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Nuove teorie politiche, giuridiche, economiche

Illuminismo

 

Nuove teorie politiche

L’Illuminismo si diffuse in tutta Europa e la Francia ne fu il centro propulsore ma la società e la cultura inglesi ebbero un ruolo fondamentale nelle sue origini. In Inghilterra era radicata la filosofia dell’empirismo di Bacone, di Locke e di Newton, secondo cui l’esperienza è alla base della conoscenza scientifica, mentre sul piano politico si erano affermati i principi del contrattualismo, secondo cui Stato e società nascono da un accordo (contratto) tra individui liberi, e del giusnaturalismo, secondo cui il diritto naturale precede la nascita dello Stato, le cui leggi sono legittime solo se fondate su di esso.

L’illuminismo sviluppò teorie già emerse nel corso del Seicento: giusnaturalismo, contrattualismo e liberalismo.

Il GIUSNATURALISMO è la teoria per cui esistono dei diritti che sono propri della natura umana, come la vita, la libertà, l’uguaglianza, la proprietà, la resistenza all’oppressione e la ricerca della felicità. Tali diritti naturali devono porsi alla base di qualsiasi legge, che non può in nessun modo violarli ma deve, al contrario, salvaguardarli.

Il CONTRATTUALISMO è una concezione per cui lo Stato non è un patrimonio personale del Sovrano ma nasce da un contratto tra il sovrano e il popolo in cui è il popolo a delegare il potere: il vero sovrano, dunque, è il popolo.

Denis Diderot nell’Encyclopedie scrive:

Il governo, benché ereditario e posto nelle mani di uno solo, non è un bene particolare ma un bene pubblico, che, per conseguenza non può essere mai sottratto al popolo, al quale soltanto appartiene in piena proprietà […] Non è lo Stato che appartiene al principe, ma il principe che appartiene allo Stato.

Il LIBERALISMO è la concezione secondo cui lo Stato esiste allo scopo di salvaguardare la libertà dell’uomo da tutte le forme di potere oppressivo e tirannico e per garantire ai cittadini l’esercizio dei propri diritti.

La Dichiarazione di Indipendenza americana (4 luglio 1776) accoglierà queste idee che, per la prima volta, trovano con la Rivoluzione americana una concreta applicazione politica.

Charles-Louis de Montesquieu
Montesquieu

Charles-Louis de Montesquieu

Uno dei maggiori pensatori politici dell’illuminismo è Charles-Louis de Montesquieu, che nella sua opera più famosa, lo Spirito delle leggi (1748), individua la “natura” e lo “spirito” di tre diversi assetti politici: il dispotismo si basa sulla paura, la monarchia sull’onore, la repubblica sulla virtù.

La preferenza per la repubblica rispetto alle altre forme di governo, la persuasione che la libertà politica rappresenti il nucleo dello Stato di diritto, la convinzione che la vita associata debba essere fondata sulla libertà esercitata nel contesto delle leggi portano Montesquieu alla formulazione della famosa teoria della separazione dei poteri. La divisione del potere statale in legislativo, esecutivo e giudiziario permette un maggior controllo sul potere stesso.  Montesquieu sostiene che per evitare che il potere si trasformi in tirannide occorre che le sue tre principali funzioni: legislativa, esecutiva e giudiziaria, siano separate e assegnate a organi diversi (parlamento, re, giudici).

Potere legislativo, esecutivo e giudiziario

  • Potere legislativo: il potere degli organi che discutono e approvano le leggi;
  • Potere esecutivo: il potere degli organi che applicano le leggi (garantire l’ordine mediante la polizia, gestire le forze armate, regolare la pubblica amministrazione, ecc.);
  • Potere giudiziario: il potere degli organi che giudicano ed eventualmente puniscono chi trasgredisce le leggi.

Nel moderno stato costituzionale questi tre poteri sono rigorosamente separati, affidati rispettivamente al parlamento, al governo e alla magistratura, e controbilanciati in modo che nessuno si imponga sull’altro.

Un buon esempio del modo critico in cui gli illuministi guardavano le istituzioni del proprio tempo è rappresentato dalle Lettere persiane del francese C.L. de Montesquieu (1689 – 1755), in cui vengono messi in rilievo gli aspetti irrazionali del potere di quelle che a quell’epoca i francesi consideravano le massime cariche sul piano politico e religioso: il re e il papa.

 

Nuove teorie giuridiche

Beccaria

Cesare Beccaria

Anche sul piano del diritto, l’illuminismo introdusse grandi novità. Cesare Beccaria, uno dei maggiori esponenti dell’illuminismo milanese, scrisse il saggio Dei delitti e delle pene (1764) in cui rifletteva, in termini rigorosamente giuridici e non religiosi o morali, su che cosa sia un delitto e su come esso debba essere punito.

In precedenza il delitto era considerato un peccato e la pena la punizione per quel peccato, perciò il colpevole di un delitto doveva essere condannato non perché avesse infranto le leggi, ma perché malvagio. Secondo Beccaria il delitto è invece un’infrazione alla legge e la pena non è la punizione per un peccato ma una difesa della società contro il pericolo costituito da chi va contro le sue leggi.

