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M. Buber Neumann, Prigioniera di Stalin e di Hitler

M. Buber Neumann, Prigioniera di Stalin e di Hitler

Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

Margarete Buber Neumann, Prigioniera di Stalin e di Hitler

Tratto comune dei regimi totalitari creati da Stalin e da Hiler fu la realizzazione di campi di concentramento, creati principalmente per eliminare veri o presunti “nemici” interni. Margarete Buber-Neumann sperimentò sulla propria pelle sia l’esperienza del gulag sovietico sia quella del lager nazista e la raccontò nel libro “Prigioniera di Stalin e Hitler”. 
1. Prologo alla tragedia.
2. I dannati della terra.
3. Vita quotidiana in Siberia.
4. Tra timore e speranza.
5. Consegnati ai nazisti.
6. Ravensbrück.
7. L’abisso.
8. I morti e i sopravvissuti.
9. Il dono della libertà.
10. Ritorno a casa
 
Margarete Buber Neumann, Prigioniera di Stalin e di Hitler, il Mulino, Bologna 1994

 

Lager sovietici e lager nazisti

Uno dei tratti comuni ai gulag e ai lager è quello della sistematica eliminazione fisica dei prigionieri, che le due dittature attuarono, nei confronti dei kulaki e dei trockisti il primo e degli ebrei il secondo. I comunisti detenuti nei campi staliniani, diversamente da quelli nei campi nazisti, erano interiormente logorati dai continui sforzi di trovare qualche spiegazione del loro destino. Alle sofferenze e alle umiliazioni subite, si aggiungeva il continuo tormento di sentirsi vittime dell’assurdo: arrestati e condannati sulla base di accuse completamente inventate spesso estorte con la tortura, o di una denuncia anonima, i comunisti detenuti nei campi staliniani inventavano ogni tipo di spiegazione per razionalizzare ciò che era accaduto loro o per ingannare se stessi. A Ravensbrück la Buber-Neumann fu vittima dell’ostracismo delle prigioniere comuniste «per essere stata la compagna di Heinz Neumann e per diffondere calunnie sull’Unione Sovietica». I comunisti di fede staliniana  chiesero alla Jesenská di smettere di parlare con «la trockijsta», ma Milena rifiutò di farlo, al pesante prezzo di essere emarginata anche lei. Fu proprio Milena Jesenská che dopo aver sentito i racconti sui lager sovietici propose alla Buber-Neumann di scrivere un libro insieme, che doveva intitolarsi “L’era dei campi di concentramento“. I prigionieri dei campi sovietici venivano spesso trasferiti, anche per impedire che tra i prigionieri emergesse l’amicizia e la solidarietà. Questi spostamenti erano agevoli, considerata la vastità degli spazi su cui si estendevano i gulag. I nazisti non avevano invece elaborato un sistema di trasferimenti dei detenuti da un campo a un altro, anche per motivi logistici e di densità demografica.
La Buber-Neumann osserva come fra i detenuti si crei una stratificazione che vede i criminali comuni in cima e i detenuti politici alla base della piramide, con i gruppi destinati alla liquidazione totale, come gli ebrei in un caso e i trockijsti nell’altro. Nell’uso della tecnologia per realizzare lo sterminio di massa i nazisti con le camere a gas superarono gli amministratori dei campi sovietici, che contavano più sulle forze naturali del freddo, della fame e del lavoro pesante. I prigionieri di Stalin morivano per il freddo e la malnutrizione, ma in primo luogo per esaurimento delle forze, cui seguiva l’arresto cardiaco. Tuttavia anche nei campi staliniani le guardie che eseguivano le sentenze capitali razionalizzavano il loro lavoro, mettendo insieme i detenuti di uguale statura per fucilarli con una sola pallottola, riducendo così le spese per lo Stato. Margarete Buber-Neumann arrivò all’importante conclusione che il denominatore comune dei regimi nazista e staliniano era il fatto che ambedue avevano resuscitato l’istituto della schiavitù, nel senso letterale della parola, reintroducendolo nelle società del ventesimo secolo. Il sistema dei lager nazisti fu realizzato da Hitler nel 1933, appena salito al potere. Prima servirono per eliminare gli oppositori al regime, poi furono trasformati in strutture produttive, dove far lavorare manodopera ridotta in schiavitù, infine, durante la guerra alcuni campi furono destinati allo sterminio programmato. Nei lager staliniani vi fu l’utilizzo massiccio del lavoro dei detenuti, degli schiavi di stato, per lo sviluppo economico e militare, e la crescente interdipendenza del mondo dei prigionieri e di quello dei liberi cittadini assicuravano ai regimi staliniano e hitleriano uno straordinario grado di somiglianza. Le ovvie diversità legate all’ideologia e agli obiettivi finali celavano l’identico disprezzo per la dignità e per la vita stessa dell’uomo, l’identico uso della violenza e del terrore.

