio 1991), che aveva visto l’intervento degli Stati Uniti in seguito all’invasione del Kuwait decisa da Saddam Hussein, i Curdi al Nord e gli Sciiti a Sud insorsero, pensando che il dittatore fosse finito. Gli Stati Uniti sembrarono intenzionati a sostenere la rivolta, per destabilizzare il dittatore. Tuttavia, dopo averlo costretto a ritirarsi dal Kuwait, per il timore di una disintegrazione dell’Iraq e di una destabilizzazione dell’intera area, gli Usa consentirono a Saddam di riprendere il controllo del paese e decisero di non aiutare i Curdi se non sul piano umanitario. Il 28 marzo la Guardia repubblicana di Saddam lanciò un massiccio attacco contro le forze curde. L’offensiva, condotta con estrema violenza, provocò l’esodo di milioni di profughi curdi verso l’Iran e la Turchia. Gli Stati Uniti e gli alleati imposero una no fly-zone, un’area di sicurezza nel Nord dell’Iraq al confine con la Turchia, che copriva la maggior parte dei territori abitati dai Curdi.

 

Autogoverno e conflitti tra Pdk e Upk

In quell’area iniziò una prima esperienza di autogoverno curdo. In assenza di istituzioni statali, le strutture interne del Partito democratico del Kurdistan (Pdk) e dell’Unione patriottica del Kurdistan (Upk) assunsero funzioni di governo e amministrative, rispettivamente ad Arbīl e a Sulaymāniya. Sin dai primi anni Novanta, i due partiti crearono istituzioni comuni, tra cui un parlamento. Tuttavia, l’amministrazione delle aree d’influenza di ciascun partito restò di fatto separata.
Nel maggio del 1992 si svolsero consultazioni elettorali nel Kurdistan iracheno per legittimare la creazione di una regione autonoma nel Nord dell’Iraq, comunque inserita in uno Stato iracheno sovrano. Tuttavia il Pdk e l’Upk, i due principali partiti curdi, non furono capaci di giungere a una soluzione politica comune. Le divergenze si acuirono fino a sfociare in una guerra civile (1994-1998) tra le due fazioni curde, con migliaia di morti. Il conflitto vide anche l’intervento della Turchia, in appoggio al Pdk (che era in contrasto con i guerriglieri del Pkk turco) e dell’Iran a sostegno dell’Upk. Saddam cercò di riottenere il controllo della regione, così i due partiti curdi furono costretti alla riconciliazione. Il 17 settembre del 1998, con la mediazione degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e della Turchia, Massud Barzani leader del Pdk e Jalal Talabani leader dell’Upk siglarono un accordo che prevedeva, tra l’altro, l’istituzione di una regione curda autonoma in Iraq.

 

La seconda guerra del golfo

Nella guerra in Iraq del 2003 le milizie Peshmerga dell’Unione Patriottica coadiuvarono l’avanzata degli Stati Uniti contro l’esercito iracheno. Alla fine del conflitto leader curdi entrarono quindi a far parte del Governo provvisorio. Nel decennio seguente i due partiti svilupparono una linea comune verso Baghdad, unificarono gli organi esecutivi del governo (in particolare le forze di sicurezza peshmerga) e attivarono la funzione legislativa del parlamento.
Il ritiro dalla scena politica di Jalal Talabani (2012) pose però fine all’accordo tra i due partiti, creando nuove tensioni. Le elezioni parlamentari del 2013 registrarono il successo del Pdk (primo partito con 38 seggi), la sconfitta dell’Upk (11 seggi persi) e l’emergere del nuovo partito d’opposizione Gorran (secondo con 24 seggi). Crebbe l’antagonismo tra Pdk e Upk, che si avvicinarono al proprio alleato regionale (il Pdk alla Turchia e l’Upk all’Iran). L’indebolimento indusse inoltre l’Upk ad avvicinarsi al Pkk turco per contrastare lo strapotere del Pdk.

