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Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

Dal tentativo di fuga all’arresto di Luigi XVI

Rivoluzione francese

 

 

Il tentativo di fuga del re

I sovrani europei erano solidali con Luigi XVI, tanto più che il re di Spagna era anch’egli un Borbone e l’impe­ratore d’Austria era il fratello della regina di Fran­cia, Maria Antonietta. Molti aristocratici francesi, già dall’autunno del 1789, spaventati dalla piega che prendevano gli av­venimenti in Francia, erano emigrati in Renania, con la speranza che l’esercito austriaco sarebbe presto intervenuto per reprimere la rivoluzione e restituire al re il potere assoluto e alla nobiltà i suoi privilegi.

Luigi XVI aveva intanto rifiutato di firmare la Costi­tuzione civile del clero e si preparava a sconfessare con un gesto clamoroso, la fuga dalla Francia, l’in­tero operato della rivoluzione. La notte tra il 20 e il 21 giugno 1791 il re e la regina tentarono la fuga, ma mentre passavano da Varennes, un piccolo paese lungo la strada fra Parigi e i Paesi Bassi austriaci, furono riconosciuti e arrestati. 

Dopo aver sospeso Luigi XVI dalle sue funzioni, la maggioranza moderata della Costituente sostenne ufficialmente la tesi del tentato rapimento del re. Successivamente la Costituente reintegrò il re nelle sue funzioni, nella speranza di contenere le spinte radicali e di evitare un intervento straniero. 

Il 16 luglio la componente moderata del Club dei Giacobini lo abbandonò, dando vita al Club dei Foglianti. Il 17 luglio del 1791 i repubblicani di Parigi si erano riuniti al Campo di Marte per chiedere la proclamazione della Repubblica e la deposizione del sovrano. All’ordine di La Fayette, affiliato ai Foglianti (monarchici moderati), la Guardia nazionale aprì il fuoco disperdendo i dimostranti (Strage del Campo di Marte). 

A sostegno della monarchia francese, Leopoldo II d’Austria e Federico Guglielmo II, re di Prussia, emanarono una dichiarazione congiunta, contenente minacce di intervento armato contro la rivoluzione (Dichiarazione di Pillnitz, 27 agosto 1791). Questo però produsse l’effetto di far aumentare l’influenza dei deputati radicali e di coloro che in Francia erano favorevoli alla guerra.

 

La Costituzione del 1791

La Carta costituzionale (monarchica) della Francia fu approvata il 4 settembre del 1791 e il 14 settembre il re giurò di rispettarla. Il diritto di voto fu legato al censo (suffragio censitario) e alla proprietà. La Costituzione distinse la popolazione in cittadini attivi, con diritti politici, e cittadini passivi, che non avevano diritti politici. Essa limitò quindi l’elettorato alla borghesia e alle classi più elevate. Il potere legislativo fu conferito a un’Assemblea legislativa composta da 745 membri. Sebbene il re detenesse il potere esecutivo (con facoltà di nominare e revocare i ministri, i capi militari, gli ambasciatori), gli furono imposte forti limitazioni. Il suo diritto di veto aveva esclusivamente effetto sospensivo e all’Assemblea spettava il controllo sulla sua condotta negli affari esteri. 

L’Assemblea legislativa

Dopo le elezioni, l’Assemblea legislativa si riunì il 10 ottobre 1791. La destra monarchica scomparve dall’assemblea così come l’alto clero. I deputati erano divisi in tre gruppi, le cui idee politiche erano ampiamente divergenti: il più moderato era quella dei Foglianti, sostenitori della monarchia costituzionale prevista nella Costituzione del 1791; al centro si collocava la maggioranza (detta “Pianura”), senza un programma preciso; a sinistra, vi erano i Girondini, che chiedevano la trasformazione della monarchia costituzionale in repubblica federale, e i Montagnardi (Giacobini e Cordiglieri, che occupavano i seggi più in alto, quelli appunto della “Montagna”), che propugnavano una repubblica fortemente centralizzata.

 

La guerra contro l’Austria e la Prussia

Il veto posto dal re ad alcuni provvedimenti creò una crisi che portò al potere i Girondini, guidati da Jacques-Pierre Brissot e dall’ex marchese di Condorcet. I nuovi ministri, nonostante l’opposizione di Maximilien de Robespierre, capo dei Giacobini, adottarono un atteggiamento ostile verso Federico Guglielmo II e Francesco II d’Asburgo. La volontà di guerra si diffuse rapidamente sia tra i monarchici, che speravano di restaurare l’Ancien Régime, sia tra i Girondini. Luigi XVI e la Corte erano favorevoli alla guerra contro l’Austria e la Prussia nella convinzione che la sconfitta delle truppe francesi avrebbe segnato la fine della rivoluzione. I Girondini era­no convinti di poter vincere la guerra e vedevano in essa un’occasione per esportare la rivoluzione, per attenuare le tensioni politiche e sociali all’inter­no del paese, oltre che per fare ottimi guadagni con le forniture militari.

Il 20 aprile 1792 l’Assemblea legislativa dichiarò guerra all’Austria, affidandone la direzione al ministro Charles-François Dumouriez. A causa degli errori commessi dagli alti comandi francesi, perlopiù monarchici, l’Austria riportò numerose vittorie nei Paesi Bassi austriaci. La conseguente invasione della Francia fece cadere il ministero Roland (12 giugno) e nella capitale scoppiarono disordini culminati nell’attacco al Palazzo delle Tuileries (20 giugno), la residenza reale. 

L’11 luglio i regni di Sardegna e di Prussia entrarono in guerra contro la Francia e scattò l’emergenza nazionale: furono inviati rinforzi agli eserciti e a Parigi si raccolsero volontari da tutto il paese, tra cui il contingente di Marsiglia che arrivò al fronte cantando la Marseillaise.

 

L’arresto del re

Le scon­fitte militari e la non felice situazione economica del paese inasprivano le tensioni politiche e sociali. Robespierre, Danton e Marat denunciarono il tradimento dei capi dell’esercito, che stavano aprendo la Francia al­l’invasione austro-prussiana.

Dopo che il duca di Brunswick, a capo dell’esercito austro-prussiano, minacciò di distruggere la capitale in caso di attentati contro la famiglia reale, il 10 agosto 1792 vi fu a Parigi una nuova insurrezione popolare. Gli insorti assaltarono le Tuileries, massacrando le guardie del re, che si rifugiò nella sala dell’Assemblea legislativa. Nella città fu insediata una nuova municipalità rivoluzionaria che obbligò l’Assemblea legislativa a sospendere i poteri del re, che fu impri­gionato. Furono indette nuove elezioni, questa volta a suffragio universale maschile, per istituire una nuova Convenzione nazionale costituente. Nel frattempo da tutta la Francia accorrevano volon­tari verso la frontiera tedesca nel tentativo di fermare gli eserciti invasori. 

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