 

Margarete Buber Neumann
Margarete Thüring nacque a Potsdam il 21 ottobre 1901 nella benestante famiglia borghese Thüring di Potsdam. Nel 1921 aderì alla gioventù comunista «Freideutsche Jugend» e nel 1926 entrò nel Partito comunista tedesco. Nel 1922 sposò Rafael Buber, il figlio del famoso filosofo ebreo-tedesco Martin Buber. Nel 1925 si divise dal marito che più tardi emigrò con le loro due figlie in Palestina. Margarete diventò collaboratrice del centro-stampa comunista e si occupò professionalmente di politica. Nel 1929 Margarete diventò la compagna di uno dei dirigenti del Partito comunista tedesco, Heinz Neumann, critico nei confronti della linea politica dettata da Stalin. Dopo l’ascesa al potere di Hitler in Germania, i Neumann dovettero emigrare a Mosca, dove vissero per qualche anno nel famoso hotel Lux, riservato ai comunisti stranieri collaboratori del Comintern. Stalin covò sempre un sospetto, addirittura un evidente disprezzo sia per il Comintern, che chiamava la «bottegaccia», sia per tutto il complesso dei comunisti stranieri, internazionalisti e cosmopoliti. Pochi di loro, a parte un piccolo gruppo di fedeli stalinisti, sopravvissero alle purghe degli anni Trenta.
Heinz Neumann fu arrestato nell’aprile del 1937 e condannato a morte, anche se nel gergo della giustizia staliniana la sua sentenza si chiamava «dieci anni di reclusione senza il diritto di corrispondenza». Dal giorno dell’arresto, Margarete non vide più il marito e non ricevette alcuna notizia affidabile. Dopo mesi e mesi di ricerche tra le prigioni di Mosca, nel vano tentativo di trovare traccia del marito, la Buber-Neumann tentò senza successo di uscire dall’URSS. Nel 1938, un anno dopo l’arresto di Heinz Neumann, fu arrestata anche lei e condannata a cinque anni di reclusione nel lager quale «elemento socialmente pericoloso». Qui conobbe la dura realtà dei gulag, termine con si indicano i lager (campi) sovietici, e che in realtà è l’acronimo di Gosudarstvennie Upravlenie LAGerniey (Direzione Centrale dei Lager) alla quale fu affidata (tra il 1929 e il 1931) la riorganizzazione, centralizzazione e gestione dei lager. Da struttura repressiva temporanea, che secondo la propaganda ufficiale aveva lo scopo di “rieducare”, essa divenne uno strumento essenziale del terrore staliniano. Se fosse rimasta nel campo sovietico, la sua condanna a soli cinque anni sarebbe stata almeno raddoppiata, come accadeva con sentenze così miti.
Il patto Ribbentrop-Molotov dell’agosto 1939 tra la Germania e l’Unione Sovietica cambiò il corso della sua vita. Nel 1940 molti comunisti tedeschi imprigionati nei vari campi sovietici furono raccolti e portati a Brest-Litovsk, al confine con la Polonia occupata, dove furono consegnati nelle mani della Gestapo. Così Margarete Buber-Neumann, dopo aver passato due anni nel lager staliniano di Karaganda, passò a quello nazista di Ravensbrück, dove trascorse cinque anni, fino a quando nell’aprile del 1945, il campo fu liberato dalle truppe degli Alleati. Nel campo di Ravensbrück Margarete strinse una grande, feconda amicizia con Milena Jesenskà, giornalista vissuta a Praga e grande amore di Franz Kafka. Minacciata dalle detenute comuniste che la misero in guardia dall’intrattenere rapporti con la «trockijsta» Margarete, Milena non solo rifiutò il ricatto, ma accettò di pagare a sua volta il prezzo dell’isolamento e dell’emarginazione nella già pesante desolazione del campo. Milena Jesenská non sopravvisse a Ravensbrück (morì alcuni mesi prima della liberazione) ma dall’incontro con lei Margarete trasse l’idea e la forza per scrivere un libro che testimoniasse la loro esperienza.
Nel dopoguerra Margarete Buber-Neumann visse per qualche tempo a Stoccolma. Si stabilì a Francoforte dove sposò il giornalista Helmut Faust e diresse per due anni (1951-52) la rivista «Aktion». In quegli anni di guerra fredda fece scalpore la sua deposizione al processo Kravchenko (Parigi, 1949), reiterata l’anno dopo al processo Rousset, circa l’esistenza di campi di prigionia in Unione Sovietica. Oltre a “Prigioniera di Stalin e Hitler” (1948), Margarete Buber scrisse anche “Da Potsdam a Mosca” (1957), e “Milena, l’amica di Kafka” (1963), dedicato alla compagna di prigionia a Ravensbrück Milena Jesenská. Margarete Buber-Neumann è morta il 6 novembre 1989.