 

Lo Stato Islamico

Le origini del gruppo Stato Islamico risalgono ad “al-Qa’ida in Iraq“, poi rinominata “Stato Islamico dell’Iraq”, fondata da Abu Muṣʿab al-Zarqāwī nel 2004 per combattere l’occupazione statunitense dell’Iraq e il governo iracheno sciita sostenuto dagli Stati Uniti dopo il rovesciamento di Saddam Hussein.
Nel 2013 lo Stato Islamico dell’Iraq proclamò unilateralmente la propria unificazione con la branca siriana di al-Qaeda, che aveva conquistato una parte del territorio siriano nell’ambito della guerra civile contro il governo di Baššār al-Asad, ma esponenti di quest’ultima smentirono la notizia. In seguito a questo contrastato annuncio, il gruppo cambiò nome in Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (Islamic State of Iraq and Syria, ISIS) o Daesh (al-Dawla al-Islāmiyya fī l-ʿIrāq wa l-Shām). Il suo capo, Abu Bakr al-Baghdadi, nel giugno 2014 proclamò la nascita di un califfato nei territori caduti sotto il suo controllo in un’area compresa tra la Siria nord-orientale e l’Iraq occidentale.
Nel 2014 l’ISIS ampliò il proprio territorio in Iraq (con la presa di Mosul) e proclamò la nascita del “califfato” il 29 giugno 2014. Le rapide conquiste territoriali dell’ISIS indussero gli Stati Uniti e altri Stati occidentali e arabi a intervenire militarmente contro l’ISIS con bombardamenti aerei in Iraq da agosto 2014 e in Siria da settembre 2014. Dapprima alleato di al-Qaeda, rappresentata in Siria dal Fronte al-Nusra, l’ISIS se ne distaccò nel febbraio 2014. A partire dall’ottobre 2014, altri gruppi jihadisti esterni all’Iraq e alla Siria dichiararono la propria affiliazione all’ISIS.

 

I Curdi contro l’ISIS e il referendum

Nel corso della guerra del governo iracheno all’Isis, che nell’agosto 2014 aveva occupato ampi territori dell’Iraq settentrionale incluse aree a maggioranza curda, i peshmerga curdi riconquistarono ampie regioni, come la piana di Ninive e la regione petrolifera di Kirkuk. Il presidente della regione autonoma del Kurdistan, Mas’ud Barzani, indisse per il 25 settembre 2017 un referendum sull’indipendenza della regione dall’Iraq. Sul piano internazionale, tuttavia, soltanto lo Stato di Israele sostenne l’iniziativa referendaria, mentre le maggiori potenze, come gli Stati Uniti, si dichiararono contrarie alla divisione dell’Iraq.
L’esito del referendum vide il 92,73% dei voti favorevoli all’indipendenza dall’Iraq. Tuttavia il governo centrale non aveva accettato la decisione del governo curdo di indire il referendum e non ne riconobbe l’esito, attuando una serie di misure repressive nei confronti della regione. A un mese dal referendum, il Kurdistan ha accettato di congelarne il risultato e di avviare un dialogo con il governo di Bagdad. Il presidente del Kurdistan Mas’ud Barzani ha presentato le dimissioni, riconoscendo la sconfitta della propria strategia politica in assenza di appoggio internazionale.

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I Curdi e la Turchia

I Curdi e la Turchia

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

I Curdi e la Turchia

 

La Repubblica turca

Ataturk

In Turchia, con l’avvento di Atatürk nel 1923 e la nascita della Repubblica Turca, dominata da un’ideologia nazionalista che professava l’esistenza di un’unica nazionalità (quella turca), lo scontro tra Curdi e Turchi si radicalizzò.
Durante la guerra di liberazione turca contro le potenze straniere fu chiesto l’appoggio curdo in cambio della promessa di uno statuto di autonomia nell’ambito di uno Stato federale, che però non fu mantenuta. La Repubblica turca anzi si propose di sradicare l’identità nazionale curda, disconoscendone l’esistenza. La difficile coesistenza tra Turchi e Curdi fu così causa di continue rivolte.
Due rivolte scoppiarono nel 1925 e una terza nel 1937 nel Nord-Ovest del Kurdistan turco, tutte duramente represse. Il governo turco decise di eliminare il problema curdo per sempre, colpendo le radici stesse dell’identità curda. Interi villaggi curdi furono distrutti e la popolazione massacrata. Fu persino bandito l’uso dei termini «curdo» e «Kurdistan». I termini furono sostituiti con «turchi di montagna» e «Anatolia sud-orientale». Negli anni del secondo dopoguerra il nazionalismo curdo avanzò rivendicazioni sociali oltre che nazionalistiche ma non trovò ascolto.
 