Beccaria ritiene che la pena debba essere proporzionata al delitto: la violenza e la crudeltà nel punirlo non sono mai servite a eliminarlo. Inoltre, perché una pena sia efficace e serva a scoraggiare un criminale essa deve in primo luogo comportare un male superiore al bene tratto dal delitto e in secondo luogo deve essere certa.

Le due teorie più rivoluzionarie espresse nel libro sono quelle contro la tortura e contro la pena di morte. La tortura era praticata allo scopo di far confessare il proprio delitto al presunto colpevole. Beccaria ne dichiarò l’assurdità per due ragioni:

In primo luogo perché le pene sono giustificate solo quando si sia dimostrata la colpevolezza del reo: la tortura, invece, è una punizione che precede la dimostrazione della colpevolezza, quindi non è razionale.

In secondo luogo perché la tortura non prova nulla se non il grado di resistenza fisica di un individuo: un colpevole particolarmente capace di sopportare il dolore sarà favorito rispetto a un innocente più debole che, pur di far cessare la tortura, confesserà anche quello che non ha commesso.

Quanto alla pena di morte, Beccaria ritiene che vada abolita perché nessun cittadino può aver delegato allo Stato, che è stato costituito dagli uomini per garantire i propri diritti naturali, un diritto fondamentale come quello alla vita.

Beccaria inoltre sostiene che non è l’intensità della pena a scoraggiare chi volesse commettere un crimine, ma la sua estensione: una pena che si prolunghi nel tempo è più efficace di una breve per impaurire un criminale e trattenerlo dal commettere un delitto. Ecco dunque che Beccaria propone di sostituire la pena di morte con la condanna perpetua ai lavori forzati, che priva il criminale della libertà e lo costringe a ricompensare con le sue fatiche la società che ha offeso.

 

Nuove teorie economiche: il liberismo.

Smith

Adam Smith

Nella nuova società dominata dalla mentalità della borghesia, si passò da una concezione statica della ricchezza a una concezione dinamica: la ricchezza non è più vista come mero accumulo di beni e di denaro ma come denaro impiegato in attività che generino altro denaro. Il capitale è appunto denaro non viene dissipato nell’acquisto di beni di lusso ma investito in attività produttive.

Nella nascente società capitalistica si affermò il liberismo, una teoria economica secondo la qualeil commercio e l’industria sono favoriti dalla libera circolazione delle merci e dall’assenza si dazi doganali che la ostacolino. Il libero scambio e la libera circolazione delle merci favoriranno la diminuzione dei loro prezzi, con vantaggio per chi le acquista.

Secondo i liberisti, inoltre, lo Stato e le istituzioni non devono intervenire nelle attività economiche: il mercato funziona in base a leggi razionali (come quella della domanda e dell’offerta) ed è in grado di regolamentarsi da solo.

Uno dei maggiori teorici del liberismo fu l’inglese Adam Smith, considerato il padre dell’economia politica classica. La sua opera più importante è l’Indagine sulla natura e sulle cause della ricchezza delle nazioni (1776), in cui sostiene che il benessere dell’individuo coincide con quello della società: l’individuo che persegue il proprio interesse finisce per assicurare l’interesse della società. Non bisogna temere che la ricerca del proprio interesse da parte degli individui possa danneggiare la società, perché al contrario essa la rafforza.

Andando nettamente contro la mentalità tradizionale che lo disprezzava, Adam Smith sostenne che il lavoro è la fonte principale di ogni ricchezza: se alcune forme di lavoro consumano ricchezza e sono improduttive (per esempio il lavoro del servitore), ce ne sono altre che aumentano la ricchezza e sono quindi produttive (il lavoro dell’operaio, del contadino, dell’artigiano). Scrive:

Vi è una specie di lavoro che accresce il valore dell’oggetto al quale è destinato; ve ne è un’altra che non ha questo effetto. La prima, in quanto produce valore, può essere detta lavoro produttivo; l’altra lavoro improduttivo. Così il lavoro di un operaio generalmente aggiunge al valore dei materiali che lavora quello del suo mantenimento e del profitto del suo padrone. Il lavoro di un servitore, invece, non incrementa il valore di nulla. Sebbene il datore anticipi il salario all’operaio, quest’ultimo in realtà non gli costa nulla, poiché il valore del suo salario viene ricuperato, con un profitto. Mentre il mantenimento di un servitore non viene mai ricuperato. Si diventa ricchi assumendo una quantità di operai, ma si diventa poveri mantenendo una quantità di servitori.

Smith elaborò la teoria della divisione del lavoro, secondo cui la produttività dell’operaio di fabbrica è nettamente superiore alla produzione artigianale. Essa si basa sulla divisione del ciclo produttivo in operazioni distinte da assegnare a gruppi di operai che vi si specializzano, senza la necessità di conoscere gli altri elementi del ciclo produttivo. Mentre l’artigiano conosceva e partecipava a tutto il ciclo della produzione, nella fabbrica moderna l’operaio svolge una sola operazione semplice e ripetitiva.

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