 

Hannah Arendt, Il terrore essenza del totalitarismo

Gli elementi che definiscono il totalitarismo, sono per Hannah Arendt:
  • – l’occupazione dello Stato da parte di un partito unico formato da un’élite animata da credenza fanatica nell’ideologia e che giunge a far rientrare “nel politico” anche le aree più remote dalla politica;
  • – una polizia segreta onnipresente, al punto che ciascuno debba sospettare del proprio vicino;
  • – una moltiplicazione e sovrapposizione di uffici nell’amministrazione pubblica, apparentemente confusa e caotica, ma che serve al potere per trasferirsi da un ambito all’altro, giocando sulle rivalità interne;
  • – un capo carismatico depositario e fonte dell’ideologia, al quale si rimettono tutti gli apparati che riconoscono, nella sua persona, il potere stesso.

Questi elementi si coagulano nel binomio ideologia e terrore che, per la Arendt, sono i pilastri portanti del totalitarismo. L’ideologia “pretende di spiegare con certezza assoluta e in modo totale il corso della storia; diventa perciò indipendente dall’esperienza … e costruisce un mondo fittizio e logicamente coerente, dal quale derivano direttive d’azione la cui legittimità è garantita” dall’ideologia stessa.

Il terrore totalitario serve, a sua volta, “per tradurre in realtà il mondo fittizio dell’ideologia, a confermala tanto nel suo contenuto quanto – soprattutto – nella sua logica deformata” (M. Stoppino, voce Totalitarismo, in Dizionario di Politica, Utet Torino, 1972). Ma esiste una precondizione che sarebbe, per la Arendt, l’humus favorevole alla deriva delle società democratiche moderne verso totalitarismo: il definirsi della società di massa. Il mondo industrializzato contemporaneo ha disgregato il sistema di classi e quindi anche il sistema dei partiti che le rappresentavano; gli individui, “atomi” in una società divenuta massa informe, “si caratterizzano non tanto per la brutalità e la rozzezza, quanto per l’isolamento e la mancanza di normali relazioni sociali. Il totalitarismo attecchisce su questo terreno, come espressione delle élite borghesi che, nota acutamente la Arendt, atteggiandosi ad avanguardia rivoluzionaria, non fanno che tradurre in azione i valori distruttivi del nuovo spirito di massa.

Il lager: laboratorio del potere totalitario

Hannah Arendt in questo passo coglie il profondo legame tra il lager e l’essenza stessa del regime totalitario.

I campi di concentramento e sterminio servono al regime totalitario come laboratori per la verifica della sua pretesa di dominio assoluto sull’uomo. Rispetto a questo, tutti gli altri esperimenti (e tali laboratori sono stati usati per esperimenti d’ogni genere) rivestono un’importanza secondaria, non esclusi quelli compiuti nel campo della medicina, i cui orrori sono stati riferiti per esteso nei processi contro i medici del Terzo Reich. […]

I Lager servono, oltre che a sterminare e a degradare gli individui, a compiere l’orrendo esperimento di eliminare, in condizioni scientificamente controllate, la spontaneità stessa come espressione del comportamento umano e di trasformare l’uomo in un oggetto, in qualcosa che neppure gli animali sono; perché il cane di Pavlov che, com’è noto, era ammaestrato a mangiare, non quando aveva fame, ma quando suonava una campana, era un animale pervertito.