Colpi di Stato e repressione

Nel 1960 l’esercito attuò un colpo di Stato. La repressione contro la comunità curda fu molto dura: furono arrestati molti esponenti curdi, furono “turchizzati” i nomi dei bambini e dei villaggi curdi. Quando fu approvata una nuova costituzione che concedeva una relativa libertà politica, nacquero in Turchia gruppi di sinistra, tra cui il Partito dei lavoratori della Turchia, nelle cui file militavano diversi Curdi. Lo scenario politico curdo si sviluppò in due direzioni: l’ala nazionalista (legata ai gruppi curdi tradizionali dell’Iraq) rappresentata dal Partito democratico del Kurdistan, che come obiettivo aveva l’autonomia, e l’ala più radicale, di ispirazione socialista, che rivendicava non solo riforme sociali ma anche l’indipendenza.
Un altro golpe, attuato nel 1971, fu per il movimento curdo l’ennesimo colpo di freno, anche a causa delle sue divisioni interne. Furono messe fuori legge le organizzazioni curde, imprigionati i leader e la repressione nei villaggi curdi portò alla deportazione di parte della popolazione.

 

Il Pkk di Öcalan

L’ala moderata curda in Turchia diventò minoritaria, mentre nei gruppi della sinistra curda si affermò l’Associazione patriottica democratica degli studi superiori, fondata nel 1974, che nel 1977 si trasformò in Pkk, (Partito dei lavoratori curdi). Fondato da Abdullah Öcalan, detto Apo, ex studente di scienze politiche all’Università di Ankara, il Pkk si ispirava al marxismo-leninismo, con una forte dose di nazionalismo.
Un terzo colpo di Stato, nel 1980, portò alla soppressione di vari movimenti politici e alla messa fuori legge di partiti e sindacati. La repressione colpì duramente le aspirazioni dei Curdi. La nuova costituzione del 1982 vietava l’uso della lingua curda e il codice penale riformato criminalizzava ogni espressione che affermasse un’identità curda.

 

Tra guerra civile e potenziali aperture

Negli anni Ottanta il nuovo regime, guidato da Turgut Özal (la cui madre era curda), si propose di promuovere lo sviluppo dell’Anatolia del Sud-Est (Kurdistan), per integrare l’economia curda nel sistema economico turco. In quest’ottica si posero le basi per la progettazione e la costruzione dell’imponente sistema di dighe e di irrigazione Atatürk, monumentale strumento per lo sviluppo dell’Anatolia del Sud-Est.
Tuttavia il Pkk nel 1984 iniziò la lotta armata contro il potere centrale. Nel Sud-Est della Turchia si scatenò una vera e propria guerra civile con scontri feroci e numerosi morti da ambo le parti. Il governo turco iniziò ad impiegare in modo massiccio l’esercito. Viceversa il Pkk colpì i simboli dello Stato turco, facendo ricorso al terrorismo.
Il Pkk fu aiutato dalla Siria, nel cui territorio erano concentrati campi di addestramento, così come nella Valle della Bekaa, dove dopo il colpo di Stato del 1980 Öcalan e i suoi collaboratori avevano trovato rifugio. Il Pkk trovava protezione anche in alcune aree dell’Iran e dell’Iraq. Si stima che dal 1984 ad oggi siano morte in Turchia più di 30 mila persone tra soldati turchi, miliziani del Pkk e civili di ambo le parti.
Nel corso degli anni Ottanta e all’inizio degli anni Novanta si cercò di sondare la possibilità di reciproche aperture. Il Pkk sembrò puntare all’autonomia e non più all’indipendenza, mentre da parte turca ci fu una certa disponibilità da parte del premier Özal. Egli propose la creazione di una regione autonoma, con un proprio parlamento e governo autonomi, una propria polizia, la lingua curda dichiarata ufficiale, un sistema di telecomunicazioni in curdo. Nel 1991 fu abrogata la legge che proibiva l’uso della lingua curda in Turchia e furono liberalizzate le pubblicazioni sulla questione curda. Questo però non fermò la repressione poliziesca e giudiziaria. In aprile del 1993 la morte improvvisa del presidente Ozal interruppe la svolta moderata di Ankara e portò all’affermazione della destra e dell’esercito. Inizio così la strategia della “terra bruciata”, che durò fino al 1995.

