Rousseau, L’origine della disuguaglianza.

disuguaglianza

La proprietà privata, secondo Rousseau, ha fatto uscire il genere umano dallo stato di natura, fondando la società civile. Questo passaggio, benché forse inevitabile, è però intriso di sangue e violenza

Il primo uomo che, avendo recinto un terreno, ebbe l’idea di proclamare questo è mio, e trovò altri così ingenui da credergli, costui è stato il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, quante guerre, quanti assassinii, quante miserie, quanti orrori avrebbe risparmiato al genere umano colui che, strappando i pali o colmando il fosso, avrebbe gridato ai suoi simili: “Guardatevi dall’ascoltare questo impostore; se dimenticherete che i frutti sono di tutti e che la terra non è di nessuno, sarete perduti!”. Ma è molto probabile che ormai le cose fossero già giunte al punto da non poter più durare come erano prima; infatti questa idea di proprietà, dipendendo da molte idee precedenti formatesi evidentemente in momenti successivi, non si è formata di colpo nella mente umana: è stato necessario compiere molti progressi, acquistare molte capacità e molti lumi, trasmetterli e accrescerli di età in età, prima di giungere a questo termine ultimo dello stato di natura. Riprendiamo dunque le cose dall’inizio, cercando di abbracciare con un unico sguardo questa lenta successione di avvenimenti e di conoscenze nel loro ordine più naturale. […]

Finché gli uomini si sono accontentati delle loro rustiche capanne, finché si sono limitati a cucire i loro abiti fatti di pelli con spine o lische, ad adornarsi di piume e di conchiglie, a dipingersi il corpo di diversi colori, a perfezionare o abbellire i loro archi e le loro frecce, a costruire con pietre taglienti qualche canotto da pescatore o qualche rozzo strumento musicale; in breve, finché si sono applicati soltanto a opere che un uomo poteva fare da solo, ad arti che non richiedevano il concorso di molte mani, essi sono vissuti liberi, sani, buoni e felici, nella misura in cui potevano esserlo secondo la loro natura, ed hanno continuato a godere tra loro delle dolcezze di un rapporto indipendente. Ma dal momento in cui un uomo ebbe bisogno dell’aiuto di un altro, non appena ci si accorse che poteva esser utile ad un solo uomo di avere provvigioni per due, l’uguaglianza scomparve, si introdusse la proprietà, il lavoro divenne necessario e le vaste foreste si mutarono in campi ridenti che dovettero essere bagnati dal sudore degli uomini e in cui si vide ben presto la schiavitù e la miseria germogliare e crescere insieme alle messi. […]

Il proprio tornaconto[1] richiese di mostrarsi diversi da ciò che si era realmente. Essere e apparire divennero due cose del tutto diverse e da tale distinzione sorsero il fasto imponente, la scaltrezza ingannatrice e tutti i vizi che ne sono il corteggio. Da un altro lato, ecco l’uomo, prima libero e indipendente, ora assoggettato, per così dire, dalla moltitudine dei nuovi bisogni, a tutta la Natura, e soprattutto ai suoi simili, di cui in un certo senso diviene lo schiavo, pur quando ne diventi il padrone; ricco, ha bisogno dei loro servigi, povero, ha bisogno del loro soccorso, e neppure la mediocrità lo pone in condizione di fare a meno di loro. Deve quindi cercare continuamente di interessarli alla sua sorte e fare in modo che essi, in realtà o in apparenza, trovino il loro profitto a lavorare per il suo vantaggio: ciò lo rende astuto e artificioso con gli uni, imperioso e duro con gli altri e lo pone nella necessità di ingannare tutti coloro di cui ha bisogno, quando non può farsi temere da essi e non trova il proprio interesse a servirli utilmente. Infine l’ambizione divorante, la brama di accrescere la propria fortuna personale, meno per una vera necessità che per mettersi al di sopra degli altri, ispira a tutti gli uomini una trista inclinazione a nuocersi reciprocamente, una invidia segreta tanto piú pericolosa in quanto, per riuscire con maggior sicurezza nel suo intento, essa si copre sovente con la maschera della benevolenza; in una parola, si ha da un lato spirito di concorrenza e rivalità e dall’altro contrasto di interessi e sempre il desiderio nascosto di fare il proprio vantaggio a spese altrui. Tutti questi mali sono il primo effetto della proprietà e il corteggio inseparabile della nascente disuguaglianza. […]

Tale fu o dovette essere l’origine della società e delle leggi, che diedero nuovi impedimenti al debole e nuove forze al ricco, distrussero definitivamente la libertà naturale, stabilirono per sempre la legge della proprietà e della disuguaglianza, trasformarono un’abile usurpazione in un diritto irrevocabile e assoggettarono da allora in poi tutto il genere umano, per il vantaggio di qualche ambizioso, al lavoro, alla servitù e alla miseria.

Discorso sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza

Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, vol. XV, pagg. 879-883)

Analisi del testo

L’affermarsi della proprietà privata è stato, secondo Rousseau, un lento processo che, dall’originario stato di natura, ha portato il genere umano alla fondazione della società civile. Questo passaggio è stato preceduto e preparato da un’evoluzione nei rapporti tra gli uomini, innescata in particolare dallo sviluppo della crescente divisione del lavoro, che indusse gli uomini ad avvalersi del lavoro dei propri simili. Fu così che mentre in precedenza gli uomini erano liberi, buoni e felici, mossi dall’interesse personale essi divennero malvagi, bugiardi ed egoisti, divenendo schiavi e rendendo schiavi i propri simili.

Comprensione e analisi

  1. Riassumi brevemente con parole tue la tesi sostenuta da Rousseau all’inizio del brano sulle conseguenze della proprietà privata.
    1. Con quale idea è in contrasto la pretesa della proprietà privata?
    2. Fino a quando, secondo Rousseau, gli uomini vissero liberi, buoni e felici?
    3. Che cosa comportò la divisione del lavoro secondo Rousseau?
    4. Perché l’affermarsi della proprietà privata li ha resi schiavi, bugiardi ed egoisti?

[1] Il proprio tornaconto: l’egoistico interesse personale.

Rousseau

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