In circostanze normali ciò non può essere ottenuto, perché la spontaneità non può mai essere interamente soffocata, connessa com’è non solo alla libertà umana, ma alla vita stessa in quanto semplice rimaner vivo. Solo nei campi di concentramento un esperimento del genere diventa possibile; e perciò essi sono, oltre che “la società più totalitaria che sia mai stata realizzata” (David Rousset), l’ideale sociale che guida il potere totalitario.

Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo, Bompiani, Milano 1967, pag.

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M. Buber Neumann, Prigioniera di Stalin e di Hitler

M. Buber Neumann, Ritorno a casa

M. Buber Neumann, Ritorno a casa – Capitolo decimo

Margarete Buber Neumann, Prigioniera di Stalin e di Hitler

 

Margarete viene ospitata da una famiglia di contadini, presso i quali ha trovato rifugio un giovane ebreo fuggito durante il trasporto in treno di rientro da Amburgo al campo di concentramento di Bergen-Belsen, dove verosimilmente lui e i compagni sarebbero stati eliminati. L’ebreo racconta le disavventure che alla fine lo hanno condotto a trovare rifugio presso la coppia di contadini di cui è ospite. Margarete lo incontrerà nuovamente molti anni dopo, quando si è stabilito a Berlino Ovest. [“Una drammatica testimonianza”.]

Stremata per il viaggio, Margarete cerca ospitalità presso una ricca famiglia che però la tratta con sufficienza e disprezzo, concedendole soltanto di dormire nel fienile ma rifiutando persino di venderle mezzo litro di latte. I lavoratori coatti ucraini dell’azienda agricola la ospitano nella loro misera abitazione. Il giorno successivo Margarete incontra per strada Shenja, la ex sorvegliante della colonna dei giardini di Ravensbrück. [“… come se niente fosse accaduto”.]

Giunta ad Hannover, ridotta in macerie, Margarete va a dormire nel rifugio della stazione, stracolmo di persone. Qui racconta a un soldato suo compaesano il drammatico destino di Grete Sonntag. [“Gomorra 1945”.]

Dopo le ultime traversie di viaggio, tra cui ripetuti guasti della bicicletta e seri problemi a una gamba, Margarete riesce a raggiungere la cittadina di Thierstein, dove spera di poter rivedere la madre e la sorella. Il villaggio è stato semidistrutto e incendiato, perciò Margarete giunge angosciata nei pressi della loro abitazione. Infine però trova le due donne, ad accoglierla con grida di gioia. [“La tappa finale”.]

 

Margarete Buber Neumann, Prigioniera di Stalin e di Hitler, il Mulino, Bologna 1994,

M. Buber Neumann, Prigioniera di Stalin e di Hitler

M. Buber Neumann, I morti e i sopravvissuti

M. Buber Neumann, I morti e i sopravvissuti – Capitolo ottavo

Margarete Buber Neumann, Prigioniera di Stalin e di Hitler

 

Nella sartoria, che faceva parte del cosiddetto «complesso industriale di Dachau», più di 400 donne sedute alla macchine da cucire confezionano uniformi per le SS. Solo le sartorie occupavano nel complesso circa 3000 prigioniere. Questa manodopera schiavizzata cominciò ad essere alloggiata direttamente sul posto di lavoro. Nel locale il rumore delle macchine è assordante e il minimo errore delle operaie viene punito con violenza dai sorveglianti delle SS. Margarete si trova in difficoltà nel raggiungere le previste “quote” di produzione e spesso rompe gli aghi e il filo. Alcune compagne la aiutano ad evitare le dure punizioni, facendo una parte del lavoro per lei. Il caporeparto SS Binder prova un particolare gusto nel picchiare con violenza le prigioniere. Gli allarmi aerei notturni ricevono un’accoglienza entusiasta, perché permettono una pausa dal lavoro. Tra i sorveglianti, solo l’ufficiale ungherese delle SS Seipel non usa metodi violenti ed è per questo molto apprezzato dalle operaie, ma ritenuto inadeguato dalle autorità, che lo spediscono al fronte. La comunista tedesca Maria Wiedmeier, che ha un innato senso del dovere e del lavoro, è particolarmente apprezzata dalle SS per la sua precisione e per lo scrupolo con cui dirige la sua colonna di prigioniere. [“Schiave alla catena di montaggio”.]