 

La cattura di Apo

Il 15 febbraio 1999 fu catturato in Kenya il leader del Pkk Abdullah Öcalan, dopo che egli era stato costretto a lasciare l’Italia il 16 gennaio, dove aveva richiesto inutilmente asilo politico. La cattura di Öcalan fu però l’occasione per far conoscere al mondo le condizioni miseria e di discriminazione in cui i Curdi vivevano. Öcalan, come aveva già in precedenza anticipato, mostrò la volontà di abbandonare la strada del terrorismo. Lo aveva infatti già unilateralmente annunciato il 1° settembre del 1998, proclamando una tregua.
Lo scontro tra lo Stato turco e il Pkk è poi proseguito nel tempo, nonostante vari tentativi di giungere a una soluzione. Attualmente Öcalan sconta l’ergastolo in un carcere di massima sicurezza.

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I Curdi e l’illusione del Kurdistan

I Curdi e l’illusione del Kurdistan

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

I Curdi e l’illusione del Kurdistan

 

Il Kurdistan

Per Kurdistan si intende comunemente un’area di circa 450.000 kmq, abitata dalla popolazione di etnia curda, suddivisa tra Turchia, Siria, Iran ed Iraq. Comunità curde si trovano anche in alcune repubbliche ex sovietiche, come l’Armenia e l’Azerbaigian. Il Kurdistan turco è di circa 230 mila kmq (30% del territorio turco), quello iracheno di circa 74 mila kmq (17%), quello iraniano di circa 125 mila kmq (7,5%) e quello siriano di circa 18.300 kmq (10%).
Se il Kurdistan fosse unito potrebbe essere uno degli Stati più ricchi del Medio Oriente, considerate le materie prime di cui dispone, dal petrolio alle risorse idriche. Il petrolio infatti viene estratto in tutte e quattro le aree in cui sono insediati i Curdi, della Turchia, della Siria, dell’Iran e dell’Iraq.
Per quanto riguarda le risorse idriche, nell’area del Kurdistan sgorgano i principali fiumi della regione: il Tigri e l’Eufrate, che costituiscono le principali risorse idriche di Turchia, Siria e Iraq. Nel Kurdistan turco è inoltre situato il lago Van, con una superficie di circa 3.700 kmq. Nel Kurdistan iraniano sgorgano i quattro fiumi principali e il lago Urmia, con una superficie di circa 5.500 kmq e diverse dighe per la produzione di energia idroelettrica. Nel Kurdistan iracheno, oltre al Tigri, scorrono altri fiumi importanti. Il Kurdistan è il passaggio obbligato per alcune importanti vie di comunicazione tra i paesi di quest’area. Un ipotetico Stato curdo potrebbe contare presumibilmente oltre 24 milioni di persone, il quarto gruppo nazionale del Medio Oriente.
Le aspirazioni alla creazione del Kurdistan come entità statale indipendente si sono scontrate con una serie di difficoltà che, ancor oggi, sembrano rendere impossibile o molto improbabile la loro realizzazione. In primo luogo, gli Stati in cui si trova distribuita l’etnia curda contrastano la creazione di uno Stato curdo indipendente, in particolare sul proprio territorio ma anche in quelli confinanti. Le grandi potenze e le potenze regionali hanno talvolta prospettato ai Curdi la possibilità di creare un proprio Stato o quanto meno di poter godere di un’ampia autonomia, in cambio del loro appoggio militare. Salvo però di volta in volta tradire le promesse allo stabilizzarsi della situazione. Un ulteriore, non irrilevante fattore di difficoltà è poi costituito dalle forti divisioni interne allo stesso popolo curdo, per ragioni insite nella sua storia (divisioni linguistiche e tribali nonché, in epoca contemporanea, divisioni tra partiti spesso in conflitto tra di loro).

La lingua

Non esiste un’unica lingua curda ma varie lingue. Tra i motivi, l’assenza fino al XIX secolo di una lingua scritta. Il curdo appartiene al ceppo iranico, famiglia indo-europea. Esso è più vicino al persiano che all’arabo. Le principali lingue curde sono due: il kurmangi, parlato dai Curdi della Turchia e della Siria e il sorani parlata dalle popolazioni curde dell’Iraq settentrionale e dell’Iran occidentale. Il kurmangi è scritto in caratteri latini, il sorani in caratteri adattati dall’arabo. Le lingue curde sono dotate di strutture grammaticali e lessicali diverse le une dalle altre e reciprocamente esclusive e incomprensibili.