Margarete viene spostata alla distribuzione di fili e bottoni. Mentre la guerra volge a sfavore della Germania, e le sorti del regime sembrano segnate, le condizioni delle prigioniere nel campo peggiorano di giorno in giorno, tanto che non si contano le decedute. Il servizio di pompe funebri viene abolito e le prigioniere morte vengono direttamente portate al forno crematorio. Nel corso dell’inverno la salute di Milena peggiora irrimediabilmente. Viene operata a un rene e sembra riprendersi ma poi le sue condizioni si fanno disperate e muore, il 17 maggio 1944. La sua morte rappresenta per Margarete un durissimo colpo. [“La fine di Milena”.]

Il 10 giugno si diffonde la notizia dello sbarco in Normandia, ma Margarete non ne gioisce, perché abbattuta per la morte di Milena. Suo cognato Bernhard inizia a inviarle ogni mese una lettera e un pacchettino, per ridarle speranza, coraggio e voglia di vivere. I pacchettini riservano sempre sorprese e messaggi in codice incoraggianti, che rianimano Grete e le sue compagne. Da gennaio del 1945 il servizio postale smette di funzionare. L’arrivo di centinaia di donne evacuate da Varsavia dà il colpo di grazia alla già tragica situazione del campo e le nuove arrivate ne sono le principali vittime. Le condizioni abitative e igieniche divengono tremende e il campo di Ravensbrück è ormai allo sbando. [“Il mondo là fuori”.]

Margarete viene promossa nell’ufficio della sartoria, con il compito di mantenere in ordine lo schedario delle prigioniere-operaie. Molte donne le chiedono, pur prive di certificato, di inserirle tra le malate e Margarete le accontenta, ma la lista delle malate viene controllata e alcune delle prigioniere prive di certificato vengono punite, mentre il direttore Graf non sospetta che Margarete sia coinvolta. Nell’autunno del 1944 Margarete si ammala di foruncolosi e viene curata dalla giovane cecoslovacca studentessa di medicina Inka. Le due donne diventano amiche, nonostante Inka faccia parte del gruppo delle comuniste, che le intimano di troncare i rapporti con la “trockista”. Le condizioni di Margarete si aggravano, ma Inka la cura e riesce a guarirla. La giovane viene espulsa dal Partito. Alla fine del gennaio 1945 l’ufficiale della Gestapo Ramdor viene tratto in arresto dalle SS. [“In infermeria, ad un passo dalla morte”.]

Le sorti della guerra volgono al peggio per i Tedeschi e le SS sono ogni giorno più preoccupate, ma scaricano la tensione infierendo sulle prigioniere. L’avanzata del fronte russo costringe i nazisti ad evacuare Auschwitz, così arrivano a Ravensbrück migliaia di prigioniere stremate. Nel campo si intensifica l’azione di sterminio e viene costruito un secondo forno crematorio, che lavora a pieno ritmo. [“Il massacro continua”.]

Le comuniste tedesche erano odiate al pari delle SS, in quanto tedesche. A dispetto delle migliaia di oppositori politici tedeschi al nazismo, si affermava la tesi di una colpa collettiva del popolo tedesco. Eppure Stalin aveva firmato il patto di non aggressione e consegnato migliaia di prigionieri politici tedeschi ai nazisti. Un giorno la Croce rossa svedese scarica molti pacchi con viveri e altri beni. Le SS si appropriano di una parte, ma il resto basta per le prigioniere del campo. Vengono inoltre liberate le prigioniere francesi. Un sabato di marzo vengono liberate le prigioniere norvegesi. Il lavoro è sospeso a causa della mancanza di elettricità, anche se il direttore Graf confida ancora in una ripresa dell’attività, a seguito dell’uso di una miracolosa arma segreta che ribalterà le sorti del conflitto. Il 21 aprile viene convocata una parte delle prigioniere tedesche e cecoslovacche, per essere rilasciate. Anche Margarete e la sua amica Lotte sono nella lista, ma quest’ultima non può presentarsi all’appello perché fermata da una sorvegliante che la spedisce al lavoro. Il 21 aprile 1945 il «dipartimento politico» rilascia alle detenute un certificato che attesta il loro rilascio, con l’obbligo di presentarsi tre giorni dopo al più vicino distretto di zona della Gestapo. Le donne vengono scortate fuori dal portone dall’ispettrice generale Binz. [“Gli ultimi giorni di Ravensbrück”.]