I Curdi fino al XVIII secolo

I Curdi sono una popolazione nata dalla fusione fra genti autoctone e tribù indoeuropee, giunte a partire dal III millennio a.C. dal mar Caspio e dagli altopiani iranico e afghano. La religione originaria dei Curdi era la zoroastriana. Dopo la conquista araba dei loro territori, i Curdi si convertirono all’Islam. Oltre il 70% aderì al rito sunnita, mentre una minoranza aderì a quello sciita. Nel Kurdistan sono inoltre presenti altre minoranze religiose, numericamente poco significative.
Il grande condottiero musulmano Ṣalāḥ al-Dīn Yūsuf ibn Ayyūb (Saladino), che nel 1192 sconfisse i Crociati di Riccardo Cuor di Leone, dopo aver riconquistato Gerusalemme nel 1187, era di origine curda. Nato a Tikrit, fondò la dinastia Ayyubi che governò il regno d’Egitto e Siria.
Tra l’XI e il XVI secolo il Kurdistan visse tre invasioni. La prima, quella turca, risale al 1051. La seconda, quella mongola, dilagò nel XIII secolo. L’ultima fu quella di Tamerlano (Timur-lenk) il grande conquistatore turcomanno che si scontrò con i Curdi nel 1402. Un secolo di guerre sconvolse il Kurdistan fino alla battaglia di Gialdiran nel 1514, che vide lo scontro fra i due grandi imperi del Medio Oriente, il persiano e l’ottomano. Il trattato di Gialdiran (1514) e il successivo Trattato di Kasiri-Sirin (1639) sancirono la definizione dei confini tra i due imperi e la definitiva spartizione del Kurdistan. I due imperi, in particolare quello ottomano, che inglobò la maggior parte del Kurdistan, lasciarono ai principati curdi ampia autonomia in cambio del loro appoggio militare. Tuttavia, tale autonomia e la struttura feudale e tribale su cui essa era basata, finirono per alimentare le conflittualità interne alla comunità curda e ostacolarono la formazione di una coscienza nazionale.

I Curdi nel XIX secolo

Quando nel corso dell’Ottocento l’Impero ottomano ebbe bisogno di maggiori risorse finanziarie e umane, i feudatari curdi cercarono di resistere alle pressioni di Istanbul, anche ribellandosi. La situazione era tale da favorire l’ingerenza esterna per strumentalizzare la questione curda. La Persia agevolò la contrapposizione tra la Sublime Porta e i Curdi, sperando in conquiste territoriali. Nella disputa si inserì anche la Russia, desiderosa di indebolire l’Impero ottomano. Nel corso del XIX secolo i principati scomparvero mentre aumentò il potere delle singole tribù, spesso in conflitto tra di loro, determinando un’ulteriore frammentazione della società curda.
Alla fine del XIX secolo, grazie all’opera di Shaikh Obeydullah, ci fu un primo tentativo di unificare il Kurdistan ottomano e iraniano, ma il tentativo fu stroncato dall’accordo tra la Sublime Porta e la Persia. Tuttavia, la decadenza dell’Impero ottomano sollecitò una presa di coscienza da parte del popolo curdo. Nel 1898 al Cairo uscì il primo giornale in curdo, il Kurdistan, nacquero diversi club letterari curdi e per un breve periodo fu attiva, fino alla sua chiusura nel 1909, una scuola curda a Istanbul. Nel 1910 sorse la prima organizzazione politica: Hiviya Kurd (“Speranza curda”). Ben presto il potere militare turco ne limitò le attività, chiudendo scuole e associazioni.
Nel corso della Prima guerra mondiale alcune tribù curde combatterono con gli Imperi centrali, a fianco dell’Impero ottomano, mentre altre si schierarono con l’Intesa. Durante la guerra gli Inglesi, in cambio dell’appoggio dei Curdi contro l’Impero Ottomano, promisero la creazione, dopo la guerra, di uno Stato curdo indipendente. Così, dopo la guerra, con il disfacimento dell’Impero ottomano sembrò possibile la nascita di uno Stato curdo indipendente.
Il Trattato di Sèvres dell’agosto del 1920 previde il diritto dei Curdi a uno Stato indipendente. Ma con il successo militare del generale Mustafa Kemal, detto Atatürk e con la nascita della Repubblica Turca tale promessa venne meno. Il Trattato di Losanna (24 giugno del 1923) non prevedeva più uno Stato curdo e non menzionava nemmeno il popolo curdo. Il Kurdistan fu spartito tra quattro Stati diversi: Turchia, Siria, Iran e Iraq.

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