M. Buber Neumann, Prigioniera di Stalin e di Hitler

M. Buber Neumann, Il dono della libertà

M. Buber Neumann, Il dono della libertà – Capitolo nono

> Margarete Buber Neumann, Prigioniera di Stalin e di Hitler

 

La stazione di Fürstenberg è gremita di sfollati e di disertori. Molte ex-prigioniere sono disorientate. Margarete si propone di raggiungere Potsdam, dove spera di ritrovare sua madre, per poi raggiungere il fronte occidentale controllato dagli americani. Assieme a due compagne riesce a salire su un convoglio, dove apprende che la città ha subito un tremendo attacco aereo. Giunte a Güstrow le donne si uniscono alla folla degli sfollati verso nord. Dopo aver camminato a lungo si fermano stremate in una casa colonica già affollatissima e dormono nel fienile. Il giorno dopo la contadina chiede loro se a Ravensbrück abbiano conosciuto delle Testimoni di Geova e Margarete fa il nome di una certa Klärchen Mau originaria di Güstrow. La donna le prega di trattenersi da loro per riprendere le forze. Arriva però la notizia che i russi stanno arrivando, così le profughe, assieme ai contadini, riprendono il loro viaggio, con non poche difficoltà. Poi Margarete e la sua compagna Emmi proseguono da sole. Giunte nei pressi di una scarpata ferroviaria incontrano soldati e sfollati in fuga. Riescono poi a salire su un treno diretto a Bad Kleinen, che però a un certo punto si ferma bloccato da cinque treni ospedale. Proseguono a piedi lungo i binari e giungono alla stazione di Bad Kleinen, poi sbucano in un vasto campo pattugliato da soldati americani. Margarete trova il coraggio di avvicinarne uno che, compresa la loro situazione, non solo le lascia passare ma procura loro un carro trainato da due cavalli. [“Un mondo senza filo spinato”.]

Margarete fatica a controllare i cavalli ed Emmi è terrorizzata. Il passaggio di jeep o di carri armati spaventa gli animali. Le due profughe superano il posto di blocco americano e trovano rifugio in un fienile, per la notte. Il giorno dopo vengono bloccate dagli americani e possono riprendere il viaggio solo a condizione di trasportare alcuni militari tedeschi prigionieri in ospedale, allungando però il loro itinerario. Si mettono in viaggio e li portano a destinazione, parlando loro della loro esperienza. Margarete decide di cedere il carro con i cavalli a un uomo che sembra un contadino (in realtà è un galeotto), a condizione che le accompagni per un tratto di strada. Lui accetta, ma prima di proseguire si ferma dalla sorella si sua moglie, che gli risponde in malo modo e rifiuta di ospitarli. Infine giungono a Lützow. [“Con un tiro a cavalli”.]

Margarete ed Emmi entrano in un podere, dove regna un grande caos, con molti individui che si danno al saccheggio. Piove forte e le due donne trovano rifugio dentro una Volkswagen. Si avvicinano a una casa e la padrona dà loro il benvenuto e da mangiare. La donna si commuove quando le dicono del campo di concentramento, ma non nasconde la sua avversione per i lavoratori stranieri, polacchi e russi, che stanno saccheggiando il podere. Margarete ed Emmi riprendono il cammino e si fermano in un fienile a dormire. Qui incontrano dei giovani militari e le loro compagne, ausiliarie dell’esercito. Si uniscono a loro per un tratto di strada, poi si separano. Trovano un giornale da cui apprendono del suicidio di Hitler e di Goebbels. A un posto di blocco vengono fermate, così non resta loro che aggirarlo. Lungo una strada campestre incontrano due ragazzini zingari sopravvissuti ad Auschwitz e uno di loro racconta le proprie disavventure, conclusesi quando, in marcia stremati dopo l’evacuazione del campo, erano stati soccorsi da un uomo della Croce Rossa svedese. Salutati i due giovani zingari, che insegnano loro come rubare le uova, giungono a una casetta dove una donna anziana le ospita e le rifocilla. La casa della vecchietta sembra a Margarete il “relitto intatto di un’epoca che si era ormai eclissata”. [“Incontri dal passato”.]

Margarete ed Emmi raggiungono stremate la cittadina di Zarrentin e trovano ospitalità presso un convento dove alloggiano principalmente prigionieri di guerra francesi. Qui l’accoglienza è molto cordiale, ma quando Margarete racconta la propria esperienza in Unione Sovietica si accende uno scontro verbale con un comunista francese, che rifiuta di credere a quanto da lei narrato o insinua il sospetto che dietro il suo arresto vi fossero delle ragioni. La tensione si scioglie quando il cuoco francese porta un arrosto di maiale con patate. Dopo la cena abbondante, le due donne si sentono male e per qualche giorno devono limitarsi a tè e gallette. Poi arriva la notizia della capitolazione tedesca e tutti esultano cantando in coro la Marseillaise. I Francesi se ne vanno e le due donne restano da sole per qualche giorno nel convento. Una notte entra nell’edificio un soldato americano ubriaco e Margarete con difficoltà si sottrae a un tentativo di violenza. Margarete ed Emmi riprendono il viaggio, nel corso del quale assistono al procedere caotico degli sbandati e ad atteggiamenti di ostilità nei loro confronti, anche se gli ex deportati sono assistiti dalle autorità. Non essendo possibile attraversare il fiume Elba, le due donne cercano lavoro a Boizenburg. Mentre sono in coda davanti a una bottega, Margarete riconosce Ramdor, un ufficiale della Gestapo di Ravensbrück. Lo segnala a un soldato e, dopo un breve inseguimento, l’uomo viene catturato. Durante l’interrogatorio Margarete riesce a chiarire il ruolo da lui svolto nel campo e la sua appartenenza alle SS. In seguito Ramdor sarà processato e condannato a morte. [“La fine della beatitudine”.]

In attesa di poter attraversare l’Elba, Margarete e Emmi vengono ospitati dalla famiglia K. Margarete capisce che sono comunisti, vedendo i libri sugli scaffali, e teme che la loro accoglienza e ospitalità possa mutarsi in un aspro contrasto, qualora si tocchino questioni politiche. Il padrone di casa, la sua famiglia e gli amici sono però comunisti dissidenti, tacciati di essere traditori trockisti, usciti dal Partito a fronte delle scelte compiute da Stalin e sono curiosi di conoscere la realtà dell’Unione Sovietica. Si apre una discussione fortemente critica nei confronti del regime di Stalin, anche se gli ospiti restano legati alle idee del comunismo. Giunge la voce che i Russi stanno arrivando e che presumibilmente raggiungeranno Berlino, con il beneplacito degli Americani. Alcuni mesi dopo, ormai giunta a destinazione, Margarete riceve una lettera sconvolgente in cui papà K. Descrive la situazione drammatica, di uccisioni, saccheggi e furti creatasi nella parte di Germania occupata dai Russi, spacciata per socialismo. [“Tra ex-compagni”.]

Visti i tentennamenti di Emmi, Margarete decide di proseguire il suo viaggio da sola. Gli Inglesi impediscono ai profughi di attraversare l’Elba, così Margarete tenta di provarci clandestinamente. All’alba, con la bicicletta che le è stata regalatale, raggiunge il punto del fiume in cui un traghetto trasborda i clandestini. Gli Inglesi però si accorgono del tentativo e intervengono, arrestando i profughi. Margarete viene fermata e rischia di finire in un campo profughi, ma la sua reazione disperata convince un ufficiale inglese a lasciarla andare. Lungo la strada Margarete incontra una ragazza che è stata detenuta a Ravensbrück e che la riconosce come capobaracca. La giovane la ospita presso la propria famiglia e la aiuta nel tentativo di oltrepassare l’Elba. In piena notte Margarete raggiunge il punto dove dovrebbe trovarsi il traghetto, che però si trova dall’altra parte del fiume. Giungono due uomini che si offrono di attraversare a nuoto il fiume, lasciandola a sorvegliare i loro beni, per poi venire a prenderla con l’imbarcazione. I due, con l’aiuto di un polacco, raggiungono Margarete e a bordo della barca raggiungono finalmente l’agognata sponda. [“La traversata dell’Elba”.]

M. Buber Neumann, Prigioniera di Stalin e di Hitler

M. Buber Neumann, L’abisso

M. Buber Neumann, L’abisso – Capitolo settimo

> Margarete Buber Neumann, Prigioniera di Stalin e di Hitler

 

L‘ispettrice generale Langefeld chiede a Margarete di svolgere le mansioni di segretaria per lei. [“Segretaria dell’ispettrice generale”.]

L’ispettrice generale Langefeld è una persona più umana dei suoi colleghi e tormentata dai dubbi sull’operato delle SS e del regime, pur restando fedele a Hitler e al nazionalsocialismo. Margarete cerca più volte con successo di convincerla a prendere decisioni favorevoli alle prigioniere e a impedire che vengano adottati provvedimenti  duramente punitivi. Tuttavia i gerarchi delle SS complottano per eliminarla, avvalendosi della loro rete di spie e la  Langefeld viene convocata nell’ufficio del comandante. Poco dopo Margarete viene prelevata dal suo ufficio e accusata di aver distrutto messaggi clandestini delle prigioniere e di aver fatto propaganda comunista. Viene così rinchiusa in una cella d’isolamento. [“Una donna tormentata dai dubbi”.]

Nella cella d’isolamento Margarete viene lasciata al buio, al freddo e a lungo senza cibo. Il giorno non si distingue dalla notte e il suo stomaco è contratto per la fame. Il lungo digiuno le fa avere delle allucinazioni. L’ottavo giorno la sorvegliante le porta pane e surrogato di caffè, poi le viene portato del cibo ogni quattro giorni. Nel primo interrogatorio Margarete viene accusata di aver costituito una rete spionistica con l’ispettrice generale. I detenuti riescono in qualche modo a comunicare tra di loro da una cella all’altra. La comunicazione con una compagna di prigionia da lei conosciuta viene bruscamente interrotta dalla sorvegliante che lascia Margarete per tre giorni senza cibo. Milena, l’amica di Grete, le fa pervenire un po’ di cibo tramite la Testimone di Geova che ogni giorno le porta la scopa e la paletta per pulire la stanza. Nel corso di un interrogatorio l’SS Ramdor la minaccia di inviarla ad Auschwitz. Margarete ha l’impressione di sentire puzzo di carne bruciata e poco dopo apprende da una detenuta che in effetti anche a Ravensbrück è entrato in funzione un forno crematorio. Un mattino di luglio una sorvegliante e la secondina aprono la serranda della finestra e la luce invade la cella. Inoltre, due compagne vengono introdotte nella cella e Margarete finalmente non è più sola. [“In cella d’isolamento”.]

Finalmente Margarete esce dall’isolamento e ritorna alla baracca delle “politiche”, dove Milena la informa dell’arresto e della successiva assoluzione dell’ispettrice Langefeld, esonerata però dal suo incarico. Dopo un incontro con una prigioniera polacca, che le mostra un volantino della Royal Air Force, Margarete viene di nuovo rinchiusa in cella di isolamento. Una mattina, fuori dalla finestra, scorge un gruppo di prigioniere vestite con abiti civili variopinti, contrassegnati sul busto e sulla schiena da una grande croce. Mancando la stoffa per le nuove divise, le SS erano ricorse ai vagoni stipati di vestiti e scarpe dei deportati mandati allo sterminio, non prima di essersi appropriate degli oggetto di valore. A Ravensbrück l’«ufficio del lavoro» provvedeva ogni giorno a costituire nuove squadre addette alle fabbriche di munizioni, agli stabilimenti aeronautici e alle industrie belliche. Margarete riesce a procurarsi un “buon” lavoro esterno, nella “colonna forestale”. Può così muoversi all’aria aperta, inoltre ha ottimi rapporti con le polacche, che costituiscono il gruppo, con la giovane sorvegliante Shenja e con il gurardaboschi che dirige il loro lavoro. Poiché nella “colonna forestale” a rotazione si può di tanto in tanto disertare il lavoro, Margarete un giorno può incontrare Milena e trascorrere del tempo con lei chiacchierando. A un certo punto incontrano il direttore dell’ufficio del lavoro Dittmann che minacciosamente intima a Margarete di presentarsi subito da lui, che la assegna alla catena di montaggio della sartoria numero 1. [“Tenebre e salvazione”.]